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Post archiviati nella categoria 'Sbarellamenti'

24/12/2008

Aggiungi Ferdinand ai tuoi amici. Gemeinschaft e gesellschaft ai tempi di Facebook.

di Antonio Sofi, alle 20:34

Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies non ha un profilo su Facebook. Eppure lo meriterebbe, nonostante sia morto da quasi 80 anni. Non fosse altro per aver inconsapevolmente fornito, con le sue teorie, impagabili suggerimenti su come progettare social network su Internet. – due parole ostiche e vibratili, opposte come poli di calamita – non hanno certo colpa del successo dei moderni Facebook, MySpace, Linkedin, Badoo, Netlog, e via elencando. Eppure aiutano un po’ a capire la diffusa fascinazione che i social network hanno, ogni giorno di più, presso un numero sempre maggiore di persone in tutto il mondo; e al contempo, l’altrettanto montante resistenza che generano.

Oxygen 5

Oggi ho ricevuto con piacere nella cassetta della posta la rivista Oxygen, il numero 5 di Ottobre. Il trimestrale – a cui un sito oggettivamente falla – è però un oggettino cartaceo davvero delizioso, edito ed editato dagli amici di Codice Edizioni per Enel. Molto più che un magazine “aziendale” però: intorno al filo rosso delle energie trovano spazio e posto approfondimenti, storie fotografiche, saggi più o meno monografici di varia natura e scienza. Se lo trovate in libreria dategli un’occhiata: è anche un piacere alla vista, con un superbo apparato iconografico.

In questo numero c’è anche un mio divertissement (intitolato “Aggiungi Ferdinand ai tuoi amici”) sul rapporto tra il social web e le teorie di un sociologo tedesco attivo all’inizio del secolo scorso, che scriveva di “comunità” e “società” (nel dossier dedicato ai social network anche – e ben più on topic di me – interventi di Clay Shirky, Andrea Toso e Enrico Sola). Ché poi, parlare di comunità è anche una buona scusa per auguri di buone feste e buon anno: che la festa è quando si sta con chi senti più vicino. Webgol, salvo comparsate strane, torna nel 2009.

05/05/2008

Scambiamoci un segno di daje

di Antonio Sofi, alle 14:40

Giusto per stabilire un punto di verità storica e quindi poter passare allegramente oltre, tirato in ballo da Diego due parole sulla parola d’ordine del weekend del barcamp materano (per spirito e atmosfera caratteristico e inimitabile: un grazie di cuore a tutti gli organizzatori); che è stata “Daje“. Ad un certo punto la romanesca esortazione risuonava di continuo tra le inclite aule e i sorridenti amici, le soleggiate terrazze e i contenuti d’interstizio, gli espressini 80% (simili solo in questa percentuale a quelli dell’anno scorso) e i peperoni scrocchiarelli, in mezzo agli antichi acustici tufi e fuori il bar wifizzato di Aldo eletto quartier generale: daje! Daje! Daje!

Come grande mamma semantica, daje ha via via accolto tra le sue braccia molteplici sensi; eppure il daje primigenio è in uno specifico passaggio dell’ultimo video di Diego (più o meno da 4:19 a 4:35) – in cui si annusa l’esistenza di un bisogno profondo, insieme politico ed extrapolitico, inespresso e tuttora senza rappresentanza di “abbracciarci, fare casino, fomentarsi a vicenda”.

Daje a Materacamp. Foto di Monica

E’ il daje che è lo slogan mancato di una sinistra che poteva farcela, antidoto energetico allo sgomento generazionale che non riesce a risolversi se non affidandosi a passati mitologici o a relativismi personalistici, stimolo apotropaico a ritrovare dal basso uno spirito di comunità smarrito in un retorico cacadistinguismo, esortazione mobilitante che non parla sottovoce, non è marzulliana né correntista, che non sta per forza in mezzo e se può fischia, che si diffonde da vicino a vicino – come da video – per contagio di prossimità (è sul territorio, è sul territorio), che invece di bullarsi di prevedere il futuro prova a crearlo: daje! Daje! Daje!

Nel momento di sconforto o di indecisione il daje può essere il pungolo irresistibile e spesso intimissimo ad andare oltre le proprie insicurezze e le proprie paure: oltre il già-detto e verso il questo-diremo (infatti la risposta giusta è il rilancio immediato, la forza tranquilla e beffarda del giocatore di poker che va a vedere il bluff: “de più!”)

:)

(grazie a monica per la foto, altre foto – una tonnellata – con il tag materacamp2008)

19/12/2007

La realtà è remixabile. Ovvero per chi suona la batteria?

di Antonio Sofi, alle 21:07

Ci sono pensieri timidi che ci vuole un po’ di tempo perché decidano di uscire fuori dalla stanza segreta dove girano in circolo facendo il cerchio per terra come tanti Zii Paperone in ambasce. Perché escano fuori e decidano anche di prender per mano altri pensieri e formare un gruppo di pensieri dotato di un qualche (vago) senso.

E’ più o meno quello che è successo con un pezzo che segnalo oggi su Apogeonline, di lenta e tumblerica gestazione, dal titolo “L’arte ai tempi del Web, dal sampling digitale alla Remixable Reality“. E’ una riflessione che prende spunto e scusa dalla serie dei video caricati nell’arco di quest’anno e mezzo su YouTube da un giovanissimo norvegese che si chiama Lasse Gjertsen – e che poi va a toccare alcune corde (sensibili, per me) delle nuove creatività digitali.

Sembra complicato? Facciamo così, è un patto. Guarda il video qui sotto. Prova a leggere solo se il video ti incuriosisce un po’ :)

18/12/2007

Dall’avatar di Second Life al fumetto a forma di papero

di Antonio Sofi, alle 23:58

Pare non si possa fare a meno di una (qualche, rassicurante) maschera. Avatar o papero che sia.

Bella serata dentro Unacademy, dove ho assistito ad una barconference (la nostra prima, ed è un grande inizio) sul “Futuro dei giornali” gestita a mo’ di competizione dialettica (insieme ironica e serissima), con Carlo Felice Dalla Pasqua a far la parte del giornalista (lui che lo è, oltre che vecchio e acuto frequentatore dei territori digitali) e Gaspar Torriero a far la parte di chi si è dimesso da pubblico di massa (come da sua famosa battuta). La formula è stata assai feconda, con molti spunti interessanti (ma forse conta anche che son i miei argomenti prediletti). Complimenti ad entrambi.

[Nella foto, un momento delicato della barconference Torriero/Dalla Pasqua: spunta tra la platea un gigantesco Homer Simpson!]
Barconference su unacademy sul futuro dei giornali - Carlo Felice Dalla Pasqua e Gaspar Torriero, 18/12/2007

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05/12/2007

Tutto è bugia fino a prova contraria. Alla fine ha ragione Martina.

di Antonio Sofi, alle 21:02

[Niente più che un divertissement, pubblicato oggi su Il Firenze e qui con qualche modifica, sulla frase della povera Martina Colombari] :)

Martina Colombari“Bugie su di me ne dicono tante. Alcune sono vere, altre no”.
Si capisce dopo qualche secondo, ma merita.
Questo capolavoro di involontaria ironia è opera di Martina Colombari, soubrette italiana intervistata qualche giorno fa a Verissimo.
E’ una di quelle frasi che, fosse stata pronunciata con cognizione di causa, farebbe l’invidia di qualsiasi grande battutista della storia, da Groucho Marx a Woody Allen (e la fama di un nuovo arrivato).

Eppure – vien da pensare, appena si smette di sorridere – forse questa frase nasconde qualcosa di più di una distrazione semantica: ed è un vero e proprio lapsus freudiano. Mi chiedo, in altre parole, se anche il solo arrivare a pensare che le bugie possano essere in parte “vere” non sia un effetto indesiderato della frequentazione di un certo circo mediatico e gossipparo – una conseguenza di quello star system che è tutti i giorni sulle pagine delle riviste scandalistiche e sugli schermi televisivi.

Fosse così, la bella Martina non avrebbe alcuna colpa per il filosofico e metafisico scivolone.
La continua attenzione di certa stampa (e certi lettori) ad ogni minima sciocchezza amorosa, alle vacue provocazioni da provincial tinello, al dettaglio modaiolo; tutto questo rende in un certo senso inconsistente il confine percepito tra ciò che è “vero” e ciò che è “falso”.

Diventa tutto una brodaglia indistinta e primordiale in cui la differenza di gusto tra verità e falsità diventa inapprezzabile.
Diventa mera questione di punti di vista.
E’ vera la relazione di tal velina con talaltro calciatore, entrambi in cerca di una spintarella alla propria calante notorietà? Dipende.
E quell’abbraccio che spunta dai settimanali rosa, quell’abbraccio lì – è vero amore o effetto della prospettiva fotografica? Chissà.

Ma c’è addirittura di più dentro la (a questo punto geniale) intuizione della Colombari. Ovvero che tutto diventa inesorabilmente bugia. Ne dicono tante di bugie. Tutto è bugia a prescindere e comunque. Fino a prova contraria.

Solo che qualche bugia è davvero tale e una parte è invece una “bugia” vera. In cui insomma la verità si insinua di soppiatto nella enorme generalizzata finzione come improvvisa lingua in un bacio dato per gioco.
Come un ospite inaspettato.
Come una sorpresa.
Va a finire che ha ragione Martina.

12/03/2007

Un posto al sole, feuilleton tra impegno e digestione

di Enrico Bianda, alle 17:27

[Finalmente sono riuscito ad incastrare al microfono Enrico Bianda, maestro radiofonico e collega di Webgol.it, e a costringerlo a tener fede ad una promessa fatta un po’ di mesi fa, ai tempi di un suo divertente podcast su Lost. La promessa riguardava lo svelare la sua insana passione per “Un posto al sole”, famigerata soap italiana che ha insospettabili ammiratori. Qui sotto podcast e transcript. Un giorno di questi dovrò io svelare l’incredibile metodo di lavoro del Bianda. Enjoy ;) as]

WebgolCast, a viva voce sulla varia attualità: Un posto al sole.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.


Scarica l’mp3 (1,6 mega ca., 3,00 minuti), sottoscrivi l’rss (o aggiungilo sul tuo itunes), oppure clicca sulla freccia per ascoltare

Un Posto al SoleNon voglio nemmeno dire che faccio outing. Anzi si: sono un devoto telespettatore di “Un posto al sole“, lo seguo da 10 anni, ne conosco praticamente tutti gli sviluppi, mi sono affezionato ai personaggi, ne ho odiati altri, ho predetto alcuni sviluppi e su alcuni colpi di scena proprio non ci avevo preso (con grande scorno, l’ho riconosciuto). Ne parlo con gli amici, faccio il riassuntone ai meno assidui, comunico e commento con alcuni adepti fidati i capovolgimenti, le sorprese e le smanie dettate da personali idiosincrasie.

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08/02/2007

La chiacchiera è una merce rara (la vetrina meno)

di Antonio Sofi, alle 15:08

where's my feet, foto di E. BiandaFirenze, città di bottegai. Così recita uno degli adagi più diffusi che pretendono di raccontare il capoluogo toscano. Con qualche ragione, peraltro: Firenze, il commercio, ce l’ha nel DNA – dopo aver cullato per secoli democrazie e rinascimenti al suon di fiorini.

Bottegai, si dice. Proprio ora che le vecchie botteghe che un tempo animavano i centri storici stanno scomparendo – inghiottite senza scampo dalle capienti fauci di centri commerciali grossi come balene. La bottega, specie quella a conduzione familiare, è un vero e proprio contenitore di storie: un osservatorio privilegiato di scorci di città, molteplici vite, piccoli grandi cambiamenti. Storie che legano il passato al presente di una intera comunità. Il problema è che queste storie hanno spesso un sovrapprezzo – ed ecco che non se ne esce: sono in pochi a rinunciare al risparmio e alla comodità della spesa nei grandi supermercati o negli outlet di periferia.

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09/05/2006

Un mullet tira l’altro

di Antonio Sofi, alle 16:36

mullet.jpg Poche cose come il tipo di capigliatura assurgono a fattore distintivo di un’epoca: molto più degli abiti (che, prima o poi, ritornano, sotto forma di costosissimo vintage), molto più dell’architettura o delle canzoni (che ritornano anche loro, copiate). Ma la capigliatura no, quella non mente.
La capigliatura è la concretizzazione visibile (la si indossa, la si porta addosso) di una serie di mediazioni socioculturali complicatissime e trasversali in equilibrio tra accettabilità, riconoscibilità e devianza sociale: il sentimento di una stagione, spesso irripetibile, tradotto in capelli (non lo dite ai parrucchieri).
Con una forte valenza identitaria, tanto da diventar, spesso, sineddoche, una parte per il tutto: pensare a “i capelloni” degli anni ’60, gli skin head, o i rasta.

Poi ci sono i mullet. Che sono tutt’altra cosa.

Il mio primo mullet lo intravidi più di una dozzina di anni fa.
Ad Hampstead, ridente località britannica nota per aver dato i natali ad A.A. Milne, creatore di Winnie The Pooh (da cui, credo, l’italico gruppo – tra l’altro mullet anch’essi: tutto torna) tra torpidi approcci alle ragazzine svedesi e caramelle gommose trafugate con destrezza negli store.
Me lo fece notare un mio amico inglese, con lo stessa accortezza che si userebbe nell’indicare l’ultimo esemplare vivente di upupa imperiale: voce bassa e movimenti controllati, altrimenti scappa via.
Un esemplare meraviglioso, nel suo genere.
Sopra capelli a spazzola, corti, normali, e poi, sotto, lunghi, giù fin sulle spalle.
Sopra corti, sotto lunghi. Facile.

Un virus tricotico trasversale ai generi (sostanzialmente unisex), all’età (viste intere famiglie mullet, bimbo massimo treenne compreso: un’esperienza da far tremare i polsi, che non consiglio a nessuno), alle classi sociali, dalle origini ancora oscure alla scienza positivista (perché? PERCHE’?).

Quell’estate la passammo cercando mullet in mezzo alla gente.
Tanto tempo dopo scoprii, per caso, di non essere il solo affascinato da questi strani esseri a capigliatura dissonante. Come si legge su uno dei tanti siti a loro dedicati (il più famoso è mulletsgalore e merita un’attenta consultazione) dire che i mullet sono semplice capigliatura è rimanere alla superficie del fenomeno: the mullet is a way of life, it is a state of mind, it is every person who wears it.

Io vi avverto, fate attenzione con i mullet: provocano dipendenza.

(Antonio Sofi, 14/06/2003)

30/12/2004

La double pénétration

di Enrico Bianda, alle 00:35

Emblema della nazionalizzazione del sesso senza tabù,
la doppia penetrazione è una metafora eclatante della nostra epoca
che cerca di stordirsi e stancarsi nel “tutto subito”.
(La Double Pénétration, Fabrice Pliskin, Les Mythologies d’aujourd’hui, Le Nouvel Observateur 2004)

myth.jpgCon il piglio speculativo della provocazione, la rivista francese Le Nouvel Observateur in un numero speciale fuori serie gioca (a modo suo) a rifare i Miti d’oggi di Roland Barthes ad una cinquantina d’anni di distanza dalla loro pubblicazione.

Tra il 1954 e il 1956, infatti, Barthes ha composto i suoi miti moderni, monitorando in maniera inedita la società dei consumi e della comunicazione, situandosi nel solco di una riflessione sul mito come linguaggio, ma in una prospettiva nuova e personale.

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25/12/2004

Vespa maledetto!

di Antonio Sofi, alle 00:34

Vespa.jpg*Interno, giorno. Una libreria affollata, la vigilia di Natale. La libreria è piena come un uovo (ma davvero l’uovo è così paradigmaticamente pieno?). La camera dall’alto si produce una una lenta carrellata sulla folla che gira tra gli scaffali. Segue un avventore che soppesa due tomi cartonati, come se dovesse valutarli a grammi; quindi si ferma su due commessi che parlano vicino alla postazione dei computer.*

Giovane commessa: (bisbigliando) (parole incomprensibili, ndr)
Commesso barbuto e dall’aria esperta: (gridando, rosso in volto) COSA?!
Giovane commessa: (prendendo coraggio) Non trovo più il libro di Vespa.
Altro commesso: (trafelato) Neanche io, e la gente me lo chiede.

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15/11/2004

Alla ricerca del tema perduto

di Webgol, alle 14:09

*Polo delle Scienze Sociali, Novoli, Firenze*

polonovoli.jpg– Pozza a terra, bagnato, il riflesso, strana questa prospettiva…
– Metafisica, quasi un De Chirico!
– Metà fisica, metà bagnata…
– Dai, non è degna nemmeno del Groucho di Dylan Dog…
– Scusa, m’è scappata.
– E se si rifacesse “luoghi”?
– Io vorrei fare “politica”.
– Che ne dici di “piazze”…
– Eh?
– …come luogo identitario, tipicamente italiano, il punto d’unione fisico e passeggiante tra città e gestione della stessa, tra architettura e politica…
– Eh?
– Piazze d’Italia…
– Sembra una trasmissione con, come si chiama?
– Magalli?
– Lui.
– Ma tu ce l’hai almeno cinque post su “Piazze d’Italia”?
– No, che domande!
– Lo sapevo… che si fa?
– Si va a pranzo dal Picchi e ci si pensa…

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18/06/2004

Poi uno dice l’inno di Mameli

di Antonio Sofi, alle 10:12

Beh, il lavoro sporco devo farlo sempre io.
Il semplice movimento qui accanto è parte del rituale dell’alzabandiera mattutino, necessario per ottenere la cittadinanza sguizzera.

Questa la storia dell’inno e qui sotto la toccante prima strofa (leggi tutto il testo):

Quando bionda aurora il mattin c’indora,
l’alma mia ti adora, Re del ciel!
Quando l’alpe già rosseggia,
a pregare allor ti atteggia,
in favor del patrio suol, in favor del patrio suol,
cittadino, Dio lo vuol, cittadino, Dio lo vuol!

Se poi continuate a leggere potete sentirne anche l’auguste note.

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12/05/2004

La stranza (locale ad uso e consumo di)

di Enrico Bianda, alle 17:59

Polkina, Mazurkina?
Ma che due palle! Sorry, ma Donizetti dum pa pa dum pa pa non si regge proprio. E turuturuturuturu mi pare di avere Mietta che scodinzola in queste stanze.
Ora mi ribello al barocco e passo Talking Heads, una roba tipo PsychoKiller e poi mi metto a correre per i corridoi rincorso dai responsabili della programmazione.
Lugubri soggetti, ingrigiti che vivono rinchiusi in sotterranei umidi, camminano aiutandosi da un carrello, spingono le porte servendosi di stampelle di acciaio temperato, che utilizzano anche per vergare le schiene dei conduttori che si ribellano.
Battiato di là canta “Vuoi venire a prendere un thé?”, passo veloce in redazione a prendere i titoli del GR delle 07:30.
– Buongiorno!
– Mmm?
– I titoli dell’edizione?
– Là sopra – dice indicando con mezzo dito medio sette stampanti disposte a raggiera stellata esagonale.

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21/04/2004

Cattivik è di Malta

di Antonio Sofi, alle 11:00

Cattivik - clicca per sentire l'mp3Io l’ho notato. Loro, i maltesi, non confermeranno mai, ma io so di aver ragione. Il trilinguismo dei maltesi (di fatto l’italiano è parlato da tutti, via televisione italica, seguitissima) è fonte di grossi imbarazzi sociali. Quando due maltesi si incontrano per strada o in autobus spesso rimangono fermi immobili, un due o tre secondi, senza sapere che lingua usare. È tutto un gioco di finte, di scarti oculari, si guardano e si studiano, italiano, inglese, maltese, maltese, inglese, italiano. Alla fine, ho notato, pescano a caso e l’altro si adegua. In fondo ci si può divertire con poco.
Il Maltese d’altronde, che con l’inglese è una delle due lingue ufficiali, è una lingua ben strana. Di origine semitica, fonde sonorità tipicamente arabe (e sarà, per inciso, e forse non viene dato a questo dettaglio l’opportuna rilevanza, la prima e unica lingua ufficiale “araba” dell’unione Europea) con immissioni di derivazione romanza, e stratificazioni linguistiche anglosassoni più recenti. Mi fermo qui perché non sono un linguista.
All’orecchio del foresto, per di più italico, però il maltese è proprio divertente da ascoltare. Praticamente basta pensare a qualcuno che parla in arabo e poi, come per scherzo, inserisce alcune parole per 9/10 italiane, solo con la finale troncata.
Insomma mi sono fatta la precisa opinione che Cattivik sia maltese.
Precisament, sincerament, naturalment.

Sinestesie
Suoni: un pezzo di un’intervista con Immanuel Mifsud, scrittore e poeta maltese, che ci ha fatto da gentilissimo “intermediario culturale” in quel di Paceville, distretto/ghetto del divertimento maltese. Tra l’altro le poche cose tradotte di lui in italiano sono assolutamente adorabili, e si proverà ad averne qualcosa per Webgol.

Ascolta Immanuel che interpreta Cattivik (parlando proprio della lingua maltese) (Mp3 – 540 kb circa)
[oppure soundblox]

24/03/2004

Cover lover

di Antonio Sofi, alle 09:11

(avvertenza: guarda la “categoria” qui sopra e leggi di conseguenza – roba con poco filo logico)

ascoltomusica.jpgSono sempre stato affascinato dalle cover, ovvero le versioni successive di un brano scritto e/o pubblicato da qualcun altro.

Faccio subito una digressione, mi scappano i distinguo che quando scappano scappano, perchè con il termine cover (e la definizione generale di cui sopra mantiene questa ambiguità) spesso si intendono due cose che, per quanto mi riguarda, sono diametralmente opposte, e poco compatibili l’una con l’altra.
Mi spiego (o provo a farlo).

Da una parte ci sono le cover vere.
C’è chi prende, cioè, una canzone fatta e finita, la guarda fisso come il bambino aspirante maestro di Matrix guarda il cucchiaio e la piega al suo talento, la scompone con un atto d’amore, e la trasforma di nuovo in materia grezza. Un insieme autosufficente e concluso, più o meno equilibrato, di note e parole viene disarticolato e ricomposto in un nuovo equilibrio. C’è chi la interpreta, insomma, ne cerca il cicciolo denso che sta in fondo alle cose, il senso profondo, e intorno a quello ricostruisce un qualcosa che è insieme nuovo e vecchio. Riconoscibile e originale. Già e mai sentito. Non è forse quello che si dovrebbe fare con tutte le cose che si amano?

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