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27/03/2011

M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

di Antonio Sofi, alle 19:49

Per Paolo “Rummo” Rumiz, io ed Enrico Bianda, abbiamo una passioncella atavica, che abbiamo nutrito in tutti questi anni di Webgol.it con costanza saltuaria, scombinata e sorridente – seguendo i suoi reportage estivi, evocandolo come maestro quando abbiamo provato a immaginare giornalismi diversi, che s’arrotolavano intorno a idee nuove e spirose di approfondimento narrativo e digitale.

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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

In questo ebook dal titolo “M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico“, estratto e editato da un saggio più articolato e in occasione dell’insegnamento di Teorie e pratica del giornalismo a Scienze Politiche all’Università di Firenze, Enrico Bianda mette in fila alcune riflessioni sul giornalismo di Paolo Rumiz: un nuovo feuilleton giornalistico, un nè-nè (reportage o inchiesta) di zigrino dalla pelle cotognesca.

M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare
M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare

Indice

Sommario
Prefazione
La Cotogna Picaresca
Né Reportage Né Inchiesta
Il Processo Produttivo
La Dimensione Narrativa
Testimonianza e Fabulazione
Il Valore Epico del Viaggio
Identità Culturali
In Forma di Conclusione e di Confessione
Note al Testo

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Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

Introduzione di Enrico Bianda

Una parte dell’introduzione di Enrico Bianda…

Raccontare dunque, in modo molto sbrigativo, può essere assimilato a una funzione primordiale, fisiologica: a un bisogno fondamentale per la sopravvivenza. Anche soli al mondo, tradurremmo la realtà in un pensiero narrativo interiore: ricostruiremmo il mondo che ci circonda, ipotizzando un interlocutore.
Nel 1831 Balzac scrive un racconto, quasi una novella morale, interpretata da alcuni anche come un dispositivo narrativo. La trama è semplice. Un giovane ambizioso è spinto al suicidio dalla miseria, dal gioco d’azzardo e da una passione infelice. Dopo aver speso i suoi ultimi denari alla roulette si ritrova in una bottega d’antiquario. Il negoziante gli offre in dono un antico talismano, una pelle di zigrino, che ha la capacità di esaudire ogni suo desiderio. La pelle però ha un potere: si restringe ogni volta che viene esaudito un desiderio, accorciando l’esistenza del giovane. Dopo un primo momento di esaltazione, Raphael, il protagonista, si rende conto del potere distruttivo del talismano e delle sue nefaste conseguenze.
La novella mette in scena l’alternativa che gli uomini hanno sempre e comunque di fronte: una vita lunga ma tetra o una vita intensa ma breve.
Questo racconto di Balzac è una metafora del meccanismo compulsivo e fisiologico del narrare. Ossia che, malgrado tutto, saremo sempre portati a stabilire, con altri da noi, una relazione a carattere narrativo, un legame basato su di una narrazione. Costi quel che costi, ci dice Balzac.
Tra le tante interpretazioni della novella non manca quella freudiana. Se l’amuleto di Raphael – la pelle di zigrino – si restringe ad ogni desiderio soddisfatto, Freud lo assimila al pene post-coitale, che si restringe dopo il necessario inturgidimento. Soddisfatto il bisogno riproduttivo, concluso l’atto sessuale, il membro maschile si ritira. Il bisogno è stato calmato, il sesso è una necessità fisiologica, così come il narrare, sembra suggerirci Freud. Narrare e riprodursi: due bisogni primari dell’uomo. Con conseguenze che turbano l’equilibrio dell’individuo.
L’ho presa da lontano. Che c’entrano Rumiz e Freud? Balzac e il reportage?


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Grazie di cuore a Dario Agosta per il progetto grafico e l’impaginazione.

05/07/2010

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Un ebook d’intorto e agratisse.

di Antonio Sofi, alle 18:25

Dagli 883 a Frank Zappa, il rock compresso in una frase d’intorto. Una intera discografia sintetizza in 385 battute che precedono, accompagnano o seguono (spesso da lontano) l’approccio amoroso.

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Clicca per scaricare
Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso).
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Spesso su friendfeed (o altrove: basta che ci siano un po’ di gente in circolo e connessione) spuntano piccole grandi idee che sono come fuochi d’artificio: brillano d’umorismo e divertita intelligenza, scoppiano tra gli ohhh di chi legge e poi finiscono nel giro di qualche giorno. Quando ho letto il thread sulla musica per chi ha fretta, iniziato da Ermanno aka Numero 6 (e nell’introduzione lui spiega meglio tutt’e cose), con gli interventi di molti altri utenti del socialcoso, mi è venuta subito voglia di raccogliere quelle frasi, ordinarle per bene emancipandole dall flusso sequenziale del social network e metterle in un ebook dal formato tradizionale – per salvarle e conservarle e diffonderle.

Ci abbiamo messo un po’, tra l’ordinamento stile winamp ’99 e un editing che ha privilegiato solo quelle frasi dalla sfumatura “sessuale”. Ma (grazie a Ermanno, a Emanuela che ha fatto le copertine, a Dario che ha curato la grafica, a Marta, Antonio e Cristiana che hanno dato mano e consigli) è venuto fuori un librino divertente, credo, con tutte le sue cosine al posto giusto – che se siete proprio fighi si lascia ben leggere anche su Kindle e analoghi ebook reader o addirittura (non abbiamo provato) su iPad.

SCARICA IL PDF (416 kb): La musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso), da un thread di Numero 6 su friendfeed

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Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

L’introduzione di Numero 6

Le cose migliori vengono sempre fuori in pausa pranzo, quella cosa da impiegati, quella che è ben più di un’ora dedicata al nutrimento sancita da un contratto nazionale.
È rigida, ricorsiva, e diventa parte della vita, come lavarsi i denti o pagare le bollette.
Un pezzo di vita che viene quasi sempre dedicato a ironizzare su qualche superiore, a parlare di campionato o di colleghe nuove, o talvolta a restare soli con un pezzo di pizza.

E proprio durante una pausa pranzo, forse a causa di un collega che parlava di progetti o business plan, comincia a girarmi in testa una frase: “plans that either come to naught, or half a page of scribbled lines”

Non dovreste neanche cercare con Google, è un pezzo di una canzone strafamosa di un gruppo strafamoso, Time dei Pink Floyd.
Time parla del tempo come implacabile giudice che emette sempre la stessa sentenza, che rende del tutto vani i tentativi di dare una parvenza di senso alla vita.
Non fosse scritta in inglese potrebbe essere di Leopardi, fatica e sudore che tanto alla fine vengono ricompensati con la morte, e allora chi te lo fa fare?

Diversamente da come potrebbe sembrare non passo la pausa pranzo al dipartimento di filologia romanza, e questa cosa di Leopardi mi è venuta in mente ora.
Lì per lì ho solo pensato che i Floyd erano veramente pessimisti; in tutta la loro opera non c’è via di scampo, se va male sei un fallito, se va bene diventi un pazzo nazista.
Di fronte a un intervistatore che dicesse “Ma insomma, alla fine voi chi siete?” loro direbbero “Lasci perdere, è tutto inutile”.

Nel viaggio di ritorno dalla tavola calda mi viene in mente di sintetizzare tutto così, una carriera artistica in una sola frase, una risposta secca alla domanda dell’intervistatore, possibilmente con roba che conosco a memoria.

“Ma insomma, voi Radiohead chi siete?” “No, tanto non te la dà”.
Non sarebbe giusto per i nostri oxfordiani, forse più adeguato un “lei è troppo bella per me”, che però sarebbe troppo lagnoso, qui ci vuole sostanza, e la sostanza è che alla fine non si rimedia.

“Ma insomma, voi Smiths chi siete?” “Hai sentito i Radiohead? Ecco, e sei pure disoccupato”.
E sì, perché gli Smiths non stavano lì a parlare di sfortune sentimentali, ma di emigrazione dal nord povero, di sussidio di disoccupazione, di ricchi che fanno quel che vogliono.
Stai sempre a pensare all’amato bene? Per quello ti bastava Carmen Consoli. Caro mio, qui non sai manco se domani metti qualcosa sotto i denti.

A questo punto ho la tripletta, perché una tripletta è sempre necessaria, la metto su Friendfeed e resto lì a vedere cosa si inventano i miei lettori.

Sarebbe poco dire che tutto quello che è avvenuto dopo non me lo sarei immaginato neanche se avessi ingerito quattro etti di LSD.
Decine e decine di persone cominciano a replicare ma, siccome la loro testa è diversa dalla mia, interpretano tutto non come sintesi estrema dell’opera degli artisti che citano, ma come il loro approccio immaginario a una ben specifica risorsa.

Quale risorsa? È facile, diciamo la parte introduttiva dell’apparato che serve a fare i bambini, quella cosa che è soggetto anche se è solo complemento: “la”, e altro non serve specificare.

Cosa leggerete qui?
Che il rock alla fine è sentito da quasi tutti come inno a una certa conquista, come quando i cavernicoli dipingevano il bisonte sperando di acchiapparlo.
Meglio ancora, tutta l’arte è un po’ un inno a quella cosa là.
Anzi, facciamo tutta la storia del mondo.

Numero 6

P.s.: il thread incriminato è a questo indirizzo http://friendfeed.com/numero6/68c415fe/rock-per-chi-ha-fretta-radiohead-tanto-non-te-la. Di seguito ci sono quasi tutte le frasi, tranne quelle che siamo scemi noi e non le abbiamo capite (o non erano legate direttamente al sesso). L’elenco con tanto di virgole e cognome-nome è stato volutamente formattato con effetto Winamp ’99.

14/06/2010

La Toscana che voglio, chi la vuole diversa o così. Un ebook da scaricare.

di Antonio Sofi, alle 15:03

Il terzo ebook di Webgol Network Edizioni ̬ una selezione ragionata e divertita da un progetto web realizzato per la campagna online di Enrico Rossi alla presidenza della Toscana Рche ho coordinato fino allo scorso aprile.

Il sito in questione è La Toscana che Voglio, e avevo voglia di mettere un punto fermo e pubblico a questa esperienza, che è stata utile, divertente e credo con punti di originalità. L’ebook si può scaricare gratuitamente in pdf. Per maggiori informazioni, in basso la mia introduzione – ma il libretto credo sia piacevole a leggersi anche senza troppi giri di parole.

Grazie a Dario Agosta per grafica e impaginazione e ad Antonio Rettura, Cristiana Fanti e Carlo Benucci per redazione coviana e entusiasmo.

L’introduzione

“Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che voglio prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie” – scriveva il mio amico Sergio Maistrello qualche mese fa, in un post dal titolo “La politica che vorrei, ora“. La Toscana che voglio nasce come un pezzo del puzzle della campagna online di Enrico Rossi alla
presidenza della Toscana. L’idea è quella di sperimentare un metodo: di allenare le orecchie al politico ascolto e al confronto online con le idee di chi (dal basso – ma è un termine che ha una eccezione valutativa che
mi piace sempre meno) ha voglia di esprimerle.

La Toscana che voglio è un esperimento collaborativo di costruzione dell’agenda politica. E’ immaginazione politica messa in circolo e condivisa , senza intenti propagandistici o auto-consolatori: è la Toscana che si ha nel cuore, nella memoria, davanti agli occhi tutti i giorni. Tutti possono pubblicare un proprio post, e votando i post degli altri far emergere le frasi più interessanti.

Frasi tenute insieme da uno spirito toscanissimo che, al di là dei numeri assoluti (ma decina di migliaia sono stati voti e contatti), racconta di una voglia di esserci e partecipare. Il progetto, durante la campagna, prevedeva anche una serie di video-interviste a personaggi più o meno famosi e un profilo Facebook usato a mo’ di rastrello, come collettore di contributi “esterni”. Una parte dei post pubblicati sono entrati in dentro le maglie del programma di Enrico Rossi: nel magazine distribuito in 500 mila copie in tutto il territorio toscano e, con un’eco avvertibile, dentro il programma di governo.

Le pagine che seguono raccolgono parte dei post pubblicati nel sito da febbraio 2010: 272 frasi divise in 42 categorie, dagli “Aulici” ai “Turisti” passando per i “Figli dei fiori” e gli “Strilloni” (questi ultimi, lo ammetto, i miei preferiti). 272 interventi diversi colorati arrabbiati incasinati divertenti e poetici: un mondo intero racchiuso tra 350 caratteri (è il limite massimo previsto: per dar più evidenza e per amor di sintesi).

Le pagine che seguono dicono anche due cose minime: una alla Toscana e una alla politica. La Toscana che esce fuori da questo parzialissimo ritratto è una regione bloccata a metà. Ferma a guardarsi l’ombelico, indecisa tra l’ottimismo più commovente e il pessimismo più cupo – che sembra aver bisogno di credere davvero in un’idea di futuro, quale che sia. Alla politica, questo piccolo pezzo di Toscana che si è accorta del “giochino” e vi ha generosamente partecipato, ha voluto dire che se gli spazi ci sono e l’intenzione è sincera il confronto può essere davvero produttivo (e anche un po’ divertente).

Con le parole di Sergio Maistrello: “[La Toscana che voglio] tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le
banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità  e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?”

Appunto. Non mi resta che augurarvi buona lettura.
Antonio Sofi

04/05/2010

Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto

di Antonio Sofi, alle 10:09

Sono stato la prima volta a L’Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte – da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell’Abruzzo. Gente dei “comitati”, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all’unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (parte 1 e parte 2) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da più di 40 artisti aquilani, Domà (spettacolare parodia di quella di Jovanotti & Friends imposta dall’alto delle stelle gentili). Non c’era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c’è uno striscione che recita: “Riprendiamoci la città“.
Glielo auguro di cuore.

Storie d’oro e di fango. Valeria Gentile tra l’Abruzzo e il Vaticano

Questo ebook (scaricabile in pdf, 16 mega), della giovane reporter Valeria Gentile è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po’ dimenticato, perché spesso si dimenticano le cose che fanno male e perché raccontata all’esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E’ un racconto militante e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede…

SCARICA: Storie d’oro e di fango (pdf, 16 mega ca)

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L’introduzione

Di seguito la mia perdibile introduzione

Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità.

Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli?

Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualità vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono – e diventa inevitabilmente predica.

Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.

“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta.

In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso – incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.

Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “Altri Occhi” (vincitrice anche di una edizione di Bloglab, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni).

Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterà impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai.

Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).

Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei.

Buona lettura.
Antonio Sofi

23/12/2009

Ebook fotografico dall’India. Lo sguardo ondavè, a mezz’aria.

di Antonio Sofi, alle 16:43

E’ il Natale dei libri elettronici – e questa cosa non mi può che far felice.
(Ovviamente più per la parola “libri” che per quella “elettronici” – considerazione che è un po’ la figlioccia un po’ bastarda e retroversa di quel consiglio ormai proverbiale sul giornalismo e i newspaper che verranno: che vorrebbe una maggiore attenzione alla parola “news” più che a quella “paper”).

E sono appunto contento che siamo dentro l’onda di piccoli grandi editori come Simplicissimus (prima di altri sul pezzo) e Apogeo che stanno investendo su e di amici che hanno avuto la stessa idea e stanno pubblicando in queste ore ebook-strenne, ciccia per letture vacanziere: dal PslA di cui abbiamo scritto all’astronomico Keplero, dalle frasi storiche di Buoso al neodistruzionista Eio.

Ondavè, ebook fotografico su India e dintorni

Ondave, di Bianda e Ladu Qui accanto c’è l’ebook che abbiamo pensato con Enrico Bianda, storico socio – come strenna natalizia per i lettori di Webgol e come primo di una serie dedicata ad altri simili racconti che hanno trovato spazio in questi anni (sono quasi sette) di vita del blog che state leggendo.

Qui accanto, scaricabile in pdf (in mancanza di meglio, decentemente visualizzato sia su ebook reader che su smartphone) c’è Ondavè – racconto fotografico su India e dintorni.

SCARICA: PDF, 4,2 mega circa.

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Prefazione

Di seguito la mia perdibile prefazione (giusto perché mi diverte il genere)

Questo non è un libro sull’India.
La divinazione ieromantica di un paese che è la pancia del mondo, che esibisce pornografico viscere retroverse (morbide dentro, ruvide fuori), è una scelta rischiosa – più o meno quanto quella di calzare gli infradito tra le strade di Calcutta.
Questo non è nemmeno un libro su chi vive in India.
Nelle pagine che seguono le persone scorrono veloci come comparse dietro il finestrino sgangherato degli Apecar, dentro città mantici dal respiro affannoso.
Questo è un libro che non sta nell’alto di cieli macro-economici (da cui tutto è inevitabile formicaio) né rasoterra, dall’inutilissimo basso del coinvolgimento indulgente e amuchino.
Se devo dire, tra le tante cose, cosa davvero mi è piaciuto delle pagine che seguono, scritte da Enrico Bianda e fotografate da Manuela Ladu, è proprio questo sguardo a mezz’aria, uno sguardo ondavè: on the way – in cammino. In equilibrio fromboliere tra il ricordo lattiginoso e non sequenziale dei risvegli post-sbronza e la potenza impietosa e senza scampo delle immagini.