Allora, che cosa faccio quando disegno? E quando guardo disegnare? Beh, questo è facile: sono invidioso. Molto.
Anzi mi consumo dall’invidia e desidero immediatamente avere un foglio davanti a me, per poter replicare quanto visto. Il tratto della penna nera sul foglio bianco mi attrae moltissimo.
Purtroppo non sono in grado di essere originale.
Al contrario me la cavo quando mi metto a rifare qualcosa che mi ha colpito.
Disegno di Margherita Morgantin
La cosa che più mi colpisce negli artisti che amo, e che disegnano bene, è la loro forza primitiva, l’idea che quando si è veramente bravi ed originali, non si capisce quanto si padroneggi la tecnica.
Mi spiego.
Margherita Morgantin è un’artista. Famosa. Insomma espone nelle gallerie. Le pubblicano i libri, come Titolo variabile, per Quodlibet. Il suo è un disegno primordiale, che ricama dentro il percepire di un bambino, ma corregge con la continuità di tratto dell’adulto consapevole. Il suo è un lavoro curioso, fatto di continui richiami all’esperienza, che si traduce in brevi e folgoranti aforismi, che possono essere di questo tipo:
Non so parlare, non trovo le parole, quando le dico significano altro da quello che pensavo.
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
Ho visto una cosa straordinaria oggi. Un lungo documentario datato 1989, in bianco e nero girato da 12 registi appartenenti alla DEFA, operatori e giornalisti dell’audio-video che realizzavano materiali televisivi a sostegno del regime della DDR. All’indomani del famoso lunedì 9 ottobre di quell’anno – all’indomani della grande manifestazione che portò 90000 persone in corteo attraverso la città di Lipsia – questi operatori vennero mandati a filmare e a intervistare un po’ tutti i protagonisti di quella storica giornata.
La cosa straordinaria (se vogliamo grottesca con un bel po’ di senno di poi) è che questi se ne andavano in giro come degli entomologi per caso, a intervistare le persone. Operai nei cantieri, disoccupati in fila all’ufficio collocamento, giovani studenti: dentro le sezioni del partito (l’unico ammesso), le caserme, le sedi della polizia, gli uffici amministrativi, e così via. Per alcune ore, è come un flusso che slitta ai confini della storia: persone che non hanno capito che cosa è accaduto. Magari sanno che in città qualcosa è cambiato, ma di fronte alle interviste a caldo non sanno come interpretare il cambiamento. Sanno peraltro che non si possono sbilanciare più di tanto. Alcuni mantengono una rigidità da interrogatorio che mette paura.
Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio.
In quel momento, nonostante le 90000 persone e le candele ancora accese davanti alla sede della STASI, si sentono di fronte ad un bivio. Dire la verità o recitare la manfrina che la DDR voleva sentirsi raccontare. Ancora più dissonante è la faccia del capo della polizia, che continua a scuotere la testa: si sente sotto esame, non sa che dire, ma deve parlare e mantenere un certo rigore. Quei documenti li vedranno a Berlino, la macchina della propaganda è in marcia. Ogni tanto, però, il capo della polizia viene percorso da uno spasimo che lo rende umano. Come a dire: ragazzi, dai è finita, lo sappiamo tutti.
I materiali delle interviste sono stati girati tra il 16 ottobre e il 7 novembre. Due giorni dopo il muro viene giù.
Jana Hensel, la ostalgie della DDR
Mi è rimasta però ancora una cosa da riprendere. Ne ho riparlato anche con Jana Hensel, autrice del romanzo Zonenkinder, l’altro giorno a Berlino. La ostalgie. Lei è porta su di se l’accusa di essere una nostalgica della DDR. Sicchè insomma ho chiesto a lei di raccontarmi un po’ che cosa ne pensasse. E lei l’ha presa da lontano. Ecco più o meno cosa mi ha raccontato:
Conoscerai il palazzo della Repubblica a Berlino, no? E’ stato appena abbattuto. Nella mia infanzia quel palazzo era il simbolo dell’oppressione e della repressione. Li dentro si tenevano le manifestazioni della SED, ed era tutto però così lontano dalla mia vita. Io non volevo averci a che fare. Per altri era un luogo ridicolo.
Ma nel momento esatto in cui questo palazzo scompare, ecco esso diviene il simbolo della mia vita. Anche se non ho avuto nulla a che fare con lui! Avviene una riunificazione retrospettiva con questa cosa, e per me è davvero difficile da spiegare.
Jana Hensel
Ora il fatto che io mi senta in qualche modo legata a questo palazzo mi proietta in una dimensione di nostalgia. Addirittura parrebbe che io desideri un ritorno alla DDR.
Ostalgie non è il desiderio di un ritorno al passato, alla dittatura, ad uno stato repressivo come era la DDR. In realtà l’ostalgie è il desiderio di ricollegarsi alla propria vita, come in un flusso che è stato in passato interrotto. E’ un tentativo, fatto con una certa consapevolezza, di ricordarsi di film, di libri, di musica. Ricordare attraverso le espressioni della cultura pop della DDR.
Ascolta un pezzetto dell’audio dell’intervista
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
I tedeschi dell’EST sono stati molto criticati per questo loro tentativo di ricordare. Personalmente non ho mai potuto capire queste critiche. Nella DDR noi abbiamo vissuto, abbiamo condotto una vita che aveva anche dei tratti di normalità . Avevamo una vita quotidiana che vogliamo ricordare senza per questo immaginare un ritorno alla DDR.
Concludo, per sottolineare come questa questione del Palazzo della Repubblica sia sentita in Germania. Oggi, il quotidiano Die Welt, nella prima della cultura, pubblica un piccolo articolo molto significativo: “Koalition will sich zum Schloss-Wiederaufbau bekennenâ€: come a dire che la coalizione di governo appena insediatasi verrà ricordata come quella che ha ricostruito il Castello. (originariamente, prima che la DDR costruisse il suo Palazzo della Repubblica, il sito, accanto alla Humboldt Universität e all’Opera, accoglieva un importante Castello imperiale, e questo verrà ricostruito in modo filologico). Come dicono qui: Tschüss.
ASCOLTA:
Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio, comodamente on demand. Ci sono otto puntate: metà da Lipsia e metà da Danzica, tutte raccolte nella pagina di Laser, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.
In questi giorni di lavoro, mentre provo a ricostruire la Lipsia degli anni 80, fino a pochi mesi prima della Friedliche Revolution, e la guardo perdersi in questi venti anni, annebbiarsi in una guazza immobiliarista, di frenetico rinnovo e distruzione, mi è stato abbastanza difficile mettere a fuoco davvero il passato, ma soprattutto il passaggio.
Che cosa è successo alle persone che davvero da un giorno all’altro hanno visto i supermercati riempirsi di tutto quello che a Ovest si poteva comprare? In questa città nel 1989 non c’erano telefoni, privati intendo. Non c’erano le linee telefoniche. Mi hanno mostrato, con un certo orgoglio direi, che cosa usavano per comunicare tra amici e conoscenti. Cartoline mandate per posta.
“Domani passo da te alle 2â€.
“Ceniamo insieme mercoledì?â€.
“All’emporio questa settimana arriva il bagnoschiuma Vidalâ€.
Oppure fuori dalla porta di casa si lasciava una blocchetto di carta, chi passava lasciava un messaggio.
O direttamente si suonava alla porta.
Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda
Allo stesso tempo Lipsia era una città aperta. Proprio come la pensiamo noi una città aperta. Per molti motivi, alcuni oscuri, qui si poteva andare alla Gewandhaus, la principale sala da concerto della città , tra le più celebri sale di tutta Europa (oggi ne dirige l’orchestra Riccardo Chailly, in passato Kurt Masur), e si assisteva ad un programma che prevedeva musiche di Stockhausen, Holliger, Nono. Quanto di meno istituzionale si potesse immaginare. Altro che marce e inni di regime.
Ne ho parlato diffusamente l’altro giorno con un compositore contemporaneo, Steffen Schleienmacher, che a Lipsia è arrivato nel 1980 per studiare al conservatorio. Ha conosciuto la cultura di questa città e le libertà che qui si potevano sperimentare. Poche confrontate a quelle occidentali certo, ma preziose in una città che – come mi ha detto una donna – era “nera e odorava di torba”.
(Mi ricorda l’odore dei cetrioli e dei calzini nelle campagne lituane, di un vecchio viaggio webgolliano di qualche anno fa: questo è il link, con tutti i materiali sbalestrati dai passaggi in troppe piattaforme)
Tutto questo per dire che poi, alla fine, ieri sono andato a Berlino. Dove ho incontrato una giovane scrittrice, Jana Hensel. Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione (la sua: classe 1976), che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva. Che parlava una lingua diversa. Senza aver fatto a tempo ad essere davvero una cittadina dell’Est. Nessuna colpa in un paese di colpevoli. Nessuna gloria in un paese di eroi.
Qui sotto un momento dell’intervista con Jana, in tedesco, ancora non montato. Clicca per ascoltare
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
Una generazione a metà , ibrida, i kinderzone, come li ha chiamati lei. Una zona nella quale loro, ma in fondo tutti i cittadini dell’est, continuano a vivere. La DDR è sicuramente scomparsa dalle strade, negli arredi, nei sapori, negli odori, ma resta sempre viva dentro le persone, come un’ombra, una paura, un’incomprensione, una colpa.
ASCOLTA:
Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio – fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono già le prime sei puntate audio: tre da Lipsia e tre da Danzica, tutte raccolte nella pagina di Laser, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.
Ma allora la ostalgie esiste. Se ne parla spesso, se ne legge pure, me la sono ritrovata un po’ ovunque preparando questa gita a Est. E poi, da dietro un palazzo in questa Lipsia piovosa maledetta, è spuntata, bella cartocciara appiccicata dietro un portone di ferro, quasi non si vede, non fosse per la pioggiaventopioggia non mi sarei nemmeno voltato a guardarla.
Ostalgie, Lipsia. Foto di Enrico Bianda
Allora, coordinate. Lipsia, ma anche Berlino. A vent’anni, quasi, dalla caduta del muro, a raccogliere storie in questa città di Sassonia, dove tutto iniziò, un anno prima quasi, silenziosamente. Poi il 9 ottobre la gente si incamminò e pacificamente andò a metter candele – in 90.000 – sotto il portone della sede cittadina della Stasi.
Lipsia, 9 ottobre 1989
Una raccolta di testimonianze soprattutto su quello che è accaduto in questi venti anni, tra adolescenti inquieti, compositori d’avanguardia e frange di estremisti di destra.
Che ne è stato di una generazione di mezzo?
Che cosa resta della DDR?
Qui qualche appunto, qualche foto. Di seguito una introduzione non disponibile sul sito:
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
Dagli abissi emerge a tratti, in sintonia con la sua anima triestina, carsicamente, e si espone al dialogo.
Paolo Rumiz è stato al gioco imbastito da Gianni Delli Ponti, già in passato sodale complice di incursioni rumiziane (resta intatto il ricordo di una cena di braciole e vino con il sommo maestro in quel di Arogno, sulle colline che guardano il Lago di Lugano).
La sismica è forse il pilastro fondamentale, il pilastro tellurico della conoscenza dei territori. Tutta la storia italiana è intrisa di eventi che segnano il prima e il dopo di una comunità – un po’ come l’11 settembre. Eppure oggi accade che chi ricorda eventi come questi, magari ricordando la necessità della prevenzione, è automaticamente un catastrofista, invece che lungimiranza: è un ribaltamento dei valori che si mangia un pezzo di società .
Il tutto andato in onda un paio di settimane fa, dopo la pubblicazione del prologo su Repubblica, sulle onde della Rete Due della Radio Televisione Svizzera.
La riproponiamo, occasione ghiotta per comprendere, o scoprire, le ragioni di una scelta, di un viaggio, di un’indignazione.
Paolo Rumiz intervistato da Gianni Delli Ponti per la Rsi, 16′ 32”
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
Si è tenuta la scorsa settimana a Gressoney la quattro giorni valdostana di Kinder, la colonia estiva di Condor (programma di Radio Due condotto da Luca Sofri e Matteo Bordone).
Sono stati giorni molto piacevoli: insieme densi e leggeri, con il giusto mix di appuntamenti seri e interstizi giocosi. Grazie ai due nostri (e ad Ilaria, e a Renzo e Claudio e a tutta l’organizzazione).
E grazie alla compagnia, ben assortita. Onore al merito a Condor (dico il programma, e la natura ibrida e poco matematica dei suoi conduttori: metà  blogger, metà  giornalisti, metà  radiofonici) per essere riuscito a riunire intorno a sè una piccola eterogenea comunità  , dall’identità  lasca ma resistente come un elastico a riposo. Una comunità  liquida, che, stringendo atomi e amicizie e sorrisi, per pochi giorni è riuscita a coagularsi intorno ai silenzi della montagna, ad una laica leggerezza dei modi e delle cose.
Kinder. Picnic in alta quota.
A Kinder c’erano persone che (all’inizio mi son stupito) a Kinder erano arrivate da strade diverse. C’era chi la trasmissione l’ascoltava sempre, chi ogni tanto, chi mai. Chi ascoltava in diretta, e chi invece scaricava ogni tanto i podcast. Chi ascoltava e basta, e chi mandava email o partecipava ai concorsi e ai contest. Chi aveva un blog e conosceva i conduttori (ma nella loro veste di blogger) e chi i blog non sapeva nemmeno cosa fossero. E così via. Ho passato il primo giorno a chiedere in giro “cosa diavolo ci fai qui?” e ogni volta ricevevo una risposta diversa. Fossi in Luca e Matteo ne farei motivo di vanto :)
Sul blog di Kinder ci sono foto e resoconti in quantità  e qualità . Di seguito un paio di momenti minimi, con tanto di foto, e tra le tante altre cose belle.
La sfida a Wii e la rottura del tetto di vetro
Il terzo giorno si è svolta una sfida a Nintendo Wii (è una console di videogioco). La Wii ha un pregio straordinario, che l’ha fatta diventare in poco tempo la console più venduta nel mondo, risollevando la Nintendo da anni grami. Funziona attraverso un controller wireless (ora c’è anche una pedana tipo bilancia) che riproduce fedelmente i movimenti del corpo. Cioè fa sì che di fatto tutti possano giocarci – il videogioco si popolarizza, sradicato l’atruso joypad dalle mani degli smanettoni.
Un momento della sfida a Wii. Foto di Dellaplane.
E tutti vuol dire davvero tutti. Non solo maschi contro femmine (una partecipante ha peraltro vinto la classifica generale, rompendo metaforicamente e sportivamente quel “tetto di vetro” tra generi di cui si era più volte parlato nei giorni precedenti) ma anche, per esempio, bambine cinquenni contro adulti (come dimostra questa foto della piccola di casa Mantellini). La competizione sportiva è bellissima, ma puà anche essere molto esclusiva (nei molteplici sensi del termine). In casi come questi, in cui pochi avevano già  provato la console, è stato tutto molto divertente.
Mitologica sfida a Wii tra Sir Drake e Zoro. Clicca sulla foto per leggere la storia
Per la cronaca: la mitologica sfida di cui sopra l’ha vinta Diego. Che poi si è dovuto piegare in finale ai colpi effettati di un semi-professionista Mantellini senior.
Momento Heidi Rock: Morgan sui prati
L’incontro con Morgan è stato un momento di straordinaria e inaspettata bellezza. Morgan si è dimostrato non solo un artista di grande intensità , ma anche una persona in grado di capire il contesto e tirar fuori il meglio possibile da contingenze più o meno disagiate: il computer con i testi che si scarica, la pioggia che compare invidiosa e il pubblico che ad un certo punto si rifugia sotto il tendone e fa capannello, e si piazza sorridente a 5 centimetri dalla nuca dal pianista, a distanza di coppino in caso di sbaglio.
Il tendone con Morgan attorniato dalle persone in cerca di riparo dalla pioggia. Foto di Dellaplane
Tirar fuori il meglio possibile da contingenze è una dote rara e formidabile: significa capire velocemente e velocemente adattarsi – senza farsi schiacciare, o fuggire. Morgan ha tirato fuori il meglio dal tempo (poco) che c’era, dalla compagnia, dall’atmosfera bucolica eppur cittadina, sempre in bilico tra il cazzeggio e la voglia di dire qualcosa di vero – dolce e profumato come l’aria che c’era.
Massimo Mantellini è riuscito anche a registrare qualche secondo di video della splendida interpretazione della canzone di De Andrè “Un Giudice”, ed è qua sotto.
Un altro video dell’esibizione di Morgan, di Davedodi su YouTube – è proprio del momento in cui si crea il capannello causa pioggia
Non c’entrano niente le unconference tecnologiche: è un vero e proprio bazaar quello di cui scrive Roberto Alajmo sul suo “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo”, un libro infinito che lo scrittore palermitano ha iniziato a scrivere più di 14 anni fa e continuamente aggiorna. Un vero e proprio delirio organizzato, che è iniziato con toni liricheggianti e che via via – spiega lo stesso Alajmo – s’è asciugato fino a raccogliere 350 polaroid esistenziali di strambi e stramberie più o meno tali – della città di Palermo.
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
Siamo precoci in tutto, anche nelle feste comandate.
Da qualche mese quelli di Caterpillar, trasmissione di Radio Due, portano avanti la meritevole campagna “Natale a Nataleâ€. Di cosa si tratta? È una campagna di civiltà – sostengono i due conduttori del programma Cirri e Solibello – volta ad arginare il fenomeno consumistico del Natale al periodo che gli compete. Cioè a Natale, appunto – nel mese di dicembre.
Alcune veloci segnalazioni per chi vuole approfittare della giornata di vacanza (io non me ne ero neanche accorto, me l’hanno dovuto dire) per leggere qualcosa in puro bridging bifocale (ovvero: non c’entrano niente tra loro).
L’IPTV dei desideri, nei miei pensieri all’incontrario va
In ritardo, ma voglio comunque segnalare, per veri mattinieri, una serie di conversazioni radiofoniche sul fumetto (in onda, fino a venerdì, sulla benemerita Rete 2 della Radio Svizzera, dalle 6.00 alle 7.00) curate dal nostro Enrico Bianda.
Se fosse un western potrebbe essere uno di quei film crepuscolari, dedicati al tramonto di un’epopea, la frontiera perduta, violata dall’uomo bianco.
In questo caso l’uomo bianco è la superbia cattolica. Qual misto di colonialismo irrinunciabile condito con un filo di devozione da proselitismo.
Anche ieri, attraverso Montenegro e Kosovo, tra monasteri bruciati dalla furia albanese e resistenza pacifica, silenziosa, al massimo sussurrata, in un ultimo incanto ortodosso: il Monastero di Decani.
La foresta, appena fuori le mura, rintocca del Symandron. E tornano accidenti le atmosfere gotiche, di un gotico spirituale. Le parole si impastano di grappa e di marmellata al mattino. E si sentono i passi furtivi, un po’ impauriti, nella foresta. Un po’ come in un assedio da Ultimo dei Mohicani, mi accorgo per la prima volta della somiglianza profetica tra Rumiz e Lee Van Cleef. Silenzioso viaggiatore, ironico e riflessivo.
No, è che in questi ultimi giorni la frase “ogni uomo è un’isola†sembra tornare, replicandosi in molte pieghe della giornata. Questa frase in realtà la conosciamo soprattutto grazie a Hemingway che la mette in epigrafe al suo romanzo “Per chi suona la campanaâ€.
Nell’incredibile intrico di strade e sottopassaggi, di strati culturali e di personaggi che sembrano usciti da un romanzo gotico, Paolo Rumiz è arrivato a Roma, e sembra definirsi, a tratti, l’idea di un viaggio-ponte, un viaggio che vuole fare i conti con i propri limiti e le proprie paure. E, di sicuro, con il proprio coraggio.
A Roma i toni sono quelli di un romanzo spirituale, di un thriller alla Russicum, l’istituto dei gesuiti di Russia, un vecchio film malriuscito, ma che ci mostrava una Roma di sospetti e macchinazioni. In realtà il mistero, nel viaggio verso la Gerusalemme perduta, sta proprio in noi, in quello che siamo e che si delinea in una complessità culturale straordinaria, difficile, se non impossibile, da ricostruire.
Non ci stiamo dietro. Corre troppo in fretta. E scopre cose che vorremmo custodire. Mi domando che cosa lo spinga a svelare la presenza di certi luoghi e certi personaggi in un’Italia un po’ banale. Me li terrei stretti. Troppo doloroso lasciar scappare quelle immagini via le pagine di un giornale. Ma questo forse è raccontare. Un po’ soffrire per una continua privazione.
Come in un racconto dell’800, sembra Dumas, tra passaggi segreti, qualche strettoria dietro una libreria, un arcano cunicolo dietro una parete affrescata, un accesso al Palazzo diomenticato. Romanzi d’ppendice nelle pagine di questi primi passi del viaggio tra i cristiani d’Oriente. La seconda tappa è a Milano, in una Milano inedita e appassionante. La terza tappa, quella di oggi è a Venezia, sull’isola di San Giorgio, in un Monastero dei Benedettini.
Monoteismi, sincretismi, confronti e paradossi, percorsi a ritroso e ricordi, snocciolare un rosario, camminare e viaggiare, alla ricerca di un rifugio, di una conferma e trovare una sorpresa.
Si apre una settimana impegnativa, che prelude ad un mese intenso: il bacino del Mediterraneo, colto attraverso la lente del confronto tra monoteismi, dove questi convivono e non esplodono in attacchi e violente risposte pacificanti.
Seguiremo, a modo nostro, il viaggio del Maestro Paolo Rumiz, su Repubblica (…è cominciato ieri, dalla prima de La Domenica)
Lo abbiamo fatto anche la scorsa estate, mentre navigava (lui) verso Lepanto, epico, e galleggiavamo (noi) a bordo di un Vaurien, baietta-baietta, spiaggia spiaggia, occhi stretti e pensiero corsaro.
Si riparte dunque, da lunedì al venerdì anche sulla Rete2, alle sei e un quarto (18:15), ogni giorno per dieci minuti in diretta con Rumiz, per un ritorno in TerraSanta.
Raramente mi è capitato di leggere un testo, di qualsiasi genere, che risultasse ai miei occhi quasi insostenibile.
Qualche tempo fa, una raccolta di poesie ha avuto questo effetto. Il titolo: Macello, l’autore: Ivano Ferrari (ne abbiamo scritto proprio su queste pagine tra i commenti qualche settimana fa), edito da Einaudi.
Un reportage poetico, o meglio un reportage in forma di poesia, che ci porta dentro un macello, ce lo mostra e ce lo fa vivere in modo inaudito.
Finalmente ce l’ho fatta, ho raggiunto Ferrari al telefono, abbiamo fatto una veloce chiaccherata radiofonica sulla sua poesia e su questo lavoro.
Un tentativo di piegare lo strumento blog ad un approfondimento tematico, senza spezzarlo (almeno non del tutto). Dal 2003, soprattutto su web, politica e giornalismo.