Da qualche mese Andrea Sarubbi, parlamentare del Pd, inizialmente in splendida solitudine, occupa gli scranni digitali del parlamento di Twitter e racconta quasi quotidianamente dal suo profilo le sedute della Camera dei Deputati.
Il giochino, che giochino non è e si configura invece come un allargamento virtuoso della rappresentanza politica alla cronaca giornalistica, è contagioso: e altri deputati (soprattutto del Pd, ma anche pe Roberto Rao dell’Udc) si aggregano e fanno cronaca parlamentare dall’interno e all’interno dell’hashtag dedicato #opencamera (#opensenato è stato inaugurato in scia senatoriale da Roberta Pinotti, sempre PD).
Il giochino, che appunto giochino non è più (e non lo è nemmeno altrove: in Inghilterra i parlamentari hanno votato e ottenuto il diritto di twittare dall’aula, che si cercava di negare), oggi fa un piccolo grande salto di qualità – perché da esperimento in semiclandestinità internettica diventa luogo conclamato di discussione e dibattito di politica e tra politici.
“Mi hai offeso su Twitter!”
Uno dei protagonisti è il deputato Pd Pierangelo Ferrari, che durante una seduta parlamentare commenta con un tweet il discorso di un collega della Lega, Massimo Polledri.
Svela il motivo della protesta il protestato, sempre via tweet; pare c’entri la comprensione del termine “omofobo” (e altri parlamentari come Guido Melis pubblicano definizioni da vocabolario).
La morale? Una impressione, più che altro. Il parlamento migliore si giova di questa comunicazione incrociata, calda e velocissima. Nella sua versione conversazionale e digitale la politica rischia addirittura di diventare appassionante, perché è fluida e in movimento e non incatramata nei titoli di giornale o compressa nei lanci di tg.
In occasione del convegno organizzato dal Corecom Lazio lo scorso 6 luglio, voluto dal bravo Francesco Soro e intitolato Vecchia Tv vs. Nuova Tv, ho buttato giù alcuni appunti/promemoria che ripropongo qui in forma di bozzolone (più bozzolo che bozza) – per provare a contrastare una specie di maledizione alla memoria corta tipica di una società ipermediatizzata (la migliore scusa che ho trovato per non dire che mi dimentico le cose) e perchè più seriamente qualcosa durante le quasi 190 puntate di Agorà (da settembre a giugno, ogni mattina) abbiamo provato a sperimentare. Nella pagina degli atti (doverosamente multimediali) del convegno ci sono interviste ai presenti e interventi più interessanti e strutturati (segnalo tra tutti quello di Alberto Marinelli).
Nuova tv vs. vecchia tv? Sempre più tv “enriched”
Nuova tv vs. vecchia tv è una contrapposizione che, se intesa come tubo catodico & palinsesto unidirezionale vs. tecnologie digitali orizzontali e on demand, perde sempre più di valore effettivo: si assottigliano le differenze, non sono ormai più da tempo due sport diversi e probabilmente nemmeno più due diversi campi da gioco.
Per esempio la rete si nutre fortemente della tv cosiddetta tradizionale o generalista, quest’ultima è spesso il luogo centrale (la piazza, l’agorà appunto) dei cittadini digitali – dove si incontrano e fanno cose. Ecco alcuni tipici momenti di incontro/scontro:
- Il commento in diretta su Twitter, Facebook o Friendfeed – che trasforma di fatto la visione solitaria della tv in una lunghissima poltrona digitale o se vogliamo in un gigantesco gruppo d’ascolto (che una volta si riunivano giusto in occasione di eventi importanti come il Festival di Sanremo e ora invece lo fanno spesso se non ogni sera, da eventi speciali come Vieni via con me o Tutti in piedi alle puntate settimanali di Annozero, Ballarò, Exit ecc.);
- La condivisione del giorno dei pezzi più emblematici sui social network. La maggior parte dei video condivisi sono (emblematico anche questo, direi) video politici, provenienti da talk politici, contenenti dichiarazioni improvvide, gaffe, litigi, uscite di scena ecc. che alimentano discussioni donanda ulteriore tempo di vita ai programmi televisivi;
- La parodia a là politics busting, in cui si stravolgono o remixano format, linguaggi, momenti e/o la creazione di prodotti video che trovano canali di diffusione dentro i social network (e spesso trovano la via d’ingresso per la tv: dai trailer “fasulli” per il processo Ruby e Pisapia ai video della Sora Cesira alle web-series anche nostrane)
- La tv come archivio informativo e repertorio probatorio per alimentare le conversazioni, e “ancorare” la memoria personale a momenti storici e condivisi, costruendo così giudizi su fatti e persone
e così via…
Per certi versi insomma mi sembra di notare, negli ultimi tempi, una rinnovata centralità politico-sociale della televisione generalista – fenomeno in parte attribuibile all’attenzione, presenza e rilancio delle persone dentro i media digitali. Persone che, seppur non rinnegando la libertà di decidere autonomamente gli arzigogolati e crossmediali percorsi dei propri consumi informativi (e indietro non si torna su questo punto), si ritrovano spesso ad ambire luoghi comuni e condivisi a una audience più ampia di se stessi. Ovviamente non vale di default per tutta la televisione generalista, ma (credo) ci siamo capiti.
Lo studio di Agorà con Andrea Vianello e gli ospiti. Sul widescreen una webopinionista espone da casa il cartello 'ora parliamo noi'
D’altra parte, la tv tradizionale sempre più si apre (o dovrebbe farlo) a questi sommovimenti, includendo nei suoi format linguaggi, idee, trovate creative, contenuti e, perchè no, personaggi. Non più in una logica di contrapposizione ma di arricchimento: non più nuova tv contro vecchia tv ma una tv “enriched”, arricchita, dalle dinamiche social – che sta nei palinsesti dei canali televisivi ma, per esempio e oltre al già detto, sta anche sui social network dopo la messa in onda per chi la vuole rivedere con calma o a pezzetti…
La moviola di Agorà, digital-popolare
Proprio a questo proposito, nella convinzione che la tv oggi sia un flusso che entra e esce dalla tv e si alimenta all’interno dei media circostanti e connessi, una delle cose che abbiamo provato a sperimentare quest’anno ad Agorà è lo spazio del “Moviolone” – che curo e che è nato con l’idea di attualizzare (anche con logiche digitali) un classico della televisione nazional-popolare.
Il moviolone infatti prova a fare in tv quello che noi in quanto utenti dei social network facciamo ogni giorno online: segnalare e commentare i video più interessanti del giorno prima. Nel corso dei mesi il campo da gioco si è allargato e abbiamo finito per non fare distinzioni rispetto alla fonte del video: non solo tv ma anche web. L’importante era il significato politico, giornalistico e comunicativo del video: quanto riuscisse a “raccontare la politica al cittadino” (come da mission del programma) attraverso la sottolineatura comunicativa di momenti significativi e quanto fosse funzionale al dibattito in studio (che spesso si rinfocolava al lancio di video più o meno imbarazzanti per gli ospiti seduti, i quali dovevano giocoforza confrontarsi con prese in giro o dichiarazioni non smentibili perché televisivamente riprodotte).
Attraverso il momento del moviolone, il web è entrato dentro il talk politico di Agorà sotto forma di:
1. Riproposizione dei video televisivi più interessanti condivisi sui social network;
2. Attenzione ai fenomeni video “nativi” di Internet (video virali, parodie, remix, ecc.)
3. Logica della citazione ipertestuale tipica di Internet (abbiamo segnalato senza alcuno scrupolo di concorrenza qualsiasi programma, canale e rete: Rai ovviamente, Mediaset, La7 e fonti online, dai quotidiani alle agenzie stampa multimediali fino ai singoli utenti)
4. Ironia e alleggerimento (dall’apertura con stralci di film e commedie più o meno famosi a monologhi comici storici o recenti, ecc.)
Un mix di contenuti, modalità e fonti che appunto non ha fatto troppa differenza tra vecchia e nuova tv. Una differenza assolutamente non apprezzabile nell’uso quotidiano. Un video buono poteva venire da qualsiasi parte, in una logica di monitoraggio a 360° che comprendeva: dichiarazioni politicamente emblematiche o significative di politici; stralci o montaggi dei talk show di prima serata (con un occhio di riguardo verso la “notizia di apertura dei social network” il giorno dopo, quella che tutti avrebbero commentato ma cercando di scovare anche la “chicca” passata più inosservata); sintesi ragionata di inchieste o servizi politici, da programmi o tg; vecchie dichiarazioni d’archivio del politico di turno che attualizzate risultano imbarazzanti per il politico stesso che intanto ha cambiato idea (o è invecchiato); collezione di dichiarazioni di più politici su un singolo tema (la guerra in Libia, i ministeri al Nord, ecc.); note di colore su tic verbali e non, vestiario, comportamenti; videocronache amatoriali di citizen journalism; semi-grezzi di eventi politici pubblicati dai quotidiani online; video virali, parodie e montaggi creativi di videomaker online; ecc.
Un estratto video dal moviolone speciale dell’ultima puntata, con i tre momenti dell’anno di Agorà più votati tra redazione, facebook, blog, mail: da Sgarbi a Scilipoti a Santanchè che va via con in più il premio della critica per la migliore apparizione misteriosa, il “pulitore di vetri” – in realtà un tecnico addetto alle luci – comparso all’improvviso in collegamento da Milano)
Ancora ovviamente molto c’è da fare: ci proveremo anche nella prossima stagione. L’obiettivo è sempre quello di arricchire il programma televisivo, nei limiti di una sostanziale “irriproducibilità” televisiva delle dinamiche fluide della Rete (la domanda delle domande, cui ancora non sono riuscito a dare adeguata risposta è “Come fare a far vedere un contenuto web in tv – se questo contenuto non è un video?”) e di uno spazio tv che ha comunque le sue regole, non solo con il meglio della televisione stessa ma sempre più con il meglio della Rete.
Uno. La linea del Pd (“Abbiamo vinto”) viene seguita da Letta con una solerzia cui non siamo abituati: bene. Linea che incredibilmente conferma l’ottimo comportamento in tal senso del Partito Democratico durante le ultime amministrative: tutti zitti e in fila composta senza sbuffi e diserzioni dietro candidati anche non propri – legittimando oltre che il candidato anche se stessi attraverso la scelta delle primarie, strumento che serve come il pane alla comunicazione (e alla) politica e che spesso vede vincere i candidati del Pd.
Due. Formigoni s’agita non sapendo interpretare l’ultima dichiarazione di Berlusconi sulla Carfagna (“Avrebbe vinto a Napoli ma non la volevamo consegnare alla camorra”) e se la prende con il pubblico pregiudiziale e contrario (ultimo appiglio prima delle cavallette).
Massimo Zedda
(E soprattutto) Tre. Ieri a Ballarò ha debuttato uno spettacolare Massimo Zedda, neo inaspettatissimo (a vederlo dall’esterno) sindaco di Cagliari, faccia e idee pulite, verso cui tutti tosto diventano chioccia (drizzare le orecchie alla fine della domanda di Floris, c’è Di Pietro che si preoccupa: “è troppo difficile!”)
302 visitatori in 4 giorni sono pochi anche per il filmato amatoriale del pupo che piange o che sbatte il grugno, se passa un paio di volte dalle bacheche di Facebook degli amici. Pochi anche per il Cavaliere, che con il web non è mai andato d’accordo – come all’epoca dimostrò la pronuncia di Gogol, ops, Google. Secondo i counter pubblici il video, che dura 7 minuti e scarsi, è stato caricato online il 5 maggio scorso sul canale YouTube ufficiale del Governo Berlusconi. Quattro giorni esposto ai venti del web, e davvero esigui i visitatori autonomamente attratti dall’appello presidenziale – pugnace sul voto amministrativo, sulla fronda ex-interna di Fini e dei centristi, sul rilancio delle riforme a fronte della crisi economica.
Screenshot del canale di governoberlusconi, con la data dell'upload e il numero di accessi
Ma le stranezze non finiscono qui. Perché quello che è di fatto un video fantasma, non visto da nessuno online, non è stato ripreso da nessun media tradizionale – che di solito fanno a gara a spolparsi i manufatti comunicativi del premier. Niente sui giornali cartacei, niente sui quotidiani online, niente sui tg o sui programmi televisivi.
Tutti hanno “bucato” il videomessaggio.
Non è stato lanciato dall’ufficio stampa del Governo (che pure l’aveva messo online)? O nessuno ha ripreso il comunicato stampa (strano)? Come è possibile che un videomessaggio del presidente del Consiglio è stato quattro giorni online in semiclandestinità e nessuno se ne è accorto? Nemmeno un militante berluschino, un battagliero avversario, un semplice cittadino che oggi armato di social network tutto scruta e sfruguglia?
La Repubblica.it, 10/05/2011. Apertura sul video elettorale di Berlusconi.
Il video – sfondo classico abbellito dal logo pidiellino in elettoral sovraimpressione – è ritornato su solo oggi, come una peperonata mediatica. Lo “lancia” questa mattina l’agenzia di stampa ItalPress (senza specificare che il video era di 4 giorni fa – lo abbiamo fatto notare noi in tempo reale ad Agorà su Rai Tre) e quindi finalmente il povero video finsice nel circuito classico della visibilità mediale. Al momento in cui scrivo è l’apertura di Repubblica, de L’Unità e in homepage de Il Corriere.
Magari c’è una spiegazione razionale e sensatissima, ma tra le varie ipotesi che si possono fare sul videomessaggio fantasma ce n’è una che accarezzo, contropelo, come una speranza bizzosa: che sia perché è tutto così tanto già visto milioni di volte, sentito in miliardi di varianti, vecchio vecchio decrepito – un miscuglio letale tra un ritornello andato in loop e un deja-vu che niente cambia o aggiunge. Che questa disattenzione collettiva sia il segno di una resa invicibile e insieme di una riscossa silenziosa.
Hai vinto tu. Ora basta però.
Cosa vuoi dire a un Ministro della Difesa che si siede in uno studio televisivo, imposta tutta una faccia tirata sforzandosi di non ridere alle battute di Crozza (il quale lo grazia non spendendosi, se non per pochi secondi, la sua riuscita imitazione), e poi tirato un sospiro di sollievo attacca subito turilla con il suo vicino di sedia e di governo Flavio Tosi, pallido e mascellato. E’ una domanda senza punto.
La Russa, il ministro international la cui miglior difesa televisiva è da sempre l’attacco, ieri sera a Ballarò forse esagera, è overconfident, pecca di hybris, cerca il knock-out definitivo fin dal primo round – dimenticandosi che la tivvù tutto concede tranne questo, che lo spettacolo non duri il tempo pattuito.
Cosa vuoi dire a un Ministro che intorno al minuto 6, quando – si sa – ancora le squadre si studiano, prova a far passare sottobanco, quasi bisbigliando, un perfido “Come ben sanno gli amici della Lega, le bombe non hanno alcun effetto sugli sbarchi degli immigrati”, e il sindaco di Verona, che invece ben sa, si china a rovistare nella metaforica armeria, carica a pallettoni leghisti la carabina modello Nimby e spara un colcazzo “In realtà la gente scappa da dove cadono le bombe – anche perché ha paura che così intelligenti non siano”.
Da quel momento è la fascia laterale destra del campo da gioco di Ballarò a perdere l’erba – con battute rabone, frecciate no-look, di quelle che fintano di andare a sinistra e colpiscono accanto, a destra. “Non spariamo sui civili”. “Sparate eccome”. “Porca puttana, fai parte di una coalizione”. Mentre di sopra i sorrisi si sprecano, entra nei microfoni il rumore dei denti che digrignano e delle tacchettate sotto il tavolo – e Floris ha buon gioco a sollevare la tovaglia e mostrare facile il moto perpetuo del vescovile scalciare. “La smettete almeno per qualche minuto di litigare?”.
Cosa vuoi dire allo stesso Ministro, se lo stesso Ministro poi cade nel facile tranello di Pier (così lo chiama per tutta la puntata, cercando di blandirlo) Casini, che sfidando l’adagio che suggerisce di non far niente quando il tuo nemico sta commettendo un errore, lo sfida a retorica tenzone con un affondo su Vladimir Lukashenko. “Hai tutta la puntata per trovarmi un altro capo di Stato che è andato in Bielorussia a far visita a Lukashenko” – detto con cipiglio alla Jack Bauer “Hai 24 ore di tempo per salvare il mondo”.
Ecco allora che il ministro invece di fregarsene s’informa, allerta gli assistenti che a Ballarò fanno da pizzini viventi al politico ospite, s’agita cercando la risposta che inchioda e così facendo non s’accorge che la pubblicità è finita, che gli amici se ne vanno, che serve a poco il giornalistico gesto di coprire il microfono, chè c’è l’occhio silenzioso e ramanzino della diretta, e che il “Chi è questo?” eternato sarà nei tormentoni striscianti e nei sottotitoli in rosso cardinale dei canali You Tube.
E se cadesse davvero – ovviamente Berlusconi? E’ un gioco (che forse troppo di fantapolitica non è) che abbiamo fatto lunedì ad Agorà, con un parterre tutto composto di giornalisti “destri”. Metti che cade B, appunto – ci sarà davvero il diluvio o qualcuno verrà fuori dall’ombra del Cavaliere e prenderà in mano il centrodestra? Da Tremonti alla giovanissima Giudice, passando per l’arcinemico Fini, il fedelissimo Alfano e il jazzista Maroni, cinque clip per presentare in (meno di) un minuto i papabili successori al trono di Arcore.
1. Giulio Tremonti, il superministro
Il primo papabile è il superministro Tremonti – economista parodiatissimo che sa far di conto e non le manda a dire: tutto ciò che non ha fatto lui fa schifo ma ha estimatori eccellenti, da Bossi a Feltri allo stesso Berlusconi. Qui per provare a rendere l’idea di giovanil schiettezze, sguardo anti-opposizioni e endorsement di schiatta.
2. Angelino Alfano, l’ex giovane fedelissimo
Il secondo possibile successore è l’ex giovane e fedelissimo Angelino Alfano – nativo forzitaliota e zuckerberghiano, che è orgoglioso del capo e rifiuta l’investitura, secondo cui dopo di Berlusconi c’è solo il diluvio. Nel caso estremo, ce la farebbe ad essere lui l’uomo del dopo-B?
3. Roberto Maroni, interno blues
Il terzo papabile è il leghista soft e ministro degli Interni Roberto Maroni – che combatte la mafia sia al nord che in tv, bluesman emozionato che preferirebbe però un Golden Globe alla presidenza del Consiglio. Potrebbe prendere lui il posto di Silvio?
4. Gianfranco Fini, l’acerrimo nemico
Il terzo è il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha sfidato a viso aperto il premier e ha perso nella sfiducia del 14 dicembre scorso. Dopo un periodo di silenzio per ammortizzare il colpo, Fini è tornato in pista, si dice comunque di destra mentre briga per il nuovo Polo, accusa Berlusconi di voler l’impunità e non ha intenzione di dimettersi. Se cade B. può salire lui.
5. Sara Giudice, giovanissima che contesta.
La quinta e ultima è Sara Giudice, giovanissima e ancora poco conosciuta pidiellina consigliere di zona milanese assurta alla cronaca per aver iniziato una raccolta di firme contro Nicole Minetti – e il meccanismo poco meritocratico di selezione della classe dirigente. Vuole un centrodestra senza berlusconismo, può essere lei il vero successore di Berlusconi?
Per la moviola di Agorà, andato in onda il 31/01/2011.
Lo scorso 27 gennaio si è svolto a Roma una iniziativa dal titolo “Sette interrogativi su WikiLeaks. Una iniziativa di studio“, promossa da Università Roma Tre, IULM-Mediascapes, Premio Ilaria Alpi, Fondazione Ugo Bordoni, Isimm – per quel poco che ahimè sono riuscito a seguire molto interessante. A questa pagina il programma completo, le sette domande aperte e la relazione introduttiva di Menduni. Di seguito una bozza del mio intervento – ho rimesso insieme un po’ di cose che ho scritto nell’ultimo periodo…
Qualche giorno prima della fine dello scorso anno ci è capitato di giocare con ospiti, politici e cittadini collegati via web su chi fosse l’uomo politico dell’anno – un “gioco” televisivo che abbiamo messo in piedi ad Agorà su Rai Tre per chiudere simbolicamente l’anno politico con una specie di vincitore. Tra i candidati c’era l’onnipresente e onnipotente Berlusconi, Il poetico Vendola, l’unica donna Camusso, l’esterofilo Marchionne, il giovane Renzi, l’impegnato Saviano, i giovani intesi come molteplicità in marcia e in protesta, Fini lo sconfitto in zona cesarini, il re dei peoni Scilipoti. E poi Assange, appunto, misterioso australiano fondatore di Wikileaks, sito soffione di intermediazione giornalistica. Nella votazione in studio ha vinto Berlusconi, ca va sans dire. Io, pur potendo con il mio voto modificare l’esito finale, ho votato convintamente Assange: ed ecco perché mi fa piacere poter spiegare qui perché.
Una premessa: è pre (o post-) giornalismo
In molti hanno interpretato la creazione di Assange come fosse un quotidiano cartaceo, o un quotidiano online – con tanto di redazione, direttore responsabile (Assange appunto), pagine, aperture, editoriali ecc. Quello che Wikileaks fa, quasi come mission “aziendale”, è spostare sulla scena pubblica (e on line) un’operazione tipica del retroscena del giornalismo tradizionale: la ricerca delle fonti e la raccolta delle informazioni. Wikileaks è una modalità evoluta della disintermediazione giornalistica operata inizialmente dalla blogosfera e dal primo citizen journalism e irrorata dalla reticolarità dei social network: fa sì a meno degli articolati meccanismi tradizionali di previa validazione delle informazioni ma nello stesso tempo ne ha bisogno ex-post – prevedendo per esempio l’appoggio e la collaborazione con strutture giornalistiche classiche (vedi El Pais, Le Monde, ecc.), che forniscono la sintesi e la gerarchia delle informazioni necessari alla costruzione dell’agenda. Quando si dice – e si è detto – che Wikileaks ha fallito perché non ha dato notizie, quindi, si dice insieme una cosa forse vera e una cosa sicuramente falsa: la cosa sicuramente falsa è che il successo di Wikileaks dipenda dagli scoop che riesce a fornire (e in passato peraltro lo ha fatto). Il successo di Wikileaks è invece nell’aver messo sotto gli occhi di tutti informazioni che prima erano sotto gli occhi di pochi: aver reso trasparenti le stanze del potere con annnessi dispacci (da quanto non si sentiva in giro la parola “dispaccio”? roba che richiama grammofoni e poste pneumatiche). Ovvero, un successo per molti versi di una sorta di pre-giornalismo o post-giornalismo – un cambiamento di sistema, quasi delle regole del gioco.
Una mediasfera trasparente
Il punto più interessante, a mio giudizio, è proprio l’impatto che ha Wikileaks all’interno del sistema politico – del modo di concepire l’architettura delle già intricate relazioni (anche comunicative) tra politica, media e cittadini.
Dice: “Dittatura è quando il governo controlla il popolo, democrazia è quando il popolo controlla il governo”. Quindi ha fatto bene Assange a pubblicare quei documenti riservati – a prescindere dal fatto che dicessero cose risapute o banali? Il “popolo”, i cittadini devono poter vedere tutto ciò che concerne chi governa, o chi governa ha il diritto di tenere qualcosa nascosto per il bene dei cittadini stessi? Il punto è proprio questa benedetta trasparenza. La logica del web e delle tecnologie connettive ha messo in discussione i tradizionali separè che delimitano il pubblico e il privato degli affari di Stato – così come hanno sbrecciato la porta delle camerette di tutti noi, che stiamo sui social network con una simbolica webcam puntata in diretta sui cavoli nostri. Sotto lo scossone di una mediasfera che è insomma come quegli stracci supermoderni che s’infilano negli angoli e non lasciano sporco e inesplorato nemmeno un anfratto, la democrazia si è riscoperta essere una roba fragile. Dittatura è quando il governo se ne frega di quel che scopre il popolo, democrazia esattamente il contrario.
Tutti controllano tutti, è una democrazia più forte
Però c’è un però. Al contrario di un passato in cui le guerre e i totalitarismi hanno rotto violentemente questa roba fragile in mille pezzettini acuminati, la fragilità che nasce dai milioni di occhi che controllano e dalle milioni di bocche che divulgano è invece un elemento di rinnovata robustezza del sistema. La democrazia 2.0 è robusta proprio perché fragile. Resiste bene proprio perché si vedono perfettamente i meccanismi interni e le linee di rottura – dove potrebbe essere infranta. Perché è trasparente, appunto. Un panopticon in fibra ottica, policentrico e con i muri di cristallo: dove tutti controllano tutti.
La trasparenza è a ben pensarci una buffa cosa, ontologicamente tremolante. Perché se una cosa è trasparente vuol dire che ci si può vedere attraverso: la trasparenza è un apostrofo traslucido tra il dentro e il fuori. Non si può guardare direttamente, la trasparenza: è sempre il mezzo e mai il fine dello sguardo (e del controllo). Forse anche per questo non è amata dalla politica egotica di questi tempi, che ama più i riflettori puntati sul palazzo che riflettere ciò che sta altrove. Dittatura è quando il governo non riflette, appunto.
La trasparenza è infine un’arma a doppio taglio: una lama è paura (che si vedano cose che non si dovrebbero vedere), una lama è fiducia (che non c’è nulla da temere a far vedere le cose che non si dovrebbero vedere). Però non può essere mai completa, assoluta: c’è sempre qualcosa in mezzo, per quanto lindo sia. La trasparenza assoluta è solo se non c’è niente in mezzo, ma se non c’è niente in mezzo non c’è la trasparenza: ovvero qualcosa che deve trasparire (e infatti è l’assenza il vero contrario della trasparenza). Traspare solo ciò che c’è. Ecco perché a Wikileaks, la politica, dovrebbe dire grazie.
Gli “eccessi” della politica: le mille salse della delegittimazione, condita di toni che si alzano, epiteti fantasiosi e mancato riconoscimento degli avversari. Dal cachemire ai giudici passando per odi geografici, retributivi e traditori (e privilegiando i casi di cronaca recente – e non quelli più famosi: la politica che eccede è quella che abbiamo anche ora).
Di seguito, i dettagli.
1. Giudici di sinistra! Berlusconi contro la magistratura
In attesa del pronunciamento della consulta sul legittimo impedimento, non poteva mancare uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi – che si ripete con poche varianti da anni. A Matrix, Berlusconi parla di giustizia come “grave patologia della nostra democrazia” e di una sovranità non appartiene più al popolo, ma “ai giudici di sinistra”. Berlusconi al telefono invece (è la puntata in cui rivolge alla Bindi un “è più bella che intelligente”) parla della consulta: “Non è organo di garanzia ma organo politico, composto da giudici eletti da Presidenti della Repubblica di sinistra”. Da Matrix del 21/12/2010 e Porta a Porta del 7/10/2009
2. Comunista! La politica rotocalco, e il pink-tank di Signorini.
La politica rotocalco del direttore di Chi e di Tv Sorrisi e Canzoni Alfonso Signorini – scrive Ceccarelli su Repubblica – per delegittimare l’avversario politico e al contrario del “metodo Boffo” punta sul gossip “soft” e maligno. L’intervista di Signorini al premier ha come pretesto una vacanza di D’Alema a Saint Moritz, e i capi indossati (e la strategia funziona: D’Alema infatti smentisce di indossare sciarpa di cachemire e giustifica la provenienza e il costo delle scarpe indossate – Decathlon, 29 euro) e arriva a Beppe Grillo e Santoro. Da Kalispera del 5/01/2011.
3. Guadagni troppo! Cremaschi, Vendola e i superstipendi
Le differenze tra ricchi e poveri dividono la società. La politica c’entra, vista come parte di una casta milionaria e inciuciona che “magna” alle spalle dei cittadini. I superstipendi sono oggetto dell’accesa lite tra Cremaschi e Giannino sui salari dei lavoratori in comparazione con la retribuzione degli amministratori delegati. Più recentemente, intervistato da Fabio Fazio in occasione dell’uscita del libro “Un’Italia migliore”, Nichi Vendola parla di Fiat e Marchionne: “Si può chiedere a operai a 1200 euro di mettersi sulle spalle la crisi e salvare gli squali? Marchionne non è una icona della modernità: lui guadagna 450 volte più dell’operaio quando Valletta guadagnava 20 volte più”. Da L’ultima parola del 1/05/2010 e da Che tempo che fa del 9/01/2011.
4. Sei giovane e fallito! Adinolfi, Sallusti e i trentenni che non hanno casa
C’è anche la contrapposizione (e la reciproca delegittimazione) tra generazioni: i padri che accusano i figli di essere bamboccioni e i figli che accusano i padri di non cedere il passo e non favorire il ricambio. C’è una generazione precaria, che non ha lavoro stabile e che probabilmente non avrà pensione – e che fatica a uscire di casa. Emblematica la discussione tra Adinolfi e Sallusti nella puntata di Exit dal titolo “L’Italia non è un paese per giovani”: “Un uomo di 37 anni che non riesce a farsi una famiglia e pagare l’affitto ha un problema lui, è un fallito”. Da Exit del 1/12/2010
5. Sei un traditore! Berlusconi e Ciarrapico sui traditori del mandato.
Il tradimento del “mandato” elettorale è stato uno degli argomenti più usati negli ultimi tempi per delegittimare l’avversario politico. Al centro di queste accuse spesso Fini, prima durante e dopo la fuoriuscita (e/o la cacciata) dal Pdl e la (mancata) sfiducia al governo del 13 dicembre scorso. Berlusconi in un messaggio sul sito: “Chi non starà con noi fino a fine legislatura, si assumerà la responsabilità di aver tradito gli elettori e sarà segnato per tutta la vita dal marchio del tradimento e della slealtà”. Ciarrapico durante la prima fiducia al governo (30 settembre 2010), ha portato l’accusa ad emblematici estremi, con una affermazione dal sapore antisemita che ha molto fatto discutere: “Spero che facciano un loro partito e che abbiano ordinato le kippah: chi ha tradito una volta tradirà ancora”.
6. Hai un brutto carattere! Feltri, il Giornale e gli eccessi giornalistici.
I toni si alzano anche tra giornali e giornalisti – dalla politica al giornalismo politico il confine è labile e la polemica va sul personale. Feltri intervistato da Marino Bartoletti a CortinaIncontra così giudica, a “freddo”, il carattere di Belpietro e Sallusti, una volta colleghi e sodali di “berlusconismo”: “Sallusti ha aspetti del carattere meno facili da digerire, mentre Belpietro ha più rispetto per l’interlocutore. Tra i due sceglierei Belpietro, per una questione caratteriale”. In interviste successive Feltri si è detto stupito degli attacchi del direttore del Giornale, accusandolo di “ingratitudine”. Da “In Onda” del 8/01/2011.
7. Fatti male! Radio Padania, Vendola e gli eccessi federal-secessionisti
C’è anche una contrapposizione che nasce dalle spinte federal-secessioniste della Lega – e che in alcuni contesti percepiti come “protetti” (come in feste popolari o appunto nella radio di partito) sfocia in dichiarazioni molto discutibili. Chissà se c’è però solo l’anti-sudismo in questa telefonata andata in onda su Radio Padania alla fine dell’anno, in cui Marco Pinti, ventiseienne consigliere provinciale della Lega a Varese, commenta tra le risate dei conduttori l’aggressione di un gruppo di militanti Pdl a casa di Nichi Vendola: “Peccato che non si sia fatto danni permanenti”.
8. Fascista! La Russa, Di Pietro e gli eccessi storico-ideologici
Al contrario del refrain “comunista!”, abbondantemente usato dal premier Berlusconi, l’accusa di “fascista” sembrava passata di moda – non più usata dalla sinistra contro gli avversari: troppo banale? Non per Di Pietro che dà più volte del fascista al ministro La Russa, per non aver lasciato parlare un rappresentante degli studenti in balconata: “Se vi chiedete cosa è il fascismo, il fascismo è La Russa”. Il ministro della Difesa risponde di non considerarlo un insulto, rievocando Montanelli, i partigiani, chi la pensa in maniera diversa.
Per la moviolà di Agorà, andato in onda il 10/01/2011.
Come al solito e come è giusto (in fondo qualcosa s’ha da conservare esogeno in barba alla memoria fiacca che abbiamo, nell’illusione che attraverso la sintesi listante sia davvero possibile qualcosa salvare da un presente assassino e tritapassato) finisce l’anno e si sprecano classifiche, repertori, liste, best of. (Che poi, cos’è una lista? E’ una collezione di elementi diversi la cui relazione è definita dallo scopo della lista stessa. E’ insomma una scelta arbitraria tenuta insieme con lo sputo di un obiettivo colloso e preciso). Insomma, ne faccio una anche io e la faccio utilizzando una puntata di Agorà, una delle ultime dell’anno in cui abbiamo giocato a nominare l’uomo (la donna, il gruppo) dell’anno della politica italiana.
Questi qui sotto sono i video di presentazione delle nomination – che ho prodotto (il settimo è un servizio di Federico Ruffo) giocando con gli archivi, dentro il limite del minuto e cercando di profilare al meglio il nominato. E’ anche un modo per riveder che razza di anno (politico) è stato – e sperar di meglio.
Nomination numero 1. Berlusconi: l’onnipotente
Un anno in cui gli son capitate cose che avrebbero spazzato via chiunque, ma non lui – che è specchio riflesso, degli italiani. Parlano di lui, di Berlusconi – ma soprattutto lui, sempre più, parla molto di se stesso: discorsi che come boomerang tornano sempre addosso a chi li pronuncia, li lancia in aria. Il nostro è il miglior governo nella storia della Repubblica, sono un ospite straordinario, sono l’uomo che tutti vorrebbero sentire (detto da Nadia Macrì, in rappresentanza di tutta la sfilata di donne che hanno fatto la passarella intorno al premier, per tutto l’anno). Il politico che ha successo – dice lui – perchè è se stesso, nel bene e nel male. Appunto. Egolalico.
Nomination numero 2. Vendola: verso Sud.
Nichi Vendola, l’anno della conferma in Puglia – della conferma che è un politico ju-jitsu: più gli danno contro più si rafforza, raccogliendo consensi e attenzioni che spillano dalle misure colme degli avversari, degli alleati, dei cittadini annoiati dalla solita solfa. Vendola ha una doppia natura: speculare politicamente e geograficamente al mondo di Berlusconia, e insieme da molti accomunato per le due abilità comunicative (che lo stesso Berlusconi ammira). Un politico che ha il coraggio di recitare gli appellativi gay davanti a milioni di telespettatori, che va verso Sud, che grazie ad una narrazione che non vuole essere filosofica e poi lo è trapassa facile il burro del linguaggio banalizzato (anche se spesso poco capito) – senza le barzellette, che sono finite e mettono tristezza. Carismatico.
Nomination numero tre. Camusso: il lavoro è donna
Una donna che lavora, e che difende i lavoratori, da poco a capo del più grande sindacato italiano – contraltare di un’altra donna a capo degli imprenditori italiani (Emma Marcegaglia). Susanna Camusso è ancora poco conosciuta, ma già si è fatta notare per navigare controcorrente: per forma (controfasica a quelle dominanti, geisha o in carriera) e per sostanza, come dimostra la risposta alla richiesta degli studenti contro la legge Gelmini di uno sciopero generale. Una donna vera, che non sembra subire il fascino del compromesso – e in quanto donna anche poco facilmente paternalistica, appunto. Roccia.
Nomination numero quattro. Marchionne, il metalmeccanico
Un uomo, un modello (non di maglione, ma di auto). La sua dichiarazione sulla competitività della Fiat, e le polemiche intorno all’accordo di Pomigliano lo hanno messo al centro del dibattito politico – anche se lui si ritiene un “metalmeccanico” (l’interpretazione più generosa nei suoi confronti è che intendesse la frase all’inglese: nel campo della metalmeccanica…) e a entrare in politica non ci pensa. Ma la politica la fa. Metallurgico.
Nomination numero cinque. Renzi: il Leopoldo
Dalla Stazione Leopolda ad Arcore (anzi un caffè a Monza), un politico under 40 che, da sindaco di Firenze, prova a influenzare la politica nazionale e non le manda a dire ai leader del suo partito – raccogliendo anche estimatrici inaspettate (Barbara Berlusconi). Rottamatore.
Nomination numero sei. Saviano: l’impegno
Dalla scrittura alla televisione senza perdere consenso e pubblico, il programma di Saviano e Fazio ha sbancato la tv italiana: monologhi, balletto, liste e benignate, l’impegno per l’Italia unita e per l’Aquila – va via o resta? Impegnato.
Nomination numero sette. Gli studenti: il futuro
In un servizio di Federico Ruffo, la manifestazione del 22 dicembre 2010 a Roma, con gli studenti pacificamente a occupare le strade e i cavalcavia di Roma – lasciando la zona rossa alla politica rinchiusa nel palazzo e raccogliendo inaspettatamente gli applausi delle auto in coda. L’immagine del cavalcavia della tangenziale e del sottopassaggio per l’autostrada (pezzi di strada qualsiasi, rappresentanti in forma di asfalto di una modernità incarognita dalle file e dalla fretta, solitaria e ingolfata) immobilizzati dagli studenti, resi per un attimo vivi e pulsanti e altro da sé è una immagine che rimarrà, e sorridente. Battaglieri.
Nomination numero otto. Fini: lo sconfitto.
Se l’anno fosse finito al 13 dicembre, prima del voto contrario del Parlamento alla sfiducia di cui si era fatto portabandiera e principale sponsor, forse avrebbe avuto qualche chance. In fondo ha dominato per un anno il dibattito politico, trasversalmente alle speranze politiche di chi non ne poteva più di Berlusconi e alle posizioni in emiciclo: da destra a sinistra passando per il centro. Un politico dalla doppia veste, istituzionale in quanto presidente della Camera e ribelle in quanto leader di Futuro e Libertà. Un gioco degli equivoci che per ora non ha pagato. Mister Hyde.
Nomination numero nove. Assange: il digitale
L’uomo misterioso e freddissimo venuto da lontano, l’unico straniero della lista, il fondatore di Wikileaks ha dimostrato che la politica mondiale può essere messa in ginocchio da un giornalismo grezzo e un po’ spione, che innova le pratiche tradizionali ed è alimentato da una rete di collaboratori in tutto il mondo. Assange è anche uno che alla domanda “Pensi di star cambiando il mondo” risponde, senza troppi imbarazzi, di sì. Alla faccia.
Nomination numero dieci. Scilipoti, il peone
Un personaggio – diciamo – difficile da definire, un antiberlusconiano che vota per Berlusconi (ed è decisivo per garantirgli sopravvivenza), un politico forse, un comico anche: un po’ De Vito un po’ commedia all’italiana con Alberto Sordi. L’emblema, in fondo vincente, di tutti i peones del parlamento – del peone che c’è in noi, della formica marchesiana che si incazza (e a maggior ragione se ha poche ragioni). Decisivo.
Sono curioso, ora: il tuo voto a chi andrebbe?
(Intanto e comunque ne approfitto, e auguro a chi passa di qua un felice anno nuovo!)
In un certo senso oggi era facile apparecchiare la “moviola” per Agorà – con gli sbrocchi di Russa e Di Pietro ad Annozero (e ovviamente prima abbiamo mandato in onda 2 minuti di sintesi di La Russa e dello studente balconato e con ammirevole self control Luca Cafagna) e Scilipoti a Un giorno da pecora: troppa grazia. Ma forse qualcuno apprezzerà ugualmente qualche chicca (la chiosa di Casini, l’inizio scilipotiano con Pasquale l’amico immaginario, il dibattito a Annozero sulla mamma di).
Prima clip. Passa qualche minuto dalla minaccia di La Russa di andarsene dallo studio e lo scontro del ministro con lo studente, e Di Pietro reagisce: “Se volete sapere cosa è il fascismo, il fascismo è La Russa”. Sul finale replica La Russa e quindi la chiosa (anche se temporalmente precedente) di Casini (“Avete capito perchè facciamo il terzo polo?”). Seconda clip. Scilipoti a “Un giorno da pecora”, trasmissione radiofonica condotta da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. Video già culto, inizia con un amico immaginario evocato dal deputato ex-Idv (e il riferimento alla Coca Cola era in riferimento a un precedente contributo di Berlusconi mandato in onda) e finisce con un crescendo identitario alla terza persona: “E’ un comico Scilipoti, in Parlamento faceva il comico. Questo è il clown Scilipoti”. Poi il riferimento a quelli di Annozero “che puntano la telecamera in faccia ad una signora di 90 anni”. Terza clip. Ad Annozero la clip incriminata: annunciata dall’ironia di Santoro e con dibattito in uscita.
(per la moviola di Agorà)
Dice che scripta manent. Mutatis mutandis – per rimanere nel latino – tra plurime smentite cartacee oggi come oggi è il video che resta. Che smentisce, apre le ante degli armadi con dentro video-scheletri, più di una dichiarazione alle agenzie stampa, segna il punto difficilmente ricusabile di una dichiarazione che è prima faccia che pensiero – ché la prima è più difficile da cambiare.
Oggi mi è capitato, nel fermento del dopo voto di sfiducia e per Agorà, di trovare due impietosi esempi.
Il primo riguarda i finiani. Ovvero come, nei giorni precedenti al voto, tre dirigenti di Fli dicevano avrebbero votato alla camera. Una clip un po’ impietosa sulle dichiarazioni pre-voto sulla sfiducia. E quindi c’è Urso che “noi voteremo compatti, siamo uomini liberi”, Bocchino con una felpa di “Generazione Italia” che “apprezzo il gesto delle colombe ma domani voteremo come la linea del partito perché siamo gente per bene” e Fini che azzarda un “Il gruppo di Futuro e Libertà certamente non si divide, e sottolineo certamente”.
Il secondo è una discussione ciclica che ieri si è ripetuta a Ballarò: quasi un cavallo di battaglia di una compagnia di giro. Protagonisti il ministro Sandro Bondi e Italo Bocchino – dopo un paio di scambi la questione diventa il “lei” che l’uno dà all’altro. La stessa identica discussione l’avevano fatta, gli stessi avversari nello stesso studio, qualche settimana fa…
Toh, come passa il tempo. Scrivo di nuovo, alla vigilia di un giorno campale (o tombale) per Berlusconi, che domani chiederà la fiducia al suo governo ai due rami del Parlamento. C’è poco da dire sul discorso di questa mattina al Senato. Un discorso interlocutorio, rialzato e sonnolento, buono solo per far passare il tempo e lanciare qualche amo agli indecisi (per esempio Paolo Guzzanti, unico esponente del Partito Liberale, autore del libro Mignottocrazia e grande nemico di Berlusconi – almeno fino alle aperture di questi giorni): il resto è gioco sotto la linea di galleggiamento.
Ne approfitto intanto per segnalare questa vigna di Makkox, che non c’è altro da dire – e segnalare allo stesso tempo l’imperdibile blog del nostro su Il Post, che robe così (e non lo dico solo per vecchia amicizia; e dico questa qualità e questa quantità), di commento politico disegnato, non si vedevano da secoli in Italia.
Annozero, ieri. Orfano delle interviste a Ruby e Nadia Macrì (saltate per diversi motivi: e tutto il contorno sembrava un assist a vuoto), Santoro si conforta con una intervista a Emilio Fede che, pungolato da Corrado Formigli, ricorda prima e non ricorda poi date e persone. Altra clip, in studio. Niccolò Ghedini, pur se influenzato, partecipa alla trasmissione apparentemente per “contagiare” Di Pietro – che si dice immune o immunizzato. Quindi si scopre un argomento simile (e un po’ scarsuccio) tra i due pidiellini sull’affaire Berlusconi (Nunzia De Girolamo e lo stesso Ghedini): B. è generoso e il suo unico difetto vero è che non dice mai di no.
Infine ecco cosa succede se Annozero non fa Annozero – ovvero non fa i collegamenti dall’esterno: lo fanno gli altri. Da In Mezzora di Lucia Annunziata della scorsa settimana, la annozerizzazione della tv. Colpisce specie considerando che la trasmissione di Annunziata era una trasmissione basata su un faccia a faccia…
Infine un giochino cinefilo, per chiudere la settimana della moviola di Agorà. Ieri Berlusconi e Fini si sono parlati per la prima volta dopo mesi, davanti all’Altare della Patria (con Berlusconi che parlava, stuzzicando un Fini immobile). In molti hanno cercato di leggere il labiale (non ci sono video chiari, riportano i cronisti le parole “maggiorenne” e “incensurata”), a me è venuto un mente una scena di un meraviglioso film del 1983. “Tu mi turbi”, di Roberto Benigni.
La puntata di ieri di Ballarò è stata una specie di melodramma politico-televisivo – un triangolo d’amore e odio incrociato e sotterraneo tra tre protagonisti politici rappresentanti di forze insieme tra le più fluide e politicamente ambigue del momento.
C’è Italo Bocchino scamiciato e all’attacco, che sprizzava adrenalina e contentezza da tutti i finiani pori traditòr (di quella contentezza sovraeccitata e un po’ sborona che si ha quando si ha la sensazione di aver fatto una scelta un po’ controcorrente ma che a un certo punto sembra all’orizzonte prossimo ripagare con gli interessi); c’è Maurizio Lupi affannato e in difesa, con l’improbo ruolo di difendere il difficilmente difendibile; c’è Rosy Bindi sorniona, che giocava di fioretto in contrattacco.
Per Agorà ho selezionato tre clip: nella prima Maurizio Lupi s’avventura fin dentro il territorio minato della negazione dei festini di Berlusconi – scatenando brusio in studio. Nella seconda il solito diverbio sulle interruzioni del turno di parola: in questo caso con un pizzico di aggressività mascherato da rassicurazione (la mano sulla spalla, e sul braccio) da parte di Italo Bocchino nei confronti di Franco Bechis, vicedirettore di Libero – che accetta però tutto quasi senza batter ciglio (ed è un segnale forse anche questo). Nella terza, si sfiora lo psicodramma: Lupi osa una politica che soddisfi i bisogni altrui, anche qui scatenando il brusio del pubblico – e prima Rosy Bindi e poi Italo Bocchino gli consigliano inutilmente di fermarsi.
A riguardarlo mi è rimasto impresso quel triangolo trasversal-cattolico della terza clip, con Lupi impastoiato in impossibili spiegazioni e Bindi prima e Bocchino poi a consigliargli inutilmente di smettere.
Mi ha colpito molto quel “Stai già rendendo alla tua causa un grande servizio“, che vuol dire molte cose, a leggerle in controluce; e quella tripletta incrociata di “fermati-non mi fermo” che mi sembra dire molto di questa Italia.
Sintesi sintesi ad adesso per come la vedo io?
(Dico del Bunga Bunga di cui oggi abbiamo parlato quasi nolenti ad Agorà – ovviamente e prescindendo del tutto dal giudizio politico-etico-morale assolutamente negativo).
Repubblica & co, memori degli errori di forma gossippara prima del caso Noemi e poi di quello D’Addario, sono partiti con il freno tirato e con mille mani avanti: non intendiamo dire i nomi (ma che se sia chiaro il sacrificio visto che sono nomi che pesano) e non ci interessano i dettagli pecorecci. Il punto – emerge anche dalle ultime dichiarazioni – è l’abuso di ufficio e la ricattabilità del premier. Parliamo di questo, valutiamo il premier soprattutto su questo.
La risposta dall’altro campo sembra andare a segno. Con due palle nemmeno troppo effettate.
La prima è: ho aiutato una persona che aveva bisogno come farebbero tutte le persone di cuore. Che faresti tu, italiano medio, se ti dicessero che una tua conoscente è finita in prigione ed è sola e disperata e potessi tirarla fuori? – è l’argomentazione speciosa che s’evoca e che parla alla nostra panza familistica. Una palla alzata ieri en passant ad Acerra dal premier seduto accanto a Bertolaso a parlar di rifiuti, e chiusa oggi a Bruxelles: “Ci aveva raccontato una storia drammatica, era in difficoltà e ho fatto una telefonata per aiutarla”.
La seconda arriva per altri canali. Un esempio è il questore dell’epoca Vincenzo Indolfi, oggi intervistato su La Stampa, che conferma la telefonata ma smonta l’ipotesi dell’abuso: alla minore nessun privilegio, da Palazzo Chigi si raccomandavano solo che venisse trattata bene.
Rimarrebbe solo la questione di Mubarak, che oggi ha aperto i giornali e si è trovato in dote una nipote in più – ma è roba buona per le barzellette di Pierino.
E ora? A voler insistere (e come si fa onestamente a non?) ci sono due possibilità. O si insiste sull’abuso di potere (che rischia di essere oggettivamente debole), o si ritorna sul pecoreccio del rituale africano (che rischia di riproporre lo stucchevole gioco delle parti moralisti vs bon vivant già visto nei casi precedenti). Due colpi mosci, se son solo questi.
Un tentativo di piegare lo strumento blog ad un approfondimento tematico, senza spezzarlo (almeno non del tutto). Dal 2003, soprattutto su web, politica e giornalismo.