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Post archiviati nella categoria 'TecnoFobie'

26/09/2011

Inizia Agorà

di Antonio Sofi, alle 22:27

Nuova stagione, nuova Agorà.
Inizia domani, tutte le mattine, fino a giugno.

Agorà

Anticipiamo di un’ora rispetto allo scorso anno: dalle 8.00 alle 10.00, sempre su Rai Tre.

PER MAGGIORI INFORMAZIONI e seguire tutt’e cose: sito (con streaming), pagina facebook, twitter

05/09/2010

Facebook, i pubblici invisibili e l’iscrizione “personalizzata”

di Antonio Sofi, alle 01:11

Non mi stupisce il pulsante “stalking” (come lo hanno già battezzato) che pare Facebook stia sperimentando (su Mashable altri dettagli tecnici).

Nella idea zuckerberiana del tutto laica e post-moderna riguardo quei vecchi arnesi concettuali chiamati privacy e dintorni, tutto torna. Al di là del nome, sapere tutto ciò che riguarda (o meglio: fa in tempo reale) una persona online è un bisogno informativo cogente del web sociale – che l’architettura di un social network come Facebook alimenta come demone compulsivo.

Facebook subscribe

La funzione non dovrebbe prevedere la possibilità di iscriversi a chi non è già amico, e nemmeno di tracciare commenti e like. Ma il punto è che tutto questo lo si può fare (più o meno) manualmente, seppur con difficoltà e perdita di tempo e informazioni: Facebook non fa altro che prenderne atto e istituzionalizzare questo bisogno più o meno indotto.

You’ve stopped pretending that Facebook is anything more noble than a way to spy on your new crush, ex-boyfriend, high school frenemy, or Lloyd Blankfein-obsessed co-worker. And now, so has Facebook. (New York Magazine)

La cosa, se confermata, ha molti aspetti discutibili. Però forse non è del tutto negativa. Intanto perché, automatizzandolo, potrebbe togliere all’esercizio investigativo fatto-in-casa parte della sua natura ossessiva. E poi perché potrebbe produrre un nuovo equilibrio basato su una maggiore attenzione ai segnali mollichini che si lasciano in giro e alla consapevolezza dei pubblici invisibili (e silenziosi) della Rete – oggi spesso poco presente.

25/06/2010

Internet better life? Il 28 e il 29 a Firenze

di Antonio Sofi, alle 13:32

Lunedì e martedì prossimo sarò ospite di ToscanaLab. La seconda edizione si svolgerà il 28 e il 29 giugno presso la Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, a Firenze, ha un ricco programma (primo e secondo giorno) e ha come tema “Internet Better Life”, ovvero: “come internet e il web 2.0 contribuiscono a migliorare la vita degli individui, veicolando in modo diverso e più ricco la conoscenza, modificando le relazioni tra le persone e trasformando di fatto l’azione sociale, con un approccio allargato e partecipativo”.

Toscana Lab

Oltre all’intervento di lunedì in plenaria – su una idea di politica integrata, che fa e farà sempre più fatica a distinguere tra on e off line – martedì mattina mi farà piacere moderare il workshop su politica, pubblica amministrazione e giornalismo: con gli interventi qualificati di Sergio Maistrello, Ernesto Belisario, Livia Iacolare, Dino Amenduni e Antonella Napolitano. Da quello che ho avuto modo di sapere in anticipo, credo che usciranno fuori cose molto interessanti: tra iperlocalità e territorio, trasparenza dei dati e delle passioni politiche, dentro una Europa sincronizzata e un approfondimento grassroots.

Per chi non proverò a farne sintesi postuma – qui sotto qualche riga di presentazione.

La domanda di partenza è quale sia il modo migliore (più etico, più democratico, più efficace) di usare le nuove tecnologie in politica: quale comunicazione, quale informazione, quale relazione con i cittadini/elettori. Internet sta certamente cambiando il modo di fare politica. La rende più aperta, trasparente e partecipata (forse anche un po’ più populistica). Oggi fare politica senza Internet è come uscire di casa senza pantaloni: non si va lontano, la gente ti ride dietro e comunque tutti notano la mancanza. Ma la questione è soprattutto in che modo la Rete riesce a cambiare le regole del gioco politico: le strategie del confronto elettorale, le logiche del racconto giornalistico, le priorità dell’agenda pubblica – per finire all’azione di governo, alla pubblica amministrazione e a un confronto/interazione continuo con i cittadini che sul web non può più interrompersi il giorno dopo del voto.

UPDATE del 30 giugno: alcune considerazioni/idee emerse dal workshop – con materiali e presentazioni

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. [...]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

22/03/2010

Toccami Ciccio (che l’iPhone non c’è)

di Antonio Sofi, alle 23:44

[Visto che è stato molto e da più parti apprezzato, dico l'articolo qui sotto, e anche, con la scusa, per segnalare, come più o meno tutti i mesi, il numero di ANIMAls che l'articolo contiene e di cui vedete la copertina qui a fianco, qui sotto, appunto, e già mi accortoccio sintattico, pubblico il pezzo per la rubrica che ivi scrivo, ivi inteso ancora appunto la rivista ANIMAls che in questo numero accoglie tra le sue pagine Gipi, Bacilieri, Martin, Trillo e tanti altri - e che è ancora per qualche giorno nelle edicole: ancora e per un altro mese non accompagnato... Nei prossimi giorni spiego meglio, ok - intanto, buona lettura, as]

Mamma, Ciccio mi tocca!
E poi, subito dopo: “Toccami Ciccio che mamma non c’è”.

Questa filastrocca, io bimbo, non l’ho mai davvero capita. Misteriosa e affascinante come sono solo le cose fuori dalla nostra portata, fisica o intellettuale. Sullo scaffale lì in alto, dove non s’arriva nemmeno in punta di piedi. Ciccio mi tocca. Toccami Ciccio. Ma perché prima sì e poi no? Non è chiaro. E poi ero incuriosito dal ruolo di Ciccio. Maschio binario alla mercè di donna lunatica, lo immaginavo toccare e smettere di farlo con lo stesso automatismo legnoso di Totò nel teatro dei burattini. (Ma forse Totò avrebbe fatto il ritocco.)

Toccare, quindi, mi dicevo, è una cosa che non si fa. Toccare è vietato se c’è vernice fresca, per esempio. O se il gioco è di un altro bambino. Certo: puoi toccare il cielo con un dito ma è difficile e dura poco. E se cerchi rifugio nella religione, c’è San Tommaso che tutti spernacchiano perché – guarda caso – per credere, giusto qualcosa (un costato, cosa vuoi che sia), pretende di toccare. Come Ciccio, sa bene che la verità è toccata e fuga. Ma non si può, toccare. Bisogna aver fede. E non è nemmeno questione che nel privato s’accartoccia, ché infatti a toccarsi riflessivi s’arrischia cecità. Insomma non si fa.

E poi dice perché per decenni tutti i progettisti di marchingegni digitali hanno separato l’esperienza tecnologica dal vero godurioso diretto toccamento. Nemmeno qui tocca toccare. Ogni volta c’infilavano in mezzo il gusto buffo di mille interfacce: vecchi joystick sgangherati, trackpad a lettura ottica, tutti alla fine evoluti surrogati di manubri, volanti, cloche. La tecnologia è separata da te – la puoi guidare, manovrare, controllare ma poi avviene altrove: questo dice il mouse che fai scivolare ogni giorno sul tappetino dei Simpson. Quando clicchi il pulsante, le cose succedono da un’altra parte. Tiè.

(Un giorno, dire che usavamo un mouse per muovere una icona sullo schermo suonerà babbione almeno quanto parlare di penna d’oca e calamaio – il giorno che i file potremo scartarli direttamente sul desktop come moncherì.)

Toccare le cose è gesto insieme antico e modernissimo: è un ritorno a un passato foresto, a un giocar con la fanga dei pixel: è come tornare a se stessi. Toccare è plasmare le cose, è possederle davvero. Se le tocchi – ecco il punto – le cose, accidenti a loro, rispondono.

E forse ora ho capito perché quella filastrocca mi intrigava tanto. La morosa di Ciccio, in fondo, era una specie di touch screen – rispondeva ai toccamenti. Forse era un touch screen di ultima generazione, responsivo e multitocco come l’iPhone e l’iPad, suo parente recente e ipertrofico. Forse era frigido e lento come un qualsiasi bancomat. L’importante – credo anche per Ciccio stesso – era che si facesse, fino a un certo punto, manipolare.

Ormai è comunque chiaro: gli ambienti “toccabili” hanno vinto. Tutto sarà sempre più istintivo, immediato, naturale. Le interfacce si invisibilizzeranno dentro hardware più ergonomici. Ci sono, ma non le vedi. Uno tocca e puf!, sesamo si apre senza parola d’ordine.

I bimbi, per esempio, capiscono subito come funziona uno schermo che si tocca. Lo toccano e funziona. Facile. Eppure poi lo chiamano “dito magico”, perché per loro la magia non è nell’oggetto. È nella persona. E a pensarci bene, in effetti, la magia è sempre – sempre – nelle dita di chi guarda.

17/01/2010

L’ah-ha dell’ebook, degli errori e dell’anima di ANIMAls.

di Antonio Sofi, alle 16:58

E’ in edicola l’ottavo numero di ANIMAls. C’è in apertura, dopo la posta, un Vivès a colori, con una serie di vignette finalmente commestibili e il coautorato di Alexis De Raphelis. Poi uno Scòzzari alle prese con i tarocchi, tra cui un papa con gli occhi rossi, una suorina con svastica oculare, una giustizia freak, l’eremita che veglia sulla città e la morte che è senz’orbita e asettica: senza visione. Segnalo pure un bel viaggio in Italia di Alessandro Tota, le foto sfumate di guerra di Robert Marnika, un Bacilieri che quando va di microvignette spacca, 4 pagine di Mannelli, poi Bruno e A Geng. Di seguito il mio pezzo per la rubrica “Avatar Mundi”, scritto agli inizi di dicembre dopo aver giocato per qualche giorno con il Kindle appena arrivato, e visto che l’argomento non è passato di moda, anzi.

AH-HA!

di Antonio Sofi

«I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta». Se stai facendo sìssì con la testa non leggere il prossimo virgolettato, che come il primo è opera di Duccio Battistrada e che di fatto laserizza la parte più facilona del recente dibattito “carta sì carta no” (non si parla di tressette ma di ebook): «Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli». Già. Bella trama questo Chanel n° 5. Ora capisco cosa ci trovava Arthur Miller in quella.

In tempi in cui il cambiamento è una gigantesca onda che ci passa tecnologica sopra la testa farci coraggio sniffando la colla psicotropa della rilegatura non aiuterà molto. Né ci renderà meno ridicoli, tutti bagnati. Rubo al mio amico Michele una battuta, qualcuno all’epoca delle prime buffe carrozze motorizzate l’avrà di certo pronunciata: «Andare in automobile? Ma io amo l’odore della merda di cavallo!». Oggi, che effetto fa?

L’afrore della cellulosa. Ma ha davvero senso vagheggiare l’olfatto che fu – dei cinque sensi il più friabile, emotivo, imbroglione: la gonnella dei nostri ricordi? Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo, è intervenuto sull’argomento: «Abbiamo fatto delle ricerche. L’odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura». Tra 50 anni inventeranno l’Air Book, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare – e i nostri figli si lamenteranno su quanto era buono l’odore della plastica e dello schermo retroilluminato.

E non è solo questione di olfatto. Il fronte di resistenza prevede anche l’argomento «Mi piace sentire la consistenza della carta tra le dita». Un po’ meno numerosi, i tattofili: forse memori di pagine taglienti che incidono carne e polpastrelli – invece che cuore e ricordo. E c’è anche chi evoca la capacità che hanno i libri cartacei di riempire lo spazio fisico degli scaffali. Un punto a loro favore: vedo già le fila di povere librerie HENSVIK abbandonate sull’autostrada.

Svicolo dai dettagli tecnologici. Svicolo dalla considerazione che il libro è più il suo contenuto che il suo contenitore. Aggiungo la questione degli errori. Ne scrive Anthony Gottlieb su Intelligent Life Magazine. Gottlieb dice che gli errori sono ineliminabili, in ogni tipo di comunicazione. Tutto è zuppo di errori. Ops, zeppo. Ma quelli cartacei sono più perniciosi. Siamo ancora figli dell’idea che se una cosa è nero su bianco è vera. Verificata. (Ecco anche perché gli errata corrige non se li fila nessuno: perché destabilizzano – come da bimbi sentire i propri genitori ammettere di aver sbagliato). Aggiungi pure questo alle colpe di Gutemberg.

Il problema degli errori riguarda quotidiani e riviste (ricerche hanno dimostrato che almeno la metà delle pagine hanno un errore di qualche tipo: dai refusi agli sfondoni concettuali). E riguarda i libri. Ora. Se gli ebook sfondano, una ipotesi al vaglio è che le varie versioni rivedute e corrette di un testo verranno via via automaticamente sostituite. Tecnicamente non è un problema. Ma senza gli errori degli altri – senza poter fare ah-ha puntando il dito come fa l’amichetto di Bart Simpson quando qualcuno inciampa – quand’è che diventeremo adulti? Ah-ha!

21/07/2009

Il ritorno (o la vendetta) di Italia.it

di Antonio Sofi, alle 13:48

Qualche settimana prima della messa off line per manifesto insuccesso del primo Italia.it feci una presentazione che fu accolta da un certo interesse: Do it better. Le cose da non fare in Rete. Il caso di Italia.it.

La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
Il punto era quanto in Rete molto più importante del prodotto finale e finito fosse il processo, soprattutto quando si occupano territori che definiscono identità condivise – di italiani e di utenti web, in questo caso. Una possibile soluzione (comunicativa) individuata era un approccio più morbido, meno presuntuoso e strombazzante – che traesse spunto dalla logica della “versione beta”, provvisoria, con cui spesso vengono licenziati i progetti online al fine di raccogliere feedback e suggerimenti. Alcuni segnali provenienti da questo Italia.it, nel quadro generale di confusa bruttezza e sostanziale inutilità che oggi lo caratterizza e in attesa delle annunciate migliorie, sono però positivi – dall’ascolto delle discussioni, come nel caso del gruppo su Friendfeed, o il progetto diffuso sugli sviluppi futuri. Vedremo. Di seguito un pezzo più divulgativo, e qui arricchito, uscito oggi su Dnews. as

Italia.it, il ritorno. O la vendetta, come Rambo. Da qualche giorno è di nuovo online il famigerato portale del turismo italiano, dopo quasi un anno e mezzo di black-out. Il progetto precedente fece molto discutere per gli errori tecnici e le inesattezze contenutistiche, nonché per il budget completamente fuori scala rispetto al resto del web, dove spesso le nozze si fanno con i fichi secchi.

Un progetto faraonico realizzato male e comunicato peggio, calato sul web come una navicella aliena e messo off line per manifesto insuccesso dopo numerose proteste anche ufficiali. Ora la nuova versione, fortemente voluta da Michela Brambilla – terzo ministro che si passa il cerino acceso del portale che dovrebbe rilanciare il turismo italiano, dopo Lucio Stanca (cui si deve il contestato progetto iniziale e buona parte dei difetti “genetici”) e Francesco Rutelli (autore anche all’epoca di un video di saluto che ancora spopola su YouTube grazie al tormentone “plis visit auar cauntri”).

Italia.it come sito vetrina
Italia.it come sito vetrina

Il nuovo Italia.it non è granché, però, a detta di tutti – esperti e semplici visitatori. Graficamente banale (c’è chi ha notato forti “somiglianze” con l’omologo spagnolo spain.info), povero di contenuti “vetrinizzati” e ricco di problemi tecnici (dall’accessibilità alla validazione del codice al SEO – vedi l’analisi di Tom Stardust), con un’accozzaglia disordinata di link (vedi la pagina su come organizzarsi un viaggio), un motore di ricerca che funziona male (come nota Mantellini tra le altre cose) e poche concessioni a quel web fantasmagorico e social cui siamo ormai abituati.

La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata
La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata

Disattese le promesse della vigilia, che annunciavano un sito “emozionale”: «Non vedo niente di emozionalescrive su friendfeed il web designer Dario Agosta – a me turista norvegese non interessa sapere che a Bologna si mangiano i tortellini, mi interessa sapere cose che non so. “Tell me something I don’t know”». E poi aggiunge, facendo in fondo la descrizione esatta della natura dei contenuti generati dagli utenti che si trovano in tutti i social network di ultima o penultima generazione:

«E’ “emozionale” la luce della Val Venosta dopo un temporale di luglio, la ragazza carina che ti sorride in Piazza Plebiscito a Napoli, il cameriere che si siede a fumare una sigaretta con te fuori dal ristorante, e l’attimo di vertigine che mi prende sempre quando esco dalla stazione di venezia e vedo il canale, e sono queste le cose che ho sempre raccontato dell’Italia. Non quella razzumaglia da sussidiario».

Dalle parti del ministero mettono le mani avanti: è un sito ancora in versione “beta” e provvisoria e si nutrirà via via del contributo di tutti. Contributo che in Rete emerge quasi automaticamente (ma si disperde altrettanto facilmente se non viene “curato”):

«La cosa straordinaria infatti rimane l’interesse delle persone, un interesse che va ben oltre il diretto coinvolgimento nelle questioni turistiche e che, a mio parere, trae origine da un orgoglio ed un amore di ciascuno per la propria terra. Siamo un popolo di poeti, santi, eroi e… potenziali guide turistiche».

commenta Roberta Milano, docente di web marketing turistico.

Un interesse un po’ inferiore a quello della precedente versione – perché è stato presentato con meno squilli di tromba e sperpero di denaro, c’erano meno aspettative, e si attende la versione definitiva. Un interesse che comunque Italia.it avrà l’onore e l’onere di usare per il meglio. Internet difficilmente farà sconti: l’annuncio non seguito dai fatti serve a poco, da queste parti.

26/05/2009

I tanti divide dell’internet italiano. Dalla politica alla musica indipendente.

di Antonio Sofi, alle 20:22

La ricerca Political Divide, sull’uso del web sociale da parte dei politici italiani

Spindoc ha il piacere di pubblicare (qualche giorno fa la prima puntata introduttiva) i risultati di una ricerca inedita in Italia per metodologia e obiettivi, coordinata dall’amico Stefano Epifani dell’Università  La Sapienza e appunto pubblicato insieme a qualche mia considerazione su un tema che da tempo fa parte dei miei interessi. Una ricerca che cerca di studiare come i parlamentari della attuale legislatura utilizzano gli strumenti del web sociale per mantenere un contatto diretto con i propri elettori. Un punto di partenza per ragionare sulla politica e il web, con qualche dato sottomano. La prima puntata, con relative tabelle sono su Spindoc – a giorni la seconda puntata sugli strumenti (sito, blog, social network tipo facebook).

Un grafico della ricerca Political Divide. Presenza online dei parlamentari italiani divisi per schieramento (dati rilevati ad Aprile 2009)
Un grafico della ricerca Political Divide. Presenza online dei parlamentari italiani divisi per schieramento (dati rilevati ad Aprile 2009)

Intervista ad un protagonista della musica indipendente italiana, lato musicista e produttore

Michele Orvieti dei Mariposa

Cambiando sport, ma non campo da gioco (sempre il campo delle nuove tecnologie a sfidare il campo della discografia più o meno tradizionale, e della comunicazione musicale), segnalo una intervista a Michele Orvieti, tastiere dei Mariposa e mente della etichetta indie Trovarobato. La segnalo perché penso – e non parlo da mammà con il suo scarrafone – che oggi in Italia non ci siano molti operatori professionisti della musica che abbiano le idee così chiare sui rischi e soprattutto sulle opportunità di modelli ibridi di sopravvivenza dentro un contesto complicato e arricchito dalla presenza di nuovi pubblici, nuovi strumenti più o meno social, nuove cittadinanze musicali che raccontano di nuovi rapporti tra chi fa musica e chi l’ascolta:

«Per il nostro mondo di riferimento, ovvero la musica indipendente, questo meccanismo di diffusione più o meno lecita della nostra musica (che passa anche attraverso il peer-to-peer e il download “illegale”, ndr) è comunque a nostro vantaggio, è una fantastica chiusura del cerchio. Ci permette di far girare il nostro lavoro e al contempo di concentrarci sull’attività live: alimenta un pubblico consapevole, che consapevolmente viene ai nostri concerti e che spesso alla fine decide anche di comprare l’oggetto fisico – il cd che comunque continuiamo a produrre come biglietto da visita che rimane nel tempo».

20/01/2009

La diretta dell’insediamento di Obama

di Antonio Sofi, alle 15:18

L’unica diretta che fornisce un codice embeddabile (da mettere nei propri blog) era quella diHulu che ritrasmette Fox, la diretta video della cerimonia di insediamento di Barack Obama.

Update delle 21.00. Per chi lo vuole rivedere, la Msnbc mette a disposizione un video con il codice embeddabile


Per altre fonti e canali da cui seguire la diretta, vedi questo post di Spindoc; per fonti anche italiane segnalo questo post di Dario Salvelli. Dalle 17 in poi credo che seguirò, con un orecchio, anche la diretta radio di Enrico Sola e Giorgio Valletta su Current.

CNN + facebook live
La diretta CNN + Facebook

Dopo un po’ di comparazioni, per chi ha Facebook, consiglio il coverage integrato di CNN.com in Facebook: ci sono quattro channel on demand (di cui una è la diretta con regia, e le altre tre sono camere con l’integrale) e accanto la chat dei friends o di tutti coloro sono collegati da tutte le parti del mondo.

Update: alcuni numeri sull’esperimento di mashup tra tv tradizionale e social network come Facebook sono su spindoc (via mashable): tra gli altri 3000 update di status al minuto, e 13 milioni di video stream. Personalmente ritengo l’esperimento ben congegnato e riuscito – e non solo perché non c’è stato un problema tecnico.

In più, per chi vuole: il testo completo dello speech tenuto da Obama. (e sotto il wordle)

Obama speech tag cloud

10/01/2009

Una Apple tracciante. Le due ultime interviste per Qdc.

di Antonio Sofi, alle 15:46

Oh, intanto buon anno (povero Webgol, un po’ dimenticato nelle feste di quest’anno, elefante sorpassato da sbertuccianti micro-social-cosi) (che tra un po’, dico Webgol, compie la bellezza di sei – leggi 6 – anni). Comunque. Avanzavo la segnalazione delle due ultime interviste settimanali per Quinta di Copertina. Li metto al volo qui sotto.

Parto dall’ultima. Una chiacchierata con l’amico Antonio Dini sui destini e le fortune della Apple – la scusa è il recente MacWorld orfano di Steve Jobs tra musica senza DRM e tensioni ecologiche. E il MacWorld di quest’anno è anche, per molti versi, emblematico segnale di una conclusione (forse definitiva) dell’era delle fiere – come ha scritto Lamberto Mandelli. Momenti e appuntamenti puntuali che prevedono una comunicazione dall’alto al basso, per molti versi “vecchio stile”, con logiche rimediate dai vecchi media; uno strumento forse troppo rigido per gestire le nuove dinamiche attivate dal Web e forse ormai incapace anche di “creare” l’evento o dettare l’agenda.

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    Quinta di copertina – 9 gennaio 2008 – Ospite: Antonio Dini | Iscriviti al feed Rss della rubrica (rss)

L’ultima chiacchierata del 2008 è stata invece con Giorgio Jannis, semiologo ed esperto di culture digitali – su tecnologie connettive (e quelle che Giorgio chiama “traccianti” – che permettono cioè di tracciare meglio le conversazioni attive), social network e identità digitali: immensamente più ricche di giorno in giorno, immensamente più complicate. la registrazione ha avuto qualche problema tecnico, e l’audio non è pienamente fruibile (colpa mia, mi scuso con Giorgio e chi chi dovrà tendere le orecchie).

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    Quinta di copertina – 27 dicembre 2008 – Ospite: Giorgio Jannis | Iscriviti al feed Rss della rubrica (rss

02/12/2008

Da Europeana al Wikipedia, il valore della conoscenza libera. A Qdc Frieda Brioschi.

di Antonio Sofi, alle 19:52

In ritardo segnalo anche qui la puntata settimanale di Quinta di Copertina, dedicata alla organizzazione, distribuzione e promozione della conoscenza online – lo spunto/notizia è Europeana.eu, progetto europeo andato online il 20 novembre scorso con 2 milioni di contenuti digitali legati alla storia e alla cultura dell’Europa – da Kafka a Vermeer, da Mozart a Picasso – e “crashato” per troppi accessi due giorni dopo.

Ne ho discusso con enorme piacere con Frieda Brioschi, presidente di Wikimedia Italia, ed interlocutrice preparata e brillante – e non lo scopro certo oggi o io. Peraltro, con una curiosa e opportuna coincidenza, negli ultimi giorni altre due notizie hanno girato intorno ai temi wikipediani: da una richiesta di sequestro delle pagine Wiki in Germania da parte di un parlamentare al plagio in Spagna da parte del sito di una enciclopedia cartacea, fino ad arrivare all’accordo concluso di Wikimedia con Creative Commons.

Insomma, credo meriti l’ascolto :)

ASCOLTA: Wikipedia, Europeana e la conoscenza creativa, su Apogeonline
SCARICA: l’mp3 (9,7 mega ca)
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22/11/2008

Melius adimere. Il marketing minimale, dal Web all’edicola sovraffollata

di Antonio Sofi, alle 11:57

Marketing, comunicazione o pubblicità: quale busta scegli?

A scegliere la busta della domanda da un milione di euro, e sulla puntata di Quinta di Copertina di questa settimana (tormentata da una lenta propagazione dei DNS di Apogeonline, che ora dovrebbero essere più o meno risolti) è uno dei “grandi vecchi” del racconto del marketing sul e del Web, il cowboy delle nuove frontiere della comunicazione online, ovvero Gianluca Diegoli – markettaro di professione, e curatore di Minimarketing – un blog dal sottotitolo che è un biglietto da visita: il blog del marketing minimale (e non minimalista, aggiungo io). In cui, forse, il detto melius abundare si capovolge – togliendo le frolloccate e rimettendo al centro le persone.

La crescita vorticosa degli utenti del social Web in Italia (Facebook sopra tutti) e il conseguente aumento dell’attenzione ad esso dedicata, ha portato come conseguenza – non solo in Italia – che alcune aziende, sia pubbliche che private, hanno deciso di filtrarne l’accesso al lavoro. I social network sono considerati fattore di disturbo e di distrazione per i lavoratori. Il fenomeno si iscrive all’interno di una spesso schizofrenica propensione al Web delle aziende – e dei settori marketing, pubblicità e comunicazione. Ne parliamo – fino ad arrivare al problema delle metriche che non ci sono e delle nuove intraprese dell’editoria cartacea sulla tecnologia – con Gianluca Diegoli, esperto di marketing più o meno convenzionale e curatore di Minimarketing.it.

Uno degli argomento di cui mi è più divertito trattare con Gianluca parte da questo suo post sul marketing dell’edicola, ovviamente con riferimento all’atteso sbarco di Wired in Italia: alcune definizioni sono davvero molto divertenti.



[Peraltro condivido l'approccio: tutto nasce da un bisogno. Mi viene in mente anche un vecchissimo intervento sul blogging del 2003, quando ancora si usava dire
Weblog (per dir della vecchiezza della cosa). Intervento di cui mi ero completamente dimenticato ma che ho trovato sano e salvo ancora sul server in orribile ppt o in più comodo pdf. Roba ormai da modernariato digitale.]

ASCOLTA: L’azienda digitale tra marketing, pubblicità e comunicazione, su Apogeonline
SCARICA: l’mp3 (9,7 mega ca)
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24/10/2008

Facebook, la psicologia e il pregiudizio tecnologico

di Antonio Sofi, alle 08:00

Negli ultimi tempi Facebook è prepotentemente al centro dell’agenda tecnologica dei media. Articoli, inchieste sui settimanali, servizi più o meno di colore su magazine televisivi e telegiornali.

Il racconto di Facebook (preso ad esempio o sineddoche di tutto l’universo dei social network) è legittima reazione all’impennata di utenti che ha fatto registrare il servizio in Italia negli ultimi tempi (più che raddoppiati in due mesi: ora sfiorano il milione e mezzo), ma è spesso inquinato da una sorta di pregiudizio tecnologico, e da impressioni personali e discutibili ma spacciate per verità scientifiche (spesso relative alla classico refrain della dipendenza da Internet).

Una vignetta di Pietro Vanessi (unavignettadipv.it), via Psicocafè
Una vignetta di Pietro Vanessi (unavignettadipv.it), via Psicocafè

Grande dibattito ha scatenato (leggi blogbabel, o sintesi di Federico), due giorni fa, la pubblicazione di un articolo sul Corriere.it, dal titolo Facebookmania fra i 30-40enni, che semplifica il fenomeno riducendolo (quasi completamente) alla sola devianza.

Con la diffusione dell’uso di Facebook, inoltre, cambiano (in modo più o meno significativo) anche i concetti di “amicizia” e (soprattutto) di privacy – di pubblico e privato.

Nell’appuntamento settimanale di Quinta di Copertina ne parlo con Giulietta Capacchione, psicologa da tempo attenta alle dinamiche dei nuovi media, e curatrice del blog tematico Psicocafe, uno dei primi blog del genere in Italia.

Ho apprezzato molto la lucidità di Giulietta nell’affrontare i controversi temi dell’uso e abuso della Rete più o meno sociale dal punto di vista della psicologia – a dimostrazione che chi mal interpreta è spesso ignorante dei fenomeni sui quali si arroga la competenza di dire (e non è una scusante, semmai un aggravante).

Interessante – e mi riprometto di tornarvi essendo stato l’argomento oggetto di alcune mie riflessioni passate – la riflessione sui bias distorsivi presenti nel passaggio dell’informazione tra ricerca scientifica e divulgazione giornalistica – problema classico del giornalismo dell’innovazione. Il punto è forse, dice Giulietta, che mentre per le altre discipline è di fatto impossibile prevedere in che direzione andrà la cattiva interpretazione, quando si parla di nuove tecnologie e nuovi media, negli ultimi tempi, la cattiva interpretazione è di fatto quasi a senso unico, negativo o apocalittico.

14/10/2008

Facebook generation goes to Urbino

di Antonio Sofi, alle 13:53

Il titolo c’entra e vale poco. Se non a mettere in connessione Facebook appunto, il social network per il quale lItalia sembra essersi presa una scuffia violenta, sebbene un po’ ritardataria (raddoppiati gli user in meno di un mese nel mese di settembre, entrati nel top ten delle nazioni con più utenti, ecc.), e il weekend appena trascorso ad Urbino, in occasione della Girl Geek Dinner e del Festival dei blog – eventi a braccetto entrambi assai bene organizzati, in un mix gentile di leggerezza e contenuti che sta diventando l’ottimo marchio di fabbrica delle cose made in Urbino.

Quinta di Copertina e la morte presunta dei blog

Fabio Giglietto Di uno degli organizzatori del weekend urbinate, Fabio Giglietto, segnalo anche l’intervista uscita venerdì scorso per la nuova versione della mia Quinta di Copertina, con il titolo “Facebook, la privacy e la (quasi) morte dei blog“. In realtà anche in questo caso il titolo non è dei più precisi, ma ho trovato molto interessanti le considerazioni che Fabio fa a partire da una serie di dati comparativi (c’è anche Badoo, il precedente leader dei social network al tricolore), per arrivare a declinare una sorta di continuum esperienziale, che va dai blog ai social network e che ha in sé la risposta, più o meno soddisfacente, a diversi bisogni comunicativi e relazionali.

Daje in salsa social

Sempre collezionando link come perline di plastica in cromo-tematica coincidenza, segnalo anche una intervista che a conti fatti ed ex post acquista un significato dajarolo in salsa social-fangosa, essendo una intervista condotta da da Ilenia Picardi e Simona Regina per Radio SE. L’argomento è sempre Facebook, il pianeta a porta di click e oltre a me c’è un intervento di Diego Bianchi, che su FB la base ha, all’epoca, più o meno dovuto portarcelo di forza.

Alcuni dati da chiacchierata @ barcamp

Infine, ultima segnalazione: l’intervento di Vincenzo Cosenza all’AcaBarCamp. Ovviamente sull’onnipresente fb, con alcuni dati sulla galoppante (e un po’ preoccupante, come tutti i fenomeni di esondazione veloce) crescita in Italia del social network fondato da Mark Zuckerberg.

02/10/2008

La crisi, l’economia nelle persone e l’innovazione nelle relazioni

di Antonio Sofi, alle 17:00

L’ospite della puntata di oggi, la terza puntata del nuovo format di Quinta di Copertina, è Alberto Cottica.

Alberto Cottica a Vancouver

L’idea di una chiacchierata con Alberto, fondatore dei Modena City Ramblers (da cui è uscito) ed economista attento ai temi dallo sviluppo che nasce dalla creatività, mi è nata – oltre che ovviamente dalla crisi finanziaria di questi turbolenti giorni – dalla foto qui sopra, presa dal suo blog, in cui scrive dal bel mezzo di un tour nord americano – insieme al Coro delle Mondine di Novi e ai Fiamma Fumana.

Il titolo del post era “Un economista in tour al tempo della crisi”, ma poi – nonostante le attese in parte ormai eterodirette di concioni incomprensibili di alta ingegneria finanziaria – Alberto scriveva del comportamento della gente e delle chiacchiere con le mondine come possibile soluzione al panico indiscriminato.

Ecco che allora mi è venuto voglia di capirne di più, partire dal suo punto di vista sulla crisi in atto per arrivare anche ad Internet, alle culture di Rete o a progetti molto affascinanti e “net-based” di “messa in relazione” di competenze e idee per lo sviluppo come Kublai.

Merito suo ovviamente, ma il risultato mi sembra davvero worth listening :)

Su Apogeonline, come sempre, il post completo di indicazioni anche bibliografiche. Qui sotto il file mp3 (c’è anche un comodo feed e un canale itunes per sotoscrivere il podcast)

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