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15/04/2008

E’ la politica che gira intorno a Berlusconi, o viceversa?

di Antonio Sofi, alle 23:51

Purtroppo non ho tempo per l’analisi più politica promessa dalla sede SWG alla fine dell’incredibile giornata elettorale di lunedì. Qualcosa uscirà su DNews di domani. In realtà continuo a prendere appunti (più o meno mentali) su come ottimisticamente (e per quanto sia possibile ottimisticamente pensare ad un cambiamento oggi) proprio la Rete – risorsa utilizzata in queste elezioni poco e male, con presunzione e superiorità – possa cambiare la politica del futuro.

Il mio punto è comunque uno solo, piccolo piccolo – e dal punto di vista volutamente ristretto e ad angolo “acuto” di abitante della Rete: Berlusconi rappresenta quanto di più lontano ci sia dalle logiche emergenti di Rete. Editore di televisione analogica e comunicativamente unilaterale, cresciuto sfruttando il boom della pubblicità di beni di largo consumo e fornendo contenuti generalisti ad un pubblico concepito come target aggregato, commercialmente appetibile.

La seconda repubblica italiana è stata finora una cosmogonia tolomeica Berlusconi-centrica; con la politica che non ha fatto altro che girare metaforicamente intorno a Berlusconi e alla sua logica “televisiva”.

Dal punto di vista comunicativo, Silvio Berlusconi si muove abilmente all’interno delle macro-agende, cerca sempre il cortocircuito mainstream, il messaggio catch-all populista. E’ una strategia vincente. Ma conservativa, con poca innovazione. E per molti versi il negativo delle logiche che stanno emergendo da Internet. Distante anni luce dai processi di Rete. Come, peraltro, la maggioranza dei personaggi politici italiani, Walter Veltroni compreso (che da parte sua ha copiato male Barack Obama: solo lo slogan e non l’apertura al web come amplificatore emotivo e attivatore di partecipazione). Ma Berlusconi è lontano in maniera eclatante ed emblematica, simbolo vivente di una società massmediale dominata dalla televisione che pian piano sta cambiando – anche grazie alle tecnologie connettive.

(titolo alternativo: aspettando il Copernico di Internet)

Politics Web 2.0

E proprio a proposito del modo in cui il Web 2.0 può impattare sui processi politici, proverò a non farmi prendere troppo in giro (e ad ascoltare qualche buona idea) dai colleghi europei, che raggiungerò fin da domani mattina a Londra per la conferenza “Politics: Web 2.0” organizzata dal Department of Politics and International Relations dell’Università di Londra Royal Holloway, e che si terrà appunto il 17 e il 18 aprile.

Politics: Web 2.0. an international conference. Royal Holloway, University of London, April 17-18, 2008
Politics: Web 2.0. an international conference. Royal Holloway, University of London, April 17-18, 2008

Vedo dal sito che sono già disponibili molti dei paper del ricco programma di lavori.

10/04/2008

Vincere le elezioni. Zona Cesarini e supplementari.

di Antonio Sofi, alle 20:09

DNews[Pubblico qui una riflessione che mi ha pubblicato ieri DNews. Il tema, quello dell’astensionismo – e non da ieri – mi sembra quello più sottovalutato in assoluto in questa campagna da tutti i principali attori della sfera politica; come se antipolitica e grillismo fossero fenomeni di un’altra società (solo da pochissimo sono entrati tutti in fibrillazione). Io ho come impressione che qualche sorpresa ci sarà. Domani qualche altra riflessione – con dati – su Spindoc; oggi segnalo anche un bizzarro pezzo di Sartori sul Corriere della Sera]

Vincere le elezioni all’ultimo minuto. In zona Cesarini, dice il gergo calcistico. Con l’ultimo colpo di reni della volata ciclistica. Per il rotto della cuffia – detto di origine medievale che indica il cavarsela a malapena. Ma nelle attuali campagne elettorali modernissime e computerizzate, in cui il minimo tremar di elettorato è tracciato da mille sismografi sondaggistici, c’è ancora margine per le sorprese – per il risultato inaspettato?

Pare di sì, c’è chi lo sostiene flussi elettorali alla mano. E’ possibile. All’ultimo minuto si può fare; l’Italia si può rialzare – per citare gli ormai consunti slogan delle due principali coalizioni. Ed ecco che gli ultimi giorni diventano, se possibile, più frenetici ed enfatici. Con il volume delle dichiarazioni alzato di una tacca e i movimenti dei candidati accelerati – come nei vecchi film in bianco e nero. Tutti che rovistano alla ricerca del coniglio da estrarre dal cilindro: tra fucili imbracciati e schede più o meno tarocche, fino ad arrivare ai dibattiti televisivi negati. Una ricerca che potrebbe sfumare in un nulla di fatto. Ed eternare questa del 2008 come una campagna elettorale troppo breve – che non ha fatto nemmeno in tempo a partire ed è quasi subito riuscita ad annoiare.

Ma chissà. Qualcosa potrebbe ancora accadere, all’ultimo momento. Qualcosa di decisivo. Il punto è infatti che negli ultimi giorni una fetta dell’elettorato (c’è chi addirittura stima un terzo dell’elettorato; comunque abbastanza grande da poter decidere competizioni giocate voto su voto) prende due importanti decisioni.

La prima decisione è se andare a votare oppure no. O per esempio andare a mare (i politici all’approssimarsi della data delle elezioni diventano anche esperti meteorologi: il bel tempo abbassa l’affluenza, alla faccia del dovere civico). L’elemento dell’astensionismo volontario – disaffezione alimentata in questi mesi dal fenomeno del grillismo e dell’antipolitica e ovviamente non solo relativa agli ultimi giorni – rischia di giocare un ruolo importante in queste elezioni. Mobilitazione è quindi la parola d’ordine. Tutto pur di portare i propri alle urne.

La seconda decisione che taluni fanno all’ultimo momento è per chi votare. I famosi indecisi cronici. Più ricercati del Barbiere di Siviglia. Ovviamente non si tratta di profondi cambiamenti ideologici: un sostenitore di Veltroni difficilmente si sveglierà domenica 13 aprile convinto di votare la coalizione capitanata da Berlusconi. E viceversa. Ma l’offerta politica italiana, nonostante gli sforzi di semplificazione, è abbastanza ricca da permettere articolate strategie di posizionamento – e c’è chi potrebbe dare voti utili, o d’area. Più a destra, a sinistra, al centro: spostando più in là asticelle e sbarramenti.

Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono insomma spesso frustranti come l’ultima mezz’ora di un lungo viaggio. L’elettore non ne può più, i media non sanno cosa dire di nuovo, e i politici vivono in una illusione prospettica, un miraggio umanissimo generato dalle aspettative: tutti si sentono vincitori. Poi alla fine, ovviamente, a vincere è uno solo.

Almeno si spera. Perché domenica potrebbe succedere una ulteriore cosa. Per mille versi spaventevole. Che nessuno vinca. Che si vada ai supplementari. Speriamo di no.

28/03/2008

Il dibattito che non c’è (o forse non serve più?)

di Antonio Sofi, alle 12:54

Premessa. Una piccola provocazione su un tema su cui tanti hanno ben scritto – che mi ha pubblicato DNews mercoledì scorso (qui un po’ modificata). La verità è che non uno ce ne dovrebbe essere, ma mille, fino a stufarsi: come in altri paesi dove i debate sono ormai una tale consuetudine rituale che è diventata parte del rumore comunicativo di sottofondo; che comunque permette di farsi ampia idea dei contendenti in compresenza ma poco cambia – con il flusso della comunicazione che pian piano si sposta sulla Rete. Altre opinioni su Spindoc: sulle regole approvate dalla commissione (che, come volevasi dimostrare, erano in parte arzigogolate, in parte troppo vaghe, e sono state infatti una coperta-troppo-corta tirata dalla propria parte da un po’ tutti), o sull’idea di un dibattito senza regole (e nemmeno a sperare – ahinoi – a cenni che riguardano progetti come 10domande).

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» si chiedeva in “Ecce Bombo” un giovane Nanni Moretti invitato ad una festa danzante. Un dubbio esistenziale che è rimasto negli anni irrisolto; un vero e proprio mantra per intere generazioni di timidi o insicuri – alla disperata ricerca di un po’ di carisma e sintomatico mistero.

Lo stesso dubbio attanaglia anche i candidati politici impegnati in campagne elettorali molto combattute. Come quelle “in onda” in questi giorni: in cui gli altalenanti sondaggi e il brulicante contesto più o meno antipolitico non danno ancora certezza di vittoria (o di sconfitta) né a Walter Veltroni né a Silvio Berlusconi (quest’ultimo è però secondo i sondaggi in vantaggio).

Il punto è che al posto della festa danzante, c’è ora il dibattito in televisione. E i due candidati che si chiedono: vado o non vado? Come a dire: «Prendo più voti se accetto di fare il dibattito in tv o se rimango a casa?». È curioso. Lo scontro tra i due leader va in onda dappertutto. Ma è uno scontro in differita. Un continuo dibattito asincrono. Va in onda sui manifesti che stratificano sulle nostre strade; va in onda nei battibecchi incrociati sui quotidiani.

I due se le mandano a dire indirettamente e tramite i giornalisti – come una coppia di separati in casa si parla tramite gli avvocati. Senza però mai incontrarsi dal vivo per un salutare faccia-a-faccia. La televisione è insomma zona off limits. Penalizzata dalla nomea di essere il media “king-maker” per eccellenza, quello che decide il vincitore delle elezioni. Risultato? Mancano tre settimane al voto e ancora non è chiaro se ci sarà o meno un faccia a faccia televisivo tra il leader del Popolo della Libertà e quello del Partito Democratico.

La polemica è riscoppiata negli ultimi giorni. Con Veltroni che lancia il guanto catodico della sfida al rivale e Berlusconi che prima accetta poi nicchia nascondendosi dietro il dito della Par condicio, che non permetterebbe il confronto. A confondere ulteriormente le acque i mille partitini che pigolano dal basso dei loro decimali e vogliono anche loro la miracolosa ribalta televisiva.

Un nodo apparentemente inestricabile. Più comunicativo che politico, però. Il dibattito televisivo vuole infatti rappresentare una sfida rituale all’ultimo sangue, all’interno di una arena (pubblica e catodica). Con il rischio della gaffe, dell’errore – o del temutissimo (e rarissimo) “pollice verso” degli elettori. Con una nota controintuitiva a margine: è di solito il più “debole” che vuole combattere, il più “forte” non ne vede il motivo – per non dare all’avversario alcuna chance.

Fin qui quello che tutti sanno. Con una sensazione vagante, però. Che in fondo il dibattito tradizionale in Tv sia un formato ormai frusto e sopravvalutato – che niente sposta e poco impatta. Negli Stati Uniti dove sono già andati in onda mille dibattiti con mille regole (perfino con le domande poste da video caricati su YouTube) la sorpresa è che non c’è stata nessuna sorpresa. E i risultati finora stanno premiando un candidato come Obama che ha dimostrato di saper usare meglio i nuovi media che la vecchia televisione. O, per meglio dire, e in alcuni casi: i nuovi media come fossero una nuova televisione.

22/03/2008

Saltare sul carro del vincitore (o correre in aiuto del perdente?)

di Antonio Sofi, alle 15:06

Premessa. Il ruolo dei sondaggi in campagna elettorale – e il suo impatto sull’opinione pubblica. E’ uno dei temi che più mi appassionano, e di cui ho spesso scritto – essendomi peraltro occupato professionalmente di sondaggi elettorali. In quest’ultimo periodo, pare, il tema, interessi non solo a me. Per esempio trovo una bella riflessione di Valentina Orsucci intitolata “Sondaggi politici e principi metodologici” («I sondaggi sulle previsioni di voto misurano, come tutti gli strumenti di misurazione, 1 e solo 1 fenomeno misurabile: la previsione di voto (non il voto)» e ancora «Utilizzarli come argomento della campagna elettorale è tatutologico e metodologicamente scorretto, considerarli una leva favore della propria candidatura un errore profondamente grossolano».). E mentre Renato Mannheimer discetta di un Indice Winner che starebbe calando per Berlusconi, va a finire che ha ragione l’immarcescibile Massimo D’Alema che dichiara (via Wittgenstein) «Guardando ai risultati delle precedenti elezioni ci si accorge che i sondaggi erano quasi sempre sbagliati: questo mi fa pensare che passiamo tutto il tempo in campagna elettorale a commentare numeri che alla fine non si realizzano mai». Di seguito il pezzo uscito mercoledì scorso per DNews, che questo mood crescente intercettava, e qui leggermente modificato

Saltare sul carro del vincitore.
Uno sport nel quale noi italiani – pare – non temiamo rivali. Ma sarà vero? In realtà è uno sport ben praticato ovunque.

Più o meno ovunque gli indecisi tendono in maggior parte a spostarsi dalla parte di chi vince. Regoletta minima delle elezioni. Ecco spiegato il banale motivo per il quale tutti dicono che stanno vincendo (o stanno inesorabilmente rimontando e vinceranno). Ecco spiegato perché non passa giorno che non venga pubblicato l’ennesimo sondaggio dalla talora discutibile metodologia usato come strumento comunicativo da partiti politici e candidati.

Se dici che vinci, vincerai. Una profezia che si auto-adempie con il voto? I politici che hanno “buoni sondaggi” lo sperano. Quelli con “cattivi sondaggi” confidano per una volta nella intelligenza dell’elettore. Il fenomeno è così pervasivo che se ne sono recentemente lamentati gli stessi sondaggisti: «Basta con l’uso strumentale dei sondaggi. Hanno una funzione di studio e di analisi, non possono essere utilizzati come armi di propaganda da scagliare contro lo schieramento avverso» ha dichiarato qualche giorno fa Nando Pagnoncelli, presidente dell’Assirm – l’associazione che riunisce i maggiori istituti di ricerca sociale. Gli hanno fatto eco altri illustri esponenti della categoria, ma senza grandi risultati: ogni giorno spuntano nuovi mirabolanti dati, formidabili “forbici” di intenzioni di voto molto “intenzionate” a far vincere l’uno rispetto all’altro. Eccetera.

Spesso con differenze importanti da un giorno all’altro: come se gli elettori fossero preda di continui e velocissimi cambiamenti d’idea. Con i media che spesso “mangiano e si scordano”: e seguono l’onda (molto notiziabile) dell’ultimo numero sempre più gridato.

Il risultato? Tutti vincono. O vinceranno. Oltre alla perdita di credibilità dello strumento, il rischio, per gli elettori appassionati dello sport del salto sul carro del vincitore, è di non sapere in che carro saltare. «Non è che sbaglio carro, come quando scelgo la fila più lenta in coda all’autostrada?» – potrebbe chiedersi l’elettore dubbioso (ammesso che esista davvero).

Negli Stati Uniti, patria dei sondaggi politici, l’effetto di traino del vincitore è studiatissimo; ed è chiamato, con uno scarto tecnologico, “Bandwagon effect”. Ma dal carretto italico ai vagoni del treno a stelle e strisce il concetto è lo stesso. E’ una guerra di numeri. Una sorta di “celhopiùlunghismo” a chi ha un voto in più dell’avversario – anche se sono voti sulla carta, spesso intenzioni flebili come infatuazioni primaverili.

O meglio: sono voti “cristallizzati”, fotografati in un preciso istante. Che spesso non tengono conto delle cose che possono accadere, e cambiare i destini di una campagna all’ultimo momento – come talora è accaduto. C’è insomma ancora speranza per chi apparentemente rincorre, e chi sta apparentemente davanti deve guardarsi le spalle.

Ah, dimenticavo. In letteratura è anche segnalato un effetto opposto, al saltare sul carro del vincitore. È noto come “underdog effect”, traducibile con “andare in soccorso del perdente”. (E in Europa è spesso declinato come effetto “anti-winner“: come voto negativo contro il vincitore annunciato, con insomma una sfumatura di senso contrastivo). Ma non ci dovrebbe essere da preoccuparsi: è un effetto così debole e retrò che non ci crede (quasi) nessuno.

11/03/2008

Vota con tutta la tua forza (sottinteso: per me). Da Zapatero a Beppe Grillo.

di Antonio Sofi, alle 18:29

[il pezzo è uscito oggi su DNews, con il titolo “Se la partecipazione diventa l’arma decisiva” e qui è leggermente modificato]

Votare o non votare, questo è il problema dell’elettorato moderno. E di conseguenza anche dei candidati. Tra antipolitica e disaffezione ideologica, il partito del non-voto diventa uno dei tanti spauracchi della politica del nuovo millennio. Senza distinzione di partito. Da una parte all’altra dell’oceano senza soluzione di continuità.

Tutti cercano di correre ai ripari – di recuperare l’elettore acquiescente, più o meno in letargo: nella speranza che sia solo “morte apparente”. In Spagna ha fatto molto sensazione la serie di spot e manifesti che dicevano “Vota con todas tus fuerzas”. Ovvero, “Vota con tutta la tua forza”. Sottinteso: per il PSOE, il partito socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, che ha molto puntato su questa campagna di comunicazione.

La trama del terzo tra gli spot andati in onda rimarrà probabilmente nella storia come uno dei più belli degli ultimi anni.
(clicca per vedere)

È il giorno delle elezioni. Un giovane ragazzo di città e di simpatie socialiste sale in macchina per andare a prendere l’anziana madre tornata al paese. Vuole accompagnarla al seggio, che è distante 300 chilometri: «Per me il voto è sacro», dice il giovane. Il dubbio che a motivare il ragazzo non sia solo senso civico ma interesse elettorale (ad avere un voto in più per il suo partito) si dissolve nelle ultime battute: la mamma dice chiaramente che voterà PP, ovvero gli avversari del partito popolare! Anzi: cerca anche di convincere il figlio a cambiare idea all’ultimo momento.

Riuscite ad immaginarvi l’analogo spot italiano: con un giovane elettore di Forza Italia che accompagna la madre al seggio, e lei che dice di votare per il Partito Democratico? Difficile.

Eppure l’appello alla partecipazione può diventare un’arma decisiva – più o meno ironica – per recuperare l’elettorato disilluso e distante. La strategia di Zapatero – 48 anni, indole rivoluzionaria e una somiglianza ormai accettata con Mr. Bean, il buffo personaggio interpretato da Rowan Atkinson – ha funzionato (nell’insieme di mille fattori, ovviamente): domenica scorsa ha vinto le elezioni.

Con una maggioranza non assoluta, ma con una affluenza alle urne molto alta: il 75,3% (nel 2004 era stata del 75,7%, ma sull’onda emotiva dei tragici attentati alla metro di Madrid). Una vittoria ancora più significativa se si considera che ha prevalso dopo quattro anni di governo: un caso raro di continuità, in un panorama internazionale che spesso predilige il cambiamento a tutti i costi e premia il nuovo, talvolta a prescindere.

È insomma sempre più importante far andare la gente a votare. Negli Stati Uniti, dove c’è da molto il problema della scarsa partecipazione, hanno addirittura coniato un termine che indica quella comunicazione volta a far muovere la gente di casa il giorno delle elezioni: GOTV, che sta per “Get Out The Vote”. Ovvero: “Tira Fuori il Voto dalle Persone”. Ed ecco che tra le tante pubblicità che dicono “Vota per me!”, ci sono sempre più promemoria più o meno neutri che dicono “Va’ a votare!” (la speranza è poi sempre quella che votino per te).

E in Italia? Ancora pochi sforzi in tal senso. Poco tempo o poca consapevolezza del problema? Chi lo sa. Semplicemente il tema della partecipazione al voto non sembra attualmente nell’agenda. Può essere un errore: Zapatero docet. Intanto sullo sfondo lo spettro di Beppe Grillo: e c’è chi inizia a domandarsi a quale parte politica, i suoi appelli al non voto, toglieranno voti e consensi.

04/03/2008

La Politica Pop di Walter, Barack e Josè

di Antonio Sofi, alle 23:42

[il pezzo è uscito oggi su DNews, e qui è leggermente modificato]

Cognome e nome: Obama Barack, Veltroni Walter, Zapatero José Luis Rodríguez. Età: rispettivamente 47, 53, 48. Provenienza: Stati Uniti, Italia e Spagna. Segni particolari: candidati premier. Tre politici che per curiosa coincidenza si giocano in questi giorni i rispettivi destini elettorali, tra polemiche e dibattiti in televisione, pullman e manifesti sorridenti.

Un trio portabandiera della sinistra moderna, aperta al cambiamento, ideologicamente scanzonata, che usa i media in modo meno ingessato dei predecessori. Che cerca una immagine più “fresca”, differenziandosi così da una politica tradizionale considerata da molti definitivamente “scaduta”. Ma saranno anche vincenti al voto? Chissà.

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22/10/2007

Roc(k) & Blog. Il decreto caduto nella Rete e la bozza di web-politica che verrà

di Antonio Sofi, alle 12:36

Uscito oggi sui quotidiani E Polis (sempre scaricabili con pdf integrale) una riflessione sul caso del decreto sull’editoria e la registrazione del Roc potenzialmente estendibile ai blogger (segnalo solo per chi volesse saperne di più il solito puntuale post sintesi di Federico su Apogeonline e la key search “Internet Tax” – fortunata e un po’ forzata definizione di Punto Informatico – su Blogbabel).

Il pezzullo narrativizza (sono ossessionato dalla ricerca del modo migliore di raccontare internet in 3000 battute) l’affaire del fantomatico Roc così come si è mosso dalle segrete e un po’ disattente stanze ministeriali fino all’attenzione generale del Web. Partendo da nicchie specialistiche (Civile.it), passando di blog in blog per arrivare al big blog di Grillo (che da guitto è diventato interlocutore ufficiale del governo e che un po’ del tema se ne è appropriato – una sensazione che svanirebbe con un semplice link cui però il comico genovese sembra essere davvero allergico) e al Ministro Gentiloni che si scusa, insieme ad altri due esimi colleghi, di non aver letto bene il testo finale e si dissocia dal decreto Levi insieme a mezza maggioranza.

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19/10/2007

Le primarie di Veltroni e la nuvoletta di qualche metro di diametro

di Antonio Sofi, alle 15:44

[E’ un pezzullo, qui augmented di link e digressioni, uscito due giorni fa su Il Firenze. E’ una piccola riflessione laterale, che vuole solo un baluginìo di idea su quanto – tanto – s’è già scritto sulle primarie. Ché le competizioni elettorali sono spesso metafora utilissima seppure iperbolica per capire molte delle cose nostre di ognidì.]

Un microfono al vincitore: «Sono contento di essere arrivato uno. Saluto i miei genitori, che sono la mia mamma e il mio papà». Chi l’ha detto? Non si sa*. E’ una delle frasi più variamente attribuite (di solito ad uno sportivo). Anche Walter Veltroni è “arrivato uno” alle primarie per il Partito Democratico che si sono svolte domenica. Ha stravinto, con più del 75% dei voti.

[Unità vorrei, cercando, foto di Danyanais. Altre, splendide foto con il tag “primarie” su Flickr]
foto di danyanais

Ma non credo il sindaco di Roma si sia sorpreso così tanto da sbagliare sintassi nelle dichiarazioni del dopo vittoria.

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10/10/2007

L’head fake di Randy Pausch. L’ennesimo sogno realizzato

di Antonio Sofi, alle 21:49

[Sempre sull’ultima lezione di Randy Pausch pubblico di seguito un duemila e passa battute divlgative uscite, con qualche piccola differenza, su Il Firenze di oggi. Al di là della ripetizione/ridondanza (voluta), ciò mi permette di segnalare una chiave di lettura scovata nel blog di Luca Chittaro che si sorprendeva degli interventi arrivati dopo la lecture, da parte di amici e colleghi (il video integrale postato ieri s’interrompe prima). E’ la logica del Living funeral, un funerale da vivi – che non conoscevo, ma pare stia guadagnando popolarità negli Usa.]

Negli Stati Uniti, quando un professore lascia l’insegnamento per andare in pensione, è consuetudine che tenga una “last lecture”, una ultima lezione di saluto. Randy Pausch è un professore di informatica (un genio nel suo campo), ha 46 anni e tre figli piccoli, e qualche settimana fa ha tenuto una last lecture nella sua università, la Carnegie Mellon.

Una ultima lezione, davanti ad un’aula gremita di studenti. Ma il prof. Pausch non andrà in pensione. E’ malato terminale di cancro, ha raccontato già tutta la storia in una sezione del suo sito personale dentro il dipartimento (la scoperta, la terapia, la sconfitta). Ora ha davanti a sé solo pochi mesi di vita – così dicono i medici.

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29/09/2007

Leggende fresche di bufala (e viceversa)

di Antonio Sofi, alle 23:55

[Giusto per arricchire il discorso iniziato sulle bufale con questo caso, un piccolo approfondimento uscito su E Polis di ieri, con il titolo “Leggende fresche di bufala” – qui con alcune modifiche e aggiunte. as]

Le leggende urbane sono storie troppo belle per essere vere – scriveva Jan Harold Brunvand, uno dei maggiori esperti mondiali dell’argomento. Ma quando si parla di leggende urbane spunta spesso anche questa massima di Petronio, scrittore satirico vissuto 2000 anni fa: «Mundus vult decipi, ergo decipiatur». Ovvero: il mondo vuole essere ingannato, che lo si inganni dunque. La sapeva lunga Petronio. Ma è che la logica delle leggende urbane è rimasta più o meno immutata anche nell’era digitale: si muove con il passaparola, di bocca in bocca (word of mouth, dicono gli anglosassoni – che ne hanno fatto anche materia di marketing). Al massimo di sito in sito.

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27/09/2007

Scopri oggi la nostra bufala quotidiana

di Antonio Sofi, alle 18:24

Avete presente la storia del pensionato di Cagliari che avrebbe rubato pasta e formaggio in una bottega per poi essere perdonato dal gestore e aiutato da una colletta di quartiere?

Ebbene era una bufala. Non esisteva né il pensionato né la bottega. Una storia inventata da un cronista dell’Unione Sarda (che ora si scusa, e accusa un po’ di maretta) e subito ripresa da agenzie, quotidiani, televisioni, blog. Con tanto di commenti indignati e tirate di giacchetta politiche da una parte e dall’altra.

Una storia narrativamente perfetta, con tanto di doppia o tripla morale – perfetta per stare dentro ad un’agenda mediatica dominata dalla difficoltà di arrivare a fine mese, dall’aumento del costo della vita. Una storia troppo bella per essere vera, come dice Brunvand parlando delle leggende urbane.

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25/09/2007

Le news liberate del NYT e il gioco win-win del giornale gratis

di Antonio Sofi, alle 21:46

E’ una questione che mi sta molto a cuore – e da tempo; dal 2005, complice una chiacchierata con Ben Hammersley al mitologico NeuWeb di Firenze. Ne ho poi detto pubblicamente ad un convegno della FNSI, a gennaio di quest’anno, insieme all’amico Alberto D’Ottavi – ne è uscito fuori un fantomatico “Movimento per la liberazione degli archivi dei quotidiani online”, sulla falsariga di quello dei nani da giardino. Mentre lavoro a qualcosa di più completo, pubblico qui sotto (con qualche modifica) una rassegna di taglio divulgativa uscita ieri, come ogni lunedì, per i quotidiani di E Polis. Che mette insieme tre segnalazioni che indicano una strada. Di cui molti hanno scritto (google news, e anche sui blog, ma non riuscendo a trovare una key search su blogbabel che li racchiuda degnamente, mi affido al come sempre ottimo Federico Fasce su Apogeonline per qualche link analogico)

Liberare le news.
È la (vecchia, nuova) parola d’ordine del giornalismo online. E’ la scelta (ma già altri quotidiani online, da tempo e alla spicciolata, hanno intrapreso questa strada) del New York Times, uno dei più importanti quotidiani al mondo.

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12/09/2007

Grillo e lo sparo a salve. Il rinculo, l’invidia del pene blog e la logica del ping pong

di Antonio Sofi, alle 20:16

Il V-Day di Beppe Grillo continua a tenere banco. L’onda lunga delle opinioni sulla giornata dei vaffanculo grilliani (che come prevedibile fanno ombra alle tre proposte di legge popolare) continua anche oggi sui quotidiani italiani (vedi Quinta di Copertina). Si scomoda in giorno non festivo anche Eugenio Scalfari, con una lunga lenzuolata delle sue (a me stupisce sempre la capacità del Fondatore di infilare en passant un sapido riferimento a Giuglielmo Giannini e al Partito dell’Uomo Qualunque – qualunque sia l’argomento, appunto).

Al di là delle pedanterie sui numeri (“perché, dati dei giornali il giorno dopo, a Roma e a Milano il V-Day ha raccolto solo 5000 firme?”) o delle valutazioni sui contenuti delle tre proposte di legge (in parte condivisibili), trovo più interessante, per deformazione personale e professionale, osservare gli aggiustamenti di tiro e i nuovi equilibri messi in atto dai mille attori della opinione pubblica sui temi riguardanti la Rete. Nuovo equilibrio necessario, dopo un evento di questo tipo – in cui la Rete ha avuto un suo ruolo importante.

Partecipanti al V-Day di Beppe Grillo
Partecipanti al V-Day di Beppe Grillo

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10/09/2007

E Polis comes back (e Grillo vince solo in periferia)

di Antonio Sofi, alle 23:38

Non avevo scritto niente nelle settimane scorse perché, nonostante i problemi che lo hanno tenuto lontano dalle edicole e dagli esercizi commerciali per parte dell’estate, ero in qualche modo sicuro che una esperienza come quella di E Polis avrebbe trovato il modo di ritornare in pista. E infatti, eccolo di nuovo uscire oggi, dopo qualche aggiustamento societario, organizzativo e di foliazione, nelle solite 15 edizioni – scaricabili integralmente in pdf dal sito epolis.sm.

Evviva. E’ una buona notizia per il giornalismo italiano (a parte il piacere personale, visto che vi collaboro da un bel po’ e che ho care le idee e l’entusiasmo di molte tra le persone che lo pensano e vi lavorano).

E Polis Roma, numero del rientro, 10 settembre 2007

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29/06/2007

VeltroniCloud e le 100 parole del discorso. Un articolo su ePolis.

di Antonio Sofi, alle 14:39

Dall’esperimento con le tag cloud del discorso di Walter Veltroni al Lingotto di Torino, un mio approfondimento uscito oggi sulle pagine nazionali dei quotidiani ePolis (sempre meritoriamente scaricabili in pdf nelle varie edizioni locali). Con la tag cloud delle 100 parole usate da Veltroni ben infografizzate a tutta pagina (quante altre se ne ricordano sulla carta stampata?).

Qui sotto il pdf (114 kb), per chi avesse voglia di leggerlo: il titolo è Ecco il Walter-vocabolario. Mai nominato il Cavaliere. :)

[Clicca sull’immagine per scaricarlo]
Ecco il Walter-vocabolario. Mai nominato il Cavaliere, di Antonio Sofi, su epolis

[tags]Veltroni, tagcloud, epolis[/tags]