[Noi rumizziani della prima ora, quasi groupie del narratore triestino (cosa più di avere una categoria del blog a lui dedicata? e da 4 anni: rumizzeide) quasi disperavamo. Ma, come da tradizione, la prima domenica utile nei dintorni agostani, parte il viaggio estivo di Paolo Rumiz: un viaggio "verticale" di 6000 km lungo la frontiera orientale dell'Ue (il lato sbagliato, reietto, levantino) per raccontare l'Altra Europa (ne scrive più diffusamente oltre Antonella Sassone, di fatto una esperta dei viaggi di Rumiz, oggetto anche di una sua tesi/saggio). Paolo è come sempre un po' sopra le righe nel prologo, e forse ogni anno di più - ma è un'enfasi pulita, complice e forse addirittura necessaria - nei tempi nostri silenziati e piatti come il filo delle longitudini non viaggiate. Buona lettura. as]
Comincia oggi il reportage del viaggio estivo 2008 di Paolo Rumiz su Repubblica dal titolo L’Altra Europa (ancora non online). Pagine e pagine di appunti, disegni (dello stesso Rumiz) e foto (di Monika Bulaj – leggi l’intervista su Webgol di Enrico Bianda) per un percorso di 7000 chilometri, da Nord a Sud, lungo la frontiera orientale dell’Unione Europea. Dall’Artico al Mediterraneo in un viaggio “verticale” in una Europa diversa, «con la gente e fra la gente in una strada che si è fatta da sè, di incontro in incontro».
«Un ventaglio inimmaginabile di scenari. Laghi gelati e campi di grano, freddi albori tra le foreste e notti sensuali del Sud». Un viaggio verticale che ha trascinato Rumiz «verso il basso del mappamondo quasi per forza di gravità». Lungo il quale si sono susseguiti gli incontri. «Per strada facce slave, caucasiche, turche, centroasiatiche; bionde bellezze lentigginose e femmine mediterranee dagli occhi di sfida»; e gli ebrei di cui Rumiz trova «segni impressionanti della loro presenza-assenza».
L'Altra Europa, illustrazione di Altan
Dal logo – ancora una volta un disegno di Altan – si vede un Rumiz a dorso di un orso, equipaggiato con bastone e zaino (6 kg di bagaglio, tutto ciò che ha). Il viaggio si dipana a bordo di treni, in bus, in traghetto, in autostop, a piedi sulla frontiera più a Est dell’Unione Europea. Ma che Est non è. «Questo dove mi trovo è il centro. La pancia, l’anima del Continente. E quest’anima sta tutta fuori da quell’impalcatura burocratica che si chiama Unione Europea». Insomma, per Rumiz il cuore dell’Europa è la “Terra Incognita” fatta di periferie dimenticate.
Col termine “Frontiera” si indica di solito il limite al di qua del quale c’è la civiltà, e dall’altro lato la barbarie. La Frontiera rappresenta il potenziale di espansione e di risorse che determinano anche la formazione di un’identità. Cos’è la frontiera per Rumiz? Un limite, certo. Ma la barbarie e la civiltà occupano gli stessi lati nel caso della frontiera che si accinge a raccontarci.
Particolare del prologo di L'Altra Europa di Rumiz, con i suoi disegni
«Sulla frontiera la gente mi spiazzava sempre, non confermava mai i clichè ed era sempre distante dai centri politici e amministrativi del suo paese». Ovunque «relitti delle frontiere mobili degli imperi – russo, tedesco, turco, austroungarico». Sulla sua “carta fai-da-te” Rumiz non ha annotato stati-nazione, ma «antiche regioni frontaline inghiottite dalla geopolitica». Botnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Rutenia, Podolia. «Provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggio. Vi prenderanno per matti», dice Rumiz. L’invito è a rieducare l’industria del turismo, a intraprendere viaggi d’avventura, di scoperta. Scegliere le periferie, far ridivenire il viaggio leggero.
Nella puntata introduttiva di domenica su R2 di Repubblica, Rumiz ci anticipa che alla fine del viaggio non aveva nessuna voglia di tornare a casa. Perché rientrare nell’Unione Europea dà spaesamento: “a Ovest l’avventura finiva”, “a Est era meglio”. Quello di Rumiz è un viaggio longitudinale dove la lingua franca è il russo e «la gente semplice non ha mai vissuto con derisione il mio sacco sulle spalle, e la mia barba bianca è stata spesso oggetto di commosso rispetto. Non sono stato io a fare il viaggio, ma le persone che ho incontrato».
Spasiba, quindi.