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L’homophilia ci rende stupidi. Ammesso non lo fossimo già.

Ha iniziato le danze del dagli-a-internet Nicholas Carr qualche settimana fa su Atlantic.com (uno dei magazine più goduriosi del globo terracqueo). Il titolo era oggettivamente paraculo (“Is Google Making Us Stupid“), il contenuto no.

Ehi, cosa diavolo mi sta succedendo?

Al contrario di altri oziosi bastiancontrari digitali, di moda in questi ultimi tempi rinculanti, Carr veste i panni di super-utente della Rete e si domanda, del tutto legittimamente: «ehi, un attimo, cosa sta cambiando nel MIO modo di leggere il mondo che mi circonda? Di pensare, di informarmi, di relazionarmi con gli altri?».

E ancora (traduco e semplifico io): «Sono più di dieci anni ormai che io passo un sacco di tempo online: navigo, uso i motori di ricerca, uso la Rete in maniera evoluta e intensiva. Come questo mi sta cambiando, o mi ha già cambiato?».

Illustrazione di Guy Billot, da The Atlantic
Illustrazione di Guy Billot. Fonte: http://www.theatlantic.com/doc/200807/google

Le domande sono più che legittime. Le possibilità che siano fraintese altissime (vedi reazioni in ritardo, in pieno esprit d’escalier, dei media tradizionali via Mantellini – ma vedi anche le semplificazioni di molta blogosfera). Le risposte mai meno che sistemiche (giocoforza) e complicatissime.

Repubblica.it commenta l'articolo di Carr
Repubblica.it commenta l'articolo di Carr. Via http://www.mantellini.it

La verità è che tendiamo a sovrastimare l’influenza dei media a breve termine e a sottostimarla a lungo termine. E questo vale anche per Internet, ammesso e non concesso sia un media comparabile agli altri finora dominanti.

Prova a leggere un libro e contiamo dopo quanti secondi vuoi cliccare qualcosa

Carr fa un esempio semplice semplice. Leggere un libro. Dall’inizio alla fine. Senza distrarsi. Per Carr (ma mi ci metto anche io) ormai una esperienza quasi frustrante: “Non riesco a concentrarmi per più di due o tre pagine. Se insisto inizio a stare sulle spine, perdo il filo e inizio a guardarmi intorno in cerca di qualcos’altro da fare” più o meno contemporamente o nel frattempo.

I’m not thinking the way I used to think. I can feel it most strongly when I’m reading. Immersing myself in a book or a lengthy article used to be easy. My mind would get caught up in the narrative or the turns of the argument, and I’d spend hours strolling through long stretches of prose. That’s rarely the case anymore. Now my concentration often starts to drift after two or three pages. I get fidgety, lose the thread, begin looking for something else to do. I feel as if I’m always dragging my wayward brain back to the text. The deep reading that used to come naturally has become a struggle.

Ma poi Carr va oltre. Infoscando ancora di più le tinte di un futuro in cui, in una sorta di passaggio di testimone tra media sempre più onnivori, arriveremo a delegare ad altri o ad altro la nostra capacità di capire e interpretare il mondo che ci circonda – rendendo di fatto la nostra limitata intelligenza una intelligenza potentissima ma artificiale.

L’homophilia (no non è quello che pensate voi)

Il punto di Carr popolarizza altre e più sostanziose discussioni (che in parte lo stesso Carr cita) sugli effetti cognitivi e sociali di 15 anni digitali – non tutte peraltro così pessimistiche. E ad un certo punto incontro il fiumiciattolo della discussione sulla cosiddetta homophily, un concetto coniato più di 50 anni fa da una coppia storica, i Gianni e Pinotto della sociologia dei media, Lazarsfeld e Merton. Il concetto, inizialmente usato per spiegare alcune dinamiche dei processi amicali (la tendenza a diventare amici di persone che sono o la pensano come te), è stato esteso a tutti i possibili network sociali e a tutte le possibili relazioni – al grido di “Similarity breeds connection” (leggi il saggio “Birds of a Feather: Homophily in Social Networks“).

Insomma il senso è chiaro: hai mai notato come tutti quelli che conosci e frequenti la pensano più o meno come te? Ebbene sei un po’ “homophiliaco” pure tu.

Da qui, il passaggio all’homophily all’interno dei network digitali è una breccia di Porta Pia dopo il passaggio dei bersaglieri. Il concetto arriva tra le mani di uno che la testolina e i link sa come farli girare, quel Ethan Zuckerman fondatore di Global Voices, che a sua volta tira su dalle tenebre dei velocissimi tempi della Rete un bel pezzo (di due anni fa) di Nat Thorkington chiamato Homophily in Social Software.

L’homophily ci rende stupidi?

E’ davvero bravo a sintetizzare tutto questo po’ po’ di roba Andrea Dambrosio oggi su D La Repubblica delle Donne, con un pezzo il cui titolo è una citazione a quello di Carr (“Se l’homophily ci rende stupidi”) e il sommario recita

«Credevamo che Internet ci rendesse liberi di conoscere praticamente tutto. Salvo scoprire che ricadiamo sempre nello stesso tranello: scegliamo quello che ci piace perché ci somiglia».

Se l'homophily ci rende stupidi, D La Repubblica delle Donne, 2 Agosto 2008
Se l'homophily ci rende stupidi, D La Repubblica delle Donne, 2 Agosto 2008

Chi si somiglia si piglia, anche online? La più straordinaria forza della Rete (che è esattamente quella di metterti a portata di mano e di mouse persone che hanno interessi e passioni a te affini, senza curarsi di tempi e spazi differenti, di distanze e fusi orari) può diventare anche la sua più ambigua debolezza?
Non abbiamo nemmeno fatto un passo fuori dalla casa di Mamma Tv, che ci voleva audience indifferenziata e poltroniera, e già tutta questa libertà di sceglierci in piena autonomia i compagni di strada – fonti, contenuti, persone – non va più bene?

Intervistati sull’argomento Giuseppe Granieri, Giovanni Boccia Artieri e il sottoscritto. Provo a sintetizzare (e prendo pezzetti di virgolettati). Se pure c’è una tendenza all’homophilia in Rete, i network digitali mantengono comunque la possibilità dell’esposizione al nuovo, e all’alterità. A quella serendipity, che è di fatto il contrario dell’homophilia: la capacità di fare scoperte fortunate e non attese, grazie a orecchie aperte e mente preparata.

Online peraltro partecipiamo a diverse comunità che non sono monolitiche, e mai completamente autosufficienti e chiuse a stimoli esterni. Basta un link e pof – sei subito da un’altra parte, in un altro mondo.
(Pof non c’è nell’articolo)

Per finire. Cesare Pavese già sapeva.

Concludo con una citazione da Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, che oggi girava per i tumblr italiani

«Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi».