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	<title>Webgol, a cura di Antonio Sofi &#187; Tempo (perso?)</title>
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	<description>Web, politica, giornalismo</description>
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		<title>Squillini di ritorno</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Oct 2006 18:14:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcune reazioni al piccolo case study sulla doppia vita di un articolo sugli squillini, in ordine (più o meno) cronologico e giusto per tenerne traccia e senso (prossima settimana, giuro, passiamo ad altro). - Il bravissimo Federico &#8220;Kurai&#8221; Fasce, posta slide e riflessioni su blog e capitale sociale, facendo ottimi link con il pensiero di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune reazioni al piccolo case study <a href="http://www.webgol.it/2006/10/03/un-articolo-due-vite-cinque-punti-otto-squillini/">sulla doppia vita di un articolo sugli squillini</a>, in ordine (più o meno) cronologico e giusto per tenerne traccia e senso (prossima settimana, giuro, passiamo ad altro).<br />
<span id="more-713"></span><br />
- Il bravissimo <strong>Federico &#8220;Kurai&#8221; Fasce</strong>, posta <a href="http://kurai.blogsome.com/2006/10/01/slidecast/">slide e riflessioni su blog e capitale sociale</a>, facendo ottimi <em>link </em>con il pensiero di Putnam, tra bonding e bridging, Macher e Schmoozer. Non è uno scioglilingua ma un quadro generale a mio parere molto fecondo sulle logiche di rete, che lo porterà sperabilmente a definire un nuovo standard unico e globale e definitivo del blogroll (che per <a href="http://www.andreabeggi.net/2006/09/30/ottimizzare-wordpress-per-google/">Andrea Beggi</a> &#8211; ma non per <a href="http://blog.tambuweb.it/">Tambu</a> nei commenti &#8211; va tolto per far piacer WordPress a mamma Google). Logiche blogroll che &#8211; ho già detto nei suoi commenti, giusto per rendere l&#8217;impegno ancora più responsabilizzante &#8211; seguirò alla lettera. Ci mette di mezzo anche gli squillini, scrivendo:</p>
<blockquote><p>Portare ciò che scrivo all’attenzione di altri lettori infatti non fa altro che aumentare la possibilità che nascano nuovi legami, e in ultima analisi si rivela un potente sistema per generare bridging.</p></blockquote>
<p>- <strong>Stephen </strong>di <a href="http://senzavolto.blogspot.com">Senza Volto</a> ne fa una sintesi perfetta, da abstract scientifico, con un bel titolo (migliore del mio) &#8220;<a href="http://senzavolto.blogspot.com/2006/10/vita-morte-e-miracoli-di-un-articolo.html">Vita, morte e miracoli di un articolo</a>&#8221; (aggiugerei &#8220;sugli squillini&#8221;).</p>
<p>- <strong>Carlo Annese</strong>, sul bel <a href="http://quasirete.gazzetta.it/">QuasiRete</a> (unico ma godurioso blog della <a href="http://www.gazzetta.it">Gazzetta dello Sport</a>), scrive (in riferimento ad <a href="http://quasirete.gazzetta.it/post/9453740">una chiacchierata con Crialese</a>, uscita sulla Rosea e ripubblicata sul blog, appunto)</p>
<blockquote><p>Il confronto tra i numeri dei lettori dell&#8217;uno e dell&#8217;altra non è nemmeno lontanamente proponibile, ma è il mezzo che cambia, garantendo un&#8217;interattività più diretta: io scrivo, tu commenti, lui o lei rilancia, io ci penso su, e così via. Quello su cui Antonio Sofi ha riflettuto intervenendo a Milano qualche giorno fa a un incontro di cervelli tecnologico-bloggistici. Con questi risultati, che mi sembrano non solo interessanti, ma anche molto confortanti.
</p></blockquote>
<p>- Per <a href="http://svaroschi.blogspot.com/2006/10/community-fair-linformazione-e-i.html">Antonella Napolitano</a>, i lettori non sono (sempre) esigenti. Eppure forse, poi, ammette, non lo sono perchè non sono abituati ad esserlo dalle logiche &#8220;strutturali&#8221; di alcuni media (non internet, si capiva?). In realtà, il punto è il senso di appartenenza ad una comunità di consumo culturale, che tutti i media generano. Chi più chi meno. La radio, certo: ma anche la tv e la stampa. Parla anche di &#8220;<strong>community fair</strong>&#8220;, termine che mi piace, proprio per descrivere questa (si può dire?) voglia di nuove comunità/stili di vita.</p>
<p>Infine due post scritti in portoghese, lingua che purtroppo non mastico abbastanza per coglierne le sfumature.</p>
<p>- <a href="http://remixnarrativo.blogspot.com"><strong>Pollyana Ferrari</strong></a>, in un post dal titolo <a href="http://remixnarrativo.blogspot.com/2006/10/cdigos-combinados.html">Códigos combinados</a>, segnala le mie 5 conclusioni (che peraltro in portoghese suonano molto molto meglio: A discussão/interação não é função direta da difusão).</p>
<p>- Infine, in <a href="http://gjol.blogspot.com/">Jornalismo e Internet</a>, blog collettivo brasiliano dal tema self-evident, <strong>Marco Palacios</strong> dedica al caso un gran bel post dal titolo: <a href="http://gjol.blogspot.com/2006/10/fenomenologia-do-toque-ou-como-se.html">Fenomenologia do Toque ou como se difundem as idéias no papel e na web</a>. La prima cosa che ho pensato è che, beh, allora lo squillino esiste anche lì &#8211; visto che c&#8217;è una parola per descriverlo: &#8220;toque&#8221;, appunto. La seconda cosa è che è un esempio di splendida sintesi. La terza è derivata da questo passaggio, davvero illuminante, che spero di aver ben capito:</p>
<blockquote><p>Esta postagem agora em nosso Blog, reforça ainda mais o argumento de Sofi. Dificilmente o assunto teria chegado até aqui via Il Firenze&#8230;</p></blockquote>
<p>In effetti, sì, difficilmente sarebbe arrivato fin lì, dall&#8217;altra parte del mondo. </p>
<p>Continuo a pensare che sia necessario fare maggiori sforzi nel <em>bridging </em>translinguistico.<br />
Ovvero come portare le cose da un mondo all&#8217;altro, da una lingua all&#8217;altra. Ad una persona che sta dall&#8217;altra parte del mondo, parla un&#8217;altra lingua e sarebbe interessata, toh!, proprio a quel pezzetto di contenuto. </p>
<p>Gli squillini purtroppo, questa volta, non servono. I blog, forse.</p>
<p>[tags]squillini, blog, giornalismo, feedback, bridging[/tags]</p>
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		<title>Un articolo, due vite, cinque punti, otto squillini</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Oct 2006 06:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
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		<description><![CDATA[Foto di Vanz Non potendo ignorare una esplicita richiesta di Gaspar Torriero (temo le magnifiche arti dello Zhang Zhuang), pubblico qui l&#8217;intervento discusso (letteralmente) al BzaarCamp di ieri a Milano (bello, bello: un format assai fecondo, da ripetere al più presto, magari una due giorni in un agriturismo &#8211; mi fido di Mafe che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2"><a href="http://www.flickr.com/photos/vanz/256756912/">Foto</a> di <a href="http://www.flickr.com/photos/vanz">Vanz</a></font><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/vanz/256756912/"><img src="http://static.flickr.com/75/256756912_b524db7165_m.jpg" alt="Juggling al BzaarCamp, foto di Vanz" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>Non potendo ignorare una <a href="http://www.gaspartorriero.it/blogarchive/2006_09_24_archive.html#115965031693327112">esplicita richiesta</a> di Gaspar Torriero (temo le magnifiche arti dello Zhang Zhuang), pubblico <a href="http://www.webgol.it/pdf/antonio_sofi_bzaarcamp_sett2006_case_study_squillini.pdf">qui</a> l&#8217;intervento discusso (letteralmente) al <a href="http://barcamp.org/BzaarCamp">BzaarCamp</a> di ieri a Milano (bello, bello: un format assai fecondo, da ripetere al più presto, magari una due giorni in un agriturismo &#8211; mi fido di <a href="http://www.maestrinipercaso.it/">Mafe</a> che si è presa, di sua ammirevole sponte, l&#8217;incombenza di organizzare il tutto). </p>
<p><a href="http://www.webgol.it/pdf/antonio_sofi_bzaarcamp_sett2006_case_study_squillini.pdf"><img id="image712" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/antonio_sofi_squillini_pdf.thumbnail.gif" alt="le mirabolanti avventure di un articolo nella rete, antonio sofi, bzaarcamp06" /></a><br />
Il titolo dell&#8217;intervento è &#8220;<a href="http://www.webgol.it/pdf/antonio_sofi_bzaarcamp_sett2006_case_study_squillini.pdf">Le mirabolanti avventure di un articolo immerso nella Rete (in otto squillini)</a>&#8221; (pdf, 1.000 kb ca.).<br />
<span id="more-710"></span><br />
In più, <a href="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/antonio_sofi_squillini_conclusioni.gif">la sola immagine dello schema conclusivo</a>, se proprio non avete tempo e volete desumere.</p>
<p>Ma, visto che si può scegliere, e visto che in fondo le presentazioni in powerpoint hanno senso solo come mero supporto visivo di uno speech, propongo di seguito cinque ulteriori punti di discussione. </p>
<p><strong>1. Il dinamismo diffusivo del web</strong></p>
<p>L&#8217;articolo pubblicato sul web ha dimostrato di avere capacità vitali (dinamiche e diffusive) nettamente superiori a quelle dell&#8217;articolo pubblicato su carta. Quest&#8217;ultimo infatti ha avuto vita breve (un giorno), nessun feedback pubblico e una diffusione limitata da tiratura e territorio. Il giorno dopo, come da ormai trito adagio giornalistico, era già buono per incartarci il pesce. Al contrario, leggermente ritoccato e ampliato, e pubblicato sul web, ha goduto di una vita più lunga e una diffusione progressiva (anche se non lineare), senza peraltro alcuna spinta o strategia &#8220;push&#8221;. <a href="http://www.webgol.it/2006/09/20/fenomenologia-dello-squillino/">Il post</a> ha raggiunto (la prova &#8220;pubblica&#8221; sono i link) ambienti e lettori diversi, emergendo grazie <strong>alla sua sola capacità di attrarre interesse</strong>. In una sola settimana è passato di blog in blog, approdato ad un aggregatore di un portale, giunto, grazie al tenutario di un &#8220;hub&#8221; molto seguito, ad un media generalista come Rai Radio 2. </p>
<p>
<strong>2. La discussione/interazione non è funzione diretta della diffusione</strong></p>
<p>I relativamente pochi lettori di webgol.it hanno accolto fin da subito la richiesta di discussione che è sempre implicita in un blog con commenti aperti e non moderati. Il primo commento è stato postato trenta minuti dopo la pubblicazione; dopo dodici ore sono sette, molto articolati e argomentati. L&#8217;arrivo del tema alle orecchie di un’audience potenziale molto ampia (Radio Due, secondo <a href="http://www.audiradio.it/">audiradio</a>, ha più di cinque milioni di ascoltatori in un giorno medio) <strong>non ha aumentato né gli accessi, né i commenti</strong>. La voglia di interazione e discussione è forse funzione diretta di un qualche <strong>sentimento di appartenenza</strong> (alla comunità del singolo blog, alla blogosfera)? O forse il motivo è da ritrovarsi nelle differenti culture comunicative di web e la radio (culture che si riflettono anche sul comportamento dei rispettivi pubblici)?</p>
<p>
<strong>3. Tutti i pubblici sono diversi ma complementari </strong></p>
<p>I lettori del quotidiano sono stati raggiunti “casualmente” dall’articolo &#8211; per alcuni di loro sarà forse stata una soddisfacente esperienza di <em>serendipity</em>. Esperienza che il web non riesce a produrre pienamente; al contrario di un quotidiano (e un quotidiano in modalità free press ancora di più). D’altro canto, il <em>dinamismo memetico</em> dell’articolo sul web ha di fatto permesso di raggiungere pubblici molto differenziati, con voglia di interagire. In più ha offerto una risposta “informativa” precisa a chi era interessato a quel preciso argomento (come risulta dalla presenza di referrer specifici: es. “squillino”). Una risposta “on demand”, a portata di motore di ricerca. I vari pubblici (<strong>cartacei e serendipitosi; digitali e interattivi; interessati ed esigenti</strong>) sono, ad ogni buon conto e con ogni probabilità, complementari e non ridondanti.</p>
<p>
<font size="-2"><a href="http://www.flickr.com/photos/vanz/256757990/in/set-72157594306398096/">Foto</a> di <a href="http://www.flickr.com/photos/vanz">Vanz</a></font><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/vanz/256757990/in/set-72157594306398096/"><img src="http://static.flickr.com/86/256757990_533bb0d642_m.jpg" alt="Drinking at BzaarCamp, foto di Vanz" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a><strong>4. Lettori che ne sanno e approfondimento collaborativo</strong></p>
<p>Il lettore (ovvero l&#8217;insieme dei lettori potenziali) ne sa, nella maggior parte dei casi, più di chi (da solo) scrive. Di questo bisogna farsene una ragione, stimolando e accogliendo i feedback migliorativi di chi legge. Con “approfondimento collaborativo” (spiegato un po&#8217; meglio in <a href="http://www.webgol.it/2006/05/23/con-i-blog-tutti-giornalisti-un-incontro-a-roma/">questo</a> saggio) voglio intendere la capacità (spesso solo potenziale) dei blog di produrre approfondimenti su un tema specifico, in stretta “collaborazione” con chi legge e commenta e chi, in altri blog, scrive e linka. Una tipologia di approfondimento che si sviluppa sia <strong>in orizzontale</strong> (allargando e ampliando i temi proposti attraverso i diversi punti di vista personali) sia <strong>in verticale </strong>(potendo produrre senza l’assillo di velocità o spazio limitato che hanno in genere le testate giornalistiche). In questo caso, quattro giorni dopo il primo post, viene pubblicato <a href="http://www.webgol.it/2006/09/25/ma-chiama-che-non-cho-soldi/">un secondo post</a> che accoglie, sviluppa e mette in ordine le suggestioni raccolte nei vari commenti dei giorni precedenti. Alcune suggestioni, peraltro, erano di grande interesse: segnalavano che il fenomeno dello “squillino” era presente anche in altre nazioni europee (un dato, se pur vero, che la letteratura recente non ha fatto in tempo a riportare).</p>
<p>
<strong>5. “Riciclare” conviene (per autore e non solo)</strong></p>
<p>Su questo punto, al contrario degli altri, non ho molti dubbi. Per un autore è buono e giusto rilasciare un articolo sul web. In qualche modo, comunque, porta un miglioramento quanto alla conoscenza dell’argomento trattato. Per me è stato così, in pochi giorni e senza particolari sforzi. Tanto da ritenere che, se dopo una settimana avessi dovuto riscrivere il pezzo, l’avrei riscritto in maniera completamente diversa. Aggiungendo alcune informazioni, togliendone altre. E, con ogni probabilità, il secondo pezzo sarebbe stato “migliore” del primo. È peraltro una logica già abbastanza diffusa: il blog è usato come momento/possibilità di “test” del contenuto. Come editing pubblico e diffuso. <strong>Ma anche ai quotidiani lasciare libero un pezzo cartaceo su web conviene.</strong> Aprire gli archivi e non lasciarli ammuffire per i pochi che pagano per averne accesso. Perché i pubblici sono tanti, e probabilmente poco ridondanti. Ma soprattutto perché nel web se il contenuto è un contenuto di qualità, troverà da solo prima o poi il suo lettore “ideale”. Che gli porterà visibilità, link, feedback migliorativi, risonanza pubblica, maggiore credibilità e buona immagine (per non parlare dei soldi, chè per quello basta un bel banner &#8211; se proprio, e non c&#8217;è niente di male, è la cosa cui si tiene di più).</p>
<p>[tags]bzaarcamp, bzaarcamp06, squillini, giornalismo, blog[/tags]</p>
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		<title>Bzaar Camp e un trilione di squillini</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2006 15:17:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[TecnoFobie]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Domani partirò alle prime albe per salire nella fredda terra lombarda, in quel di Milano, per il BzaarCamp, organizzato da quel sedicente geek globetrotter di Riccardo Cambiassi (sedicente è per globetrotter, millanta di aver fatto in un anno 742km al giorno, tzè). Ho pensato, giusto per cambiare argomento, e considerato anche il fatto che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://barcamp.org/BzaarCamp"><img id="image706" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/bzaarcamp_piccolo.jpg" alt="BzaarCamp Milano" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>Domani partirò alle prime albe per salire nella fredda terra lombarda, in quel di Milano, per il <a href="http://barcamp.org/BzaarCamp"><strong>BzaarCamp</strong></a>, organizzato da quel sedicente geek globetrotter di <a href="http://codewitch.org/it">Riccardo Cambiassi</a> (sedicente è per globetrotter, millanta di aver fatto in un anno <a href="http://codewitch.org/it/2006/09/04/run-bru-run/">742km al giorno</a>, tzè).<br />
<span id="more-707"></span><br />
Ho pensato, giusto per cambiare argomento, e considerato anche il fatto che la giornata è organizzata in conversazioni più o meno spontanee, di parlare, pensa te, di squillini &#8211; al cui tema in questi giorni questo blog <a href="http://www.webgol.it/2006/09/20/fenomenologia-dello-squillino/">sembra</a> <a href="http://www.webgol.it/2006/09/25/ma-chiama-che-non-cho-soldi/">dedicato</a>. Lo riprenderemo presto, il tempo di approfondire alcuni aspetti che sono emersi proprio dai commenti (per esempio che il fenomeno dello squillino pare essere presente anche tra i giovani di altre nazioni europee: Spagna, Polonia, Francia ecc. &#8211; probabilmente per osmosi dall&#8217;Italia).</p>
<p>Ma, al di là della fenomenologia della tecnica squillatoria, vorrei provare a riflettere sulle mirabolanti avventure di un pezzo quando è lasciato libero di muoversi nella fluidità della Rete. Da un blog, ai portali, ad altri blog, ad un &#8220;hub&#8221;, ad una trasmissione radiofonica &#8211; se fosse rimasto stampato nel giornale cartaceo probabilmente avrebbe avuto meno possibilità di muoversi morbidamente alla ricerca di vari e diversificati lettori. E luoghi dai quali esser letto. Forse lo diceva il <a href="http://www.bookcafe.net/blog/">Dottor Granieri</a> (ma anche se non l&#8217;ha detto lui, potrebbe averlo detto, quindi è uguale): <strong>un contenuto immesso nella Rete ha più possibilità di trovare il &#8220;suo&#8221; lettore</strong>. Quello veramente interessato. Quello per cui quel pezzo di informazione è utile, in qualsiasi strambo modo l&#8217;informazione può esserlo (anche come semplice aneddoto di conversazione). Un lettore che forse non è quello &#8220;ideale&#8221; di cui ha tanto ben scritto Umberto Eco, ma che ci si avvicina spaventosamente. </p>
<p>A proposito di telefonini, oggi ho trovato un buffo articolo su La Stampa, a firma di <strong>Francesco Sisci</strong>, che con prosa divertita, scriveva <strong>la via cinese al messaggino</strong> (ne ho parlato brevemente su <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2006/09/29/20/2006092920911">Quinta di Copertina</a> di oggi). In Cina, un sms costa un centesimo di euro. Non si possono mandare sms dall&#8217;estero (venivano usati per propaganda anti-governativa, dice Sisci). Ma, all&#8217;interno, il basso costo ha aperto le porte a messaggini di vario spam &#8211; pubblicitario, truffaiolo, amoroso (immagino i numeri siano a caso, o ci sono altri metodi?). </p>
<p>Un dato, banalmente, mi ha colpito: nel giorno della festa della primavera, che è come il Natale da noi, sono stati scambiati <strong>oltre 5 trilioni di sms</strong>. Ovvero <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trilione">cinque milioni di miliardi</a> di messaggini (5.000.000.000.000.000.000). Meno male che non usano gli squillini, ho pensato ingenuamente. E, subito dopo, ecco l&#8217;immagine, ingenua anch&#8217;essa, degli sms che volano piccoli e leggeri, tra persona a persona, sull&#8217;enorme porzione di mappamondo della Cina. Immagine che, lo ammetto, m&#8217;ha affascinato per un po&#8217;.</p>
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		<title>&#8220;Mà, chiama che non c&#8217;ho soldi!&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Sep 2006 19:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[TecnoFobie]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[[Intanto che metto a punto - con la mia proverbiale lentezza - ulteriori approfondimenti e sorprese sul tema dello squillino, ricevo e pubblico con piacere il punto di vista di Diletta Parlangeli, che forte dello scarto generazionale con molti di noi, ne dà, da vera user, una lettura un po' più articolata (e divertente) di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><font size="-2">[Intanto che metto a punto - con la mia proverbiale lentezza - ulteriori approfondimenti e sorprese sul tema dello squillino, ricevo e pubblico con piacere il punto di vista di <a href="http://diparipasso.splinder.com/">Diletta Parlangeli</a>, che forte dello scarto generazionale con molti di noi, ne dà, da vera user, una lettura un po' più articolata (e divertente) di quella proposta da me <a href="http://www.webgol.it/2006/09/20/fenomenologia-dello-squillino/">qualche giorno fa</a>. as]</font></em></p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/lomokev/227077685/"><img src="http://static.flickr.com/84/227077685_c3c0b2d033_m.jpg" alt="phoning di Lokomev http://www.flickr.com/photos/lomokev/" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>Prendere su il telefono, sentire dall&#8217;altra parte solo un breve &#8220;tuuu&#8221; e poi riattaccare. Senza aspettare che l&#8217;altro risponda, e senza volergliene dare il tempo. Gli <a href="http://www.webgol.it/2006/09/20/fenomenologia-dello-squillino/">squillini</a>, insomma.<br />
Inutili? Tutt&#8217;altro.</p>
<p>Un solo squillo.<br />
<em>Ergo</em>, dovrebbe esser semplice da interpretare.<br />
Invece <strong>lo squillino è polisemantico</strong>, e nasconde decine di significati. Alcuni da interpretare con spontaneità e naturalezza. Altri invece da concordare a tempo debito.<br />
<span id="more-705"></span><br />
Talvolta, per esempio nel caso in cui due persone non si sentano regolarmente, uno squillo vuol dire davvero <strong>&#8220;ti penso&#8221;</strong>. Questo meccanismo ha profondamente modificato le dinamiche relazionali uomo-donna (o meglio ragazzo-ragazza). Dopo le prime frequentazioni l&#8217;attesa era quella classica: la fatidica chiamata. Peraltro il costo emotivo connesso al chiamare (di persona! e parlando!) era già, di per sè, un segnale sufficientemente chiaro: il chiamante aveva vero interesse. Ora, invece, al posto della chiamata (o anche del più &#8220;economico&#8221; sms), potrebbe esserci qualche squillino. </p>
<p>Forse è una questione di scuse. Infatti lo squillino fa diminuire in maniera esponenziale la gamma di possibili scuse da utilizzare per chi vuole dileguarsi. <strong>&#8220;Vabbè che non ha tempo, ma almeno uno squillo lo poteva fare&#8230;&#8221;</strong><br />
Insomma, avere a disposizione un mezzo ancor più veloce ed economico di un sms e non usarlo, è una cosa difficile da perdonare (e impossibile da scusare).</p>
<p>Ma ci sono occasioni meno compromettenti per far uso dello squillino.<br />
Ad esempio, è <strong>un ottimo modo per dare conferma</strong>.<br />
Per esempio. Se due persone si stanno scambiando sms da un po&#8217; di tempo, e uno dei due arriva a definire luogo e posto di un appuntamento, oppure rivolge all&#8217;altro una domanda che prevede anche un semplice &#8220;sì&#8221;, allora lo squillino è uno strumento perfetto. </p>
<p><em>&#8220;Allora passo da te alle 5, a dopo&#8221;<br />
Squillo.</em><br />
Oppure.<br />
<em>&#8220;Ma poi ieri l&#8217;hai comprato il cd?&#8221;<br />
Squillo.</em></p>
<p>Semplice, efficace, diretto, economico.<br />
Un po&#8217; ermetico magari, ma ci si accontenta. </p>
<p>Per non parlare poi di situazioni estreme in cui si contatta un amico che sappiamo non avere abbastanza credito telefonico. (c&#8217;è per esempio chi esaurisce tutto il credito ma si lascia giusto quei 10 centesimi per lo squillo e con quelli assicura la sua possibilità di comunicare con il mondo per mesi).</p>
<p>In quel caso si lancia la sfida.<br />
<em>&#8220;Ciao, vieni allora? 1 squillo sì, 2 no&#8221;.<br />
</em><br />
In queste situazione bisogna sperare nell&#8217;ottima coordinazione mnemonica/visivo/tattile dei due soggetti, onde evitare imbarazzanti bidoni. Se scappano due squilli non voluti, possono saltare intere serate. O se pensi sia solo uno squillo e invece erano due, capace che stai ad aspettare tutta la sera.</p>
<p>Un altro diffusissimo utilizzo del fatidico &#8220;tuu&#8221; è <strong>sfruttato dai figli con i genitori</strong>.<br />
Uno squillo, in questo caso ha un significato inequivocabile. Inequivocabile e perentorio.<br />
Vuol dire<strong> &#8220;chiama che non c&#8217;ho soldi&#8221;</strong>. </p>
<p>Polisemantico, appunto. Ma come capire con chi usarli? Se uno squillino viene capito come tale, o diventa una banale, spenta, sterile &#8220;chiamata non risposta&#8221;?<br />
Facile.<br />
Se facendone uno si riceve una telefonata dallo squillato, che esordisce con &#8220;Ciao, mi avevi chiamato?&#8221; beh, non c&#8217;è dubbio, bisognerà spiegargli tutto dall&#8217;inizio.</p>
<p>[Il titolo della foto in alto è <a href="http://www.flickr.com/photos/lomokev/227077685/">Phoning</a>, l'autore il bravo <a href="http://www.flickr.com/photos/lomokev">Lokomev</a>]</p>
<p>[tags]telefonini, cellulari, italia, squillino[/tags]</p>
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		<item>
		<title>Fenomenologia dello &#8220;squillino&#8221;</title>
		<link>http://www.webgol.it/2006/09/20/fenomenologia-dello-squillino/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 07:21:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[TecnoFobie]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[I telefoni cellulari. Gli italiani li amano incondizionatamente. Scriveva qualche giorno fa Alberto Statera su La Repubblica che se sul tricolore della bandiera italiana venisse sovrapposto un Nokia o un Motorola di ultima generazione si coglierebbe appieno lo spirito nazionale. Il nostro è un amore selvaggio e trasversale: lo teniamo acceso più di tutti (anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/andrewconroy/186788027/"><img src="http://static.flickr.com/78/186788027_640a5ba781_m.jpg" alt="absent, photo by Andrew Conroy http://www.flickr.com/photos/andrewconroy/" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>I telefoni cellulari.<br />
Gli italiani li amano incondizionatamente.<br />
Scriveva qualche giorno fa <strong>Alberto Statera</strong> su <em>La Repubblica</em> che se sul tricolore della bandiera italiana venisse sovrapposto un Nokia o un Motorola di ultima generazione si coglierebbe appieno lo spirito nazionale. </p>
<p>Il nostro è un amore selvaggio e trasversale: lo teniamo acceso più di tutti (anche di notte, non si sa mai), siamo di solito contenti di ricevere telefonate, <strong>vi parliamo in media più a lungo</strong> delle medie degli altri paesi. Non solo. Molti ne hanno più d’uno, con diverse destinazioni d’uso: uno per la famiglia, uno per lavoro (al massimo si spegne il secondo). La stragrande maggioranza degli studenti lo porta a scuola: durante i compiti in classe, causa intenso uso di bluetooth e sms, i banchi vibrano come tarantolati e ci sono più onde magnetiche che in una centrale elettrica in piena attività.<br />
<span id="more-703"></span><br />
<em>[Un discorso a parte meriterebbero gli sms. Un adagio diffuso recita preoccupato: i messaggi testuali, con tutte quelle abbreviazioni fatte di "x" e "k", stanno rovinando la purezza della lingua italiana. Eppure, e riprendo una suggestione di Francesco Sabatini, presidente dell'<a href="http://www.accademiadellacrusca.it/">Accademia della Crusca</a>, ascoltato lo scorso sabato ad un <a href="http://www.garamond.it/index.php?pagina=178">convegno</a> a Roma, basterebbe che ci fosse piena coscienza della differenza. Tra scrittura abbreviata e le parole con giusto spelling. Perchè a quel punto, avendo necessità di economie di spazio, le abbreviazioni sono uno strumento comunicativo, non un delitto di lesa maestà. Basti pensare che i copisti mediavali, avendo necessità di risparmiare tempo e costosissima pergamena (costosa quanto gli sms?), ne facevano ampio uso. Le liste sono lunghissime:  "kma" stava per "karissima", "euem" per "eventum", ecc.]<br />
</em></p>
<p>Tornando al cellulare, i dati non mentono. Siamo la nazione al mondo con <strong>il più alto indice di penetrazione di telefonini</strong>: oltre 69 milioni di utenze su una popolazione di 55 milioni di abitanti.<br />
È un primato di cui vantarsi? Dipende. </p>
<p>Secondo una ricerca inglese, recentemente segnalata da Il Corriere Salute, chi lo usa troppo manifesta <strong>sintomi simili a chi è dipendente da alcol o fumo</strong>: eccessivo interesse per l’oggetto (che si gira e rigira in mano, dando ogni tanto fugaci e colpevoli occhiate al display &#8211; come se fosse possibile non sentire le tonitruanti suonerie polifoniche), paura di perderlo, pietosi tentativi di nasconderne l’uso esagerato, irritabilità e nervosismo quando, per qualche motivo, dobbiamo abbandonarlo. </p>
<p>Abbandonandolo, infatti, <strong>ci sentiamo abbandonati</strong>. Perché il telefonino non è semplice tecnologia.<br />
È il nostro capitale sociale, a portata di mano. È il rampino satellitare che ci permette di agganciare chi vogliamo, quando vogliamo e da dove vogliamo. </p>
<p>Talvolta in barba a tariffe e pagamenti.<br />
È <strong>il caso del famoso “squillino”</strong>, ancora molto diffuso tra adolescenti e non solo.<br />
Io ti penso, e ti faccio uno squillo. Uno solo.<br />
Se anche tu mi pensi, ricambi.<br />
Alla fine ci siamo detti una cosa che è evidentemente importante per noi.<br />
Che stiamo pensando l’uno all’altro. <strong>E senza spendere un euro</strong>. </p>
<p>Secondo <strong>Barbara Scifo</strong>, ricercatrice che da tempo studia (ottimamente) gli usi sociali dei telefoni cellulari, il fenomeno dello “squillino” non è presente tra i giovani di altre nazionalità.<br />
Puro <em>made in Italy</em>.<br />
Viene il dubbio scherzoso che sia questo il vero motivo dei problemi di Telecom. </p>
<p><em>(una versione ridotta di questo articolo è uscita su <a href="http://www.ilfirenze.it/">il Firenze</a>. La (bella) <a href="http://www.flickr.com/photos/andrewconroy/186788027/">foto</a> è invece di Andrew Conroy, <a href="http://www.flickr.com/photos/andrewconroy/">adc2</a>)</em></p>
<p>[tags]telefonini, cellulari, italia, squillino, squillini[/tags]</p>
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		<title>Il turista fotofago, e lo snobismo del viaggiatore</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Aug 2006 10:40:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Come a (simbolica, leggermente posticipata) chiusura del viaggio di Paolo Rumiz sull&#8217;Appennino, il Diario di Repubblica di oggi (è anche on line, in pdf, lo sapevate?) dedica tre intere pagine all&#8217;arte del viaggiare, con articoli di Francesco Merlo, Guido Viale, e l&#8217;antropologo Marc Augè. Merlo, con prosa brillante, spiega la mutazione genetica del viaggio moderno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come a (simbolica, leggermente posticipata) chiusura del <a href="http://www.webgol.it/category/rumizzeide/">viaggio di Paolo Rumiz sull&#8217;Appennino</a>, il Diario di Repubblica di oggi (è anche <a href="http://www.repubblica.it/speciale/2006/diario/index.html">on line</a>, in <a href="http://download.repubblica.it/pdf/diario/29082006.pdf">pdf</a>, lo sapevate?) dedica tre intere pagine all&#8217;arte del viaggiare, con articoli di <strong>Francesco Merlo</strong>, <strong>Guido Viale</strong>, e l&#8217;antropologo <strong>Marc Augè</strong>.<br />
Merlo, con prosa brillante, spiega la mutazione genetica del viaggio moderno, e collegandosi alle recenti vicende di San Gimignano e il numero chiuso di ingressi e dello spopolamento di Venezia, argomenta con acutezza come sia probabilmente inevitabile la &#8220;pompeizzazione&#8221; delle città meta di turismo:</p>
<blockquote><p>Del resto, cosa ammalia un turista se non una bella rovina? Persino le agenzie di viaggio e gli autisti di pullman hanno ormai capito che quel che rende bello il panorama non è la conservazione della sua architettura ma la sua rovina. [...] E&#8217; questa la forza-disgrazia del turismo: rendere eterna la rovina, mummificandola. Il turismo è la rovina oltre la rovina. E&#8217; la rovina della rovina.
</p></blockquote>
<p><span id="more-697"></span></p>
<p>I turisti, secondo Merlo, sono parassiti, che anzichè sangue e umori cadaverici, succhiano immagini dai luoghi ormai morti.</p>
<p>Turismo viene da &#8220;tour&#8221; &#8211; spiega Guido Viale. E&#8217; la tradizione del <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Grand_Tour">Grand Tour</a></em>, che molti bei libri hanno raccontato, tra cui quello di <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&#038;c=DUFX70JAT55MP">Marc Boyer</a>. Il viaggio che i giovani aristocratici facevano un tempo per acculturarsi, quasi sempre in Italia, seguiti da stuoli di servi e cumuli di bauli. Viaggio di formazione, che con il tempo ha assunto nuove attribuzioni: viaggio d&#8217;affari, esotico, sanitario, religioso, sportivo, sessuale&#8230;</p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serpge.asp?type=keyword&#038;x=marc+aug%E8">Marc Augè</a>, antropologo famoso per aver &#8220;inventato&#8221; i non-luoghi, aggiunge un tassello importante, un po&#8217; consolatorio, ma che è anche una frecciata a molti di noi. Nel turista che sbrana le immagini dei luoghi morti, che &#8220;fugge la solitudine, si muove in gruppo e non vuole essere turbato da ciò che incontra&#8221;, dall&#8217;incontro con l&#8217;altro, resiste però, chissà quanto strenuamente, il ricordo lontano del viaggiatore che fu&#8230;</p>
<blockquote><p>Anche il viaggio organizzato più banale può sembrare un&#8217;avventura capace di procurare intense emozioni. La critica del turismo, quindi, non deve cadere nello snobismo, che, per inciso, caratterizza quei turisti che vorrebbero essere gli unici ad approfittare di un dato luogo. Costoro sono sempre i primi a criticare ferocemente gli altri turisti.</p></blockquote>
<p>Che dire? Touchè.</p>
<p>[tags]Viaggio, Turismo, Marc Augè, Francesco Merlo, Guido Viale, La Repubblica[/tags]</p>
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		<title>Cortàzar, il jazz e la fisica quantistica</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Aug 2006 10:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giro del giorno in ottanta mondi è un libro almanacco di Julio Cortazar. E&#8217; stato appena pubblicato in italiano: un&#8217;attesa molto lunga. Pubblicato nel 1967, in Italiano ha dovuto aspettare 39 anni. Merito dunque alla piccola casa editrice ALET, agguerrita produttrice di libri oggetto interessanti, con alcune chicche imperdibili. Tra queste almeno Dispacci di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="Julio Cortazar" id="image691" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/cortazar_piccolo.jpg" /><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8875200165">Il giro del giorno in ottanta mondi</a> è un libro almanacco di <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Julio_Cort%C3%A1zar">Julio Cortazar</a></strong>. E&#8217; stato appena pubblicato in italiano: un&#8217;attesa molto lunga. Pubblicato nel 1967, in Italiano ha dovuto aspettare 39 anni. Merito dunque alla piccola casa editrice <a href="http://www.aletedizioni.it/">ALET</a>, agguerrita produttrice di libri oggetto interessanti, con alcune chicche imperdibili. Tra queste almeno <a href="http://www.aletedizioni.it/catalogo/dettagli.asp?ISBN=88-7520-012-2">Dispacci</a> di Michael Herr e i due libri di <a href="http://www.aletedizioni.it/autori/autoridetail.asp?nomeautore=Augusten%20Burroughs">Augusten Borroughs</a>. Ho raccontato per una settimana Il giro del giorno in ottanta mondi alla radio (<a href="http://www.rtsi.ch/rete2/">RTSI, Rete2</a>), nei miei orari di nicchia (o meglio: di cuccia) con tre ospiti: <strong><a href="http://www.enricorava.com/">Enrico Rava</a></strong>, <strong>Bruno Arpaia</strong> e <strong>Eleonora Mogavero</strong>. Nell&#8217;ordine jazzista famoso, ispanista e scrittore il secondo e grande traduttrice lei.</em></p>
<p>[...] Sono passati quasi 40 anni dalla sua pubblicazione, e [Il giro del giorno in ottanta mondi, ndr] è uno dei tre libri almanacchi di Julio Cortàzar, scrittore e molto altro. Di se stesso scriveva: “Sono nato a Bruxelles nell’agosto del 1943. Segno zodiacale, Vergine, quindi astenico, con tendenze intellettuali….E dal 46 al 51, vita portegna, solitaria e indipendente; convinto di essere uno scapolo irriducibile, amico di poche persone, melomane, lettore a tempo pieno, innamorato del cinema, borghesuccio cieco nei confronti di tutto quanto accadeva oltre la sfera dell’estetica”<span id="more-692"></span></p>
<p>Questo dunque Julius Cortàzar, faccia da giovane eterno omone incantato.<br />
Come da tradizione, e siccome non mi fido molto di quello che penso io, chiedo sempre a qualcuno di aiutarmi a capire. In questo caso Enrico Rava, che ha scritto una breve introduzione e dichiarazione d’amore per Cortazar, e Bruno Arpaia, scritttore e critico, grande conoscitore di letteratura spagnola e ispano americana….  Intanto Rava, che ha intitolato il suo scritto, che appare nella seconda di copertina, &#8220;<a href="http://www.aletedizioni.it/catalogo/RisvoltiDettaglio.asp?ISBN=88-7520-016-5">Istruzioni per arricchire la vita</a>&#8221;</p>
<p>[Enrico Rava e il jazz di Cortàzar]</p>
<p>Un libro flusso, da leggere d’un fiato, dalle mille suggestioni, onirico e stralunato, incantato e assurdo, per l’amore per l’assurdo che Cortazar aveva, e anche un libro impegnativo, che stabilisce un patto ferreo con il lettore, di complicità. Bruno Arpaia&#8230;</p>
<p>[Bruno Arpaia, Cortàzar e la fisica quantistica]</p>
<p><em>(in sottofondo: Lester Young)</em></p>
<p>- <a rel="enclosure" href="http://www.webgol.it/podcast/020_bianda_webgol_rava_090806.mp3">Scarica l&#8217;mp3</a> (2,46 mega ca., 5,00 minuti), sottoscrivi <a href="http://feeds.feedburner.com/webgol">l&#8217;rss</a> (o <a target="_blank" title="webgolcast su itunes" href="http://phobos.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewPodcast?id=134290709&#038;s=143450">aggiungilo sul tuo itunes</a>), oppure clicca sulla freccia per ascoltare</p>
<p>[tags]Julio Cortazar, Il giro del giorno in ottanta mondi, Bruno Arpaia, Enrico Rava, Libri[/tags]</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Cortàzar, scrittore per scrittori</title>
		<link>http://www.webgol.it/2006/08/08/cortazar-scrittore-per-scrittori/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 10:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Podcast]]></category>
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		<description><![CDATA[Il giro del giorno in ottanta mondi è un libro almanacco di Julio Cortazar. E&#8217; stato appena pubblicato in italiano: un&#8217;attesa molto lunga. Pubblicato nel 1967, in Italiano ha dovuto aspettare 39 anni. Merito dunque alla piccola casa editrice ALET, agguerrita produttrice di libri oggetto interessanti, con alcune chicche imperdibili. Tra queste almeno Dispacci di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="Julio Cortazar" id="image691" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/cortazar_piccolo.jpg" /><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8875200165">Il giro del giorno in ottanta mondi</a> è un libro almanacco di <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Julio_Cort%C3%A1zar">Julio Cortazar</a></strong>. E&#8217; stato appena pubblicato in italiano: un&#8217;attesa molto lunga. Pubblicato nel 1967, in Italiano ha dovuto aspettare 39 anni. Merito dunque alla piccola casa editrice <a href="http://www.aletedizioni.it/">ALET</a>, agguerrita produttrice di libri oggetto interessanti, con alcune chicche imperdibili. Tra queste almeno <a href="http://www.aletedizioni.it/catalogo/dettagli.asp?ISBN=88-7520-012-2">Dispacci</a> di Michael Herr e i due libri di <a href="http://www.aletedizioni.it/autori/autoridetail.asp?nomeautore=Augusten%20Burroughs">Augusten Borroughs</a>. Ho raccontato per una settimana Il giro del giorno in ottanta mondi alla radio (<a href="http://www.rtsi.ch/rete2/">RTSI, Rete2</a>), nei miei orari di nicchia (o meglio: di cuccia) con tre ospiti: <strong><a href="http://www.enricorava.com/">Enrico Rava</a></strong>, <strong>Bruno Arpaia</strong> e <strong>Eleonora Mogavero</strong>. Nell&#8217;ordine jazzista famoso, ispanista e scrittore il secondo e grande traduttrice lei.</em></p>
<p>Non si resta fermi con Cortazar, con il grande Cronopio, non ci si ferma, gli spunti e le possibilità di apertura e fuga in avanti, e arresto e sguardo indietro non accennano a placarsi. Guardoleggo e penso, lui, il cronopio ha riempito le mie mattinate e Thelonious Monk sgambetta con le dità lunghe e sghembe sul pianoforte: Misterioso, Epistrophy, Bemsha Swing e altre stelle cadenti, come le chiamava Cortazar.<span id="more-690"></span></p>
<p>Il jazz e la scrittura, analogie infinite, non è questo il posto per parlarne, ma almeno una cosa c&#8217;è: il termine musicista per musicisti, che potremmo usare per gente come Charles Tolliver, oppure per il più conosciuto Woody Shaw, o ancora il grande Marcus Belgrave… Potremmo allargare allo scrittore per scrittori Cortazar? Scrittore intellettuale o ancora, che cosa?<br />
Ne parla Bruno Arpaia&#8230;<br />
(continua)</p>
<p><em>(in sottofondo: Thelonious Monk)</em></p>
<p>- <a rel="enclosure" href="http://www.webgol.it/podcast/019_bianda_webgol_arpaia_080806.mp3">Scarica l&#8217;mp3</a> (1,41 mega ca., 3,05 minuti), sottoscrivi <a href="http://feeds.feedburner.com/webgol">l&#8217;rss</a> (o <a target="_blank" title="webgolcast su itunes" href="http://phobos.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewPodcast?id=134290709&#038;s=143450">aggiungilo sul tuo itunes</a>), oppure clicca sulla freccia per ascoltare</p>
<p>[tags]Julio Cortazar, Il giro del giorno in ottanta mondi, Bruno Arpaia, Libri[/tags]</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Mamuthones. Sangue, sudore e campane.</title>
		<link>http://www.webgol.it/2006/07/31/mamuthones-sangue-sudore-e-campane/</link>
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		<pubDate>Mon, 31 Jul 2006 05:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bestie]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[[foto di Enrico Bianda] La fatica risuona di campane percosse da un osso di pecora. Con salti mossi e ordinati, a coppie in un corteo spaventoso, fatto di maschere e occhi scuri, pelo di montone e gesti autoritari. I mamuthones si muovono all’unisono, saltano insieme, diretti con orgoglio da un issokadore che si muove attraverso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[foto di Enrico Bianda]<br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/196083890/" title="Photo Sharing"><img src="http://static.flickr.com/69/196083890_364279b142_m.jpg" width="240" height="185" alt="mamuthones" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>La fatica risuona di campane percosse da un osso di pecora. Con salti mossi e ordinati, a coppie in un corteo spaventoso, fatto di maschere e occhi scuri, pelo di montone e gesti autoritari. I <em>mamuthones </em>si muovono all’unisono, saltano insieme, diretti con orgoglio da un <em>issokadore </em>che si muove attraverso le bestie-uomo con circospezione, come un domatore, attento a non distrarsi mostrandosi al contempo coraggioso.<br />
Sono usciti verso le 3 del pomeriggio, dopo la vestizione, chiusi nelle stanze della vecchia casa padronale nel centro del paese. Dal cortile si leva il fumo del fuoco pubblico. Uno dei tanti che da ieri sera illumina le strade di Mamoiada.<br />
<span id="more-682"></span><br />
E’ un rito che precede il carnevale. Ma non credo si possa dire che appartenga al carnevale. E’ il 17 gennaio. San Antonio, da sempre forse, è la sera dei <em>mamuthones</em>. Dovrebbe essere l’unica notte, preceduta dai fuochi che restano accesi, in enormi falò, dalla sera prima, mangiando fave e lardo e bevendo vino rosso.</p>
<p>“Un bicchiere di vino?”<br />
E’ passato da poco mezzogiorno, e non me la sento di dire di no. E’ il primo bicchiere, forse di molti. La cantina è umida e densa, come il cannonau che bevo da un piccolo bicchiere di plastica bianca. Rimane impressa l’ombra del vino sulle pareti del bicchiere. Un vino forte, saranno 14 o 15 gradi. Il pomeriggio si annuncia nella luce grigia di una bella giornata invernale. Ci spostiamo dalla cantina ad un cortile. Veniamo accolti da un profumo intenso, di fuoco e vapore. E’ il gas del forno da campo. Acceso sotto una pentola ampia piena d’acqua che bolle. La guarda un uomo alto, dalle mani macchiate di sangue. Un sorriso beffardo e allegro chiuso da due baffi grigi da attore romantico. Occhi azzurri e cappello di lana da marinaio. Si abbassa e prende dall’acqua una sacca grigia, morbida che fugge dalle mani. Un pallone peloso, una sacca di tessuto naturale.<br />
“E’ lo stomaco della pecora…”<br />
“Ah!”</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/196083892/" title="Photo Sharing"><img src="http://static.flickr.com/67/196083892_8498514845_m.jpg" width="240" height="166" alt="mamuthones" hspace="5" vspace="5" align="left" /></a>E’ pronto. Mi avvicino al fuoco e guardo mentre con le mani il cuoco prova la resistenza dello stomaco. Della pecora.<br />
Con un coltello a serramanico apre. Un’apertura da cui sgorga un liquido rosso scuro. Sangue. Il mio primo sanguinaccio.<br />
Sgorga a fiotti in un catino di plastica.<br />
Sangue cotto nello stomaco della pecora. Condito con timo e menta, cipolla e formaggio. E pane <em>carasau </em>sbriciolato. Tutto dentro la sacca. Per chi come noi è abituato al lampredotto quello è il meno. Il sangue va mangiato in fretta. Liquido rosso caldo fumante speziato. Non pensavo restasse così liquido: lo mangio bagnando il pane, che mi cola le mani le dita i polsi la giacca.<br />
Entra un gruppo guidato da un giovane del posto. Sono tre registi americani. Los Angeles. Girano un documentario.<br />
“What’s this?”, chiede lei, chiusa in un elegante piumino verde, occhiali da sole, capelli lunghi e occhi mediorientali.<br />
“Blood”, le risponde con una risata l’altro.</p>
<p>Rito e appartenenza. Credenza e rispetto. Rigore e trasporto. E’ tutto questo che sale, si alimenta di fronte ad un fuoco fatto di ceppi e radici di terra. Lapilli e cenere che volano nel cortile, un sorso alla grappa ed una fiammata violenta e improvvisa che riscalda come una risata.<br />
Suona un organetto diatonico, un ballo una canzone da ballare. Intanto le pelli di montone arrivano portate dagli uomini, con le campane e le maschere. Ognuno la sua, nera, di legno di pero, con la bocca aperta che forse è il muso della pecora.</p>
<p><em>In un garage appena fuori la casa un cadavere scuoiato, la testa in un gancio e il sangue rappreso a terra.</em></p>
<p>La processione di giovani e anziani che si annunciano nel cortile con un fischio, un accenno appena. Passano con un sorriso verso il fuoco e l’organetto. La vestizione si avvicina. La tensione si percepisce nell’attesa di un ritardatario. E i ragazzini, i bambini, che imparano a vestirsi. Usciranno per primi loro, tre quattro anni appena bardati con pelliccia e campane.<br />
Uomo e donna, bestia e domatore, selvaggio e addomesticato. Il dualismo attraversa il costume, nella maschera che svela solo occhi appuntiti, nel fazzoletto che chiude il cappello, nella pelliccia nera pesante, nelle campane, tante, strette attorno al corpo, con cinghie che strappano il respiro. Sulla schiena, pesanti, per saltare e rendere un suono omogeneo, un colpo di frusta, all’unisono, in un corteo attraverso il paese, nel pomeriggio che va nella sera fredda.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/196086012/" title="Photo Sharing"><img src="http://static.flickr.com/72/196086012_6488444624_m.jpg" width="240" height="159" alt="mamuthones" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>Sedici fuochi nelle strade di Mamoiada. La gente, i dolci e i mamuthones stremati, via la maschera, il sudore sotto il cappello. Fino a sera, fino al buio illuminato dalla scintille dei fuochi alimentati dal sughero.<br />
Si finirà dove si era partiti, attorno al fuoco con un ultimo strappo alla fatica, guidati da un <em>issokadore </em>determinato a sfiancare le bestie. Lui è l’uomo. Guida e dirige i <em>mamuthones </em>in una danza ritmata nel salto, senza musica, solo colpi martellanti di campane.<br />
Campane. Campane. Campane.</p>
<p>(per vedere le altre foto: <a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/tags/mamuthones/">flickr/mamuthones</a>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Wonka test, la dissonanza pubblicitaria e i biscotti nell&#8217;armadio</title>
		<link>http://www.webgol.it/2006/07/28/wonka-test-la-dissonanza-e-i-biscotti-nellarmadio/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Jul 2006 16:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Cibo e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[[foto di Kekule] Il WonkaTest (che deve il suo nome al personaggio creato da Rohald Dahl, e trasposto in film da Tim Burton) è un test di dissonanza pubblicitaria inventato da Luca aka Kekule, di Pastaaltonno. In fondo è solo un pretesto per una prosa acuta e divertita. Su piccole grandi illusioni che governano il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[foto di Kekule]<a href="http://pastaaltonno.splinder.com/1150325542#8388387"><br />
<img id="image687" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/gocciole2.jpg" alt="Gocciole" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a> Il <em><a href="http://pastaaltonno.splinder.com/1152997525#8695318">WonkaTest</a></em> (che deve il suo nome al personaggio creato da Rohald Dahl, e trasposto in <a href="http://www.imdb.com/title/tt0367594/">film</a> da Tim Burton) è un test di <em>dissonanza pubblicitaria</em> inventato da Luca aka <strong>Kekule</strong>, di <a href="http://pastaaltonno.splinder.com">Pastaaltonno</a>.</p>
<p>In fondo è solo un pretesto per una prosa acuta e divertita. Su piccole grandi illusioni che governano il modo con cui compriamo le cose. E il modo con cui le cose ci vengono vendute. La domanda cui risponde è banale: che differenza di immagine c&#8217;è tra prodotto reale ed immagine di advertising? Lasciando perdere la qualità del prodotto, in questo caso davvero chi se ne frega.<br />
<span id="more-685"></span><br />
L&#8217;<a href="http://pastaaltonno.splinder.com/1152997525#8695318">ultimo episodio</a> (dai cui link a fondo pagina si può accedere ai cinque test precedenti) si occupa di <a href="http://pastaaltonno.splinder.com/1152997525#8695318">una merendina della Kinder</a>, che in fondo ne esce abbastanza bene (il sistema di votazione è spiegato nel <a href="http://pastaaltonno.splinder.com/1145288609">primo test eseguito</a>).</p>
<p>Lo sguardo &#8211; mi scrive Luca/Kekule &#8211; è quello di un bambino.</p>
<blockquote><p>&#8220;Un bambino, quando compra un alimento non vuole dar retta a giustificazioni sui materiali, sulla serialità di produzione o quant&#8217;altro. Il bambino compra quelle forme presunte, quella ipotetica quantità, quegli sbandierati ingredienti. Pretende (e giustamente diremmo!) né più né meno l&#8217;alimento che sta lì, sulla confezione, raffigurato nel suo momento migliore&#8221;.
</p></blockquote>
<p>Mi potrei avventurare in riflessioni su un fantomatico possibile &#8220;ad-watching&#8221; che solo i blog potrebero avere la credibilità per fare (e molti blog che si occupano di marketing e pubblicità, in realtà già lo fanno e piuttosto bene) &#8211; altro che media-watching.<br />
La verità è che l&#8217;ho segnalato perchè è davvero divertente. E ben scritto.</p>
<p>A dirla proprio tutta (ognuno ha i suoi biscotti nell&#8217;armadio), a me ha molto colpito il test riservato a <a href="http://pastaaltonno.splinder.com/1150325542#8388387">dei biscotti che spesso mi capita di comprare</a>. Solo ora mi sono accorto che quando mangio e distrattamente guardo la figura sulla scatola (le scatole dei biscotti sono le cose più lette al mondo, secondi solo alle etichette dei detersivi in bagno), provo un sottile senso di dissonante disagio. Dove sono quelle gocciolone di cioccolato lussereggianti? Mancano.</p>
<p>Chissà non sia venuto il momento per una pubblicità in questo diversa.<br />
In cui sul pacco ci sia una immagine più <em>consonante</em> di quello che c&#8217;è dentro.<br />
Elimini la dissonanza e quindi mangi, con un sospiro di sollievo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Non c’è tempo! Contrordine: ce n&#8217;è troppo.</title>
		<link>http://www.webgol.it/2006/07/26/non-ce-tempo-contrordine-ce-ne-troppo/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Jul 2006 18:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Non c’è tempo. O meglio: non c’è mai abbastanza tempo per fare tutto. Siamo ormai abituati a cercare in tutti i modi come guadagnarne un po’. Impegni (di lavoro, familiari) incastrati al limite del secondo come un complicato puzzle cronologico. Gite lampo di pochi giorni, lungo le corsie preferenziali del quadrilatero del turista moderno (Firenze, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è tempo.<br />
O meglio: non c’è mai abbastanza tempo per fare tutto. </p>
<p>Siamo ormai abituati a cercare in tutti i modi come guadagnarne un po’. Impegni (di lavoro, familiari) incastrati al limite del secondo come un complicato puzzle cronologico. Gite lampo di pochi giorni, lungo le corsie preferenziali del quadrilatero del turista moderno (Firenze, Roma, Napoli, Venezia) che tanto duole alle finanze degli albergatori (a loro dire). </p>
<p>Ciò che necessita tempo, dura troppo; ciò che richiede tempo, richiede troppo tempo. Non importa quanto brevi siano le nostre attività, non lo sono mai abbastanza. Perché, in qualche modo, durano. Le cose durano, a pensarci è geniale &#8211; lo intuiva Gunther Anders, già trent&#8217;anni fa. </p>
<p>E&#8217; un mondo difficile, cronologicamente competitivo. <span id="more-683"></span><br />
Come il pesce grande con quello piccolo, il veloce ingoia il lento, e il risultato è che tutto si fa di fretta.<br />
La fretta è espressione diretta della percezione che di tempo utile ne manchi sempre un po’. </p>
<p>Curioso. Perché molte delle tecnologie che usiamo ogni giorno ci promettono cose diverse.<br />
Ci fanno sperare in un guadagno, quantomeno di tempo.<br />
Scrivere al computer è più veloce che battere a macchina.<br />
Cercare una informazione su Internet più rapido e indolore che cercarla in biblioteca.<br />
Mandare una mail o un sms più facile ed economico (sempre in termini di tempo) che vedersi di persona, e scambiare quattro chiacchiere. Anche se si sta nel loculo accanto dello stesso ufficio.<br />
Muoversi sì, chè ancora è necessario: ma in macchina, treno, aereo, aspettando i razzi all&#8217;idrogeno di space shuttle portatili.<br />
Eccetera, eccetera, è roba di tutti i giorni.</p>
<p>Eppure, nonostante tutte queste belle invenzioni ci promettano di ridurre la durata delle nostre attività, di tempo (libero) ne abbiamo sempre meno.<br />
Come mai? È un paradosso solo apparente.<br />
L’accelerazione della vita moderna – scrive Lothar Baier in un saggio di pochi anni fa, intitolato proprio &#8220;<a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8833915093">Non c&#8217;è tempo</a>&#8221; – diventa un (velocissimo) circolo vizioso, che non fa che aumentare la necessità di questo bene scarso. Tutto mira alla vita breve.<br />
Tempo vuole tempo, insomma. </p>
<p>Ma non è una arringa a favore dei fautori di varie forme di decelerazione dei processi sociali, per carità. Accelerazione (senza frenesia) è anche e soprattutto innovazione e evoluzione.</p>
<p>E&#8217; che alla fine succede una cosa strana.<br />
Il lusso più inebriante ai giorni d’oggi diventa la possibilità di perderlo, il tempo. Sprecarlo, addirittura.<br />
E quando lo si perde, il tempo, ecco che ritorna placido e morbido, diventa il tempo della libertà, dei progetti e del futuro.<br />
Invece che l’angosciante ticchettio del presente, ingombro di cose da fare. </p>
<p>Il tutto fino alla tanto desiderata vacanza, ad un po’ di tempo libero.<br />
Evviva.<br />
Ma siamo umani, troppo umani.<br />
E spesso bastano pochi giorni di relax perchè facciano capolino i primi segnali di noia. </p>
<p>Troppo tempo, accidenti, e non ho niente da fare.</p>
<p><em><font size="-2">(un versione ridotta di questo pezzo è stata pubblicata sul quotidiano <a href="http://www.ilfirenze.it">ilfirenze</a>)</font></em></p>
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		<title>Polaroid d’estate. The Smiths is (not) dead</title>
		<link>http://www.webgol.it/2006/07/19/polaroid-destate-the-smiths-is-not-dead/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 1969 21:59:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Vedi il video di &#8220;What difference does it makes&#8221;, The Smiths, Live at Hacienda, Manchester, 07.06.1983 (terzo click) Come rondini, volando veloci sibilando basse sul terrazzo di casa mia, tornano sempre a farci visita The Smiths. E’ uscito un live non ufficiale, su vinile, ma forse anche su cd immagino. Si tratta della prima registrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vedi il video di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2mLKj91FoXk">&#8220;What difference does it makes&#8221;, The Smiths, Live at Hacienda, Manchester, 07.06.1983</a></p>
<p><a href="http://youtube.com/results?search=the+smiths+hacienda&#038;search_type=search_videos&#038;search=Search"><img id="image675" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/smiths_hacienda.jpg" alt="smiths_1983_hacienda" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a><em>(terzo click) </em> Come rondini, volando veloci sibilando basse sul terrazzo di casa mia, tornano sempre a farci visita <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Smiths">The Smiths</a>. E’ uscito un live non ufficiale, su vinile, ma forse anche su cd immagino. Si tratta della prima registrazione del gruppo, e terza esibizione in assoluto della band di Manchester. Un concerto, 8 brani, uno dietro l’altro come sul palco, registrato il 7 febbraio 1983 all’Hacienda della città che ha visto nascere la band di <strong>Morrissey </strong>e <strong>Johnny Marr</strong>. Esecuzione acerba, anche se già efficace. Dentro si trova “What Difference Does It Make?”, “Handsome Devil”, “Hand In Glove” e “Miserable Lie”.<br />
<span id="more-676"></span><br />
<em>[Su YouTube (che sia sempre lodato) si trovano i video di un concerto di qualche mese più tardi, sempre del 1983. Belli traballanti e vaporosi, digitalizzati da qualche vecchio superotto. Questa <a href="http://youtube.com/results?search=the+smiths+hacienda&#038;search_type=search_videos&#038;search=Search">la pagina della ricerca</a>. Moz aveva il ciuffo, ma non ancora i fiori nel taschino posteriore. Emozione di bimbo con in mano la cassetta (sì cassetta) verde di Queen is Dead, che dentro di me, chissà perchè, si è sempre mescolata con la russia di Gogol - in un drink analcupolico d'emozioni adolescenti. Si vede male ma chi se ne frega. as]</em></p>
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		<title>Polaroid d’estate. La sposa, i mondiali e il maxischermo.</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jul 2006 12:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[In una delle tante inutili note dei GR estivi, ieri nel pomeriggio è passata un’intervista al segretario del sindacato gestori stazioni balneari. Domanda fondamentale del giornalista, quali fossero le mode e le curiosità della stagione in corso. Il segretario del sindacato di cui sopra non ha avuto dubbi: gli schermi giganti in spiaggia, che dope [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="image678" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/polaroidlogo_piccolo.jpg" alt="polaroiddestate.jpg" hspace="5" vspace="5" align="left" />In una delle tante inutili note dei GR estivi, ieri nel pomeriggio è passata un’intervista al segretario del sindacato gestori stazioni balneari. Domanda fondamentale del giornalista, quali fossero le mode e le curiosità della stagione in corso.</p>
<p>Il segretario del sindacato di cui sopra non ha avuto dubbi: gli schermi giganti in spiaggia, che dope le notti mondiali resistono con il Moto GP che appassiona tanto i nostri bagnanti. Schermi giganti in spiaggia, volume gigante in spiaggia. Corpi sudati e lucidi su poltroncine a succhiare un ghiacciolo al limone con stecco alla liquirizia. Occhiali da sole visiera brillanti e sorrisi, muscoli e bikini davanti allo schermo gigante.<br />
<span id="more-677"></span><br />
Riporto allora un paio di annotazioni di <strong>Gianpasquale Santomassimo</strong>, ieri sul manifesto (si, quanto a me promuovo la lettura, visto che pare si promuova molto il giornale che ha raggiunto e superato il milione di sottocrizioni ma si vende poco o meno o comunque non di più), con un saggetto intitolato “<em>La nuova italianità vista da un mondo a parte</em>”.</p>
<p>Dice Santomassimo che &#8220;Sono i maxischermi i nuovi luoghi in cui si proietta la memoria collettiva, specialmente quelli che sono ripresi dalle televisioni prima e dopo la partita&#8221;, e ancora &#8220;Abbiamo assistito a una duplice disfatta in quindici giorni della Lega Nord, sconfitta il 25 giugno sul piano sostanziale e il 9 luglio sul terreno simbolico&#8221;. </p>
<p>Il 9 luglio, la domenica della finale ero invitato ad un matrimonio.<br />
Splendida villa sulle colline di Prato, giornata indimenticabile, luna piena, quasi, vento fresco, serata magica, e certo, anche l’Italia campione del mondo.</p>
<p>Ho mangiato in un salone, nessuno si filava gli sposi, in silenzio, al tavolo centrale a rispondere a qualche incerto “Viva gli sposi”. Sulle due pareti del grande salone priettavano la partita: surreale silenzio, spaccato dal grido al gol di Materazzi.<br />
“Viva gli sposi”.<br />
Tonfo di paura alla parate di Buffon. </p>
<p>“Viva gli sposi”, no, Del Piero no. Il rigore no.<br />
Abbiamo vinto.<br />
Ho mangiato al tavolo Inzaghi.<br />
Almeno non mi sono annoiato.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Polaroid d’estate. Pintor che dice &#8220;carino&#8221;.</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jul 2006 18:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[(primo click) Di giovedì il quotidiano Il Manifesto costa 5 euro. Fanno una fatica boia. Con Antonio ci becchettiamo, teatralmente, certo. Ma lo sforzo lo facciamo. E immagino che in molti si saranno accorti della mia assidua frequentazione di quelle pagine. Ad essere sincero ho imparato moltissimo, sfogliando le pagine del Manifesto, tra la cultura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilmanifesto.it"><img id="image673" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/manifesto_vauro.jpg" alt="Manifesto Vauro" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a> <em>(primo click) </em> Di giovedì il quotidiano <a href="http://www.ilmanifesto.it">Il Manifesto</a> costa 5 euro. Fanno una fatica boia. Con Antonio ci becchettiamo, teatralmente, certo. Ma lo sforzo lo facciamo. </p>
<p>E immagino che in molti si saranno accorti della mia assidua frequentazione di quelle pagine. Ad essere sincero ho imparato moltissimo, sfogliando le pagine del Manifesto, tra la cultura e con Alias, imparando ad amare, e riconoscere prima, la scrittura di alcuni, di cinema, e poi di letteratura. E di <a href="http://www.ilmanifesto.it/sottoscrizione2006/pagine/pubblica.html?info=parlato.html">giovedì adesso</a>, con 5 euro, si compra un giornale doubleface.<br />
<span id="more-674"></span><br />
Giovedì scorso sul retro c’era <strong>Rossana Rossanda</strong> che raccontava gli inizi. E per chi come noi bazzica o frequenta assiduamente per mestiere le redazioni bersi quella paginata fitta fitta è stato bello. Il racconto si chiude con l’immagine di <strong>Luigi Pintor</strong> criticato per una circolare interna attraverso la quale richiamava i redattori all’ordine: tempi, gesti, limiti e scadenze. In risposta di mattina un tatzebao lungo da terra al soffitto ad accoglierlo: “Pintor come Agnelli”. Lui nemmeno se ne accorge così preso dal mattino e dal giornale. Glielo fanno notare, la Rossanda glielo fa notare. Nulla. Come se niente fosse. Carino, dice, e giù con la testa a pensare al giornale.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il tempo (perso?)</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jul 2006 18:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tempo (perso?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Insomma ci siamo. Si viaggia e si sogna. Il nuovo tema estivo è &#8220;Tempo (perso?). Viaggi, racconti, letture&#8220;. Si perde il tempo, ritrovato per noi. Per chi può. Saranno, immagino una serie di appunti. Sparsi, che si rincorreranno, si isoleranno, racconteranno di un tempo ritrovato per noi, o per gli altri. O almeno con gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/190183837/" title="Photo Sharing"><img src="http://static.flickr.com/73/190183837_39683e804d_t.jpg" width="100" height="72" alt="ciliegie" hspace="5" vspace="5" align="left" /></a>Insomma ci siamo. Si viaggia e si sogna.<br />
Il nuovo tema estivo è &#8220;<em><a href="http://www.webgol.it/category/tempo-perso/">Tempo (perso?)</a>. Viaggi, racconti, letture</em>&#8220;.</p>
<p>Si perde il tempo, ritrovato per noi. Per chi può. Saranno, immagino una serie di appunti. Sparsi, che si rincorreranno, si isoleranno, racconteranno di un tempo ritrovato per noi, o per gli altri. O almeno con gli altri. Sì, viaggiare…<br />
Le immagini e i suoni raccolti un po&#8217; in giro per il mondo, per chi vorrà donarceli e per noi che viaggeremo, nel nostro piccolo.</p>
<p>Su un taxi scassato lontano da questa Italia, o per qualche via cittadina nella nostra controra, con qualche negozio chiuso per ferie, con qualche cinema aperto e la scommessa di andarci il pomeriggio a passare un&#8217;ora e mezzo al buio e al fresco, con un film dell&#8217;orrore magari, giapponese che ho visto ce n&#8217;è qualcuno in arrivo.<br />
<span id="more-666"></span><br />
Potrebbero essere polaroid dall&#8217;estate, schizzi di ricordi recuperati dalle vacanze e dal tempo dilatato che ci aspetta. Noi poi proveremo a parlare anche di questo modo di scrivere e raccontare.</p>
<p>Infarciremo, tempo permettendo anche di altro, i suoni e il podcast, qualche recensione chissà, potremmo anche decidere che ogni tanto si può fare uno strappo alla regola e parlare di libri o dischi, farlo in fretta e chiudere subito lasciando un&#8217;eco curiosa nell&#8217;aria.</p>
<p>Si recupererà anche qualcosa restato li ad aspettare nei mesi.<br />
Per partire con questo nostro tempo (salvato).</p>
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