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Post archiviati nella categoria 'Racconti'

27/12/2007

Il Natale di un killer occasionale

di Antonio Montanaro, alle 11:51

[Ai “vecchi” blogger, giĂ  le immagini dicono qualcosa. E la prosa del racconto, ovviamente. Che ho chiesto all’amico Antonio Montanaro con una specifica richiesta – di farmelo alla maniera del vecchio “Diario di periferia“, protagonista insieme ad altri della prima new wave narrativa underground, anno domini 2003-2004. Buona lettura! as]

Diario di periferia

L’aria umida della tangenziale entra nei polmoni, purificazione. La linea bianca delle corsie tratteggia il corso dei pensieri. Veloci, confusi. Sento il motore della Vespa che ringhia. Allo stesso ritmo dell’adrenalina che invade testa, stomaco, gambe. Non posso fermarmi. Non ora. E’ la sera della vigilia di Natale, per tutti. Non per me. Fuorigrotta, Vomero, Zona Ospedaliera. Mai vista questa strada così vuota. Nessun ostacolo davanti, nessuno che insegue. Solo le luci dei lampioni, arancioni, fioche di foschia. Devo far presto, arrivare in tempo. Evitare che qualcuno se ne accorga, subito.

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14/12/2006

Post sotto l’albero 2006

di Antonio Sofi, alle 12:06

Come ogni anno da due anni a questa parte, il Natale non sono le luminarie nelle strade di paese o la simil-neve sparata a casaccio sulle vetrine del centro, ma il pdf natalizio che Sir Squonk, con invidiabile abnegazione (prima o poi chiederĂ  il conto a tutti) mette insieme con i post (e foto e varie) di alcuni blogger. Da agganciare all’albero di Natale al posto delle palline.

Post Sotto l’Albero 2006 (pdf, 1,08 mega)

[Io ho anche il Gronchi Rosa, se qualcuno lo vuole]

29/06/2006

Vuoi salvare? No.

di Santa Di Pierro, alle 11:22

foto di Strollers

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Tra me e lui c’è sempre stata la tecnologia di mezzo.
Ci siamo conosciuti tramite email, abbiamo socializzato grazie ai rispettivi computer, ci siamo organizzati grazie agli sms e ci siamo lasciati con l’instant messaging.
Il nostro primo incontro avvenne sul foglio bianco di una email condivisa con il resto della mailing list di quelli che sarebbero diventati, poi, i nostri amici. Nel reply o nel forward lui sembrava un disinibito sciupafemmine, uno di quelli che ti conquista con un link o con un jpg senza nemmeno il lume della candela.
Dopo numerose litigate pubbliche e virtuali, una sera ci trovammo casualmente sulla chat di un sito di frequentazione comune ad entrambe. Un repentino scambio di battute, un paio di invii e si scivolò verso la decisione di bere un bicchiere di vino per potersi conoscere davvero. Fu così che la nostra relazione cominciò.
Grazie alla tecnologia.

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25/11/2005

Il salto della bestia

di Mauro Gasparini, alle 11:04

Help! photo di A. SofiLa scala vista dal basso sembrava conficcata nel cielo, una scheggia d’acciaio incastrata in una lastra di ematite. In lontananza, qualche divinità poco propensa ad occuparsi dei suoi figli digeriva con tuoni rabbiosi che davano l’annuncio di un tremendo castigo, non certo la semplice retroguardia del vento che si andava rinforzando un istante dopo l’altro.

Fabrizio cominciò a salire mosso da due forze opposte; c’era slancio nelle braccia che afferravano il piolo più in alto, c’era lentezza nelle gambe che trattenevano nei loro punti mediani gli organi preposti alla paura e alla prudenza: le ginocchia e le palle. Fabrizio riuscì però almeno a dominare la prudenza e ci riuscì tornando a ripetersi le motivazioni che lo avevano portato fin lì.

Le motivazioni, le parole d’ordine del suo io sghembo avevano ancora un potere sedativo e sapevano creare quello stato di alterazione della coscienza che riusciva a far salire su di una scala quasi infinita un uomo che soffriva di vertigini più di James Stewart ne La donna che visse due volte.

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22/11/2005

Otto, e il cielo stellato

di Viscontessa, alle 10:11

[Le bestie, i racconti te li tirano coi denti. Iniziamo con un bel pezzo della brava Viss una serie di racconti dedicati alle bestie, piĂą o meno, casalinghe. as]

[foto di as]
like a dogL’altro giorno ti ho detto che avresti dovuto farti il colore al pelo.
Stavamo seduti in giardino a mangiare le castagne e io guardavo quel muro di fronte che è il nostro confine attuale, il limite che viene assegnato a chiunque venga a vivere in città.
Tu aspettavi le castagne e mi guardavi, te ne ho sbucciate un paio ma poi ho pensato che era tempo perso e te ne ho passata una manciata con tutta la buccia.

Quando stavamo in campagna e andavo a passeggiare nel bosco le raccoglievi da terra e le mangiavi crude mentre io sceglievo solo quelle migliori e le mettevo in un cestino, poi a casa mi toglievo li stivali infangati e le cuocevo dentro al camino mentre tu stavi fuori a guardare il cielo.

Adesso il cielo sembra lontano, sbiadito, inutile, è come se il mondo e le stelle fossero al di là di quel muro di confine ma mentre in questa notte novembrina mangiamo castagne insieme, mi accorgo dal tuo sguardo languido che tu mi hai sostituito a quel cielo stellato e ora mi guardi con lo stesso ardore, con gli stessi occhi scintillanti di allora che forano quel tuo manto nero appena un po’ striato di bianco dalla vecchiaia.

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21/06/2005

Freud, Nuccia e le parrucchiere

di Santa Di Pierro, alle 11:46

[Foto di Santa Di Pierro]
Nuccia, foto di Santa Di PierroDevo alla parrucchiera il mio stato confusionale e un impressionante calo dell’autostima. Lo devo a lei e alla sua passione per i tagli alla moda desunti direttamente dai cataloghi che le spediscono da Milano – perché lì se ne intendono di moda.

Faccio io? – chiede lei appena mi accomodo sulla sedia. Sventurata rispondo sì, ogni tanto è piacevole sapere che qualcun altro sta scegliendo per me. Sono lì tranquilla e fiduciosa, mentre lei, Pinuccia detta Nuccia, armeggia tra le mie ciocche bagnate. Le tira su, osserva, taglia, scala, sfoltisce, modella. E parla. Pinuccia detta Nuccia è la parrucchiera di fiducia della mia famiglia, colei che ha visto crescere generazioni di ciocche del mio nucleo parentale in linea femminile.

Ora, però, devo esorcizzare un istinto tricocida nei confronti suoi e del suo taglio alla milanese. Un taglio che dopo il primo shampoo ha assunto una forma ingestibile. Ora non faccio altro che pregare affinché i capelli crescano in fretta. Devo rimediare al risultato di una micidiale miscela: la mia debolezza e la voglia di creatività di Pinuccia detta Nuccia, parrucchiera di provincia.

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16/06/2005

Dolore che vieni dolore che vai

di Proserpina, alle 12:48

[foto di Proserpina]
Corpiabbracci, foto di Proserpina– Disturbo?
– No, tranquillo, sto solo cercando di suicidarmi.

Quando Air mi si avvicina sono con il polso sinistro vicino alla lampada, armeggiando con l’altra mano.
No. Non mi sto suicidando sul serio, quello che tento di fare questa sera è fotografare le mie vene. Il mio sangue. Sto, ovvero, tentando di fotografare il dolore.

Air l’ho conosciuto un paio d’anni fa. Evito di raccontarvi i particolari, vi sia chiaro comunque che è la persona imprescindibile della mia vita. Quella che il giorno in cui sparirà mi avrà sulla coscienza per sempre. E’ la mia minaccia. Io lo chiamo Air, anche se un nome ce l’ha, ma non complichiamo le cose.

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10/06/2005

Ancora ballano

di Webgol, alle 09:59

Chi è, in fondo, che sta, ora, al Cavalllino? Chi è che racconta, chi balla, chi beve – chi è che ricorda? Dai commenti a questo post, due versioni della stessa storia, di giovani danze e carabinieri sardi di stanza a Torino. La meraviglia dei commenti ai post narrativi, grazie davvero, ad opera di Effe e di Mauro.

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08/06/2005

La dama del cavallino bianco

di Enrico Bianda, alle 08:00

Si rimane incantati ascoltando una storia, una storia rara, che ci fa sprofondare nel tempo, indietro di un millennio, indietro solo di trent’anni.
Mi sono già appropriato di storie d’altri, rubate all’ascolto corsaro, digerite, ripensate di notte, ad occhi chiusi, e poi la mattina che già sono diverse, quasi nostre.

dancingQuesta storia comincia tra la fine del 1969 e la fine del 1974.
La città è Torino, il protagonista un carabiniere.
Vent’anni, poco più. La passione per il ballo.
Lo immagino, a vederlo oggi, cinquant’otto anni a smaneggiare l’aria con le braccia in alto, balli sardi, balli latinoamericani, un commento da fermo al busto di una ragazza che si muove sulla pista.
Sono passati trent’anni, e ancora, una volta fermo, torna quel ricordo, quel periodo di vita torinese, tra la caserma e Viale Francia e la stazione di Porta Nuova. Due blocchi di centro città, due balere: il Cavallino bianco e il Cavallino rosso. L’appuntamento il giovedì e il sabato sera. Dalle nove di sera alle quattro del mattino. Ballare di fila, senza interruzioni, con un’orchestrina che suonava dal palco, appena una chitarra una basso una batteria e una tastiera. Niente voce.
Musica per ballare, madame.

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27/04/2005

Corpi disabitati

di Esther Grotti, alle 19:22

Di lavoro tocco corpi.
Non sono concubina, né prostituta, né trucco i morti prima dell’ultimo saluto.
Toccando, ascolto vite scorrere sotto le mie dita, universi sommersi con cui entro in contatto, silenziosamente.
Una comunicazione diretta, ancestrale, per niente prosastica, ossuta e morbida, sanguigna e benefica di linfa.
Ascolto, e ancora mi meraviglio.
Da qualche tempo, tocco corpi abitati che desiderano antetempo una spoliazione, una distanza.
Corpi affogati nel grasso, che il mondo è pericoloso e le barriere devono essere ben spesse, se non si vuole soffrire.
Corpi erosi, svuotati, trasparenti che quasi ne puoi spiare i moti interiori.

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22/04/2005

Non so rinunciare ad un pasto gratis

di Mauro Gasparini, alle 01:51

[Posso dire che quest’uomo ha un grande talento e che meriterebbe altro che webgol? Posso dirlo? Come dici? L’ho detto? Ah. Buona lettura. as]

[Madame, shut up, by drjoanne]
Madame, shut up, photo by drjoanneS’inarca, è lì lì per venire, ma non riesce a dare sfogo alla voce che le rimbalza violenta nel petto. Ho la bocca stanca, le spalle indolenzite, giĂ  da qualche minuto è diventata una questione tecnica. Un piccolo sforzo e ci siamo, eccola, sguish! Il medio nel culo, su, fin dove arriva, lei ricade sul letto da dove era volata, ansima, ho bisogno d’aria, rotolo via cercando di non soffocare, un pelo incastrato tra le tonsille.

Sul comodino ci sono le sigarette che fanno ciao ciao con la manina, ma si aspetta che fumi solo quando vengo, così adesso sarĂ  lei ad occuparsi di me. Ripiego sulla mezza Guinness sopravvissuta ai ripetuti attentati subiti nell’impeto del primo approccio; scivola densa nella gola e si porta via anche il pelo. Come ho fatto a pensarla un ripiego?

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13/04/2005

Bello dentro

di Gianni Cossu, alle 09:34

[Hung, photo by Kren]
hung, by kren– Ho inghiottito lo specchio, dottore. No, non scherzo. Non sente che voce stridola? Tutto per colpa di quello stupido starnito. E’ fastidioso e anche la u s’inceppa, ogni tanto. Proprio la vocale che uso di piĂą, maledizione.
– Non dica sciocchezze. Cosa c’è, mi dica, una tonsillite? Apra la bocca… oh cazzo, ma che ha fatto?
– Mi guardavo a fondo dottore, oltre l’esterioritĂ  del mio corpo. Sono un po’ narciso.
– Devo mandarla al piano di sopra, mi dispiace, dal mio collega, al tredicesimo piano.
– Sì, ma prima mi estragga questa roba dalla gola o mi metto a ololare come un lopo, come in lapo… vabbè ha capito.
– E’ piĂą urgente che lei vada su. Venga l’accompagno.

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21/03/2005

Il corpo animato dell’ospedale

di Mariano Grifeo Cardona di Cani, alle 16:02

[Riceviamo un pezzo dall’adorato Mariano, che così giustifica il non uso del siciliano “mi dispiace di non avere usato la mia lingua matri. ma così sinne uscì dalla mia testa e così la scrissi: in taliano”. Le foto, invece, purtroppo, sono mie. as]

Scaffolding, foto di asDi notte, ronfa come un asmatico che respira male e russa.

Si sentono fiati e si vedono sbuffi. Perchè esiste un sistema arterioso fatto di larghi tubi d’acciaio che corrono nei sotterranei, e lungo i tetti. Aria, refrigerazione, ossigeno, riscaldamento, puzze e scarichi.
Un ospedale è un corpo animato, assai complesso.

Quando sei vecchio – come me – speri che quel corpo sappia accoglierti nel migliore dei modi, rimetterti in sesto e lasciarti uscire di nuovo. Dentro di te, però, corre in sottofondo il basso continuo del tuo inconscio, al quale lasci il compito ingrato di riflettere sul fatto che tu – da quel corpo – potresti anche non uscirne piĂą. Restarci intrappolato, conoscerne viscere e sistema nervso, centrale e periferico. Per settimane e mesi. O altrimenti per sempre.

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23/11/2004

Il monte degli anonimi

di Gianni Cossu, alle 12:30

Clicca per ingrandirePerché Polanca è fatto così. Se ne può stare ore e ore senza spiccicare parola, muto come una campana senza batacchio, con uno sguardo che ti fa sentire inutile e un’aria eternamente annoiata che alla lunga può risultare indisponente.

L’altra sera c’era anche lui al bar di Canneddu. Con Gavino Palighetta parlavamo delle conseguenze politiche sul nostro paese dopo la riforma della costituzione. S’era accesa una discussione fra me e lui che non portava da nessuna parte, avevo messo a dura prova tutte le mie capacità dialettiche. Per quanto sostenessi che così si rischiava una deriva autoritaria a danno della parte più sana della nazione, Gavino continuava a ripetere che la cosa più importante era il prezzo della benzina, altro che cazzi.
E da lì non lo smuovevi.

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26/08/2004

Cholitas, Bolivia, il calcio con le gonne rosse

di Daniela Amenta, alle 16:50

In questi giorni di olimpiadi, di eroi e di eroine dell’agonismo, di riflettori puntati sul business e sul sudore, è l’omaggio mio, piccolino, ai cerchi che non s’intravedono. A lei, all’africa, e alle Cholitas della Bolivia. Alle periferie dello sport, e al gioco.

CholitasQuando dicono che il calcio è morto, io penso a uno che si chiamava Garrincha, con le gambe storte e zoppe. Ma soprattutto penso a loro, le Cholitas. Le madri del Cholo, l’argentino Diego Pablo Simeone, e di tutti i meticci del mondo con le facce da ladro e la volontĂ  di ferro.
Solo chi è Cholo – mezzo sangue – può sapere cos’è l’orgoglio. Ce l’ha impresso nel codice genetico, lo porta appeso nei tratti, nel profilo. Visi da mulo, zigomi schiacciati, nasi incollati alle guance. In America li chiamano “buckwheat“, cioè “grano saraceno”, spighe brune che servono a fare le pagnotte.

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