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Post archiviati nella categoria 'Racconti'

16/08/2004

Diventare una ginnasta

di Monica Catalano, alle 16:07

Nadia ComaneciEro una bambina piuttosto timida e poco portata per lo sport.
I vari tentativi di mia madre di portarmi a nuoto, a danza o in qualche palestra si risolvevano in pianti dirotti e promesse di non metterci mai più piede. Per un motivo o per l’altro quei distacchi avevano per me il significato dell’abbandono in un mondo freddo e severo in cui proprio non volevo stare.

Questo fino all’estate del 1976. Ci furono i giochi olimpici di Montreal e io li guardai seduta sul tappeto del salotto.
Per la prima volta vidi una cosa che si chiamava “ginnastica artistica” e ne fui folgorata. Nadia Comaneci divenne il mio mito, comincia a ritagliare dai giornali tutte le sue immagini e me le appesi sopra il letto. Ogni tanto provavo qualche posizione, statica per lo più. Mi piaceva quella dimostrazione di grazia e forza insieme, quei muscoli tesi fino ad arcuare le gambe e quel faccino grazioso e impassibile.

Decisi che in qualche modo l’avrei fatto anche io.

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28/07/2004

Finale intercondominale di sputo, anno ’83

di Hotel Messico, alle 12:22

sputacchiera.gifIl torneo cominciava sempre nel pomeriggio, subito dopo il doposcuola delle suore perché i compiti nessuno di noi aveva mai voglia di farli.

Io non sono mai stato sicuro che la gara di sputo sia una disciplina olimpionica e che esista un vero regolamento e una federazione con tanto di arbitri, guardalinee e moviola, ma dalle mie parti era una cosa seria. A pensarci bene la muscolatura coinvolta in questo esercizio è pari a quella del nuoto e paragonabile solo alla scherma, perché ci vuole la potenza, ma pure la precisione e quella percezione del verso del vento che aveva sempre la sua importanza.

Lo sapete voi quale è la capacità polmonare necessaria per spingere uno sputo oltre i tre metri? Quale è lo slancio necessario perché l’impasto umidiccio si sollevi e tracci la parabola sufficiente a farvi restare nella storia del vostro condominio? A voi che credete che il calcio sia l’unico passatempo che la plebe abbia sempre praticato, eccovi la diretta della finale intercondominiale anno ’83 di gara di sputo tra Mario Capasso, otto anni, trentadue chili, abitante del terzo piano, e Luca Monconi, nove anni, trentaquattro chili, quarto piano.

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27/07/2004

Guardia sinistra. Gancio. Montante. Diretto, K.o.

di Proserpina, alle 08:01

Foto di Proserpina - precisazione: sono fasce di allenamento non guantoni - clicca per ingrandireGuardia sinistra.
Il sacco rosso all’inizio sta fermo. Non si muove, è lì, a volte dondola leggermente, ma è fermo ad aspettare. Ad aspettarmi.
Ho le mani inguainate. Di solito preferisco il rosso, ma c’è anche il blu, il nero, il giallo. Preferisco il rosso perché si confondono con il sacco e non le vedo più. Le mani. Quelle che almeno una volta ti si spaccano e lasciano colare rivoli di sangue, anch’esso rosso. Rosso come la rabbia, come la passione.
La boxe è un colore, il rosso.

Gancio.
Ho provati tutti gli sport. Il mio primo amore è stato il tennis, fino a quando non sono caduta in ginocchio, con un legamento danneggiato, sul campo ocra. Ho cercato consolazione nella danza, nella pallavolo, nel calcio, nella mountain bike, nel nuoto, nel funky, nulla. Fino a quando non ho scoperto il fascino della fatica, del dolore, della forza e quell’estasi del contatto con il sacco.

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16/07/2004

Calcio d’addio

di Antonio Montanaro, alle 20:12

Calcio (part.), foto di
Gianfranco Palmese (clicca per ingrandire)

Foto di Gianfranco PalmeseQuando lesse il suo nome sulla lista dei sorteggiati per l’antidoping, pensò alla prima volta che aveva indossato maglietta, calzoncini e scarpini. Aveva poco più di quattro anni: era una divisa della Juventus. Gli era stata comprata dai nonni, anche se gli fu fatto credere che era un regalo di Babbo Natale. Fu uno dei momenti più felici della sua infanzia. E anche dopo aver scoperto che Babbo Natale era solo un personaggio di fantasia, inventato dai grandi per rivestire di poesia i consumi natalizi, aveva continuato a pensare a quell’omone con la barba bianca come ad un pezzo grosso del calcio. Magari un talent scout del club torinese.
Sapeva benissimo che pisciare in quella provetta di plastica avrebbe significato dire addio ai campi di calcio.

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14/07/2004

Un post a diciotto buche

di Angelocesare, alle 18:35

golf sunsetSul morbido e regolare piano di partenza c’è un vento leggero, il respiro è tranquillo, c’è silenzio, i tre compagni di gioco hanno ben piazzato il loro tiro d’inizio, aspettano immobili.
Non c’è eccitazione, non piĂą del solito, non piĂą di quanto comporti il principio di un rinnovato ciclo paravitale.

Conosco come indirizzare il volo, la traiettoria è ben disegnata nella mia mente; solo un po’ d’intorpidimento ai polpacci. La pallina saetta nell’aria mentre osservo con affetto il minuscolo tee roteare all’indietro e uscire dal mio campo visivo: ora posso lasciare che il capo, finalmente coinvolto dalla rotazione completa del corpo e dalla conclusione del movimento, permetta ai miei occhi di osservare il punto d’atterraggio, il rimbalzo, il rotolìo senza cambi di direzione.

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09/07/2004

«So che hai giocato bene» – Una storia di pallavolo

di Contaminazioni, alle 10:01

pallavolo.jpgQuando ho cominciato a giocare a pallavolo avrò avuto dodici, tredici anni. Ero una ragazzona alta alta, strizzavo sempre gli occhi per distinguere qualcosa nella nebbia della miopia, se ridevo ridevo a sproposito, ero irrimediabilmente gaffeuse, mi vestivo come una signorina di buona famiglia anni cinquanta, avevo la grazia di un elefante in un negozio di chincaglierie, scrivevo disperate poesie e per di più ero brava a scuola, quindi segnata, agli occhi del mondo, dalla irreparabile, o quasi, fama di secchiona presuntuosa. Socialmente un disastro. Tiravo avanti, cercando di aprirmi una strada qualsiasi, poco aiutata, come capita, da una famiglia distratta tutta presa da altre faccende. Il successo scolastico mi garantiva qualche parziale gratificazione, ma alla fine, agli occhi dei compagni, ero una sfigata che andava in giro con altri sfigati come lei.

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03/07/2004

La gara dei balentes

di Gianni Cossu, alle 15:10

[Gianni Cossu, autore e attore di Sindìa, vive e lavora a Nuoro]

Pecorelle, di CarnefrescaA Sunis dovevano ancora stabilire chi fosse il piĂą balente del paese.
Dopo quaranta giorni di prove massacranti, erano rimasti in gara solamente Bobore Frissura noto “culurjone” e Billia Corbinzolu detto “romanu”. Al primo era stato assegnato quel nomignolo per via della sua strabiliante capacitĂ  nell’ingurgitare ravioli fatti in casa (si raccontava che fosse riuscito a mangiarne 164 in una sola volta) sfidando le regole della fisica e dell’anatomia sulla capacitĂ  – stavolta intesa come capienza – del suo stomaco. Il secondo aveva invece preso il soprannome dagli antenati, che vantavano antiche origini continentali, o forse da quella volta che dopo un viaggio di tre giorni nella capitale era tornato a Sunis con un accento vagamente romanesco e aveva pronunciato una frase rimasta nella storia: – non me ce trovo prĂą in st’ isuledda guĂ !

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30/06/2004

Fabrizio M.

di Mauro Gasparini, alle 11:04

Che oggi lavora come giornalista sportivo in un quotidiano locale. Storia vera.

Cross, foto di Antonio Sofi, Malta, Marzo 2004 - particolareEra maggio. Fabrizio M. aveva ventitré anni e la squadra che allenava stava per disputare (in casa) la finale di un torneo non ufficiale organizzato nell’ambito dei festeggiamenti per i sette secoli della frazione di Paù, una pieve menzionata per ben due volte in atti ufficiali della Repubblica Serenissima.
Come molti altri piccoli centri Paù si era trasformato in un quartiere dormitorio per un migliaio di persone che calcisticamente professavano fedi più elevate, cosicché solo grazie alla passione di pochi artigiani del paese si era riusciti a costituire un’associazione sportiva che si occupava esclusivamente delle giovanili: in tutto tre squadre. Gli allievi rappresentavano il punto d’arrivo di qualunque carriera calcistica a Paù, poi o si smetteva o ci si trovava una squadra altrove.
L’occasione della finale era per quasi tutti i giocatori in campo l’ultima e la più ambita: non solo per la finale, ma per la finale in casa propria davanti ad almeno un centinaio di persone; probabilmente più della somma di tutte quelle che avevano avuto come spettatori durante i sette anni della loro militanza Pauellese.

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19/05/2004

La triste storia del commendator Gallassi

di Ernesto De Pascale, alle 12:42

Conobbi a Milano tanti anni fa un certo commendator Gallassi, dal quale ho capito tanto del music business. Il suo stile e il suo modo di trattare le cose furono per me illuminanti, e lo voglio qui ricordare per voi affinchè il suo stile di vita vi serva da lezione in questi tempi di mediocrità.

Il Gallassi era un tipo speciale, facilmente identificabile: girava in impermeabile nero, ombrello nero, cappello nero trecentosessantacinque giorni l’anno. Portava un paio di occhiali rotondi con il bordo d’oro, il commendatore, e i baffetti sottili gli davano un’aria seria e indispettita che si addiceva al suo mestiere fatto di praticità ma anche di un certo estro artistico. Gallassi era, infatti, un editore musicale.

L’editore musicale di una volta era un colosso, un Sonny Rollins dell’estro. Oggi quel personaggio è per lo più colui che tutela i tuoi diritti sulle composizioni in cambio di una fetta di essi: per lui la parola tutela è uguale ad aver svolto il proprio lavoro. Ma la differenza fra un autore e un editore è, il più delle volte, semplice e palese: se tu, autore o compositore che sia, fai circolare (la composizione che hai composto) mangi (o almeno speri) anche se comunque sarà l’editore a riscuotere per primo, mentre se tu la musica non la fai girare, lui, certamente!, non riscuoterà neanche una lira, d’accordo!, ma come te ne avrà altri mille e tu, in compenso, morirai di fame.

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13/05/2004

Pensavo che i fiori fossero tutti morti

di Immanuel Mifsud, alle 09:28

Malta, Grand Harbour, Marzo 2004, foto di Antonio Sofi[Immanuel Mifsud (qui la home page) è un poeta e scrittore maltese della nuova generazione, molto letto e amato in patria. Lo abbiamo conosciuto a Marzo, quando, per una serie di interviste, ci ha raccontato Malta con passione e intelligenza. E’ con vero piacere che pubblichiamo questo suo racconto, uno dei suoi pochi tradotti in italiano (un altro è in uno strano volume intitolato “Racconti senza dogana“). Dieci nuovi paesi, tra cui Malta, sono entrati a far parte dell’Unione Europea; la copertura dell’evento è stata, nella maggioranza dei casi, unicamente economica (nuovi mercati, sovvenzioni, libera circolazione delle merci, ecc.). Pochi hanno letto questo storico momento anche come possibilitĂ  di allargare il nostro patrimonio culturale, iniziando a fare attenzione ai nuovi scrittori “europei”, leggendoli e traducendoli. “Libera circolazione della cultura”, evidentemente, suona proprio male. Nel nostro piccolo, ringraziando Immanuel, ci proviamo. Buona lettura. (as)]

antimeridiano

adesso possiamo raccogliere i fiori non appena svegli
non appena ti guardo e mi accorgo che sei ancora la stessa di ieri
non appena ti chiedo cosa hai sognato
non appena mi rendo conto che potrebbero ancora esserci fiori lĂ  fuori
non appena sentiamo gli operai protestare
non appena mi volto per sentire il tuo sapore e gustarti di nuovo
non appena divento di nuovo il tuo uomo
non appena cerco il tuo viso e non lo trovo nel buio
non appena dici no

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28/04/2004

Una specie di coprifuoco

di tt, alle 00:01

Falcone Maltese, Malta, Marzo 2004, foto di Antonio SofiMalta, una ventina d’anni fa. Vacanze studio, soggiorno in famiglia.
Prima serata fuori, al rientro, dopo l’una di notte, l’intuizione: non riconosco punti di riferimento, non ho idea di dove si trovi, dal punto in cui mi trovo, l’alloggio.
Coraggio: si comincia, in una Msida deserta, a percorrere la strada principale del quartiere, per cercare l’incrocio sperato. Appena mi rendo conto che la direzione dovrebbe essere quella giusta mi accorgo pure che, in piedi al centro dello slargo poco avanti, si trova un militare armato di tutto punto (eravamo ai tempi di Dom Mintoff, la sera – io non lo sapevo – dopo una certa ora c’era una specie di coprifuoco).
Costui mi vede e imbracciando la mitraglietta mi viene incontro, l’idea di darmela a gambe levate mi sembra idiota.
Pertanto, mi immobilizzo e aspetto.
Mi parla in maltese.
Rispondo in inglese che non capisco.
Mi chiede in inglese: “Cosa fai in giro a quest’ora da sola?”.
“Stavo andando a casa, ma mi sono persa”. Aggiungo l’indirizzo per rendere piĂą credibile l’affermazione e gli domando se sa indicarmi dove andare.
“PerchĂ© non sai dove abiti?” , insiste.
Gli spiego. Appena arrivata, ho percorso la strada verso casa solo una volta, alla luce del giorno.

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08/04/2004

Ho visto case che voi umani…

di Antonio Sofi, alle 21:39

Protect, foto di Antonio Sofi - clicca per ingrandireC’è stato un periodo, un bel po’ di tempo fa, che gironzolavo per letti diversi in quel di Firenze, in casa di amici o di amiche, valigia sempre pronta allo scattar del terzo giorno per evitar di esser guardato come un pesce maleodorante. Il giorno frequentavamo insieme un corso, poi tiravo a sorte per dove andare a dormire. Il bello è che avevo una casa, ma vuoi mettere?

Ho visto una casa vecchissima che sembrava un basso napoletano, dipinto con colori che nemmeno i villaggi tirolesi, un misto tra Rione SanitĂ  e Vipiteno, con un ampio cortile luminoso e desolato davanti e, dietro, un corridoio con mura altissime, un retro così antico che pareva di vederci i fantasmi dei ghibellini pisciare sui muri. Vicini di casa, una coppia di artisti cileni new-age che evidentemente facevano yoga con foga, considerate le grida e i rumori di cose spaccate. Il delizioso bivani a piano terra era abitato da una quarantenne milanese pubblicitaria divorziata che si nutriva d’orzo e voleva iniziare daccapo. Ha insistito tanto per vedere non so quale film turco o rumeno, ora non ricordo, avevo metaforicamente dipinto gli occhi sulle palpebre, come nei fumetti.

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02/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (II)

di Ernesto De Pascale, alle 17:02

(seconda parte – continua da qui)

clicca sulla foto per vederla piĂą grande - US Highway 87, Texas Panhandle, foto di Butch Hancock 1985Quindi, eccomi qui stasera alla casa del popolo di Quinto alto, profondo hinterland fiorentino, con il G.J., il batterista dei gruppo di cui orgogliosamente faccio parte, LightShine, fido compagno di bisboccie. G.J. è un tipo dal fiuto straordinario per la musica ed è stata la prima persona che ho visto capire davvero il rock duro in tempi non sospetti. Anche lui trasmette a Radio Luna e il suo programma si chiama, infatti, “Rock Steady”. E’ da quei microfoni che G.J, fra un “Oh Yeah”, un “Rock & Roll!” urlato a pugno alzato ed un “C’mon” quando parte un solo di chitarra ci suona della roba soda che nessuno in quegli anni di new wave sognerebbe mai di mettere in onda . E’ lui che, nell’autunno millenovecentosettantasette – aveva sedici anni – si era presentato all’appuntamento datogli in piazza San Marco per sostituire il batterista uscente (il precedente partiva per la leva) in jeans, maglietta nera “Wild Things” con lustrini e paiettes, giubbotto denim stone washed e stivali bianchi con zeppa, e nel bel mezzo di un trip (“positivo” mi confessò). G.J. mi rimase subito simpatico per la sua dolcezza agrodolce a ritmo di quattro quarti e dopo Charlie Watts e Ringo Starr ho sempre pensato che veniva nell’ordine lui al numero tre! Eccoci qui tutti e due, quindi, come tante altre sere. “No, G.J. tagliati i capelli e comprati la bicicletta…” questo era il tormentone imperante che lui subiva sorridendo certo di avere trovato un amico. Eccoci qui con i nostri grandi discorsi e tanti suoni nelle orecchie, con il nostro “never ending tour” ancora non finito, sfigati anche se fidanzati ma, sopratutto, fondamentalmente felici e con pochi problemi e le molte lamentele di chi lo deve scoprire che “la felicitĂ  costa un gettone / per i ragazzi del juke box“.
Stasera siamo arrivati fino a Quinto, tappa del nostro tour con la mia Fiat 127 verde sempre in riserva. Ci siamo perchè su indicazione di qualcuno ci hanno detto che c’era da veder suonare un tipo “strano” o forse solo per cercare una nuova sala prova ed è così ci troviamo davanti un baffuto americano simpaticone, con una giacca di velluto a coste larghe che canta canzoni per una birra in una casa del popolo senza curarsi troppo di dove e come.
Ascoltandolo nella mia testa cominciano a frullare le ipotesi e le illazioni: qui nessuno lo conosce e un tipo del posto dice che è arrivato da un quarto d’ora e ha chiesto di esibirsi interrompendo così una lunga sfilza di Cantautori Carismatici Contaminati che avevano fatto a tutti due palle così! Lui, invece, chiunque sia, è uno vero, lo si capisce subito. Forse sotto l’effetto dei consigli del su citato “Eù” mi faccio il viaggio che quello che mi trovo davanti è Butch Hancock.
Immaginate il mio stupore quando quello si presenta. G.J. non ci crede e sbraita che lo sto prendendo in giro e che magari siamo anche d’accordo io e il texano. Ci dice di girare l’Europa con i soldi vinti alla lotteria del suo paese e di non sapere dove si trovi.

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01/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (I)

di Ernesto De Pascale, alle 15:57

(Prima parte)
clicca sulla foto per vederla piĂą grande - Farm on US 84 Near Slation, foto di Butch Hancock 1985
Bevevo birra e fumavo sigarette americane, e vivevo sulla corsia di sorpasso. Mentre avevo deciso di intraprendere alcuni esami universitari in un corso della Columbia University di New York City dovevo parimenti terminare quelli dell’anno precedente qui in Italia mentre a Settembre la RAI mi offriva – dopo avermi ascoltato sul circuito privato in FM di Radio Luna – di condurre un programma sul primo canale delle onde medie, Combinazione Suono. Eccomi perciò a fare avanti e indietro alcune volte con New York City dove insieme a Dj Gregg vivo al Greenwich Village, Thompson Street, numero 10 in una casa di tre stanze che da su un muro e mi godo la città non ancora sconvolta della piaga dell’AIDS.

Ma le radici sono qui a Firenze, una città che noi ventenni viviamo come noiosa e cerchiamo di movimentare con tanti gruppi, radio, giornali underground e altro ancora. Da qualche tempo anche il circondario è un pullulare di locali, cinema d’essai e altro ed è proprio verso fuori che ci stiamo dirigendo stasera.
Firenze è collegata all’ hinterland di Sesto Fiorentino, a Nord della città, da piccoli centri abitati che ripropongono le antiche stazioni romane, ed è presso la casa del popolo di una di esse, Quinto Alto che mi apparirà, in circostanze ancora oggi a me poco chiare, Butch Hancock, un nome che gli amanti americana di quei primi ottanta conoscono poco per la musica, molto per sentito dire.

Chi è Butch Hancock si chiederà forse ancora adesso qualcuno di voi ? Butch è un grande storyteller texano, un hobo – così si introduce lui stesso – un viaggiatore di quelli di una volta.
Musicalmente parlando Butch è un cantautore di chiara matrice dylaniana che il proprietario di uno dei più importante negozio d’importazione d’Italia ha elevato al girone degli imperdibili dalle pagine di un mensile, un po’ il “ suo” giornale all’epoca, senza che molti lo avessero però ancora ascoltato una volta, colpevolizzando così centinaia di suoi acquirenti/adepti che pendono dalle sue labbra. Pratica questa di cui è un maestro.

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26/02/2004

Note stonate

di Antonio Montanaro, alle 17:27

pianomani, foto di as, mani di ebFumo, tanto fumo. D’altronde pare che l’accoppiata musica-tabacco sia imprescindibile. Per un ogni locale jazz che si rispetti. «Attenzione, però dipende anche dal whisky che hanno in riserva: le note prendono tutto un altro aspetto». Gianfri è un esteta della musica. E’ lui che mi accompagna nelle scorribande notturne, ovunque ci sia un piano, un contrabbasso, una chitarra, una batteria a suonare.
SarĂ , ma a me il whisky non piace. Ci ho preso una sbronza a dodici anni – infanzia difficile – e da allora se solo sento l’odore mi ritrovo in un cesso a vomitare. Ho smesso pure di fumare. Allora? Non dovrei apprezzare il jazz? Stronzate.
Certo che se fumassero di meno in questa bettola dal soffitto troppo basso sarebbe meglio. Ma la musica è musica. E va ascoltata, gustata, metabolizzata. A prescindere, avrebbe detto Totò, jazzista della risata.
E poi che vuoi che sia un po’ di fumo. Se solo funzionassero gli areatori. Lo so, non siamo al Blue Note, né in uno di quei grossi locali tanto pubblicizzati dai giornali. Lì ci trovi i nomi importanti, i Paolo Fresu, i Roberto Gatto, i Pat Metheny, i Chick Corea, i Jack DeJohnette. «E ci trovi pure il Lagavulin». Gianfri, fanculo tu e il tuo whisky.
Qui, invece, le pareti sono scrostate, ingiallite, ricoperte di volti in bianco e nero: Chet, Miles, Luis, Bill, Wes, Ella, Billie. E sul palco, piccolo, in fondo alla sala, una cantante, cicciottella, pallida. Con un gran petto che scolla la scollatura. Fino a renderla pericolante, precaria. Una chitarra e un chitarrista magro, pensieroso, quasi assente. Un giovincello rapato a zero, muscoloso, aggrappato ad un contrabbasso. E un piano, nero, a coda, suonato da un uomo barbuto e canuto, con la sigaretta costantemente accesa.

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