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06/08/2010

Camicie Rosse contro i baciamani. Rumiz sulle orme di Garibaldi.

di Antonella Sassone, alle 23:17

[I tanti anni che seguiamo Rumiz d’estate – come dimostra una categoria apposita del blog: Rumizzeide – non impediscono, ogni volta, un piccolo moto di sorpresa all’inizio del viaggio estivo del narratore triestino. Perché lui gigioneggia, fino all’ultimo sembra scartare di lato, ogni estate sembra essere l’ultima in compagnia dei suoi viaggi in profondità – del suo “andare stando”, come da sua famosa citazione (del figlio a cavacecio). Quest’anno le orme che Rumiz segue naso a terra sono quelle lasciate da Garibaldi, per raccontare come al solito il presente dell’Italia attraverso il suo passato. Ce ne inizia a dire Antonella Sassone, che altre volte negli scorsi anni abbiamo ospitato, e che ha dedicato a Rumiz una bella tesi di specialistica, qualche anno fa. (E altre novità rumizziane sono in cantiere). Buona lettura. as]

E ci siamo anche quest’anno. E’ cominciato domenica 1 agosto il nuovo viaggio di Paolo Rumiz sulle pagine di Repubblica, “Camicie rosse”. Un viaggio garibaldino.

Disegno di Mannelli per il reportage di RumizGià il 3 maggio scorso – sempre sulle pagine di Repubblica – il nostro si era messo sulle tracce dell’impresa dei Mille. Il 5 maggio ricorrevano i centocinquant’anni dell’inizio della spedizione dei volontari al seguito dell’Eroe dei due Mondi. Salpate da Quarto le “Camicie rosse” scrissero, segnarono e sognarono da quello scoglio la storia dell’Italia. Paolo Rumiz un secolo e mezzo dopo ripercorre strade garibaldine, nello zaino un pacco di racconti scritti dai protagonisti e scelti da Eva Cecchinato, storica specialista del mito garibaldino.

E’ un ritorno ai luoghi di Garibaldi per ripartire da essi in un’Italia che ora è una “nazione che va a pezzi così, in silenzio”. Un viaggio parallelo come Rumiz ama fare. E una provocazione. “Provocare è l’essenza del garibaldinismo” dice uno dei protagonisti della puntata del 6 agosto. In un paese dove nessuno guarda in alto (“gli italiani non guardano il cielo, vivono rasoterra“), dove si è una nazione solo nei difetti, Lui – Garibaldi – torna. Richiamato alle armi in un’Italia lacerata.

Non sono le celebrazioni che a Rumiz interessano, non la retorica delle ricorrenze. Di Garibaldi, uomo antiretorico, cerca la fierezza che c’è ancora nell’aria. Prova “crampi di nostalgia per l’energia vitale di un mondo perduto”; scorge via via “l’amarezza per gli ideali traditi”. C’è una guerra in Italia oggi che non è tra Nord e Sud e nemmeno tra Destra e Sinistra. E’ uno scontro tra gli evasori e gli onesti – come gli dice qualcuno in uno degli incontri nella prima puntata: “I furbi per vincere sono disposti a tutto. Anche a spaccare il Paese”.

Ma allora ecco che ha un senso questo viaggio. Bisogna cercare ciò che unisce il Paese – se qualcosa lo unisce. Farsi trasportare dalla musica di una banda garibaldina a Mugnano. Cercare l’Italia che era giovane e bella, che ha fatto il Risorgimento con giovani sotto i trent’anni. Indossare una camicia rossa cucita su misura. Incontrare i nuovi garibaldini grazie a un gioco di rimandi, casi e coincidenze. Scoprire che ce ne sono e che sono “felici di esistere per qualcuno” e chiedersi, nella seconda puntata: “Non capisco se sono io a reclutare loro o loro a reclutare me”. Il viaggio si è impossessato del suo viaggiatore.

Dunque si parte. Camicia rossa (“rosso esplicito, che non mente, che grida vendetta”) e bandierone (“bello grande, di tre metri per due. Per il gusto del controcorrente”, fatta su misura nella terza puntata) alla ricerca di Garibaldi lontano dalle piazze e dai monumenti: dentro una “topografia corsara, disseminata nella provincia”. Chi gli ha cucito la camicia racconta di sua nonna che cucì la camicia ad uno dei Mille: “Con Garibaldi è così. Pezzi di storia dappertutto”.

Il racconto di questo viaggio antiretorico si insinua nelle pieghe della storia di ieri e di oggi. Di scritti di Garibaldi se ne trovano pochi. Sbuca qualche manoscritto e qualche lettera. Perche? Perché Garibaldi era durissimo – scrive Rumiz. Perché Garibaldi odiava i baciamani, i voltagabbana, i conformisti. Secondo Garibaldi a furia di genuflessioni si diventa gobbi, e invece “l’uomo libero deve guardare al cielo”. E’ un paese per camicie rosse, il nostro, ora?

[I disegni sono di Riccardo Mannelli, che debutta quest’anno nell’illustrazione del viaggio di Rumiz. Il logo è come da tradizione di Altan]

30/07/2010

Mondo cane. Per fortuna

di Enrico Bianda, alle 13:19

La canzone italiana degli anni sessanta, te l’aspetteresti ricantata in qualche show estivo in diretta da Milano Marittima, da Portofino. Con le facce raggrinzite dei soliti ospiti, i capelli tinti e il cerone in viso.

Ma c’è anche chi quelle canzoni ha deciso di cantarle, appunto, con leggerezza. Uno che non ti aspetti: Mike Patton, la voce dei Faith No More, e la testa di tanti progetti (Tomahawk, Mr. Bungle, Fantomas e altro). Musica fuori limite di velocità, per orecchie ardite, ma con un tasso di divertimento assoluto. E con perizia musicale, che non guasta. E poi le collaborazioni con alcune avanguardie – Zorn in primo luogo – con la produzione, tanti anni fa, di dischi come Pranzo Oltranzista dove Patton si cimentava insieme a un nucleo di musicisti dell’area newyorkese con un ricettario futurista.

Poi le lunghe frequentazioni italiane. E alla fine, complice la compagna, forse non poteva andare diversamente. Mondo Cane, annunciatissima operazione discografica preceduta da anni di prove dal vivo, mette in fila canzoni come Il cielo in una stanza, 20 km al giorno, L’uomo che non sapeva amare e Senza fine. Una manciata di canzoni in confezione regalo: musicisti fidati, italiani, Roy Paci, un’orchestra al completo.

Qualche giorno fa Patton suonava a Firenze. Mondo Cane dal vivo è notevole. Forse ancora meglio che su disco, che pure è la documentazione di alcune prove registrate in concerto, opportunamente ripulite. Patton e compagni si divertono. Apparentemente quella musica, quelle canzoni suscitano in loro un vero piacere: nel suonare, nell’ascoltare quanto fanno e nel toccare con mano la resa che queste canzoni hanno sul pubblico.

Francamente mai avrei pensato di provare piacere nell’ascoltare il classico estivo di Vianello, Con le pinne fucile ed occhiali. Patton ne da una versione quasi filologica: con lo stesso ritmo dal sapore sudamericano, tra una Rumba e un Calypso lento. Il trucco forse sta proprio qui. Patton non stravolge canzoni che sono belle. Che erano belle nei loro arrangiamenti un po’ stralunati – perché il divertimento all’epoca era reale e forse perché quelli erano anni in cui c’era davvero bisogno di divertirsi. Quella musica contiene una dose di futilità che basta a sè – e che Mondo Cane saggiamente preserva.

Di alcune canzoni, Patton fa un esercizio di bravura vocale, con un break rumoristico che ai devoti ricorderà il lavoro con Zorn, o con Bjork: spingere il suono dei vocalizzi ai limiti imposti dalla fisiologia. Così come accade in Urlo Negro, un Beat quasi punk dei Blackman, gruppo romagnolo di cui non si sa nulla. Canzone che permette a Patton, nella versione dal vivo, di esprimersi in un’incursione in puro stile Faith No More. Per poi tornare ironicamente a far spallucce nel refrain. Ancora una volta puro piacere.

“La musica non è soltanto costruzione di melodie, di armonie, di strutture formali. A un livello più profondo, essa è una trasfigurazione dell’esperienza acustica e delle sue connotazioni emotive: una trasfigurazione che si realizza anche attraverso l’invenzione di timbri e di mondi sonori inauditi.” (Gianni Zanarini, “Il suono”, in Enciclopedia della musica, II. Il sapere musicale, Einaudi, 2002).

Patton canta perfettamente in italiano (tranne le doppie “t”, che sanno d’americano, inevitabilmente). E’ un buffo cortocircuito: se tra i ’50 e i ’70 i nostri, nel cantar le canzonette, spingevano molto su una pronuncia americaneggiante, oggi Patton non si libera di quella calata. Insomma anche qui l’ironia (in giacca bianca).

Quei mondi sonori contenevano, per l’epoca, invenzioni acustiche oggi strabilianti: le voci dei cori da avanguardia accademica novecentesca, le tastiere che si animavano di suoni che andavano dalla cetra alla spinetta passando per il theremin, i giri di basso con plettro in un singhiozzo beat inesorabile. I mondi (cane) sonori Patton li recupera intelligentemente, facendoli riscoprire al suo pubblico e rendendo loro giustizia.

27/07/2010

L’onda video di Italia Wave

di Antonio Sofi, alle 14:28

Stiamo completando di mettere online su youtube gli ultimi video girati e montati a Italia Wave (insieme ai bravissimi componenti della squadretta eclettica e multimediale che abbiamo messo su: Cristiana, Matteo, Antonio). In tutto saranno una ventina, tutti disponibili sul canale youtube di Italia Wave.

Ho già segnalato il racconto, emozionante, del migrante Sayed raccontato da Laura Boldrini durante un incontro in Fortezza Vecchia, sede di Cult Wave – sezione musical/culturale del festival di Livorno.

Mi fa piacere segnalare anche, per esempio, il video dell’incontro del 22 luglio 2010 con Giancarlo Caselli per la presentazione del libro “Di sana e robusta costituzione” – in cui il procuratore capo della Procura di Torino legge alcuni passaggi del libro (e discorsi di Calamandrei) con in sottofondo l’accompagnamento al pianoforte di Boosta (e accanto, dal punto di vista sonoro: i tuuuu insistente delle macchine motori delle navi del porto di Livorno, e i gabbiani che passano in alto).

Ma abbiamo anche raccontato la musica, per esempio il concerto notturno di Brunori, iniziato alle una di notte in una Fortezza che via via si riempie degli spettatori del Main Stage appena concluso in cerca di altra musica, fresco e qualcosa da bere. Brunori parla della sua “azienda” musicale, tra target eterogenei, marketing d’impresa e management all’italica (che trova sempre il modo di fregare i poveri risparmiatori) (e riproducendo la stanchezza post concerto e la luce e il cuore che c’era, senza filtri)

Oppure un video corale di una bella iniziativa trasversale agli eventi, Facedraw – con un bell’esercito di disegnatori e illustratori (Diavù, AlePOP, Massimo Giacon, Alberto Corradi, Ale Giorgini, Alberto Ponticelli tra gli altri, introdotti da Luca Valtorta, direttore di Repubblica XL) a disegnare live un racconto su Elvis…

Tra gli altri video, tutti disponibili su YouTube: il concerto di Mannarino e quello dei My Awesome Mixtape al Psycho Stage; l’intervista a Boosta e Michele Dalai sulla nuova casa editrice e quella a Toldo, Flutti e Prasic sul progetto Intercampus; l’intervista “solo” a Giancarlo Caselli e quella a Roberto Calabrò, autore di un bel libro sugli anni ’80 alla ricerca di vent’anni prima.

Lunga vita insomma al festival di Italia Wave. A parte la musica e il personale divertimento (per esempio nella mitologica ormai redazione web), c’è cuore, persone, contenuti, qualità, allegria – che abbiamo voluto raccontare e portare dentro i nostri video in modo visibile grazie a escamotage creativi che hanno coinvolto anche i partecipanti agli eventi (la ormai famosa lavagnetta più gessetti colorati). E Livorno poi: una città spettacolare, incredibile, libeccia e motorinata, accogliente e indifferente allo stesso tempo: salata e libera, non so dirla meglio…

22/07/2010

«La prima cosa bella in nove anni di vita». Laura Boldrini a Cult Wave.

di Antonio Sofi, alle 23:38

Ci stiamo anche divertendo, insieme a una eterogenea squadretta videocamera-munita (Cristiana, Matteo e Antonio), e per conto di Webgol Network, a raccontare il pezzo di incontri e discussioni (Cult Wave) che si svolge dentro a una splendida Fortezza Vecchia che affaccia sul porto levatoio, all’interno del festival Italia Wave (per i quali avevamo già prodotto una serie di video della festa milanese di inaugurazione). Il festival si svolge a Livorno fino a domenica 25.

Divertendo e commuovendo, come nel caso di Laura Boldrini, da oltre vent’anni nelle agenzie ONU e dal 1998 portavoce UNHCR: una che non si capisce come non sia ancora presidente del mondo e che ha un talento a raccontar le cose. Per la presentazione del suo ultimo libro “Tutti indietro” ha raccontato la storia del piccolo Sayed, costretto a fuggire dall’Afghanistan, che arriva dopo anni a Benevento, e alla “prima cosa bella in nove anni di vita”.

15/07/2010

Eyjafjallajökull. Eruzioni di buona politica

di Antonio Sofi, alle 14:41

Si chiamano come il vulcano islandese che qualche mese fa ha bloccato – con un semplice naturalissimo sbuffo annoiato – mezza Europa, regalando insieme una marea di disagi e un bagno di umiltà alle improcrastinabili frenesie della società di oggidì. Sono gli stati generali delle Fabbriche di Nichi (Vendola, ovviamente) e si terranno a Bari da venerdì 16 a domenica 18 presso il villaggio turistico Baia San Giorgio: tutte le informazioni nella pagina apposita.

LEGGI il programma completo dei tre giorni.

Mi hanno invitato sabato mattina, insieme a Dino Amenduni e Stefano Cristante, a curare un seminario dal (bello ma complicato) titolo “Aggiornamento di Stato. La politica ai tempi dello “user generated content”. L’idea è di riflettere intorno ai pregi e ai difetti dell’impatto (anch’esso eruttivo) dei social network nella politica italiana (io, un po’ di mesi fa, ne parlavo come di un “salto dello squalo” dei blog).

Riflettere del modo in cui un pezzetto di politica (soprattutto locale) sta provando a comunicare e raccontarsi attraverso i media digitali, aprendosi così a nuovi publici e riattivando territori negli anni lasciati sempre più disabitati. Parleremo dei successi di coinvolgimento e partecipazione, nonché di completezza della informazione sull’azione politica (anche in momenti di amministrazione e bypassando un sistema dei media sempre più trincerato dentro le sue regole anguste di notiziabilità classica). E anche dei rischi (che da un po’ di tempo sto notando) di una sorta di appiattimento sul presente politico, di monodimensionalità temporale legata all’aggiornamento continuo e al meccanismo di social network costruiti sull’idea di “status” e “cosa stai facendo”. Una logica che può lasciare scoperta la costruzione di una identità politica più articolata e densa: un racconto di più ampio respiro che tenga insieme anche il futuro e la memoria/rintracciabilità delle cose fatte.

Mappa delle Fabbriche di Nichi

Poi sono molto curioso di vedere (anzi: sentire) da vicino l’atmosfera del “movimento” delle Fabbriche – che ho seguito fin dall’inizio e che continua a sembrarmi un esperimento politico unico e forse un po’ sottovalutato, che racconta di energie esplosive, di vivacità generazionale, di potenzialità creative esibite in barba alla cupezza della crisi e dei tagli: un mix esplosivo di idee e fiducia, visione e centralità del territorio con i media digitali a fare da facilitatori e punto di incontro.

Proverò a dirne, poi, se ce la faccio.

12/07/2010

L’Aquila a Roma. Fallimenti e conseguenze di una politica che non c’è.

di Antonio Sofi, alle 17:10

Una delegazione di migliaia di cittadini aquilani ha manifestato il 7 luglio a Roma chiedendo di avviare la ricostruzione del centro storico, e di mantenere la promessa di sospensione e/o rateizzazione del pagamento delle tasse come forma di aiuto, già applicato in altri casi simili, per un territorio che (ovviamente ed è un eufemismo) fatica a riprendere la sua vita normale: dal punto di vista sociale, culturale e anche economico.

Una manifestazione che aveva anche – come molte altre: segno cupo di tempi in cui la spirale del silenzio diventa un buco nero che annichilisce molta informazione possibile – il comprensibile obiettivo di farsi vedere. Di far vedere la rabbia e la disillusione di chi è stato, in questi mesi, raccontato in un certo modo (“tutto va bene”, “tutto è a posto”) e non riconoscendosi in questo racconto eterodiretto prova a raccontarsi da solo.

Retornemo. Prima parte.

A raccontarsi da solo, o a farsi raccontare, certo.
In molti in questi mesi hanno raccontato l’Aquila – un flusso di contenuti che ha quasi completamente bypassato (è un dato di fatto) gli ostacoli dei media di massa: la televisione in primo luogo.

Molto ha trovato la strada del web, grazie a videomaker aquilani e video di catartica ironia (come quelli di Francesco Paolucci e Luca Cococcetta); ci sono stati libri e ebook (anche noi, nel nostro piccolo); qualcosa è diventato musica e qualcosa cinema (Draquila di Guzzanti, ma anche Comando e Controllo di Puliafito, che ancora non ho visto ma di cui mi hanno detto un gran bene).

In tv a dire il vero qualcosa è andato, seppure in versione ridotta: un video lungo di Diego Bianchi che sul web è in versione lunga e integrale (prima parte e seconda parte: in questo post raccontavo l’emozione di vederlo proiettato all’interno di un tendone stracolmo in piazza Duomo a L’Aquila).

Anche lo scorso 7 luglio erano in molti a documentare con telecamere e macchine fotografiche un pomeriggio che è diventato notizia per scontri e feriti. C’è anche un Tolleranza Zoro unplugged e estivo: senza muro giallo o commento, senza musica o montaggio aggressivo, con un filo cronologico quasi intoccato. Un racconto che è anche di suoni e voci, di clangore e sirene, di tric-trac e chitarre – con la base ritmica dei passi dei manifestanti e dei clic a mitraglia degli otturatori.

Retornemo. Seconda parte.

Guardandoli uno dopo l’altro ho pensato che sono quasi due “film” distinti, che uno è causa e effetto dell’altro. Che il secondo inizia laddove fallisce il primo e che visti così sono una chiave di lettura che racconta del fallimento della politica – e dell’ineluttabilità del processo degenerativo di questo fallimento quando la politica non riesce a farsi mediazione.

Nel primo video infatti c’è la politica. Evocata, più che altro. C’è il tentativo dei manifestanti di incontrare, in qualche modo, le autorità. C’è una gestione dell’evento da parte delle autorità stesse quantomeno discutibile. C’è la ricerca di un luogo dove manifestare tra strettoie e impalcature che i gonfaloni devono simbolicamente chinarsi. C’è una politica miraggia e fantasmatica, che è sempre nella piazza accanto o in quella negata e prescritta – che quando si presenta lo fa in assetto da guerriglia urbana. C’è una rabbia che monta per chi decide rimanendo lontano – i cui spruzzi arrivano anche all’opposizione, specie quando parla alle telecamere invece che a chi sta lì, per esempio al microfono del camioncino (come alla fine fa, buon per lui, Bersani). C’è insomma e comunque un fallimento della politica.

Ciò che accade nel secondo video è appunto la diretta e inevitabile (non importa se non strettamente cronologica) conseguenza di questo fallimento – che nasce ovviamente molto prima del 7 luglio. Gli scontri, i tafferugli, la contrapposizione sono il segno di un sistema politico che non sa più stare in mezzo al conflitto, e anzi rinnegandolo lo alimenta – diventando muro contro muro, scudo contro braccia, testa contro manganello. Che non sa leggere nemmeno le esigenze pratiche e organizzative di una manifestazione pacifica, che voleva solo un luogo e un interlocutore da cui e con cui parlare.

Un fallimento che è conseguenza di una assenza della politica, più che di una sua malevola e violenta presenza (che pure c’è ovviamente). Una politica che non c’è e non si trova, che si chiama ad alta voce e spesso non risponde, che non si sa più dove sta di casa: in quale piazza, in quale palazzo, dietro quale porta chiusa. Dovrebbe essere musica per le orecchie di chi vuole ascoltare.

05/07/2010

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Un ebook d’intorto e agratisse.

di Antonio Sofi, alle 18:25

Dagli 883 a Frank Zappa, il rock compresso in una frase d’intorto. Una intera discografia sintetizza in 385 battute che precedono, accompagnano o seguono (spesso da lontano) l’approccio amoroso.

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Clicca per scaricare
Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso).
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Spesso su friendfeed (o altrove: basta che ci siano un po’ di gente in circolo e connessione) spuntano piccole grandi idee che sono come fuochi d’artificio: brillano d’umorismo e divertita intelligenza, scoppiano tra gli ohhh di chi legge e poi finiscono nel giro di qualche giorno. Quando ho letto il thread sulla musica per chi ha fretta, iniziato da Ermanno aka Numero 6 (e nell’introduzione lui spiega meglio tutt’e cose), con gli interventi di molti altri utenti del socialcoso, mi è venuta subito voglia di raccogliere quelle frasi, ordinarle per bene emancipandole dall flusso sequenziale del social network e metterle in un ebook dal formato tradizionale – per salvarle e conservarle e diffonderle.

Ci abbiamo messo un po’, tra l’ordinamento stile winamp ’99 e un editing che ha privilegiato solo quelle frasi dalla sfumatura “sessuale”. Ma (grazie a Ermanno, a Emanuela che ha fatto le copertine, a Dario che ha curato la grafica, a Marta, Antonio e Cristiana che hanno dato mano e consigli) è venuto fuori un librino divertente, credo, con tutte le sue cosine al posto giusto – che se siete proprio fighi si lascia ben leggere anche su Kindle e analoghi ebook reader o addirittura (non abbiamo provato) su iPad.

SCARICA IL PDF (416 kb): La musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso), da un thread di Numero 6 su friendfeed

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

L’introduzione di Numero 6

Le cose migliori vengono sempre fuori in pausa pranzo, quella cosa da impiegati, quella che è ben più di un’ora dedicata al nutrimento sancita da un contratto nazionale.
È rigida, ricorsiva, e diventa parte della vita, come lavarsi i denti o pagare le bollette.
Un pezzo di vita che viene quasi sempre dedicato a ironizzare su qualche superiore, a parlare di campionato o di colleghe nuove, o talvolta a restare soli con un pezzo di pizza.

E proprio durante una pausa pranzo, forse a causa di un collega che parlava di progetti o business plan, comincia a girarmi in testa una frase: “plans that either come to naught, or half a page of scribbled lines”

Non dovreste neanche cercare con Google, è un pezzo di una canzone strafamosa di un gruppo strafamoso, Time dei Pink Floyd.
Time parla del tempo come implacabile giudice che emette sempre la stessa sentenza, che rende del tutto vani i tentativi di dare una parvenza di senso alla vita.
Non fosse scritta in inglese potrebbe essere di Leopardi, fatica e sudore che tanto alla fine vengono ricompensati con la morte, e allora chi te lo fa fare?

Diversamente da come potrebbe sembrare non passo la pausa pranzo al dipartimento di filologia romanza, e questa cosa di Leopardi mi è venuta in mente ora.
Lì per lì ho solo pensato che i Floyd erano veramente pessimisti; in tutta la loro opera non c’è via di scampo, se va male sei un fallito, se va bene diventi un pazzo nazista.
Di fronte a un intervistatore che dicesse “Ma insomma, alla fine voi chi siete?” loro direbbero “Lasci perdere, è tutto inutile”.

Nel viaggio di ritorno dalla tavola calda mi viene in mente di sintetizzare tutto così, una carriera artistica in una sola frase, una risposta secca alla domanda dell’intervistatore, possibilmente con roba che conosco a memoria.

“Ma insomma, voi Radiohead chi siete?” “No, tanto non te la dà”.
Non sarebbe giusto per i nostri oxfordiani, forse più adeguato un “lei è troppo bella per me”, che però sarebbe troppo lagnoso, qui ci vuole sostanza, e la sostanza è che alla fine non si rimedia.

“Ma insomma, voi Smiths chi siete?” “Hai sentito i Radiohead? Ecco, e sei pure disoccupato”.
E sì, perché gli Smiths non stavano lì a parlare di sfortune sentimentali, ma di emigrazione dal nord povero, di sussidio di disoccupazione, di ricchi che fanno quel che vogliono.
Stai sempre a pensare all’amato bene? Per quello ti bastava Carmen Consoli. Caro mio, qui non sai manco se domani metti qualcosa sotto i denti.

A questo punto ho la tripletta, perché una tripletta è sempre necessaria, la metto su Friendfeed e resto lì a vedere cosa si inventano i miei lettori.

Sarebbe poco dire che tutto quello che è avvenuto dopo non me lo sarei immaginato neanche se avessi ingerito quattro etti di LSD.
Decine e decine di persone cominciano a replicare ma, siccome la loro testa è diversa dalla mia, interpretano tutto non come sintesi estrema dell’opera degli artisti che citano, ma come il loro approccio immaginario a una ben specifica risorsa.

Quale risorsa? È facile, diciamo la parte introduttiva dell’apparato che serve a fare i bambini, quella cosa che è soggetto anche se è solo complemento: “la”, e altro non serve specificare.

Cosa leggerete qui?
Che il rock alla fine è sentito da quasi tutti come inno a una certa conquista, come quando i cavernicoli dipingevano il bisonte sperando di acchiapparlo.
Meglio ancora, tutta l’arte è un po’ un inno a quella cosa là.
Anzi, facciamo tutta la storia del mondo.

Numero 6

P.s.: il thread incriminato è a questo indirizzo http://friendfeed.com/numero6/68c415fe/rock-per-chi-ha-fretta-radiohead-tanto-non-te-la. Di seguito ci sono quasi tutte le frasi, tranne quelle che siamo scemi noi e non le abbiamo capite (o non erano legate direttamente al sesso). L’elenco con tanto di virgole e cognome-nome è stato volutamente formattato con effetto Winamp ’99.

25/06/2010

Internet better life? Il 28 e il 29 a Firenze

di Antonio Sofi, alle 13:32

Lunedì e martedì prossimo sarò ospite di ToscanaLab. La seconda edizione si svolgerà il 28 e il 29 giugno presso la Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, a Firenze, ha un ricco programma (primo e secondo giorno) e ha come tema “Internet Better Life”, ovvero: “come internet e il web 2.0 contribuiscono a migliorare la vita degli individui, veicolando in modo diverso e più ricco la conoscenza, modificando le relazioni tra le persone e trasformando di fatto l’azione sociale, con un approccio allargato e partecipativo”.

Toscana Lab

Oltre all’intervento di lunedì in plenaria – su una idea di politica integrata, che fa e farà sempre più fatica a distinguere tra on e off line – martedì mattina mi farà piacere moderare il workshop su politica, pubblica amministrazione e giornalismo: con gli interventi qualificati di Sergio Maistrello, Ernesto Belisario, Livia Iacolare, Dino Amenduni e Antonella Napolitano. Da quello che ho avuto modo di sapere in anticipo, credo che usciranno fuori cose molto interessanti: tra iperlocalità e territorio, trasparenza dei dati e delle passioni politiche, dentro una Europa sincronizzata e un approfondimento grassroots.

Per chi non proverò a farne sintesi postuma – qui sotto qualche riga di presentazione.

La domanda di partenza è quale sia il modo migliore (più etico, più democratico, più efficace) di usare le nuove tecnologie in politica: quale comunicazione, quale informazione, quale relazione con i cittadini/elettori. Internet sta certamente cambiando il modo di fare politica. La rende più aperta, trasparente e partecipata (forse anche un po’ più populistica). Oggi fare politica senza Internet è come uscire di casa senza pantaloni: non si va lontano, la gente ti ride dietro e comunque tutti notano la mancanza. Ma la questione è soprattutto in che modo la Rete riesce a cambiare le regole del gioco politico: le strategie del confronto elettorale, le logiche del racconto giornalistico, le priorità dell’agenda pubblica – per finire all’azione di governo, alla pubblica amministrazione e a un confronto/interazione continuo con i cittadini che sul web non può più interrompersi il giorno dopo del voto.

UPDATE del 30 giugno: alcune considerazioni/idee emerse dal workshop – con materiali e presentazioni

14/06/2010

La Toscana che voglio, chi la vuole diversa o così. Un ebook da scaricare.

di Antonio Sofi, alle 15:03

Il terzo ebook di Webgol Network Edizioni ̬ una selezione ragionata e divertita da un progetto web realizzato per la campagna online di Enrico Rossi alla presidenza della Toscana Рche ho coordinato fino allo scorso aprile.

Il sito in questione è La Toscana che Voglio, e avevo voglia di mettere un punto fermo e pubblico a questa esperienza, che è stata utile, divertente e credo con punti di originalità. L’ebook si può scaricare gratuitamente in pdf. Per maggiori informazioni, in basso la mia introduzione – ma il libretto credo sia piacevole a leggersi anche senza troppi giri di parole.

Grazie a Dario Agosta per grafica e impaginazione e ad Antonio Rettura, Cristiana Fanti e Carlo Benucci per redazione coviana e entusiasmo.

L’introduzione

“Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che voglio prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie” – scriveva il mio amico Sergio Maistrello qualche mese fa, in un post dal titolo “La politica che vorrei, ora“. La Toscana che voglio nasce come un pezzo del puzzle della campagna online di Enrico Rossi alla
presidenza della Toscana. L’idea è quella di sperimentare un metodo: di allenare le orecchie al politico ascolto e al confronto online con le idee di chi (dal basso – ma è un termine che ha una eccezione valutativa che
mi piace sempre meno) ha voglia di esprimerle.

La Toscana che voglio è un esperimento collaborativo di costruzione dell’agenda politica. E’ immaginazione politica messa in circolo e condivisa , senza intenti propagandistici o auto-consolatori: è la Toscana che si ha nel cuore, nella memoria, davanti agli occhi tutti i giorni. Tutti possono pubblicare un proprio post, e votando i post degli altri far emergere le frasi più interessanti.

Frasi tenute insieme da uno spirito toscanissimo che, al di là dei numeri assoluti (ma decina di migliaia sono stati voti e contatti), racconta di una voglia di esserci e partecipare. Il progetto, durante la campagna, prevedeva anche una serie di video-interviste a personaggi più o meno famosi e un profilo Facebook usato a mo’ di rastrello, come collettore di contributi “esterni”. Una parte dei post pubblicati sono entrati in dentro le maglie del programma di Enrico Rossi: nel magazine distribuito in 500 mila copie in tutto il territorio toscano e, con un’eco avvertibile, dentro il programma di governo.

Le pagine che seguono raccolgono parte dei post pubblicati nel sito da febbraio 2010: 272 frasi divise in 42 categorie, dagli “Aulici” ai “Turisti” passando per i “Figli dei fiori” e gli “Strilloni” (questi ultimi, lo ammetto, i miei preferiti). 272 interventi diversi colorati arrabbiati incasinati divertenti e poetici: un mondo intero racchiuso tra 350 caratteri (è il limite massimo previsto: per dar più evidenza e per amor di sintesi).

Le pagine che seguono dicono anche due cose minime: una alla Toscana e una alla politica. La Toscana che esce fuori da questo parzialissimo ritratto è una regione bloccata a metà. Ferma a guardarsi l’ombelico, indecisa tra l’ottimismo più commovente e il pessimismo più cupo – che sembra aver bisogno di credere davvero in un’idea di futuro, quale che sia. Alla politica, questo piccolo pezzo di Toscana che si è accorta del “giochino” e vi ha generosamente partecipato, ha voluto dire che se gli spazi ci sono e l’intenzione è sincera il confronto può essere davvero produttivo (e anche un po’ divertente).

Con le parole di Sergio Maistrello: “[La Toscana che voglio] tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le
banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità  e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?”

Appunto. Non mi resta che augurarvi buona lettura.
Antonio Sofi

11/06/2010

Un infinito che resta in bilico sul nulla

di Enrico Bianda, alle 10:14

Allora, che cosa faccio quando disegno? E quando guardo disegnare? Beh, questo è facile: sono invidioso. Molto.

Anzi mi consumo dall’invidia e desidero immediatamente avere un foglio davanti a me, per poter replicare quanto visto. Il tratto della penna nera sul foglio bianco mi attrae moltissimo.
Purtroppo non sono in grado di essere originale.
Al contrario me la cavo quando mi metto a rifare qualcosa che mi ha colpito.

Disegno di Margherita Morgantin
Disegno di Margherita Morgantin

La cosa che più mi colpisce negli artisti che amo, e che disegnano bene, è la loro forza primitiva, l’idea che quando si è veramente bravi ed originali, non si capisce quanto si padroneggi la tecnica.
Mi spiego.

Copertina di Titolo Variabile, di Margherita Morgantin per Quod LibetMargherita Morgantin è un’artista. Famosa. Insomma espone nelle gallerie. Le pubblicano i libri, come Titolo variabile, per Quodlibet. Il suo è un disegno primordiale, che ricama dentro il percepire di un bambino, ma corregge con la continuità di tratto dell’adulto consapevole. Il suo è un lavoro curioso, fatto di continui richiami all’esperienza, che si traduce in brevi e folgoranti aforismi, che possono essere di questo tipo:

Non so parlare, non trovo le parole, quando le dico significano altro da quello che pensavo.

[continua a leggere…]

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09/06/2010

Canemucco 2. Di rosso quantobbàsta e mezzanino

di Antonio Sofi, alle 13:21

Il Canemucco, dopo la sbornia emozionante dell’esordio, bobfossianamente continua con un secondo numero di fantasmagorico e fantasmatico show a forma di fumetto (e viceversa).

E’ buffo come ogni numero stia uscendo con una sua personalità – addirittura un suo colore dominante.
Il bello (non c’è brutto, mica ci deve essere per forza anche un brutto) delle cose fatte a mano, dei pezzi unici: non vengono mai tutti uguali, si ribellano alle formule azzeccate e alle ricette troppo precise e puntigline – impazziscono come maionese passata al frullatore, quand’è orfana del ritmo speziato qb e della frusta affettuosa.

Copertina del secondo numero del Canemucco

Il primo numero era una vasca translucida, con l’acqua di un blu ciano e profondo: un’animàlia circense di purpesse e aragoste, insetti scavanti e gabbiani distratti, cani pneumatici e armadilli di coscienza, bestie umane e morente cafarnao.

Questo secondo, fin dalla storia di Marco, è più rosso e sanguigno: è passione e carnazza, tradimento bullo e svanimenti fetali (o con la “c”), vecchi arzilli e invasòr- con il contrappunto a mezzanino del blu lentissimo e carrellato di QuasiMai (che con Recchioni, Escorial e Armentaro sono i “nuovi” della banda).

Nelle migliori edicole e fumetterie (ma se sei culo di piombo come noi puoi acquistarlo dal sito a prezzo ridotto e ti arriva a casa senza spese di spedizione, oppure abbonarti comodamente per tutti i sei numeri della prima stagione).

04/06/2010

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

di Antonio Sofi, alle 16:28

Carlo Sorrentino, Enrico Bianda, Antonio Sofi, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale” (a cura di C. Sorrentino), Rai-Eri, 2008

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

E’ un libro/ricerca, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e Antonio Sofi. Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani).

LEGGI: la presentazine del libro sul sito Rai-Eri

La rete sta definendo un nuovo sistema comunicativo. Attraverso lo schermo del nostro computer possiamo ascoltare la radio, leggere le notizie, vedere la tv: tutti i media vi sono contenuti. Il nuovo ambiente comunicativo modifica profondamente alcuni dei tradizionali vincoli spazio-temporali che definiscono il lavoro giornalistico (prima fra tutti, la deadline), determinando un profondo mutamento dei processi produttivi e dei criteri di notiziabilità. Il libro analizza le conseguenze già visibili – o soltanto ipotizzabili – di tali cambiamenti, attraverso un lavoro empirico che ha condotto l’equipe di ricerca a esplorare la presenza on line delle principali testate e, specificamente per il caso italiano, a visitare alcune redazioni giornalistiche, da più tempo interessate a tali informazioni. Nel volume si descrive il passaggio dalla monomedialità alla “crossmedialità convergente”: una transizione ancora in corso, e spesso soltanto accennata nelle redazioni dove, in realtà, la pratica professionale è ancora connotata dalla prevalenza di un mero “assemblaggio” e/o giustapposizione on line di formati provenienti da media differenti (multimedialità).La crossmedialità, invece, fa riferimento alla contemporaneità dell’impegno giornalistico nell’ideazione, realizzazione, promozione e distribuzione su più media e canali comunicativi di una notizia. La crossmedialità costringe dunque a ripensare:
a) l’architettura e l’organizzazione della produzione delle notizie;
b) i contenuti realizzati e diffusi dalle redazioni giornalistiche on line e le conseguenti logiche distributive e di consumo;
c) la professionalità necessaria per far fronte alle nuove domande indotte e prodotte dal mercato e dalla società.
Soprattutto grazie a uno sviluppo tecnologico intensificatosi negli ultimi anni, oggi le informazioni possono essere consumate mentre sono prodotte. Nel momento in cui i fatti accadono si realizza la produzione giornalistica che, nello stesso momento, è fruita dal pubblico. Si definisce così un superamento spaziotemporale che richiede al giornalismo nuove competenze, basate su un sapere composito. Infatti, la maggiore “densità” della società, resa più complessa dalla moltiplicazione di attori sociali che la abitano e dalla crescita delle competenze comunicative da essi possedute, necessita di un giornalismo che sia consapevole di una sua rinnovata centralità sociale. Una centralità basata sulla capacità di riflettere e di comprendere una realtà che si caratterizza per l’enorme quantità di pratiche sociali e di conseguenti flussi informativi che la innervano. Al giornalismo spetta ancora il compito di dare senso a tali flussi informativi, affinché tutti possiamo meglio muoverci all’interno di una società cosmopolita.

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

02/06/2010

Fenomenologia del carrello delle carni

di Enrico Bianda, alle 01:01

[Sono andato a controllare, ché mi divertiva l’idea di questo pezzo lento, anzi lentissimo: risolto in due movimenti blog distanti quasi due anni. Il pezzo è di settembre 2008. Mai pubblicato. Perché a Enrico dicevo – inforcando un simbolico monocolo in punta di puntiglio – essere fallante di necessaria documentazione fotografica (sapendo bene di colpirlo nel debole di una attitudine reflex che per molto non s’è piegata a macchinette più portatili). Poi, qualche giorno fa, mi arrivano le foto – Enrico era tornato in quel ristorante di Bologna, e il cerchio foto-carnivoro si è infine chiuso. Bòn (apetìt e letùr). as]

Devi riuscirgli simpatico. All’inizio, subito. Se sei li, tra le righe, è perché ci stanno i carrelli. Poi lui, il cameriere, alto, anzi allungato, incuneato, capelli all’indietro, gel e sguardo nervoso, blocchetto in mano, scattante nei gesti; lui viene e ti chiede lo stesso che vuoi.

(Mettendomi alla prova) Di primo prende qualcosa? Glielo chiedo ma sappia che ci vuole un po’ di tempo…
– No, pensavo a un secondo.
(Ancora un po’ dubbioso) Hocapitomoltobene.
(Intimorito) Ehm, gli arrosti?
(Annuisce compiaciuto) Il carrello… Ottima scelta. Lei non è nuovo, mi pareva, conosce il postomoltobene.
(Impetuoso, esiste solo una risposta) Da bere?
– Un bicchiere di vino rosso?
– E’ a consumo le porto la bottiglia e lei beve poi paga quanto ha bevuto.
– E una bottiglia d’acqua.

Carrello dei bolliti. La prima apparizione. Foto di Enrico Bianda
Carrello dei bolliti. La prima apparizione. Foto di Enrico Bianda

Fa per scomparire dietro una tenda di trucioli ma si ferma a metà.

– L’acqua fredda o a temperatura ambiente? E’ importante!

Resta in ascolto una frazione di secondo, con la testa protesa verso la cucina. Con la coda dell’occhio mi tiene bloccato nella decisione.

– Temperatura ambiente.
РBene. E comunque ̬ fresca anche lei.

Non ero nuovo, è vero. Mi ci aveva portato lo scorso anno Franco Farinelli, un professore di geografia che insegna a Bologna. “Bianda ti porto in un vero ristorante bolognese, da Bertino”. Lo avevo incontrato per una intervista – e mi aveva raccontato di quando la geografia era il sapere del mondo: da Kant (che era prima un geografo) a nomi che strepitano solo a pronunciarli, Anassimandro per esempio.

Il ristorante si rivela uno di quei posti magici fatti solo per mangiare. Il resto chissene. I tavoli sono messi un po’ a caso, ci sono tovaglie bianche spesse, tovaglioli bianchi, sedie impagliate con gambe cilindriche solide e pesanti, pareti piene di fotografie e ritagli di giornale. L’odore è pesante, di brodo arrosto lesso sugo e fritto. I camerieri danzano un po’ pesantemente tra i tavoli trascinandosi dietro due carrelli, supervisionati da un’anziana signora con gli occhi tristi, e l’abito sgargiante.

Il carrello dei bolliti. Doppio come il tandem. Foto di Enrico Bianda
Il carrello dei bolliti. Doppio come il tandem. Foto di Enrico Bianda

Ho scelto gli arrosti misti. Mi piace guardare il carrello, e il cameriere che traffica con coltello e cucchiaio tra le carni. Quella del carrello è una fenomenologia complessa. C’è un preludio di sottointesi e di accordi informali: di non detto e sottaciuto. C’è un rapporto strano che si instaura tra cliente e cameriere. Si parla, ci si orienta, ma non è proprio una negoziazione: i coltelli in mano ce li ha lui, e sporziona lui.

E’ una sintassi complessa che impone rispetto e passa attraverso un rapido apprendistato. Una sintassi che si fonda su un’ipotesi gastronomica spogliata della sua funzione scenografica, che non vuole piatti quadrati e bave di aceto balsamico, e nemmeno mousse tortini sformati lettini.

Il carrello dei bolliti. Il taglio. Foto di Enrico Bianda
Il carrello dei bolliti. Il taglio. Foto di Enrico Bianda

Il carrello è senza sovrastrutture. Risponde ad un’organizzazione del lavoro industriale, manufatto e lavoratore e consumatore. Il carrello è una fabbrica fordista in miniatura. Acciaio e carne.

Nella vasca di sugo del carrello degli arrosti sguazzano: capocollo di maiale, galantina di coniglio, arista, vitella, prosciutto di Praga arrosto, faraona. Nel sugo uniti, umidi. E poi i contorni, patate, frittelle di zucca e mele, sformato di patate e piselli e pomodori con cipolla. E sugo. Alla fine con il cucchiaio sul vassoietto.

Il risultato finale. Foto di Enrico Bianda
Il risultato finale. Foto di Enrico Bianda

Una delizia, pensi, guardando il cameriere fermarsi con il carrello in mezzo – tra la cucina e te.

29/05/2010

Sesso, bugie e videomucchi. Intervista a Catalano (e Makkox e HM e altri).

di Antonio Sofi, alle 11:41

Per il sito del Canemucco (ne ho scritto paterno su Webgol qualche settimana fa – però se vuoi sapere cosa è, clicca qui) ci stiamo divertendo a produrre dei videini di interviste agli autori.

L’ultima in ordine di tempo – ma anche come pretesto per segnalar le altre: c’è quella a Makkox in persona che spiega le storie e gli spiegoni, quella doppia a Roberto Recchioni e Laura Scarpa e quella suppelletta a Hotel Messico e Manlio3 – è un’intervista a Guido Catalano, amatissimo poeta e anch’esso autore canemucco. Risciacquando il tramonto sull’Arno ci son poesie interrotte e proprio perché tali d’amòr, e il senso dell’invasiòn dei personaggi indigesti, una partita a scopone con Dio e il Cocciantone (di cui è tutta la colpa di tutto).

L’albetto mensile (che ha una storia lunga di Makkox, e poi eterogenei penne e pennelli a completare lo show, e che forse, il primo numero, ancora per qualche giorno trovate in edicola) è anche acquistabile direttamente dal sito e senza spese di spedizioni – come abbonamento o singolo numero.