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Post archiviati nella categoria 'TecnoFobie'

03/05/2012

Un governo in form. Web test su strada (anzi in tv)

di Antonio Sofi, alle 11:53

[Come funziona la moviola /10] Il giorno dopo l’annuncio ripreso da tutti i giornali della possibilità di segnalare online gli sprechi e aiutare così governo e Bondi (neo-commissario straordinario) “giochiamo” in diretta con il sistema di segnalazione (in realtà è un normalissimo e per niente social form online di contatto) per testarne la funzionalità.

Salvatore, uno dei nostri cittadini collegati via webcam, ci segnala uno spreco: il carcere di Villalba, costruito e mai usato.

Compiliamo il form e inviamo: c’è una risposta di presa in consegna del messaggio (“Risponderemo al più presto”) e nessun’altra indicazione della fine che farà la segnalazione. Le poche regole d’ingaggio, gli scarsi feedback delle azioni che vengono fatte (peraltro non corroborate da meccanismi social) e la limitata trasparenza dei risultati finali rendono l’esperimento molto poco utile in termini delle logiche digitali – e dell’ancora lontanissimo egov.

[continua…]

29/04/2012

Toda tv cambia. Social network e nuovi format della politica in tv

di Antonio Sofi, alle 21:44

Al Festival del giornalismo di Perugia, la serata di sabato è stata dedicata al matrimonio che s’ha da fare tra tv e social media: Toda Tv cambia, è il titolo che abbiamo pensato – un cambiamento insieme necessario e inevitabile ma pieno di difficoltà (e di incertezze) sui modi…
La serata condotta da Andrea Vianello, ha visto tra gli ospiti (oltre al qui scrivente) Luisella Costamagna, Corrado Formigli, Gianluigi Paragone, Diego Bianchi, Francesco Soro.

Toda Tv cambia - Perugia international journalism festival
Toda Tv cambia - Perugia international journalism festival

Nuove tecnologie connettive come twitter e facebook “assediano” il media più tradizionale che c’è, e la televisione diventa sempre più social: twitta in diretta, lancia sondaggi, gioca con la Rete e dalla Rete è guardata e commentata ogni giorno in diretta. Come deve cambiare la tv che parla di politica sotto la spinta di cambiamento di queste tecnologie che permettono al telespettatore di interagire in tempo reale con il programma e con gli altri telespettatori?

La cosiddetta social tv è la fine della tv, o un nuovo inizio? Per entrare in sintonia con questi nuovi modi di fruizione della televisione serve una tv più tecnica (come il governo)? Più politica? Più aperta ai contributi che provengono dalla Rete? Più convergente? Meno parlata? Con più inchieste? Ne parliamo con chi sta sperimentando in vivo – usando nuove tecnologie, nuovi metodi, nuovi format – cosa significa provare a innovare in qualche modo la cara vecchia tv.

Toda Tv cambia. 'Guarda un po' 'sto tweet'
Toda Tv cambia. 'Guarda un po' 'sto tweet'

20/12/2011

“Non ho niente da nascondere”: da Twitter alla diretta

di Antonio Sofi, alle 16:06

[come funziona la moviola /5] Twitter, domanda e risposta sul tema.

20 dicembre 2011, Agorà, Rai 3, approfondimento sulla manovra Monti e il fisco controllore. Riccardo Quintili, direttore de Il Salvagente, parla del fatto che chi non ha niente da nascondere non si preoccupa di essere controllato. Qualche minuto prima avevo chiesto a una telespettatrice, Mita Borgogno, che su twitter, usando l’hashtag #agorarai, aveva espresso una opinione molto simile (“A me che spiano il mio conto corrente non me ne frega niente”), poi argomentando. Come i social network entrano in diretta, scelti dal flusso autonomo di commento e “tagliati” editorialmente sul tema della discussione: la trasmissione si allarga ad una “quarta dimensione” che sta dall’altra parte della telecamera.

15/12/2011

Twitter d’emersione. “Sgamato” a scrivere in diretta

di Antonio Sofi, alle 16:11

[Come funziona la moviola /4. Twitter d’emersione] 14 dicembre 2011.

Il contrasto tra Boni (Lega Nord) e Crosetto (Pdl) stenta a emergere nella superficie del dibattito. Sotto la linea di navigazione della diretta, però, Boni, aiutato dall’essere in collegamento dallo studio di Milano, scrive su Facebook un commento, che riguarda Pancho Pardi e proprio Crosetto e che finisce con “soli, soli, soli”. Lo intercettiamo qualche minuto dopo su Twitter e lo leggiamo in diretta – facendo venire i contrasti allo scoperto della discussione pubblica. Dopo la discussione, chiudiamo il cerchio proponendo una clip con Lupi che apre e Bossi che chiude – che dà l’assist a una buona punchline finale di Boni.

[continua…]

05/09/2010

Facebook, i pubblici invisibili e l’iscrizione “personalizzata”

di Antonio Sofi, alle 01:11

Non mi stupisce il pulsante “stalking” (come lo hanno già battezzato) che pare Facebook stia sperimentando (su Mashable altri dettagli tecnici).

Nella idea zuckerberiana del tutto laica e post-moderna riguardo quei vecchi arnesi concettuali chiamati privacy e dintorni, tutto torna. Al di là del nome, sapere tutto ciò che riguarda (o meglio: fa in tempo reale) una persona online è un bisogno informativo cogente del web sociale – che l’architettura di un social network come Facebook alimenta come demone compulsivo.

Facebook subscribe

La funzione non dovrebbe prevedere la possibilità di iscriversi a chi non è già amico, e nemmeno di tracciare commenti e like. Ma il punto è che tutto questo lo si può fare (più o meno) manualmente, seppur con difficoltà e perdita di tempo e informazioni: Facebook non fa altro che prenderne atto e istituzionalizzare questo bisogno più o meno indotto.

You’ve stopped pretending that Facebook is anything more noble than a way to spy on your new crush, ex-boyfriend, high school frenemy, or Lloyd Blankfein-obsessed co-worker. And now, so has Facebook. (New York Magazine)

La cosa, se confermata, ha molti aspetti discutibili. Però forse non è del tutto negativa. Intanto perché, automatizzandolo, potrebbe togliere all’esercizio investigativo fatto-in-casa parte della sua natura ossessiva. E poi perché potrebbe produrre un nuovo equilibrio basato su una maggiore attenzione ai segnali mollichini che si lasciano in giro e alla consapevolezza dei pubblici invisibili (e silenziosi) della Rete – oggi spesso poco presente.

25/06/2010

Internet better life? Il 28 e il 29 a Firenze

di Antonio Sofi, alle 13:32

Lunedì e martedì prossimo sarò ospite di ToscanaLab. La seconda edizione si svolgerà il 28 e il 29 giugno presso la Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, a Firenze, ha un ricco programma (primo e secondo giorno) e ha come tema “Internet Better Life”, ovvero: “come internet e il web 2.0 contribuiscono a migliorare la vita degli individui, veicolando in modo diverso e più ricco la conoscenza, modificando le relazioni tra le persone e trasformando di fatto l’azione sociale, con un approccio allargato e partecipativo”.

Toscana Lab

Oltre all’intervento di lunedì in plenaria – su una idea di politica integrata, che fa e farà sempre più fatica a distinguere tra on e off line – martedì mattina mi farà piacere moderare il workshop su politica, pubblica amministrazione e giornalismo: con gli interventi qualificati di Sergio Maistrello, Ernesto Belisario, Livia Iacolare, Dino Amenduni e Antonella Napolitano. Da quello che ho avuto modo di sapere in anticipo, credo che usciranno fuori cose molto interessanti: tra iperlocalità e territorio, trasparenza dei dati e delle passioni politiche, dentro una Europa sincronizzata e un approfondimento grassroots.

Per chi non proverò a farne sintesi postuma – qui sotto qualche riga di presentazione.

La domanda di partenza è quale sia il modo migliore (più etico, più democratico, più efficace) di usare le nuove tecnologie in politica: quale comunicazione, quale informazione, quale relazione con i cittadini/elettori. Internet sta certamente cambiando il modo di fare politica. La rende più aperta, trasparente e partecipata (forse anche un po’ più populistica). Oggi fare politica senza Internet è come uscire di casa senza pantaloni: non si va lontano, la gente ti ride dietro e comunque tutti notano la mancanza. Ma la questione è soprattutto in che modo la Rete riesce a cambiare le regole del gioco politico: le strategie del confronto elettorale, le logiche del racconto giornalistico, le priorità dell’agenda pubblica – per finire all’azione di governo, alla pubblica amministrazione e a un confronto/interazione continuo con i cittadini che sul web non può più interrompersi il giorno dopo del voto.

UPDATE del 30 giugno: alcune considerazioni/idee emerse dal workshop – con materiali e presentazioni

04/06/2010

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

di Antonio Sofi, alle 16:28

Carlo Sorrentino, Enrico Bianda, Antonio Sofi, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale” (a cura di C. Sorrentino), Rai-Eri, 2008

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

E’ un libro/ricerca, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e Antonio Sofi. Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani).

LEGGI: la presentazine del libro sul sito Rai-Eri

La rete sta definendo un nuovo sistema comunicativo. Attraverso lo schermo del nostro computer possiamo ascoltare la radio, leggere le notizie, vedere la tv: tutti i media vi sono contenuti. Il nuovo ambiente comunicativo modifica profondamente alcuni dei tradizionali vincoli spazio-temporali che definiscono il lavoro giornalistico (prima fra tutti, la deadline), determinando un profondo mutamento dei processi produttivi e dei criteri di notiziabilità. Il libro analizza le conseguenze già visibili – o soltanto ipotizzabili – di tali cambiamenti, attraverso un lavoro empirico che ha condotto l’equipe di ricerca a esplorare la presenza on line delle principali testate e, specificamente per il caso italiano, a visitare alcune redazioni giornalistiche, da più tempo interessate a tali informazioni. Nel volume si descrive il passaggio dalla monomedialità alla “crossmedialità convergente”: una transizione ancora in corso, e spesso soltanto accennata nelle redazioni dove, in realtà, la pratica professionale è ancora connotata dalla prevalenza di un mero “assemblaggio” e/o giustapposizione on line di formati provenienti da media differenti (multimedialità).La crossmedialità, invece, fa riferimento alla contemporaneità dell’impegno giornalistico nell’ideazione, realizzazione, promozione e distribuzione su più media e canali comunicativi di una notizia. La crossmedialità costringe dunque a ripensare:
a) l’architettura e l’organizzazione della produzione delle notizie;
b) i contenuti realizzati e diffusi dalle redazioni giornalistiche on line e le conseguenti logiche distributive e di consumo;
c) la professionalità necessaria per far fronte alle nuove domande indotte e prodotte dal mercato e dalla società.
Soprattutto grazie a uno sviluppo tecnologico intensificatosi negli ultimi anni, oggi le informazioni possono essere consumate mentre sono prodotte. Nel momento in cui i fatti accadono si realizza la produzione giornalistica che, nello stesso momento, è fruita dal pubblico. Si definisce così un superamento spaziotemporale che richiede al giornalismo nuove competenze, basate su un sapere composito. Infatti, la maggiore “densità” della società, resa più complessa dalla moltiplicazione di attori sociali che la abitano e dalla crescita delle competenze comunicative da essi possedute, necessita di un giornalismo che sia consapevole di una sua rinnovata centralità sociale. Una centralità basata sulla capacità di riflettere e di comprendere una realtà che si caratterizza per l’enorme quantità di pratiche sociali e di conseguenti flussi informativi che la innervano. Al giornalismo spetta ancora il compito di dare senso a tali flussi informativi, affinché tutti possiamo meglio muoverci all’interno di una società cosmopolita.

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

22/03/2010

Toccami Ciccio (che l’iPhone non c’è)

di Antonio Sofi, alle 23:44

[Visto che è stato molto e da più parti apprezzato, dico l’articolo qui sotto, e anche, con la scusa, per segnalare, come più o meno tutti i mesi, il numero di ANIMAls che l’articolo contiene e di cui vedete la copertina qui a fianco, qui sotto, appunto, e già mi accortoccio sintattico, pubblico il pezzo per la rubrica che ivi scrivo, ivi inteso ancora appunto la rivista ANIMAls che in questo numero accoglie tra le sue pagine Gipi, Bacilieri, Martin, Trillo e tanti altri – e che è ancora per qualche giorno nelle edicole: ancora e per un altro mese non accompagnato… Nei prossimi giorni spiego meglio, ok – intanto, buona lettura, as]

“Mamma, Ciccio mi tocca!”
E poi, subito dopo: “Toccami Ciccio che mamma non c’è”.

Questa filastrocca, io bimbo, non l’ho mai davvero capita. Misteriosa e affascinante come sono solo le cose fuori dalla nostra portata, fisica o intellettuale. Sullo scaffale lì in alto, dove non s’arriva nemmeno in punta di piedi. Ciccio mi tocca. Toccami Ciccio. Ma perché prima sì e poi no? Non è chiaro. E poi ero incuriosito dal ruolo di Ciccio. Maschio binario alla mercè di donna lunatica, lo immaginavo toccare e smettere di farlo con lo stesso automatismo legnoso di Totò nel teatro dei burattini. (Ma forse Totò avrebbe fatto il ritocco.)

Toccare, quindi, mi dicevo, è una cosa che non si fa. Toccare è vietato se c’è vernice fresca, per esempio. O se il gioco è di un altro bambino. Certo: puoi toccare il cielo con un dito ma è difficile e dura poco. E se cerchi rifugio nella religione, c’è San Tommaso che tutti spernacchiano perché – guarda caso – per credere, giusto qualcosa (un costato, cosa vuoi che sia), pretende di toccare. Come Ciccio, sa bene che la verità è toccata e fuga. Ma non si può, toccare. Bisogna aver fede. E non è nemmeno questione che nel privato s’accartoccia, ché infatti a toccarsi riflessivi s’arrischia cecità. Insomma non si fa.

E poi dice perché per decenni tutti i progettisti di marchingegni digitali hanno separato l’esperienza tecnologica dal vero godurioso diretto toccamento. Nemmeno qui tocca toccare. Ogni volta c’infilavano in mezzo il gusto buffo di mille interfacce: vecchi joystick sgangherati, trackpad a lettura ottica, tutti alla fine evoluti surrogati di manubri, volanti, cloche. La tecnologia è separata da te – la puoi guidare, manovrare, controllare ma poi avviene altrove: questo dice il mouse che fai scivolare ogni giorno sul tappetino dei Simpson. Quando clicchi il pulsante, le cose succedono da un’altra parte. Tiè.

(Un giorno, dire che usavamo un mouse per muovere una icona sullo schermo suonerà babbione almeno quanto parlare di penna d’oca e calamaio – il giorno che i file potremo scartarli direttamente sul desktop come moncherì.)

Toccare le cose è gesto insieme antico e modernissimo: è un ritorno a un passato foresto, a un giocar con la fanga dei pixel: è come tornare a se stessi. Toccare è plasmare le cose, è possederle davvero. Se le tocchi – ecco il punto – le cose, accidenti a loro, rispondono.

E forse ora ho capito perché quella filastrocca mi intrigava tanto. La morosa di Ciccio, in fondo, era una specie di touch screen – rispondeva ai toccamenti. Forse era un touch screen di ultima generazione, responsivo e multitocco come l’iPhone e l’iPad, suo parente recente e ipertrofico. Forse era frigido e lento come un qualsiasi bancomat. L’importante – credo anche per Ciccio stesso – era che si facesse, fino a un certo punto, manipolare.

Ormai è comunque chiaro: gli ambienti “toccabili” hanno vinto. Tutto sarà sempre più istintivo, immediato, naturale. Le interfacce si invisibilizzeranno dentro hardware più ergonomici. Ci sono, ma non le vedi. Uno tocca e puf!, sesamo si apre senza parola d’ordine.

I bimbi, per esempio, capiscono subito come funziona uno schermo che si tocca. Lo toccano e funziona. Facile. Eppure poi lo chiamano “dito magico”, perché per loro la magia non è nell’oggetto. È nella persona. E a pensarci bene, in effetti, la magia è sempre – sempre – nelle dita di chi guarda.

17/01/2010

L’ah-ha dell’ebook, degli errori e dell’anima di ANIMAls.

di Antonio Sofi, alle 16:58

E’ in edicola l’ottavo numero di ANIMAls. C’è in apertura, dopo la posta, un Vivès a colori, con una serie di vignette finalmente commestibili e il coautorato di Alexis De Raphelis. Poi uno Scòzzari alle prese con i tarocchi, tra cui un papa con gli occhi rossi, una suorina con svastica oculare, una giustizia freak, l’eremita che veglia sulla città e la morte che è senz’orbita e asettica: senza visione. Segnalo pure un bel viaggio in Italia di Alessandro Tota, le foto sfumate di guerra di Robert Marnika, un Bacilieri che quando va di microvignette spacca, 4 pagine di Mannelli, poi Bruno e A Geng. Di seguito il mio pezzo per la rubrica “Avatar Mundi”, scritto agli inizi di dicembre dopo aver giocato per qualche giorno con il Kindle appena arrivato, e visto che l’argomento non è passato di moda, anzi.

AH-HA!

di Antonio Sofi

«I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta». Se stai facendo sìssì con la testa non leggere il prossimo virgolettato, che come il primo è opera di Duccio Battistrada e che di fatto laserizza la parte più facilona del recente dibattito “carta sì carta no” (non si parla di tressette ma di ebook): «Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli». Già. Bella trama questo Chanel n° 5. Ora capisco cosa ci trovava Arthur Miller in quella.

In tempi in cui il cambiamento è una gigantesca onda che ci passa tecnologica sopra la testa farci coraggio sniffando la colla psicotropa della rilegatura non aiuterà molto. Né ci renderà meno ridicoli, tutti bagnati. Rubo al mio amico Michele una battuta, qualcuno all’epoca delle prime buffe carrozze motorizzate l’avrà di certo pronunciata: «Andare in automobile? Ma io amo l’odore della merda di cavallo!». Oggi, che effetto fa?

L’afrore della cellulosa. Ma ha davvero senso vagheggiare l’olfatto che fu – dei cinque sensi il più friabile, emotivo, imbroglione: la gonnella dei nostri ricordi? Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo, è intervenuto sull’argomento: «Abbiamo fatto delle ricerche. L’odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura». Tra 50 anni inventeranno l’Air Book, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare – e i nostri figli si lamenteranno su quanto era buono l’odore della plastica e dello schermo retroilluminato.

E non è solo questione di olfatto. Il fronte di resistenza prevede anche l’argomento «Mi piace sentire la consistenza della carta tra le dita». Un po’ meno numerosi, i tattofili: forse memori di pagine taglienti che incidono carne e polpastrelli – invece che cuore e ricordo. E c’è anche chi evoca la capacità che hanno i libri cartacei di riempire lo spazio fisico degli scaffali. Un punto a loro favore: vedo già le fila di povere librerie HENSVIK abbandonate sull’autostrada.

Svicolo dai dettagli tecnologici. Svicolo dalla considerazione che il libro è più il suo contenuto che il suo contenitore. Aggiungo la questione degli errori. Ne scrive Anthony Gottlieb su Intelligent Life Magazine. Gottlieb dice che gli errori sono ineliminabili, in ogni tipo di comunicazione. Tutto è zuppo di errori. Ops, zeppo. Ma quelli cartacei sono più perniciosi. Siamo ancora figli dell’idea che se una cosa è nero su bianco è vera. Verificata. (Ecco anche perché gli errata corrige non se li fila nessuno: perché destabilizzano – come da bimbi sentire i propri genitori ammettere di aver sbagliato). Aggiungi pure questo alle colpe di Gutemberg.

Il problema degli errori riguarda quotidiani e riviste (ricerche hanno dimostrato che almeno la metà delle pagine hanno un errore di qualche tipo: dai refusi agli sfondoni concettuali). E riguarda i libri. Ora. Se gli ebook sfondano, una ipotesi al vaglio è che le varie versioni rivedute e corrette di un testo verranno via via automaticamente sostituite. Tecnicamente non è un problema. Ma senza gli errori degli altri – senza poter fare ah-ha puntando il dito come fa l’amichetto di Bart Simpson quando qualcuno inciampa – quand’è che diventeremo adulti? Ah-ha!

21/07/2009

Il ritorno (o la vendetta) di Italia.it

di Antonio Sofi, alle 13:48

Qualche settimana prima della messa off line per manifesto insuccesso del primo Italia.it feci una presentazione che fu accolta da un certo interesse: Do it better. Le cose da non fare in Rete. Il caso di Italia.it.

La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
Il punto era quanto in Rete molto più importante del prodotto finale e finito fosse il processo, soprattutto quando si occupano territori che definiscono identità condivise – di italiani e di utenti web, in questo caso. Una possibile soluzione (comunicativa) individuata era un approccio più morbido, meno presuntuoso e strombazzante – che traesse spunto dalla logica della “versione beta”, provvisoria, con cui spesso vengono licenziati i progetti online al fine di raccogliere feedback e suggerimenti. Alcuni segnali provenienti da questo Italia.it, nel quadro generale di confusa bruttezza e sostanziale inutilità che oggi lo caratterizza e in attesa delle annunciate migliorie, sono però positivi – dall’ascolto delle discussioni, come nel caso del gruppo su Friendfeed, o il progetto diffuso sugli sviluppi futuri. Vedremo. Di seguito un pezzo più divulgativo, e qui arricchito, uscito oggi su Dnews. as

Italia.it, il ritorno. O la vendetta, come Rambo. Da qualche giorno è di nuovo online il famigerato portale del turismo italiano, dopo quasi un anno e mezzo di black-out. Il progetto precedente fece molto discutere per gli errori tecnici e le inesattezze contenutistiche, nonché per il budget completamente fuori scala rispetto al resto del web, dove spesso le nozze si fanno con i fichi secchi.

Un progetto faraonico realizzato male e comunicato peggio, calato sul web come una navicella aliena e messo off line per manifesto insuccesso dopo numerose proteste anche ufficiali. Ora la nuova versione, fortemente voluta da Michela Brambilla – terzo ministro che si passa il cerino acceso del portale che dovrebbe rilanciare il turismo italiano, dopo Lucio Stanca (cui si deve il contestato progetto iniziale e buona parte dei difetti “genetici”) e Francesco Rutelli (autore anche all’epoca di un video di saluto che ancora spopola su YouTube grazie al tormentone “plis visit auar cauntri”).

Italia.it come sito vetrina
Italia.it come sito vetrina

Il nuovo Italia.it non è granché, però, a detta di tutti – esperti e semplici visitatori. Graficamente banale (c’è chi ha notato forti “somiglianze” con l’omologo spagnolo spain.info), povero di contenuti “vetrinizzati” e ricco di problemi tecnici (dall’accessibilità alla validazione del codice al SEO – vedi l’analisi di Tom Stardust), con un’accozzaglia disordinata di link (vedi la pagina su come organizzarsi un viaggio), un motore di ricerca che funziona male (come nota Mantellini tra le altre cose) e poche concessioni a quel web fantasmagorico e social cui siamo ormai abituati.

La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata
La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata

Disattese le promesse della vigilia, che annunciavano un sito “emozionale”: «Non vedo niente di emozionale – scrive su friendfeed il web designer Dario Agosta – a me turista norvegese non interessa sapere che a Bologna si mangiano i tortellini, mi interessa sapere cose che non so. “Tell me something I don’t know”». E poi aggiunge, facendo in fondo la descrizione esatta della natura dei contenuti generati dagli utenti che si trovano in tutti i social network di ultima o penultima generazione:

«E’ “emozionale” la luce della Val Venosta dopo un temporale di luglio, la ragazza carina che ti sorride in Piazza Plebiscito a Napoli, il cameriere che si siede a fumare una sigaretta con te fuori dal ristorante, e l’attimo di vertigine che mi prende sempre quando esco dalla stazione di venezia e vedo il canale, e sono queste le cose che ho sempre raccontato dell’Italia. Non quella razzumaglia da sussidiario».

Dalle parti del ministero mettono le mani avanti: è un sito ancora in versione “beta” e provvisoria e si nutrirà via via del contributo di tutti. Contributo che in Rete emerge quasi automaticamente (ma si disperde altrettanto facilmente se non viene “curato”):

«La cosa straordinaria infatti rimane l’interesse delle persone, un interesse che va ben oltre il diretto coinvolgimento nelle questioni turistiche e che, a mio parere, trae origine da un orgoglio ed un amore di ciascuno per la propria terra. Siamo un popolo di poeti, santi, eroi e… potenziali guide turistiche».

commenta Roberta Milano, docente di web marketing turistico.

Un interesse un po’ inferiore a quello della precedente versione – perché è stato presentato con meno squilli di tromba e sperpero di denaro, c’erano meno aspettative, e si attende la versione definitiva. Un interesse che comunque Italia.it avrà l’onore e l’onere di usare per il meglio. Internet difficilmente farà sconti: l’annuncio non seguito dai fatti serve a poco, da queste parti.

26/05/2009

I tanti divide dell’internet italiano. Dalla politica alla musica indipendente.

di Antonio Sofi, alle 20:22

La ricerca Political Divide, sull’uso del web sociale da parte dei politici italiani

Spindoc ha il piacere di pubblicare (qualche giorno fa la prima puntata introduttiva) i risultati di una ricerca inedita in Italia per metodologia e obiettivi, coordinata dall’amico Stefano Epifani dell’Università  La Sapienza e appunto pubblicato insieme a qualche mia considerazione su un tema che da tempo fa parte dei miei interessi. Una ricerca che cerca di studiare come i parlamentari della attuale legislatura utilizzano gli strumenti del web sociale per mantenere un contatto diretto con i propri elettori. Un punto di partenza per ragionare sulla politica e il web, con qualche dato sottomano. La prima puntata, con relative tabelle sono su Spindoc – a giorni la seconda puntata sugli strumenti (sito, blog, social network tipo facebook).

Un grafico della ricerca Political Divide. Presenza online dei parlamentari italiani divisi per schieramento (dati rilevati ad Aprile 2009)
Un grafico della ricerca Political Divide. Presenza online dei parlamentari italiani divisi per schieramento (dati rilevati ad Aprile 2009)

Intervista ad un protagonista della musica indipendente italiana, lato musicista e produttore

Michele Orvieti dei Mariposa

Cambiando sport, ma non campo da gioco (sempre il campo delle nuove tecnologie a sfidare il campo della discografia più o meno tradizionale, e della comunicazione musicale), segnalo una intervista a Michele Orvieti, tastiere dei Mariposa e mente della etichetta indie Trovarobato. La segnalo perché penso – e non parlo da mammà con il suo scarrafone – che oggi in Italia non ci siano molti operatori professionisti della musica che abbiano le idee così chiare sui rischi e soprattutto sulle opportunità di modelli ibridi di sopravvivenza dentro un contesto complicato e arricchito dalla presenza di nuovi pubblici, nuovi strumenti più o meno social, nuove cittadinanze musicali che raccontano di nuovi rapporti tra chi fa musica e chi l’ascolta:

«Per il nostro mondo di riferimento, ovvero la musica indipendente, questo meccanismo di diffusione più o meno lecita della nostra musica (che passa anche attraverso il peer-to-peer e il download “illegale”, ndr) è comunque a nostro vantaggio, è una fantastica chiusura del cerchio. Ci permette di far girare il nostro lavoro e al contempo di concentrarci sull’attività live: alimenta un pubblico consapevole, che consapevolmente viene ai nostri concerti e che spesso alla fine decide anche di comprare l’oggetto fisico – il cd che comunque continuiamo a produrre come biglietto da visita che rimane nel tempo».

20/01/2009

La diretta dell’insediamento di Obama

di Antonio Sofi, alle 15:18

L’unica diretta che fornisce un codice embeddabile (da mettere nei propri blog) era quella diHulu che ritrasmette Fox, la diretta video della cerimonia di insediamento di Barack Obama.

Update delle 21.00. Per chi lo vuole rivedere, la Msnbc mette a disposizione un video con il codice embeddabile

Per altre fonti e canali da cui seguire la diretta, vedi questo post di Spindoc; per fonti anche italiane segnalo questo post di Dario Salvelli. Dalle 17 in poi credo che seguirò, con un orecchio, anche la diretta radio di Enrico Sola e Giorgio Valletta su Current.

CNN + facebook live
La diretta CNN + Facebook

Dopo un po’ di comparazioni, per chi ha Facebook, consiglio il coverage integrato di CNN.com in Facebook: ci sono quattro channel on demand (di cui una è la diretta con regia, e le altre tre sono camere con l’integrale) e accanto la chat dei friends o di tutti coloro sono collegati da tutte le parti del mondo.

Update: alcuni numeri sull’esperimento di mashup tra tv tradizionale e social network come Facebook sono su spindoc (via mashable): tra gli altri 3000 update di status al minuto, e 13 milioni di video stream. Personalmente ritengo l’esperimento ben congegnato e riuscito – e non solo perché non c’è stato un problema tecnico.

In più, per chi vuole: il testo completo dello speech tenuto da Obama. (e sotto il wordle)

Obama speech tag cloud

10/01/2009

Una Apple tracciante. Le due ultime interviste per Qdc.

di Antonio Sofi, alle 15:46

Oh, intanto buon anno (povero Webgol, un po’ dimenticato nelle feste di quest’anno, elefante sorpassato da sbertuccianti micro-social-cosi) (che tra un po’, dico Webgol, compie la bellezza di sei – leggi 6 – anni). Comunque. Avanzavo la segnalazione delle due ultime interviste settimanali per Quinta di Copertina. Li metto al volo qui sotto.

Parto dall’ultima. Una chiacchierata con l’amico Antonio Dini sui destini e le fortune della Apple – la scusa è il recente MacWorld orfano di Steve Jobs tra musica senza DRM e tensioni ecologiche. E il MacWorld di quest’anno è anche, per molti versi, emblematico segnale di una conclusione (forse definitiva) dell’era delle fiere – come ha scritto Lamberto Mandelli. Momenti e appuntamenti puntuali che prevedono una comunicazione dall’alto al basso, per molti versi “vecchio stile”, con logiche rimediate dai vecchi media; uno strumento forse troppo rigido per gestire le nuove dinamiche attivate dal Web e forse ormai incapace anche di “creare” l’evento o dettare l’agenda.

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    Quinta di copertina – 9 gennaio 2008 – Ospite: Antonio Dini | Iscriviti al feed Rss della rubrica (rss)

L’ultima chiacchierata del 2008 è stata invece con Giorgio Jannis, semiologo ed esperto di culture digitali – su tecnologie connettive (e quelle che Giorgio chiama “traccianti” – che permettono cioè di tracciare meglio le conversazioni attive), social network e identità digitali: immensamente più ricche di giorno in giorno, immensamente più complicate. la registrazione ha avuto qualche problema tecnico, e l’audio non è pienamente fruibile (colpa mia, mi scuso con Giorgio e chi chi dovrà tendere le orecchie).

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    Quinta di copertina – 27 dicembre 2008 – Ospite: Giorgio Jannis | Iscriviti al feed Rss della rubrica (rss

02/12/2008

Da Europeana al Wikipedia, il valore della conoscenza libera. A Qdc Frieda Brioschi.

di Antonio Sofi, alle 19:52

In ritardo segnalo anche qui la puntata settimanale di Quinta di Copertina, dedicata alla organizzazione, distribuzione e promozione della conoscenza online – lo spunto/notizia è Europeana.eu, progetto europeo andato online il 20 novembre scorso con 2 milioni di contenuti digitali legati alla storia e alla cultura dell’Europa – da Kafka a Vermeer, da Mozart a Picasso – e “crashato” per troppi accessi due giorni dopo.

Ne ho discusso con enorme piacere con Frieda Brioschi, presidente di Wikimedia Italia, ed interlocutrice preparata e brillante – e non lo scopro certo oggi o io. Peraltro, con una curiosa e opportuna coincidenza, negli ultimi giorni altre due notizie hanno girato intorno ai temi wikipediani: da una richiesta di sequestro delle pagine Wiki in Germania da parte di un parlamentare al plagio in Spagna da parte del sito di una enciclopedia cartacea, fino ad arrivare all’accordo concluso di Wikimedia con Creative Commons.

Insomma, credo meriti l’ascolto :)

ASCOLTA: Wikipedia, Europeana e la conoscenza creativa, su Apogeonline
SCARICA: l’mp3 (9,7 mega ca)
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