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01/08/2011

Le case (multimediali) degli spiriti. Rumiz alla ricerca del paese perduto

di Antonio Sofi, alle 12:43

E’ quasi un rito estivo – non solo ovviamente il viaggio di Paolo Rumiz su Repubblica ma anche un post che qui lo annunci e ci ricami un po’ sù, legittimati dagli anni di fanship rumizzeide, e dei tanti post che abbiamo dedicato negli anni ai lavori del triestino adunco qui su Webgol (e addirittura di un ebook tratto da un testo accademico e firmato da Enrico Bianda sulle pratiche giornalistiche del giornalista errante: M’è dolce questo narrar).

Il viaggio di Rumiz di quest’estate si chiama Le case degli spiriti ed è un viaggio alla ricerca del paese perduto, tra ruderi, paesaggi dimenticati, luoghi abbandonati: prede del vento e della natura che se ne riappropria. 26 puntate fino a fine agosto – come appunto da tradizione. Il logo (in alto a sinistra) è come sempre disegnato da Altan, mentre i disegni all’interno son firmati da Carlo Stanga.

Illustrazione di Carlo Stanga per la prima puntata di Le Case degli Spiriti, Tratto da www.carlostanga.com

Il reportage promette assai bene.
In più, finalmente, dopo tanti anni che lo evocavamo (“Il reportage è colpevolmente nascosto sul sito di Repubblica, difficilissimo da trovare – per solutori web più che abili. Un prodotto come quello dell’inviato triestino dovrebbe essere più valorizzato – oltre ad una migliore visibilità da home page, basterebbe la metà della ottima grafica e composizione della pagina del cartaceo”) Repubblica allestisce una sezione multimediale a supporto del reportage cartaceo.

C’è un trailer video e un altro video a supporto della seconda bastianica puntata (e spero che i prossimi abbiano un po’ più di contenuti, ché tanti ce ne sarebbero e oltre la buona fattura).
C’è la mappa di Google con l’indicazione dei 26 luoghi del reportage, e c’è soprattutto la foto della mappa, bellissima: la MLP, la mappa dei luoghi perduti e da sola vale il prezzo della candela.

La mappa dei luoghi perduti, di Rumiz per Le case degli spiriti. Tratto da Repubblica.it

Sulla propensione cartografica di Rumiz abbiamo spesso scritto.
Le mappe per Rumiz non sono una soluzione facile ai problemi contingenti di orientamento, nè oggetti impolverati da tirar fuori quando proprio non si sa più che strada prendere. Sono strumenti di lavoro, feticcio transazionale per andare stando, ancòre multidimensionali per contrastare i marosi dello spaesamento temporale e spaziale che lo spostamento dalle rette vie spesso provoca. Sono atti distensivi: mostrarla equivale ad un patto.

Le mappe sono compagne di viaggio. Che accompagnano. Spesso vengono segnate dal viaggio e spesso diventano veri e propri co-protagonisti del racconto. C’è il viaggio lungo inedite direttrici verticali in L’Altra Europa e la mappa si trasformavano a seconda di lato e latitudine: quelle del nord perdono la forma quadrata e diventano trapezi isosceli – seguendo «i fusi orari che si restringono come gli spicchi di un’arancia». C’è il viaggio per mare sulla eterea scia della battaglia di Lepanto e una enorme mappa piena di appunti a margine faceva spesso capolino, incastrando come un puzzle temporale passato e presente. C’è la mappa sotterranea e invisibile del viaggio sottosopra che svela ciò che in superficie non si vede.

Perfetto esempio di ciò che la mappa è sempre: radar che mostra ciò che ad occhio nudo non si vede.

27/03/2011

M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

di Antonio Sofi, alle 19:49

Per Paolo “Rummo” Rumiz, io ed Enrico Bianda, abbiamo una passioncella atavica, che abbiamo nutrito in tutti questi anni di Webgol.it con costanza saltuaria, scombinata e sorridente – seguendo i suoi reportage estivi, evocandolo come maestro quando abbiamo provato a immaginare giornalismi diversi, che s’arrotolavano intorno a idee nuove e spirose di approfondimento narrativo e digitale.

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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

In questo ebook dal titolo “M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico“, estratto e editato da un saggio più articolato e in occasione dell’insegnamento di Teorie e pratica del giornalismo a Scienze Politiche all’Università di Firenze, Enrico Bianda mette in fila alcune riflessioni sul giornalismo di Paolo Rumiz: un nuovo feuilleton giornalistico, un nè-nè (reportage o inchiesta) di zigrino dalla pelle cotognesca.

M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare
M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare

Indice

Sommario
Prefazione
La Cotogna Picaresca
Né Reportage Né Inchiesta
Il Processo Produttivo
La Dimensione Narrativa
Testimonianza e Fabulazione
Il Valore Epico del Viaggio
Identità Culturali
In Forma di Conclusione e di Confessione
Note al Testo

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

Introduzione di Enrico Bianda

Una parte dell’introduzione di Enrico Bianda…

Raccontare dunque, in modo molto sbrigativo, può essere assimilato a una funzione primordiale, fisiologica: a un bisogno fondamentale per la sopravvivenza. Anche soli al mondo, tradurremmo la realtà in un pensiero narrativo interiore: ricostruiremmo il mondo che ci circonda, ipotizzando un interlocutore.
Nel 1831 Balzac scrive un racconto, quasi una novella morale, interpretata da alcuni anche come un dispositivo narrativo. La trama è semplice. Un giovane ambizioso è spinto al suicidio dalla miseria, dal gioco d’azzardo e da una passione infelice. Dopo aver speso i suoi ultimi denari alla roulette si ritrova in una bottega d’antiquario. Il negoziante gli offre in dono un antico talismano, una pelle di zigrino, che ha la capacità di esaudire ogni suo desiderio. La pelle però ha un potere: si restringe ogni volta che viene esaudito un desiderio, accorciando l’esistenza del giovane. Dopo un primo momento di esaltazione, Raphael, il protagonista, si rende conto del potere distruttivo del talismano e delle sue nefaste conseguenze.
La novella mette in scena l’alternativa che gli uomini hanno sempre e comunque di fronte: una vita lunga ma tetra o una vita intensa ma breve.
Questo racconto di Balzac è una metafora del meccanismo compulsivo e fisiologico del narrare. Ossia che, malgrado tutto, saremo sempre portati a stabilire, con altri da noi, una relazione a carattere narrativo, un legame basato su di una narrazione. Costi quel che costi, ci dice Balzac.
Tra le tante interpretazioni della novella non manca quella freudiana. Se l’amuleto di Raphael – la pelle di zigrino – si restringe ad ogni desiderio soddisfatto, Freud lo assimila al pene post-coitale, che si restringe dopo il necessario inturgidimento. Soddisfatto il bisogno riproduttivo, concluso l’atto sessuale, il membro maschile si ritira. Il bisogno è stato calmato, il sesso è una necessità fisiologica, così come il narrare, sembra suggerirci Freud. Narrare e riprodursi: due bisogni primari dell’uomo. Con conseguenze che turbano l’equilibrio dell’individuo.
L’ho presa da lontano. Che c’entrano Rumiz e Freud? Balzac e il reportage?


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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

Grazie di cuore a Dario Agosta per il progetto grafico e l’impaginazione.

06/08/2010

Camicie Rosse contro i baciamani. Rumiz sulle orme di Garibaldi.

di Antonella Sassone, alle 23:17

[I tanti anni che seguiamo Rumiz d’estate – come dimostra una categoria apposita del blog: Rumizzeide – non impediscono, ogni volta, un piccolo moto di sorpresa all’inizio del viaggio estivo del narratore triestino. Perché lui gigioneggia, fino all’ultimo sembra scartare di lato, ogni estate sembra essere l’ultima in compagnia dei suoi viaggi in profondità – del suo “andare stando”, come da sua famosa citazione (del figlio a cavacecio). Quest’anno le orme che Rumiz segue naso a terra sono quelle lasciate da Garibaldi, per raccontare come al solito il presente dell’Italia attraverso il suo passato. Ce ne inizia a dire Antonella Sassone, che altre volte negli scorsi anni abbiamo ospitato, e che ha dedicato a Rumiz una bella tesi di specialistica, qualche anno fa. (E altre novità rumizziane sono in cantiere). Buona lettura. as]

E ci siamo anche quest’anno. E’ cominciato domenica 1 agosto il nuovo viaggio di Paolo Rumiz sulle pagine di Repubblica, “Camicie rosse”. Un viaggio garibaldino.

Disegno di Mannelli per il reportage di RumizGià il 3 maggio scorso – sempre sulle pagine di Repubblica – il nostro si era messo sulle tracce dell’impresa dei Mille. Il 5 maggio ricorrevano i centocinquant’anni dell’inizio della spedizione dei volontari al seguito dell’Eroe dei due Mondi. Salpate da Quarto le “Camicie rosse” scrissero, segnarono e sognarono da quello scoglio la storia dell’Italia. Paolo Rumiz un secolo e mezzo dopo ripercorre strade garibaldine, nello zaino un pacco di racconti scritti dai protagonisti e scelti da Eva Cecchinato, storica specialista del mito garibaldino.

E’ un ritorno ai luoghi di Garibaldi per ripartire da essi in un’Italia che ora è una “nazione che va a pezzi così, in silenzio”. Un viaggio parallelo come Rumiz ama fare. E una provocazione. “Provocare è l’essenza del garibaldinismo” dice uno dei protagonisti della puntata del 6 agosto. In un paese dove nessuno guarda in alto (“gli italiani non guardano il cielo, vivono rasoterra“), dove si è una nazione solo nei difetti, Lui – Garibaldi – torna. Richiamato alle armi in un’Italia lacerata.

Non sono le celebrazioni che a Rumiz interessano, non la retorica delle ricorrenze. Di Garibaldi, uomo antiretorico, cerca la fierezza che c’è ancora nell’aria. Prova “crampi di nostalgia per l’energia vitale di un mondo perduto”; scorge via via “l’amarezza per gli ideali traditi”. C’è una guerra in Italia oggi che non è tra Nord e Sud e nemmeno tra Destra e Sinistra. E’ uno scontro tra gli evasori e gli onesti – come gli dice qualcuno in uno degli incontri nella prima puntata: “I furbi per vincere sono disposti a tutto. Anche a spaccare il Paese”.

Ma allora ecco che ha un senso questo viaggio. Bisogna cercare ciò che unisce il Paese – se qualcosa lo unisce. Farsi trasportare dalla musica di una banda garibaldina a Mugnano. Cercare l’Italia che era giovane e bella, che ha fatto il Risorgimento con giovani sotto i trent’anni. Indossare una camicia rossa cucita su misura. Incontrare i nuovi garibaldini grazie a un gioco di rimandi, casi e coincidenze. Scoprire che ce ne sono e che sono “felici di esistere per qualcuno” e chiedersi, nella seconda puntata: “Non capisco se sono io a reclutare loro o loro a reclutare me”. Il viaggio si è impossessato del suo viaggiatore.

Dunque si parte. Camicia rossa (“rosso esplicito, che non mente, che grida vendetta”) e bandierone (“bello grande, di tre metri per due. Per il gusto del controcorrente”, fatta su misura nella terza puntata) alla ricerca di Garibaldi lontano dalle piazze e dai monumenti: dentro una “topografia corsara, disseminata nella provincia”. Chi gli ha cucito la camicia racconta di sua nonna che cucì la camicia ad uno dei Mille: “Con Garibaldi è così. Pezzi di storia dappertutto”.

Il racconto di questo viaggio antiretorico si insinua nelle pieghe della storia di ieri e di oggi. Di scritti di Garibaldi se ne trovano pochi. Sbuca qualche manoscritto e qualche lettera. Perche? Perché Garibaldi era durissimo – scrive Rumiz. Perché Garibaldi odiava i baciamani, i voltagabbana, i conformisti. Secondo Garibaldi a furia di genuflessioni si diventa gobbi, e invece “l’uomo libero deve guardare al cielo”. E’ un paese per camicie rosse, il nostro, ora?

[I disegni sono di Riccardo Mannelli, che debutta quest’anno nell’illustrazione del viaggio di Rumiz. Il logo è come da tradizione di Altan]

18/08/2009

L’Italia sottosopra. L’emergenza della normalità (e viceversa).

di Sir Squonk, alle 11:01

[Per la rumizzeide, categoria che da 5 anni accompagna con piccole chiose a margine i viaggi estivi di Paolo Rumiz, il secondo appunto di Sir Squonk sul racconto di quest’anno dell’inviato di Repubblica, in cerca dell’Italia profonda o sprofondata, che ribolle e si muove: L’italia sottosopra. Buona lettura. as]

La memoria è il fondamento della prevenzione, dice Rumiz. E immagino che abbia ragione, non previeni ciò che non conosci.

Ma con questa piccola e breve frase Rumiz, non so quanto volontariamente, dice la pochezza del suo viaggio: quel che in prima battuta sembra grande, affascinante ed epico si rivela per quel che ̬ davvero Рil vano muoversi da un vallo ad una rovina, da una frattura ad una fiumara pronunciando parole che nessuno ha voglia di sentire.

In fondo è tutto coerente, tutto torna: se uno si costruisce una baracca abusiva sull’Etna, e lí va ad abitare, e si abitua ad una qualità della vita (le strade, le fognature, i rifiuti) mille miglia lontana da quella – per dire – dei giapponesi che saltano al ritmo della Richter una volta alla settimana senza che questo turbi i loro sonni, se uno vive ed accetta di vivere così, il Big One o un suo fratello minore non è che un’altra pagina di normalità.

Business as usual, da una tragedia ad un’emergenza, ché la vita è questa e non altra.

11/08/2009

Cosa c’è sotto l’Italia? Intervista a Paolo Rumiz.

di Enrico Bianda, alle 13:35

Dagli abissi emerge a tratti, in sintonia con la sua anima triestina, carsicamente, e si espone al dialogo.

Paolo Rumiz è stato al gioco imbastito da Gianni Delli Ponti, già in passato sodale complice di incursioni rumiziane (resta intatto il ricordo di una cena di braciole e vino con il sommo maestro in quel di Arogno, sulle colline che guardano il Lago di Lugano).

La sismica è forse il pilastro fondamentale, il pilastro tellurico della conoscenza dei territori. Tutta la storia italiana è intrisa di eventi che segnano il prima e il dopo di una comunità – un po’ come l’11 settembre. Eppure oggi accade che chi ricorda eventi come questi, magari ricordando la necessità della prevenzione, è automaticamente un catastrofista, invece che lungimiranza: è un ribaltamento dei valori che si mangia un pezzo di società.

Il tutto andato in onda un paio di settimane fa, dopo la pubblicazione del prologo su Repubblica, sulle onde della Rete Due della Radio Televisione Svizzera.

Al di là delle condanne morali siamo figli di una terra che balla e io voglio sapere cosa c’è sotto: cosa c’è sotto l’Italia – un posto dove il bello e il terribile si intersecano in modo non scomponibile. Questo è un viaggio che ho fatto in parte già, su carta. Un viaggio che è impossibile da fare improvvisandolo sul terreno, giorno per giorno. E’ un viaggio che ha delle scadenze micidiali, spostamenti quotidiani e appuntamenti con persone che mi devono spiegare come il paesaggio parla, che cosa c’è dietro il paesaggio – quella valle, quella frana, quel vulcano. E’ un viaggio difficile anche perché, al di là dei presagi, il terremoto si svela solo dopo, quando è già catastrofe.

La riproponiamo, occasione ghiotta per comprendere, o scoprire, le ragioni di una scelta, di un viaggio, di un’indignazione.

  • Paolo Rumiz intervistato da Gianni Delli Ponti per la Rsi, 16′ 32”
  • Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

    (clicca sulla freccia per ascoltare)

  • L’indice de L’Italia Sottosopra su Repubblica
  • La categoria Rumizzeide, con altri interventi su Webgol

07/08/2009

L’Italia sottosopra (e senza astri). Il sismografo delle nostre rimozioni.

di Antonella Sassone, alle 14:28

[Per la rumizzeide, categoria che da 5 anni accompagna con piccole chiose a margine i viaggi estivi di Paolo Rumiz, una sintesi virgolettata di Antonella Sassone, che da tempo segue e studia i viaggi (e l’idea di viaggio narrativo) dell’inviato di Repubblica, quest’anno in cerca dell’Italia profonda o sprofondata, che ribolle e si muove: L’italia sottosopra. Altro arriverà (forse, si spera). Buona lettura. as]

Paolo Rumiz quest’anno ci racconta dell’Italia. Nell’Italia: «Nell’Italia degli abissi, dei vulcani e degli antri dove nascono i terremoti». Un racconto di terra, acqua e fuoco, di «un pezzo di mondo dove Dio ha voluto che Bello e Terribile s’intrecciassero più a fondo che altrove».

La preparazione del viaggio ha visto coinvolti vari «Dottori del profondo»: geologi, vulcanologi, storici dei terremoti, sismologi, geofisici. Rumiz si muove con mezzi vari anche quest’anno, a cominciare dal traghetto. Ha una «carta della meraviglie» con sé, una carta geologica per l’esattezza, e per la prima volta un computer, per leggere la topografia dei luoghi per mezzo delle immagini satellitari. Ma nel suo sacco, ci sono anche come al solito libri e appunti. Non ci sono, quest’anno, invece, le splendide foto di Monika Bulaj (su Webgol una intervista di qualche anno fa).

Belice, foto d'archivio. Quest'anno non ci sono le foto di Monika Bulaj, presente negli ultimi viaggi.
Belice, foto d'archivio. Quest'anno non ci sono le foto di Monika Bulaj, presente negli ultimi viaggi.

Un viaggio nell’Italia sottosopra, e non importa se «gli italiani non sanno e quel che è peggio preferiscono non sapere», come gli dicono in tanti. Parlare di calamità naturali come i terremoti «imbarazza i politici», «rovina il gioco ai palazzinari», «inorridisce gli operatori turistici». Nella puntata del sei agosto l’organista nella chiesa di S. Giorgio a Ragusa lo ammonisce di stare attento al suo viaggio perché potrebbe fare la fine di Tina Merlin, che fece la previsione della frane del Vajont e la denunciarono per procurato allarme! «Ma sì, è tutto così chiaro.» dice Rumiz. «Niente come il mancato antisismico svela la scomparsa del futuro dalla mente degli italiani».

Insomma, la parola “pericolo” infastidisce. Una passeggera sul traghetto Napoli-Palermo gli chiede se sa cosa vuol dire la parola «disastro». E’ la «mancanza di stelle che spaventa in naviganti. Vuol dire andare senza gli astri che indicano la strada» gli spiega. E il termine «rischio»? Anch’esso ha un significato importante. Ha origine dal persiano ed indica un forte vento, il Ruzgar, tanto pericoloso da causare naufragi. «Prender il Ruzgar», per gli italiani divenne «prendere il rischio».

E la nostra penisola di rischi ne corre. E’ una terra che ribolle, che erutta, che frana. Come il sismografo indica i movimenti tellurici, così il viaggio di Rumiz promette di essere un po’ come un «sismografo delle nostre paure e delle nostre rimozioni». Figlio di terra trema, quella friulana, vuole vedere dentro la terra che trema.

06/08/2009

L’Italia sottosopra. Ciò che era, fino all’ora (dell’aperitivo).

di Sir Squonk, alle 19:05

[Per la rumizzeide, categoria che da 5 anni accompagna con piccole chiose a margine i viaggi estivi di Paolo Rumiz, un magistrale appunto del Sir che apre la serie – in lenta lavorazione o collezione estiva – di altri interventi sul racconto di quest’anno dell’inviato di Repubblica, in cerca dell’Italia profonda o sprofondata, che ribolle e si muove: L’italia sottosopra. Buona lettura. as]

Sottosopra. Quando la usiamo noi questa espressione, vogliamo dire che il bianco diventa nero, che le nostre coordinate si ribaltano e perdono significato – un ex fascista che difende i diritti civili e un ex comunista che sfratta i dropouts, cose così. Sottosopra sono due parole giustapposte che ci evocano lo sguardo un po’ smarrito e un po’ costernato delle nostre nonne vestite di nero che guardano la televisione e non si capacitano di ciò che il mondo pare essere diventato.

E invece, sottosopra può voler dire anche l’esatto contrario: può essere il ristabilimento non dell’ordine, ma di ciò che era e che dovrebbe essere. L’Italia sottosopra che Rumiz racconta è quella delle verità prima nascoste e poi dimenticate, delle cupole instabili che potrebbero cadere alla prima scossa, delle ricostruzioni delinquenziali, degli accenti rapinati e mai più restituiti fino al definitivo cambio del nome di una valle, dei documenti scomparsi o ignorati, dell’oblìo.

Per un giorno, il tempo durante il quale la copia del giornale nasce vive e muore, il sotto torna sopra, e il sopra torna sotto, l’11 gennaio riacquista senso, la Quinta di Beethoven dei sismografi è una sinfonia e non un’accozzaglia di rumori e si vede l’erba salire verso il cielo perchè la si può finalmente guardare dalla parte delle radici.

Non c’è però, purtroppo, pericolo che, come un suo interlocutore paventa, Rumiz diventi una nuova Tina Merlin: la memoria e la consapevolezza e l’indignazione durano le ore di apertura dell’edicola; poi questa chiude, ed è l’ora dell’aperitivo.

03/08/2009

L’Italia sottosopra. Il nuovo viaggio estivo di Rumiz.

di Enrico Bianda, alle 18:42

Questa volta non ero preparato. Apro Repubblica, così, facendo colazione ieri mattina, di taglio basso, vedo il naso aguzzo, tagliente in un cielo burrascoso, apocalittico, vulcanico disegnato dal solito Altan.

E’ ufficialmente estate. Rumiz è partito. Dotato della solita mappa – questa volta geologica e «dai colori magnifici: violetto per i graniti, rosso per i vulcani, grigio per i tavolieri calcarei. Mostra spinte, scavalcamenti, fratture, derive e impressionanti collisioni».

Passerà, moderno Verne, attraverso il centro della terra.

È chiaro: non ho davanti a me un viaggio nello spazio, ma nel tempo. Un nodo gigantesco. Il Grande Sommerso della coscienza nazionale, il sismografo delle nostre paure e delle nostre rimozioni, ab insidiis diaboli, ab omni malo libera nos Domine. Ma sono figlio di una terra che trema, le appartengo, e voglio vederci dentro. Entrarci, con la mia lampada di Aladino. La corriera va silenziosa in un mare di vigne, tra pale eoliche inspiegabilmente ferme nel vento e altri branchi di cani perduti.


Intanto che, da buoni groupie, ci acclimatiamo alla saga di quest’anno, alcune risorse online per seguire il Maestro

10/09/2008

Viaggio nel Polo che si scioglie

di Antonella Sassone, alle 18:17

Si è concluso da pochi giorni il reportage di viaggio “L’altra Europa” su “La Repubblica” ed ecco che Paolo Rumiz si rimette subito in viaggio.

Ieri è uscita oggi, sempre sul quotidiano “La Repubblica”, la prima puntata di un “Viaggio nel Polo che si scioglie”. Oggi la seconda puntata.

Rumiz a Cape Barrow (Alaska). Da Repubblica.it
Rumiz a Cape Barrow (Alaska). Da Repubblica.it

Dopo quello in verticale sulla frontiera orientale dell’Europa, quello di adesso è un nuovo percorso alla ricerca di un’altra frontiera. Quella dei ghiacci che arretrano sotto l’effetto della “grande febbre della Terra”.

    «Il gelo era sempre lì, pronto a richiudersi. Se il tempo peggiorava, capitava che la prima metà di settembre le baleniere ritardatarie naufragassero a poca distanza dalla riva in un’apocalittica collisione di ghiacci. Ora è tutto finito. Il mare si ricompatta sempre più tardi, in modo sempre meno prevedibile, e agli uomini della stazione scientifica polare che svernano in questo villaggio sperduto non resta che monitorare, più che una silenziosa ritirata, una fuga precipitosa. Duecento, trecento, quasi trecentocinquanta chilometri in pochi anni».

La storia, scrive Rumiz, comincia sullo Stretto di Bering, agli antipodi del nostro mondo. E’ il «Finis-terrae da cui parte il nostro viaggio ai margini del Polo che si scioglie fino al mitico Passaggio a Nordovest». Nello Stretto di Bering tutto cambia. Cambia l’ora dell’orologio, la notte diventa giorno e la data un’altra. La Russia è ad Occidente e l’America ad Oriente, mentre l’Europa si capovolge.

    «Tutto si inverte e tutto finisce: gli oceani; il nuovo e il vecchio mondo che qui sembrano navigare come incrociatori in rotta di collisione; il passaggio a Nordest e quello a Nordovest che confluiscono, simultaneamente liberi dalla banchisa».

I ghiacci si sciolgono, il Polo Nord è circumnavigabile. Tra il Canada e la Groenlandia “s’è rotto l’ultimo diaframma”. E’ qui che Rumiz si dirige. Da qualche tempo i ghiacci sono al minimo storico. Le rotte polari potrebbero far risparmiare tempo e petrolio al trasporto marittimo mondiale. I conflitti di interesse sono grandissimi.

Tim, la guida che conosce quasi a memoria i libri di London, di Konrad, di Melville, parla a Rumiz di mutamenti biblici tra gli uomini e la natura, di un clima che porterà chissà dove la Terra Madre.
Siamo in terre estreme, non ci sono strade, i collegamenti sono solo aerei, “persino la mappa si desertifica, perde la densità di nomi”.

Siamo alla fine dell’estate che alle nostre latitudini genera “dolci malinconie”, ma qui essa “squarcia l’anima d’angoscia”. Tutti scappano. Pescatori, cacciatori, turisti e tutti i migratori.

05/09/2008

Cercavo una frontiera vera. L’ultima (Altra) Europa.

di Antonio Sofi, alle 14:03

L'Altra Europa di Paolo Rumiz su Repubblica Ieri si è concluso ad Istambul il viaggio estivo di Rumiz. Ne abbiamo scritto per tutto il mese, accompagnando da lontano e da lettori le tappe del giornalista triestino: dal prologo alle mappe, dalla supercazzola slava ai boschi che passano fino al rabdomante e l’esorcista di una coppia narrativa vera e propria, ormai – composta dallo stesso Paolo Rumiz e dalla fotografa Monika Bulaj.

Ecco un passaggio/consuntivo del viaggio di Rumiz, un viaggio in verticale lungo un nuovo confine:

Faccio l’inventario delle mie cose e scopro che il contenuto del mio zaino è cambiato. C’è un equilibrio nuovo di cose date e avute. Non ho più il mio coltello, dei quadernini da disegno, la zanzariera, penne colorate, un libro sul Mar Bianco preso a Murmansk. Ho invece il rosario di legno di Aleksander, l’ex carcerato. Ho il libro sulle saghe nordiche ricevuto in dono dall’uomo di nome Lupo sulle rive dell’Onega. Una collana di Shungut. Lo stemma degli scout russi attaccatomi all’occhiello da un soldato. Una scatola di vecchie monetine di un autostoppista lituano che faceva il carpentiere.

qui ci starebbe un disegno viaggesco che Rumiz ha mandato appositamente per Webgol, grazie al tramite dell’amico Bianda, e che avevo conservato proprio per l’ultimo post – ma finché non lo trovo nel casino che c’è rimarrà questa disonorevole ammissione di colpa :)

01/09/2008

Un rabdomante e un’esorcista nell’Altra Europa

di Enrico Bianda, alle 18:20

L'Altra Europa, reportage di Paolo RumizContinua L’Altra Europa, esonda settembrino e va a finire il 4 settembre prossimo – chiudendo il cerchio narrativo aperto con il prologo del 4 agosto scorso. Sabato passato, una fotografia a centro pagina di Monika Bulaj, più grande rispetto al solito, ci guardava: si è fatta largo in quelle ore, parlandone tra di noi, un’idea. Rumiz e Bulaj (sempre più direttamente coinvolta nel racconto) come due stregoni in un’avventura picaresca – diremmo donchichottesca se non fosse per la figura allargata di Sancho Panza che proprio non corrisponde a nessuno dei due.

Viaggio in treno lungo la catena dei Carpazi, di Monica Bulaj
Viaggio in treno lungo la catena dei Carpazi, di Monica Bulaj

Due stregoni lungo una frontiera immaginata e solidissima, lacerante, tra Europa e resto del continente, guardando ad Est. Due stregoni di un tempo lontano, un rabdomante e un’esorcista.

Uno (Rumiz) cerca il fluire sotterraneo dell’acqua, cerca le sorgenti di vita che sono sorgenti di incontro e dialogo, di sorpresa e vitalità (saranno le origini carsiche, l’amore per l’acqua e per i fiumi): tant’è che cerca e trova magicamente il flusso della cittadinanza, dell’incontro amichevole.

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13/08/2008

Rumiz, la mappa distensiva e i boschi che passano

di Antonella Sassone, alle 11:17

[Si parla soprattutto a se stessi: ci si scava dentro sperando – o fingendo – di non trovare l’abisso. E così Rumiz incontra un giovane ex galeotto con il naso schiacciato. Si tormenta le nocche della mani. Sono rosse per il freddo o per la tensione e la paura. C’è uno scambio di regali detonatore di empatia e tristezza, e profonda amarezza. Un saluto tra i binari prima di passare oltre, con il ricordo presente dentro e un coltellino svizzero in meno. Una umanità passa attraverso le palline nere di un rosario, catena di trazione empatica tra sconfitte e speranze. eb]

L'Altra Europa, logo di AltanNel viaggio di quest’anno Rumiz torna ad usare molto il treno per i suoi spostamenti. Il treno concede al viaggiatore la visione del territorio che attraversa grazie al finestrino, e regala al suo interno l’unicità degli incontri. E’ un perfetto “andare stando” – come da straordinaria definizione del viaggio in spalla del babbo, a firma di Rumiz junior, da “E’ oriente“.

Nella puntata del 11 agosto 2008, il treno di Murmansk-Novorossisk procede verso Sud «felpato e soporifero», si ferma spesso e «tutto diventa sincopato, anche gli appunti sul notes».
Da quegli appunti però nasce oggi un racconto carico di quegli elementi di cui è ricca la scrittura rumizziana, i suoi reportage, la letteratura di viaggio in genere.

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12/08/2008

La supercazzola slava e i frati di viaggio

di Enrico Bianda, alle 09:31

L'Altra Europa, logo di AltanE’ probabilmente nella natura stessa della scrittura di viaggio parlare di se stessi. Ed in controluce inevitabilmente parlare degli altri, di tutti. Paolo Rumiz viaggia nell’Altra Europa e racconta in un andirivieni continuo tra quello che vede da una parte della frontiera e quello che lascia dall’altra. Incontra l’altro come ha sempre fatto in questi anni di viaggi.

Lo guarda e se ne innamora: come sabato che a casa di un Pope incontra militari delle forze speciali e mangia gorgonzola e beve Vodka: «Preti e militari, abbinamento fascista. Qui no, i tre sembrano silenziose guide alpine». Gli incontri si fanno sempre più fitti, intimi: come a dire che Rumiz ha preso le misure al viaggio, il passo è quello giusto.

La collina delle croci, Diaumantai, Lituania. Foto di as

Volevo parlarne fra qualche giorno, ma non mi va di aspettare: proprio perch̩ quando si scrive di viaggi alla fine si deve parlare di quello che cambia in noi nei confronti del mondo e delle persone che vediamo e che abbiamo visto: di preti ne ho incontrati anche io in viaggio. E mi hanno offerto birretta e frittelle di mele a colazione, con la marmellata di cotogne. E pane nero e formaggio a fette la sera, anzi la notte, raccolto ad una fermata della corriera nelle campagne di Daumantai, in Lituania Рla terra intorno alle croci.

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07/08/2008

L’Altra Europa su Repubblica e le mappe di Rumiz

di Antonio Sofi, alle 18:34

Prima la cosa più importante, per gli appassionati che seguono ogni giorno sulle pagine di Repubblica il viaggio estivo (è il sesto? o il settimo? ho perso il conto) di Paolo Rumiz, L’Altra Europa – viaggio verticale a cavallo del confine dell’UE.

E’ il link alle puntate pubblicate, su Repubblica: L’Altra Europa su Repubblica.it. Colpevolmente nascosto, difficilissimo da trovare – per solutori web più che abili (anche la ricerca “rumiz” dà come primo risultato un articolo del 2006, perché, a mio parere sbagliando, predilige come primo ordine quello della rilevanza). Un prodotto come quello dell’inviato triestino dovrebbe essere più valorizzato – oltre ad una migliore visibilità da home page, basterebbe la metà della ottima grafica e composizione della pagina del cartaceo.

L'Altra Europa, viaggio estivo di Rumiz. Logo di Altan
L'Altra Europa, viaggio estivo di Rumiz. Logo di Altan

Della ossessione di Rumiz per le mappe e la cartografia in genere sa bene chi lo segue da tempo. Nella puntata di oggi c’è un passaggio che mi ha continuato a risuonare in testa tutto il giorno.

Rumiz è a Murmansk, la più grande città sopra il Circolo Polare, accovacciata ai bordi di un fiordo che non ghiaccia mai, dai negozi psichedelici e dai mille strategici mari. Si reca in stazione a prenotare il biglietto per scendere giù, a rotta di collo gravitazionale verso il sud. E si rende conto delle distanze e dei tempi di percorrenza, enormi, niente è lontano meno di 30-40 ore: «Comincio a capire perché nessuno faccia questo viaggio “verticale”. Guardo la mappa e realizzo che se rovescio la Scandinavia verso il Mediterraneo facendo perno sulla Danimarca, arrivo fino oltre Tunisi»

Le mappe per Rumiz non sono una soluzione facile ai problemi contingenti di orientamento. Oggetti impolverati da tirar fuori dal cruscotto quando non si sa più che strada prendere. Le mappe sono compagni di viaggio. Che accompagnano. E spesso vengono segnate dal viaggio. (La leggenda narra di una enorme mappa cartografica usata da Rumiz per il viaggio in mare sulla eterea scia della battaglia di Lepanto, con tanto di appunti)

Sulle mappe un’altra curiosità. Quelle del nord perdono la forma quadrata e diventano trapezi isosceli – seguendo «i fusi orari che si restringono come gli spicchi di un’arancia».

04/08/2008

L’Altra Europa, il nuovo viaggio estivo di Paolo Rumiz su Repubblica

di Antonella Sassone, alle 11:26

[Noi rumizziani della prima ora, quasi groupie del narratore triestino (cosa più di avere una categoria del blog a lui dedicata? e da 4 anni: rumizzeide) quasi disperavamo. Ma, come da tradizione, la prima domenica utile nei dintorni agostani, parte il viaggio estivo di Paolo Rumiz: un viaggio “verticale” di 6000 km lungo la frontiera orientale dell’Ue (il lato sbagliato, reietto, levantino) per raccontare l’Altra Europa (ne scrive più diffusamente oltre Antonella Sassone, di fatto una esperta dei viaggi di Rumiz, oggetto anche di una sua tesi/saggio). Paolo è come sempre un po’ sopra le righe nel prologo, e forse ogni anno di più – ma è un’enfasi pulita, complice e forse addirittura necessaria – nei tempi nostri silenziati e piatti come il filo delle longitudini non viaggiate. Buona lettura. as]

Comincia oggi il reportage del viaggio estivo 2008 di Paolo Rumiz su Repubblica dal titolo L’Altra Europa (ancora non online). Pagine e pagine di appunti, disegni (dello stesso Rumiz) e foto (di Monika Bulaj – leggi l’intervista su Webgol di Enrico Bianda) per un percorso di 7000 chilometri, da Nord a Sud, lungo la frontiera orientale dell’Unione Europea. Dall’Artico al Mediterraneo in un viaggio “verticale” in una Europa diversa, «con la gente e fra la gente in una strada che si è fatta da sè, di incontro in incontro».

«Un ventaglio inimmaginabile di scenari. Laghi gelati e campi di grano, freddi albori tra le foreste e notti sensuali del Sud». Un viaggio verticale che ha trascinato Rumiz «verso il basso del mappamondo quasi per forza di gravità». Lungo il quale si sono susseguiti gli incontri. «Per strada facce slave, caucasiche, turche, centroasiatiche; bionde bellezze lentigginose e femmine mediterranee dagli occhi di sfida»; e gli ebrei di cui Rumiz trova «segni impressionanti della loro presenza-assenza».

L'Altra Europa, illustrazione di Altan
L'Altra Europa, illustrazione di Altan

Dal logo – ancora una volta un disegno di Altan – si vede un Rumiz a dorso di un orso, equipaggiato con bastone e zaino (6 kg di bagaglio, tutto ciò che ha). Il viaggio si dipana a bordo di treni, in bus, in traghetto, in autostop, a piedi sulla frontiera più a Est dell’Unione Europea. Ma che Est non è. «Questo dove mi trovo è il centro. La pancia, l’anima del Continente. E quest’anima sta tutta fuori da quell’impalcatura burocratica che si chiama Unione Europea». Insomma, per Rumiz il cuore dell’Europa è la “Terra Incognita” fatta di periferie dimenticate.

Col termine “Frontiera” si indica di solito il limite al di qua del quale c’è la civiltà, e dall’altro lato la barbarie. La Frontiera rappresenta il potenziale di espansione e di risorse che determinano anche la formazione di un’identità. Cos’è la frontiera per Rumiz? Un limite, certo. Ma la barbarie e la civiltà occupano gli stessi lati nel caso della frontiera che si accinge a raccontarci.

Particolare del prologo di L'Altra Europa di Rumiz, con i suoi disegni
Particolare del prologo di L'Altra Europa di Rumiz, con i suoi disegni

«Sulla frontiera la gente mi spiazzava sempre, non confermava mai i clichè ed era sempre distante dai centri politici e amministrativi del suo paese». Ovunque «relitti delle frontiere mobili degli imperi – russo, tedesco, turco, austroungarico». Sulla sua “carta fai-da-te” Rumiz non ha annotato stati-nazione, ma «antiche regioni frontaline inghiottite dalla geopolitica». Botnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Rutenia, Podolia. «Provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggio. Vi prenderanno per matti», dice Rumiz. L’invito è a rieducare l’industria del turismo, a intraprendere viaggi d’avventura, di scoperta. Scegliere le periferie, far ridivenire il viaggio leggero.

Nella puntata introduttiva di domenica su R2 di Repubblica, Rumiz ci anticipa che alla fine del viaggio non aveva nessuna voglia di tornare a casa. Perché rientrare nell’Unione Europea dà spaesamento: “a Ovest l’avventura finiva”, “a Est era meglio”. Quello di Rumiz è un viaggio longitudinale dove la lingua franca è il russo e «la gente semplice non ha mai vissuto con derisione il mio sacco sulle spalle, e la mia barba bianca è stata spesso oggetto di commosso rispetto. Non sono stato io a fare il viaggio, ma le persone che ho incontrato».

Spasiba, quindi.