16/08/2004
Diventare una ginnasta
di Monica Catalano, alle 16:07
Ero una bambina piuttosto timida e poco portata per lo sport.
I vari tentativi di mia madre di portarmi a nuoto, a danza o in qualche palestra si risolvevano in pianti dirotti e promesse di non metterci mai più piede. Per un motivo o per l’altro quei distacchi avevano per me il significato dell’abbandono in un mondo freddo e severo in cui proprio non volevo stare.
Questo fino all’estate del 1976. Ci furono i giochi olimpici di Montreal e io li guardai seduta sul tappeto del salotto.
Per la prima volta vidi una cosa che si chiamava “ginnastica artistica” e ne fui folgorata. Nadia Comaneci divenne il mio mito, comincia a ritagliare dai giornali tutte le sue immagini e me le appesi sopra il letto. Ogni tanto provavo qualche posizione, statica per lo più. Mi piaceva quella dimostrazione di grazia e forza insieme, quei muscoli tesi fino ad arcuare le gambe e quel faccino grazioso e impassibile.
Decisi che in qualche modo l’avrei fatto anche io. Continua a leggere »

Il torneo cominciava sempre nel pomeriggio, subito dopo il doposcuola delle suore perché i compiti nessuno di noi aveva mai voglia di farli. 

Sul morbido e regolare piano di partenza c’è un vento leggero, il respiro è tranquillo, c’è silenzio, i tre compagni di gioco hanno ben piazzato il loro tiro d’inizio, aspettano immobili.
Quando ho cominciato a giocare a pallavolo avrò avuto dodici, tredici anni. Ero una ragazzona alta alta, strizzavo sempre gli occhi per distinguere qualcosa nella nebbia della miopia, se ridevo ridevo a sproposito, ero irrimediabilmente gaffeuse, mi vestivo come una signorina di buona famiglia anni cinquanta, avevo la grazia di un elefante in un negozio di chincaglierie, scrivevo disperate poesie e per di più ero brava a scuola, quindi segnata, agli occhi del mondo, dalla irreparabile, o quasi, fama di secchiona presuntuosa. Socialmente un disastro. Tiravo avanti, cercando di aprirmi una strada qualsiasi, poco aiutata, come capita, da una famiglia distratta tutta presa da altre faccende. Il successo scolastico mi garantiva qualche parziale gratificazione, ma alla fine, agli occhi dei compagni, ero una sfigata che andava in giro con altri sfigati come lei.
A Sunis dovevano ancora stabilire chi fosse il più balente del paese.
Era maggio. Fabrizio M. aveva ventitré anni e la squadra che allenava stava per disputare (in casa) la finale di un torneo non ufficiale organizzato nell’ambito dei festeggiamenti per i sette secoli della frazione di Paù, una pieve menzionata per ben due volte in atti ufficiali della Repubblica Serenissima.
[Immanuel Mifsud (qui la
Malta, una ventina d’anni fa. Vacanze studio, soggiorno in famiglia.


Fumo, tanto fumo. D’altronde pare che l’accoppiata musica-tabacco sia imprescindibile. Per un ogni locale jazz che si rispetti. «Attenzione, però dipende anche dal whisky che hanno in riserva: le note prendono tutto un altro aspetto». Gianfri è un esteta della musica. E’ lui che mi accompagna nelle scorribande notturne, ovunque ci sia un piano, un contrabbasso, una chitarra, una batteria a suonare.


