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Post archiviati nella categoria 'Pezzi di carta'

22/03/2010

Toccami Ciccio (che l’iPhone non c’è)

di Antonio Sofi, alle 23:44

[Visto che è stato molto e da più parti apprezzato, dico l’articolo qui sotto, e anche, con la scusa, per segnalare, come più o meno tutti i mesi, il numero di ANIMAls che l’articolo contiene e di cui vedete la copertina qui a fianco, qui sotto, appunto, e già mi accortoccio sintattico, pubblico il pezzo per la rubrica che ivi scrivo, ivi inteso ancora appunto la rivista ANIMAls che in questo numero accoglie tra le sue pagine Gipi, Bacilieri, Martin, Trillo e tanti altri – e che è ancora per qualche giorno nelle edicole: ancora e per un altro mese non accompagnato… Nei prossimi giorni spiego meglio, ok – intanto, buona lettura, as]

“Mamma, Ciccio mi tocca!”
E poi, subito dopo: “Toccami Ciccio che mamma non c’è”.

Questa filastrocca, io bimbo, non l’ho mai davvero capita. Misteriosa e affascinante come sono solo le cose fuori dalla nostra portata, fisica o intellettuale. Sullo scaffale lì in alto, dove non s’arriva nemmeno in punta di piedi. Ciccio mi tocca. Toccami Ciccio. Ma perché prima sì e poi no? Non è chiaro. E poi ero incuriosito dal ruolo di Ciccio. Maschio binario alla mercè di donna lunatica, lo immaginavo toccare e smettere di farlo con lo stesso automatismo legnoso di Totò nel teatro dei burattini. (Ma forse Totò avrebbe fatto il ritocco.)

Toccare, quindi, mi dicevo, è una cosa che non si fa. Toccare è vietato se c’è vernice fresca, per esempio. O se il gioco è di un altro bambino. Certo: puoi toccare il cielo con un dito ma è difficile e dura poco. E se cerchi rifugio nella religione, c’è San Tommaso che tutti spernacchiano perché – guarda caso – per credere, giusto qualcosa (un costato, cosa vuoi che sia), pretende di toccare. Come Ciccio, sa bene che la verità è toccata e fuga. Ma non si può, toccare. Bisogna aver fede. E non è nemmeno questione che nel privato s’accartoccia, ché infatti a toccarsi riflessivi s’arrischia cecità. Insomma non si fa.

E poi dice perché per decenni tutti i progettisti di marchingegni digitali hanno separato l’esperienza tecnologica dal vero godurioso diretto toccamento. Nemmeno qui tocca toccare. Ogni volta c’infilavano in mezzo il gusto buffo di mille interfacce: vecchi joystick sgangherati, trackpad a lettura ottica, tutti alla fine evoluti surrogati di manubri, volanti, cloche. La tecnologia è separata da te – la puoi guidare, manovrare, controllare ma poi avviene altrove: questo dice il mouse che fai scivolare ogni giorno sul tappetino dei Simpson. Quando clicchi il pulsante, le cose succedono da un’altra parte. Tiè.

(Un giorno, dire che usavamo un mouse per muovere una icona sullo schermo suonerà babbione almeno quanto parlare di penna d’oca e calamaio – il giorno che i file potremo scartarli direttamente sul desktop come moncherì.)

Toccare le cose è gesto insieme antico e modernissimo: è un ritorno a un passato foresto, a un giocar con la fanga dei pixel: è come tornare a se stessi. Toccare è plasmare le cose, è possederle davvero. Se le tocchi – ecco il punto – le cose, accidenti a loro, rispondono.

E forse ora ho capito perché quella filastrocca mi intrigava tanto. La morosa di Ciccio, in fondo, era una specie di touch screen – rispondeva ai toccamenti. Forse era un touch screen di ultima generazione, responsivo e multitocco come l’iPhone e l’iPad, suo parente recente e ipertrofico. Forse era frigido e lento come un qualsiasi bancomat. L’importante – credo anche per Ciccio stesso – era che si facesse, fino a un certo punto, manipolare.

Ormai è comunque chiaro: gli ambienti “toccabili” hanno vinto. Tutto sarà sempre più istintivo, immediato, naturale. Le interfacce si invisibilizzeranno dentro hardware più ergonomici. Ci sono, ma non le vedi. Uno tocca e puf!, sesamo si apre senza parola d’ordine.

I bimbi, per esempio, capiscono subito come funziona uno schermo che si tocca. Lo toccano e funziona. Facile. Eppure poi lo chiamano “dito magico”, perché per loro la magia non è nell’oggetto. È nella persona. E a pensarci bene, in effetti, la magia è sempre – sempre – nelle dita di chi guarda.

22/02/2010

Sanremo sui socialcosi. Su DNnews di oggi

di Antonio Sofi, alle 17:52

Perché Sanremo è Sanremo pure sui socialcosi”. Così recita il sottotitolo di “Sanremolo”, uno dei molti gruppi di discussione online nati intorno al festival canoro. Perché Sanremo non è solo un festival. È innanzitutto un evento mediale come pochi ne sono rimasti nell’epoca dei video (e della musica) on-demand. Televisione allo stato puro – il cui successo è stato amplificato, in questa edizione, dalla conduzione nazionalpopolare della Clerici: un pizzico di paillettes e tagliatelle, una spruzzatina di polemica e il successo è servito. La natura intrinsecamente televisiva del festival ha da sempre stimolato la nascita di gruppi d’ascolto “popolari”: gruppi di amici che si riuniscono a casa di uno di loro e commentano la diretta.

Da alcuni anni questo fenomeno si è spostato sul web. Sui social network. Con una differenza importante. Se le cose dette nei gruppi d’ascolto vecchia maniera rimangono nel privato, le cose scritte su internet possono essere lette da tutti. E tutti possono commentare e partecipare. È un fenomeno parallelo alla crescita dei social network. Migliaia di persone hanno di fatto commentato online le serate in diretta dall’Ariston con status di tutti i generi: dai vestiti alle acconciature, dalle canzoni alle scelte registiche.

Internet è di fatto diventato un enorme divano a migliaia di piazze, in cui tutti hanno potuto sedersi accanto a tutti: al vicino di blog o all’amico dell’amico di Facebook che faceva lo spiritoso e qualcuna l’azzeccava. Alla fine le canzoni diventano un pretesto per scambiarsi opinioni sul mondo. E lo show ipercommentato perde un po’ la sua sacralità. Colpa di internet. E forse anche colpa di anni di televisione in cui l’audience parla ed è parte integrante dello spettacolo: partecipa, polemizza, fa voci dal loggione, interviene, tifa. Il pubblico di “Amici”, vociante e televotante, si ibrida con la logica dell’utente dei social network, che in fondo non fa altro che rispondere a tutti quegli strumenti che si affannano ogni volta a chiedere “Cosa stai pensando?”, “Cosa stai facendo?”.

E loro, se stanno vedendo il Festival e non gli piace, lo dicono. Con un effetto domino di ritorno: perché c’è chi magari accende il computer, si incuriosisce e poi accende la televisione – un po’ per partecipare alla chiacchierata collettiva e un po’ nel timore di perdersi qualcosa di cui i colleghi parleranno l’indomani davanti alla macchinetta del caffé.

Il risultato è un vocìo continuo e rumoroso intorno all’Ariston e a chiunque passasse dal palco: forche caudine digitali e implacabili. Dall’autore Luca Bottura, la cui battuta rimbalza veloce di profilo in profilo: “Dopo 64 anni, i Savoia traditi nuovamente dalle giurie popolari” alle battute sui laghi della canzone vincitrice, che vanno da “Every lake you take”, ogni lago che hai preso (con buona pace dei doppi sensi e della canzone dei Police) ad una fan page su Facebook dal titolo “Bonifichiamo i laghi in cui Valerio Scanu ha fatto l’amore”, con più di 3000 fan che si propongono volontari.

Sanremo è infine un simbolo. Della canzone italiana, ma non solo. Un simbolo inattaccabile e inavvicinabile. Ed ecco che il web, come in casi analoghi, funziona anche come canale per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Per fare una pernacchia liberatoria, e dire che il re è nudo. Tra le canzoni più bersagliate, quella di Pupo, Filiberto e Canonici. Da segnalare per creatività il generatore automatico di Metilparaben, dove basta ricaricare la pagina per avere una nuova versione del testo: “Io credo nella mia mistura / e nella mia balneazione / per questo io non ho paura / di far merenda col torrone”.

[da Dnews, 22 febbraio 2010]

17/01/2010

L’ah-ha dell’ebook, degli errori e dell’anima di ANIMAls.

di Antonio Sofi, alle 16:58

E’ in edicola l’ottavo numero di ANIMAls. C’è in apertura, dopo la posta, un Vivès a colori, con una serie di vignette finalmente commestibili e il coautorato di Alexis De Raphelis. Poi uno Scòzzari alle prese con i tarocchi, tra cui un papa con gli occhi rossi, una suorina con svastica oculare, una giustizia freak, l’eremita che veglia sulla città e la morte che è senz’orbita e asettica: senza visione. Segnalo pure un bel viaggio in Italia di Alessandro Tota, le foto sfumate di guerra di Robert Marnika, un Bacilieri che quando va di microvignette spacca, 4 pagine di Mannelli, poi Bruno e A Geng. Di seguito il mio pezzo per la rubrica “Avatar Mundi”, scritto agli inizi di dicembre dopo aver giocato per qualche giorno con il Kindle appena arrivato, e visto che l’argomento non è passato di moda, anzi.

AH-HA!

di Antonio Sofi

«I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta». Se stai facendo sìssì con la testa non leggere il prossimo virgolettato, che come il primo è opera di Duccio Battistrada e che di fatto laserizza la parte più facilona del recente dibattito “carta sì carta no” (non si parla di tressette ma di ebook): «Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli». Già. Bella trama questo Chanel n° 5. Ora capisco cosa ci trovava Arthur Miller in quella.

In tempi in cui il cambiamento è una gigantesca onda che ci passa tecnologica sopra la testa farci coraggio sniffando la colla psicotropa della rilegatura non aiuterà molto. Né ci renderà meno ridicoli, tutti bagnati. Rubo al mio amico Michele una battuta, qualcuno all’epoca delle prime buffe carrozze motorizzate l’avrà di certo pronunciata: «Andare in automobile? Ma io amo l’odore della merda di cavallo!». Oggi, che effetto fa?

L’afrore della cellulosa. Ma ha davvero senso vagheggiare l’olfatto che fu – dei cinque sensi il più friabile, emotivo, imbroglione: la gonnella dei nostri ricordi? Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo, è intervenuto sull’argomento: «Abbiamo fatto delle ricerche. L’odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura». Tra 50 anni inventeranno l’Air Book, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare – e i nostri figli si lamenteranno su quanto era buono l’odore della plastica e dello schermo retroilluminato.

E non è solo questione di olfatto. Il fronte di resistenza prevede anche l’argomento «Mi piace sentire la consistenza della carta tra le dita». Un po’ meno numerosi, i tattofili: forse memori di pagine taglienti che incidono carne e polpastrelli – invece che cuore e ricordo. E c’è anche chi evoca la capacità che hanno i libri cartacei di riempire lo spazio fisico degli scaffali. Un punto a loro favore: vedo già le fila di povere librerie HENSVIK abbandonate sull’autostrada.

Svicolo dai dettagli tecnologici. Svicolo dalla considerazione che il libro è più il suo contenuto che il suo contenitore. Aggiungo la questione degli errori. Ne scrive Anthony Gottlieb su Intelligent Life Magazine. Gottlieb dice che gli errori sono ineliminabili, in ogni tipo di comunicazione. Tutto è zuppo di errori. Ops, zeppo. Ma quelli cartacei sono più perniciosi. Siamo ancora figli dell’idea che se una cosa è nero su bianco è vera. Verificata. (Ecco anche perché gli errata corrige non se li fila nessuno: perché destabilizzano – come da bimbi sentire i propri genitori ammettere di aver sbagliato). Aggiungi pure questo alle colpe di Gutemberg.

Il problema degli errori riguarda quotidiani e riviste (ricerche hanno dimostrato che almeno la metà delle pagine hanno un errore di qualche tipo: dai refusi agli sfondoni concettuali). E riguarda i libri. Ora. Se gli ebook sfondano, una ipotesi al vaglio è che le varie versioni rivedute e corrette di un testo verranno via via automaticamente sostituite. Tecnicamente non è un problema. Ma senza gli errori degli altri – senza poter fare ah-ha puntando il dito come fa l’amichetto di Bart Simpson quando qualcuno inciampa – quand’è che diventeremo adulti? Ah-ha!

21/07/2009

Il ritorno (o la vendetta) di Italia.it

di Antonio Sofi, alle 13:48

Qualche settimana prima della messa off line per manifesto insuccesso del primo Italia.it feci una presentazione che fu accolta da un certo interesse: Do it better. Le cose da non fare in Rete. Il caso di Italia.it.

La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
Il punto era quanto in Rete molto più importante del prodotto finale e finito fosse il processo, soprattutto quando si occupano territori che definiscono identità condivise – di italiani e di utenti web, in questo caso. Una possibile soluzione (comunicativa) individuata era un approccio più morbido, meno presuntuoso e strombazzante – che traesse spunto dalla logica della “versione beta”, provvisoria, con cui spesso vengono licenziati i progetti online al fine di raccogliere feedback e suggerimenti. Alcuni segnali provenienti da questo Italia.it, nel quadro generale di confusa bruttezza e sostanziale inutilità che oggi lo caratterizza e in attesa delle annunciate migliorie, sono però positivi – dall’ascolto delle discussioni, come nel caso del gruppo su Friendfeed, o il progetto diffuso sugli sviluppi futuri. Vedremo. Di seguito un pezzo più divulgativo, e qui arricchito, uscito oggi su Dnews. as

Italia.it, il ritorno. O la vendetta, come Rambo. Da qualche giorno è di nuovo online il famigerato portale del turismo italiano, dopo quasi un anno e mezzo di black-out. Il progetto precedente fece molto discutere per gli errori tecnici e le inesattezze contenutistiche, nonché per il budget completamente fuori scala rispetto al resto del web, dove spesso le nozze si fanno con i fichi secchi.

Un progetto faraonico realizzato male e comunicato peggio, calato sul web come una navicella aliena e messo off line per manifesto insuccesso dopo numerose proteste anche ufficiali. Ora la nuova versione, fortemente voluta da Michela Brambilla – terzo ministro che si passa il cerino acceso del portale che dovrebbe rilanciare il turismo italiano, dopo Lucio Stanca (cui si deve il contestato progetto iniziale e buona parte dei difetti “genetici”) e Francesco Rutelli (autore anche all’epoca di un video di saluto che ancora spopola su YouTube grazie al tormentone “plis visit auar cauntri”).

Italia.it come sito vetrina
Italia.it come sito vetrina

Il nuovo Italia.it non è granché, però, a detta di tutti – esperti e semplici visitatori. Graficamente banale (c’è chi ha notato forti “somiglianze” con l’omologo spagnolo spain.info), povero di contenuti “vetrinizzati” e ricco di problemi tecnici (dall’accessibilità alla validazione del codice al SEO – vedi l’analisi di Tom Stardust), con un’accozzaglia disordinata di link (vedi la pagina su come organizzarsi un viaggio), un motore di ricerca che funziona male (come nota Mantellini tra le altre cose) e poche concessioni a quel web fantasmagorico e social cui siamo ormai abituati.

La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata
La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata

Disattese le promesse della vigilia, che annunciavano un sito “emozionale”: «Non vedo niente di emozionale – scrive su friendfeed il web designer Dario Agosta – a me turista norvegese non interessa sapere che a Bologna si mangiano i tortellini, mi interessa sapere cose che non so. “Tell me something I don’t know”». E poi aggiunge, facendo in fondo la descrizione esatta della natura dei contenuti generati dagli utenti che si trovano in tutti i social network di ultima o penultima generazione:

«E’ “emozionale” la luce della Val Venosta dopo un temporale di luglio, la ragazza carina che ti sorride in Piazza Plebiscito a Napoli, il cameriere che si siede a fumare una sigaretta con te fuori dal ristorante, e l’attimo di vertigine che mi prende sempre quando esco dalla stazione di venezia e vedo il canale, e sono queste le cose che ho sempre raccontato dell’Italia. Non quella razzumaglia da sussidiario».

Dalle parti del ministero mettono le mani avanti: è un sito ancora in versione “beta” e provvisoria e si nutrirà via via del contributo di tutti. Contributo che in Rete emerge quasi automaticamente (ma si disperde altrettanto facilmente se non viene “curato”):

«La cosa straordinaria infatti rimane l’interesse delle persone, un interesse che va ben oltre il diretto coinvolgimento nelle questioni turistiche e che, a mio parere, trae origine da un orgoglio ed un amore di ciascuno per la propria terra. Siamo un popolo di poeti, santi, eroi e… potenziali guide turistiche».

commenta Roberta Milano, docente di web marketing turistico.

Un interesse un po’ inferiore a quello della precedente versione – perché è stato presentato con meno squilli di tromba e sperpero di denaro, c’erano meno aspettative, e si attende la versione definitiva. Un interesse che comunque Italia.it avrà l’onore e l’onere di usare per il meglio. Internet difficilmente farà sconti: l’annuncio non seguito dai fatti serve a poco, da queste parti.

01/07/2009

Infodiversità dal cuore tragico degli eventi. Dall’Honduras a Viareggio.

di Antonio Sofi, alle 10:44

[Il post che segue, qui con qualche aggiunta, è stato pubblicato su Dnews di oggi]

I nuovi media sono spesso come il medico presente in sala prima che arrivi l’ambulanza, che senza volerlo si trova ad affrontare situazioni di emergenza. In alcuni casi tragici e terribili – come l’esplosione che due notti fa ha squassato vite umane e palazzi a Viareggio – i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a videocamere digitali o smartphone sempre connessi. E’ il cosiddetto “citizen journalism”: giornalismo da strada alimentato dalle nuove tecnologie.

L'incendio a Viareggio, dopo l'esplosione. Foto di Alberto Macaluso da Flickr
L'incendio a Viareggio, dopo l'esplosione. Foto di Alberto Macaluso da Flickr

Ma non è solo questione di tecnologie. È questione di persone. Che non fanno di mestiere i giornalisti, ma che “abitano” i luoghi che raccontano. In senso letterale e culturale. Ovvero conoscono storie e personaggi, contesti e sottotesti, tutto quello che c’è e che c’è stato. Il loro racconto è meno professionale, spesso confuso e pasticciato, ma immensamente vivido – come dovette ammettere il New York Times già nel 2004 riguardo alla copertura web dello tsunami nel sud-est asiatico.

Non un racconto dall’esterno, ma una testimonianza dal cuore degli eventi. Ad alto rischio emotività ed inesattezza, certo. Eppure i contributi che vengono “dal basso” creano una sorta di “infodiversità” utile a ricostruire il contesto generale: più occhi, più penne, più cellulari permettono una sorta di controllo incrociato che scongiura bufale, disinformazione, leggende.

Il racconto degli eventi non è più un postumo “cosa ha provato in quel momento?” (magari chiesto da un inviato piombato pochi secondi prima da altrove) ma un immediato e personale “ho provato questo”. È un cambiamento profondo di prospettiva. Forse anche un inizio di circolo virtuoso tra media diversi (tra persone diverse) alla ricerca della verità dei fatti.

Le strade adiacenti alla stazione di Viareggio, il giorno dopo. Foto di Alberto Macaluso, da Flickr
Le strade adiacenti alla stazione di Viareggio, il giorno dopo. Foto di Alberto Macaluso, da Flickr

È successo ieri a Viareggio, dove Alberto Macaluso, giovane progettista web, dopo aver passato tutta la notte a scrivere su Facebook e Friendfeed quello che vedeva e pubblicare video e interviste, in mattinata scrive: «E adesso vado a letto, stanco morto e con le lacrime agli occhi». Dove «questa estate sarà diversa» come scrive Michele Boroni, che era appena partito per Milano, ha casa a qualche centinaia di metri dalla stazione e un blog.

È successo (con alcune ovvie differenze) in queste settimane in Iran, con Twitter e il resto del social web sotto censura (purtroppo sempre più efficace come racconta Zambardino) e i blogger arrestati. E sta succedendo in Honduras: i golpisti hanno interrotto le comunicazioni, e le uniche informazioni provengono ora (anche se con difficoltà) dal web.

24/06/2009

La democrazia salvata dai gattini. Il web e la protesta in Iran /2.

di Antonio Sofi, alle 21:49

Continuo a provare a tener traccia del ruolo dei nuovi media nella protesta iraniana, dopo il post di una settimana fa. Il pezzo qui sotto ̬ uscito ieri su Dnews, e qui ̬ ampliato da abbondanza di link e risorse tra le tantissime Рper provare a fare minimo o inevitabilmente non esaustivo punto di riflessione e aggregazione. as

Internet sta in un certo senso rivoluzionando il modo di fare le rivoluzioni: il modus operandi di movimenti che si oppongono a regimi più o meno autoritari, o chiedono il rispetto dei diritti umani in contesti difficili in giro per il mondo (dal Pakistan all’Egitto, dal Kenia alla Colombia e così via, vedi intervista a Tempestini).

Screenshot da CitizenTube, il canale di YouTube che raccoglie (anche) i video delle manifestazioni
Screenshot da CitizenTube, il canale di YouTube che raccoglie (anche) i video delle manifestazioni

In Iran, fin da subito è stato chiaro a tutti l’importanza strategica dei nuovi media nei fatti delle ultime settimane: esiste un vero e proprio fronte telematico della protesta, che vede da una parte il governo iraniano con i suoi tentativi di censura, manipolazione e controllo dell’informazione e dall’altra i manifestanti appoggiati da buona parte degli “smanettoni” di tutto il mondo a cercare di raccontare quello che sta accadendo, con mezzi digitali e spesso di fortuna, tra proxy fight e contenuti mobili e 2.0 che se passano chissà.

L’Iran è ai primi posti mondiali per numero di blog attivi e per uso dei social network, nonostante i deficit infrastrutturali e i 23 milioni di utenti totali, ed è proprio grazie ad una internet sempre più partecipata e globalizzata che – ha scritto qualche giorno fa sul Telegraph Leyla Ferani – è stato di fatto abbattuto negli ultimi anni il muro (informativo, culturale) che separava l’Iran dal resto del mondo.

But they're all correspondets, di Wasserman. Via la room curata da Ezekiel su ff
But they're all correspondets, di Wasserman. Via la room curata da Ezekiel su ff

La Rete è stata in questi anni una vera e propria palestra di dialogo, come dimostrano i risultati di una ricerca sui flussi di informazione della blogosfera mediorientale pubblicata dall’Università di Berkman. Lo studio, nonostante le profonde differenze locali e le difficoltà ad impattare sul serio, dimostra come Internet negli anni non sia quasi mai stato un veicolo di radicalizzazione dei conflitti o di supporto del terrorismo e abbia arricchito la sfera politica locale di inedite opportunità di partecipazione democratica e di costruzione di una agenda pubblica dal basso.

This study supports some aspects of the view that the Internet can empower political movements in the region, since it provides an infrastructure for expressing minority points of view, breaking gatekeeper monopolies on public voice, lowering barriers to political mobilization (even if symbolic), and building capacity for bottom-up contributions to the public agenda.

Ma c’è di più. Perchè Internet non è solo uno strumento dell’attivismo politico, fa ormai profondamente parte della vita quotidiana del pezzo di società che lo usa. E’ un mix vincente, è la democrazia salvata dai gattini“, come da provocazione di Ethan Zuckerman, fondatore di Global Voices Online: il meccanismo sociale e tecnologico che permette alle persone di scambiarsi contenuti “frivoli” e banali (come le foto delle vacanze o dei gattini, appunto) è lo stesso che garantisce ai messaggi della protesta di diffondersi velocemente.

I explained to the assembled funders that, while Web 1.0 was invented so that theoretical physicists could publish research online, Web 2.0 was created so that people could publish cute photos of their cats. But this same cat dissemination technology has proved extremely helpful for activists, who’ve turned these tools to their own purposes. – Ethan Zuckerman

The connection between cute cats and web censorship, grafico di Ethan Zuckerman
The connection between cute cats and web censorship, grafico di Ethan Zuckerman

In questi giorni, qualsiasi contenuto provenga dall’Iran viene continuamente rilanciato da chi lo legge, in un vorticoso passaparola planetario (Bloggasm ha calcolato una media di 58 “repliche” per ogni contenuto originale).

Ma c’è anche un ennesimo motivo, e lo evoca Noam Cohen (con la sintesi di Paolo Ferrandi): “Quando blocchi Internet per fermare l’attivismo online dei cittadini impegnati politicamente (generalmente una minoranza) aspettati la rivolta anche del popolo dei gattini (generalmente la maggioranza) che non riesce più a raggiungere il suo blog pro-felini“.

 Stop Or I'll Tweet, by Daniel Kurtzman, About.com
Stop Or I'll Tweet, by Daniel Kurtzman, About.com

Il risultato è che forse oggi nessun paese può bloccare completamente la Rete, pena la riprovazione interna e esterna e al di là dei problemi tecnici (servizi di microblogging come Twitter non hanno un centro definito, in quanto tool spalmabile e remixabile su tutto il Web).

Twitter aspires to be something different from social-networking sites like Facebook or MySpace: rather than being a vast self-contained world centered on one Web site, Twitter dreams of being a tool that people can use to communicate with each other from a multitude of locations, like e-mail – Cohen

E laddove la censura non può, arriva il monitoraggio dei contenuti. Il Wall Street Journal ha denunciato l’uso da parte del governo iraniano di una tecnologia all’avanguardia, la Deep Packet Inspection (DPI), che permette di controllare nel giro di pochi millisecondi qualsiasi contenuto che passa online: dalle e-mail alle telefonate, fino alle singole attività sui social network o alle chat. La Rete quindi verrebbe tenuta aperta anche perché così sarebbe possibile tracciare e controllare le comunicazioni in entrata e in uscita dal paese.

Terribile scenario: taci Web, il governo ti ascolta. Quello che succederà nei prossimi giorni in Iran è anche un test utile per capire i margini potenziali delle nostre future libertà. Digitali e non.

17/06/2009

The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran.

di Antonio Sofi, alle 10:28

[Il titolo è ovviamente una citazione del libro di Trippi. Ma qui non dei prodromi d’obama si scrive, ma di ciò che sta accadendo in Iran: più sotto, e con qualche aggiunta, un breve pezzo introduttivo pubblicato oggi su Dnews, che certo non esaurisce l’argomento o i possibili link (sto lavorando ad un approfondimento). as]

«Twitter al momento è l’unico strumento che abbiamo per comunicare all’esterno, non toglietecelo». Messaggio in 140 caratteri firmato “Mousavi1388” (1388 è lanno corrente nel calendario persiano), profilo riconducibile al candidato Hossein Mousavi, sconfitto alle recenti contestate elezioni iraniane da Mahmoud Ahmadinejad. Negli ultimi giorni in Iran si comunica attraverso blog e social network: «Senza libera stampa – recita un altro update – ogni persona deve diventare mass media». One person = one broadcaster, questa la sintetica ed efficace formula usata dalla protesta iraniana sul web.

Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture
Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture

Ecco perchè il governo iraniano ha impedito l’accesso a molti servizi online: blog oscurati, Facebook e Twitter inaccessibili, Friendfeed bloccato (come ha comunicato il suo fondatore Bret Taylor con tanto di grafico esplicativo che svela anche l’intenso uso che gli iraniani facevano del social network, ottimo per organizzare le informazioni in velocissimi thread).

Yes, Friendfeed is blocked in Iran. Right now the papers and TV channels here are controlled by the government and our access to satellite channels is blocked too. Friendfeed and Twitter are quite vital for us now. Our main source of exchanging information and news is Friendfeed. Via Friendfeed we let everyone know that where people need help and where to go and how to help them and what to be careful about… (un commento di Selma, utente iraniana, circa l’uso di Friendfeed)

Ed ecco perchè poche ore fa il governo statunitense ha chiesto a Twitter di rimandare i lavori di manutenzione sul server previsti in queste ore, per non togliere questo canale di comunicazione alla protesta.

    Andrew Sullivan sta facendo opera meritoria di aggregazione e framing delle molteplici e polverizzate informazioni che arrivano, scremando e controllando i tweet provenienti da Tehran e dintorni in un post dal titolo evocativo: Livetweeting the revolution

Una censura telematica, quella delle autorità iraniane, che si somma alle altre segnalate nelle ultime ore, dall’istant messaging ai satelliti, dai giornali ai cellulari. Ma non è facile bloccare un web maturo come quello iraniano, dove il 70% della popolazione ha meno di 30 anni, ed è ai primi posti mondiali per numero dei blog attivi.

Where is my vote? Via Boston Big Picture
Where is my vote? Via Boston Big Picture

E’ una protesta globale e consapevole, giocata con tutte le opportunità  digitali a disposizione: un movimento biunivoco che permette ai singoli testimoni oculari di raccontare in diretta al mondo ciò che accade, e al mondo di contribuire rilanciando le notizie e i contenuti multimediali, ma anche diffondendo stratagemmi per superare i blocchi governativi. Come quello degli utenti di Twitter che da tutto il mondo cambiano il luogo di residenza, inserendo Tehran: «La polizia iraniana cerca di rintracciare le persone che usano twitter dall’Iran. In questo modo si rende la vita più difficile e si proteggono i veri utenti iraniani», spiega il ricercatore Fabio Giglietto.

    Vari i decaloghi e i consigli per azioni di protesta più o meno alla portata di chiunque, da dovunque sia connesso:

  • Nancy Scola su Techpresident: Engaging in Iran, from Miles and Miles Away, cinque mosse per far qualcosa, anche se lontani mille miglia dagli hashtag alle icone verdi
  • Cory Doctorow e la sua Cyberwar guide for Iran elections: cinque punti anche qui, per “partecipare costruttivamente alla protesta iraniana” (tradotto in italiano da Internazionale)

L’obiettivo dichiarato è non fare calare il silenzio sul movimento, che denuncia brogli elettorali. Ma il vero centro di gravità della protesta sono i nuovi media, che cercano la sponda di giornali e tv, ma per la prima volta quasi bastano a loro stessi sulla scena dell’opinione pubblica mondiale.

By giving a new generation of Iranians the right to protest, Web 2.0 has become a powerful reformist tool, because for the first time, the people of the Islamic Republic are being watched – and can communicate with – a worldwide audience. The government can no longer suppress a population which refuses to be silent. Leyla Ferani

Lo spiega splendidamente la ventunenne giornalista anglo-iraniana Leyla Ferani su The Telegraph; Facebook, Twitter, YouTube, la internet partecipata e globalizzata che conosciamo hanno di fatto abbattuto il muro virtuale tra Iran e occidente, e non sarà facile fermare questa gioventù connessa: «Nonostante gli sforzi censori del governo, grazie al Web 2.0 le persone hanno la possibilità  di poter comunicare con una audience globale». La prossima rivoluzione sarà prima su Internet.

22/04/2009

Politics busting all’italiana. I cartelloni dell’Udc e del Pd.

di Antonio Sofi, alle 11:02

Il gioco “politico” degli ultimi giorni in Rete è stato inventato da un blogger noto come Paul The Wine Guy e letteralmente adottato da migliaia di navigatori “creativi”. E’ un generatore automatico di cartelloni dell’Udc – quelli che vedono il presidente Casini in bianco e nero accanto a diversi slogan/acronimi composti con le lettere del suo partito: Un Disegno Comune, per esempio.

Un Divorziato Cattolino (acronimo di La Vyrtuosa)
Un Divorziato Cattolino (acronimo di La Vyrtuosa)

Usando il generatore, chiunque può di fatto inventare uno slogan – e vederlo composto in digitale, in modo indistinguibile dal cartellone vero. Le opere derivate stanno facendo il giro della parte abitata del web, delle mailing list, dei social network come Facebook, dei siti internet più tradizionali che vi dedicano gallerie fotografiche. Alcuni esempi: Un Divorziato Cattolico, Una Discreta Combriccola, Un Delfino Curioso.

La stragrande maggioranza degli acronimi tarocchi sono una presa in giro degli slogan originali – mai al positivo, insomma. Sono quel tipo di “alterazione” creativa e iperbolica nei confronti di una riconosciuta autorità politica che due famosi studiosi dei nuovi media, De Kerckhove e Susca, hanno chiamato “politics busting” – sulla falsariga del movimento di ad busting che propone la parodia dei prodotti pubblicitari.

Si va dall’attività più o meno permanente di satira verso soggetti politici (ad esempio i ritratti taroccati dei politici tanto in voga durante le campagne elettorali di tutto il mondo) ad alcune azioni creative eminentemente figurative, volte a colpire il potente di turno con un messaggio sarcastico. Una reazione dal basso, e connessa: la singola persona attraverso il web si scopre (piccola, grande) comunità fluida, spesso indistinta eppur effervescente e creativa. Che con pochi click ha la possibilità di produrre contenuti multimediali che – come nel caso dei cartelloni dell’Udc – hanno il formato giusto per diffondersi velocemente attraverso i nodi della Rete (in questo caso sono immagini digitali: leggere, riproducibili, allegabili, e così via).

Fenomeno trasversale: anche i manifesti del Pd

E non è nemmeno una questione di schieramento partitico – l’iperbole parodista colpisce trasversalmente le appartenenze politiche. Come dimostra il fenomeno dei tarocchi dell’ultima campagna del Pd per le elezioni europee – che raffigura un gruppo di elettori impegnati a spinger via dallo spazio (grafico e evidentemente politico) del cartellone parole e temi come DISOCCUPAZIONE, POVERTA’, INQUINAMENTO. Il cartellone diventa metafora dell’agenda politica, e le parole le issues da espellere collettivamente.

Ma ecco che spuntano manifesti con il nome di candidati non del tutto benvoluti: COFFERATI, o BINETTI, per esempio.

Manifesto Pd con Cofferati (via Civati)
Manifesto Pd con Cofferati (via civati.splinder.com)

E poi il gioco cresce, come una palla di neve. Arrivando fino a giochi mimetici della comunicazione pubblicitaria tradizionale di prodotto (come i “Peli superflui“)…

Peli superflui, da Fondazionedaje.com
Peli superflui, da Fondazionedaje.com

… o all’invenzione della scritta che ritorna dentro lo spazio (grafico ma anche politico) del cartellone con la parola “Democristiani“. Un loop democratico.

Queste ultime due sono creazioni della Fondazione Daje di cui mi onoro ecc.

Democristiani nel Pd, via Fondazione Daje
Democristiani nel Pd, via Fondazione Daje

Insomma. Il Re è sempre più nudo sul Web. Chiunque può “decodificare” creativamente un prodotto politico facendone emergere i punti deboli. Niente si salva: dal programma alla proposta politica, dalla grafica al progetto comunicativo. La politica deve tenerne conto, e pensare sempre più a proposte a prova di sberleffo (se ci riesce).

Oppure (ma ancora più difficile da capire per la classe politica attuale) bisogna lavorare, con calma e puntando sul lungo periodo, sulla presenza – vera, attiva, credibile – in Rete, al fine di prendere il meglio da questi sberleffi. Che in fondo sono “carne da conversazione” e piccolo faro di attenzione – la merce più rara e preziosa che oggi vi sia, anche in politica.

[In versione ridotta – con qualche cambiamento, e senza l’aggiunta dell’ultima ora dei manifesti del Pd – questo pezzo è stato pubblicato su Dnews di oggi]

08/04/2009

Emergenza 2.0. Comunicazione e azione dal Web (ma ancora c’è molto da fare)

di Antonio Sofi, alle 11:33

[Pubblico qui sotto, con qualche aggiustamento e link, una breve nota pubblicata oggi su Dnews. L’argomento fa riferimento a quello che ho altrove chiamato giornalismo diffuso, in momenti di emergenza. Con la doppia accezione legata all’emergenza: emergenza come comunicazione (e informazione) e emergenza come azione. Soprattutto per quanto riguarda quest’ultimo punto, molto il Web potrebbe fare, e qualcosa sta facendo, tra pagine wiki e appelli che girano veloci con il passaparola – anche se ovviamente è difficile all’ultimo minuto architettare soluzioni efficienti e resilienti. Mi sovvengono le riflessioni di Jeff Jarvis dopo Katrina, quel Recovery 2.0 di cui scrivevo all’epoca: «Internet – afferma lo studioso americano – non era preparato ad affrontare le molteplici sfide che un disastro di questo tipo lancia, dal punto di vista organizzativo e comunicativo, in termini di “software, hardware, infrastructure, media, money”». Non sarebbe male se da questa tragedia venisse fuori qualcosa che ci permetta di dare una più utile mano in futuro e in situazioni analoghe. as].

Grande è la partecipazione sotto il cielo del Web a margine della tragedia che ha colpito l’Abruzzo due giorni fa.

Attraverso la Rete è passata buona parte delle cosiddette “breaking news” dei primissimi minuti (e interessante conferma si trova nel discorso che Ferruccio de Bortoli ha pronunciato davanti alla redazione del ‘Corriere della Sera’, via Primaonline – ndr): singole persone connesse che diventano insieme testimoni e fonti di un evento tragico, diffuso e notiziabile come il terremoto. I primi a segnalare la tremenda scossa che ha squassato la notte di lunedì sono stati infatti gli utenti di social network come Facebook o di microblogging come Twitter o Friendfeed – in molti hanno segnalato quasi in diretta le forti scosse, tanto più forti quanto più chi scriveva era geograficamente vicino all’epicentro del sisma.

E nella sospensione temporale in cui i media e i soccorsi si sono messi faticosamente in moto, il Web sociale è stato per molti l’unico – confuso, contraddittorio, caotico, ma unico – canale in cui “non sentirsi soli” (come ha scritto un utente), e in più provare ad informarsi e informare gli altri su ciò che stava accadendo.

Internet ha inoltre dimostrato negli ultimi anni di poter giocare un ruolo importante anche dopo, a supporto della gestione dei soccorsi – come nei giorni seguenti all’uragano Katrina a New Orleans, in cui un intreccio di siti Internet appoggiò con ottimi risultati la ricerca delle persone scomparse e il coordinamento degli aiuti sul territorio. In molti ci stanno provando anche ora e qui, dal basso: c’è chi si preoccupa di far girare il numero verde per le donazioni, e chi raccoglie tutte le informazioni disponibili in una pagina wiki.

Grande anche la confusione, ovviamente, soprattutto nelle prime concitate ore – erano molti gli appelli e i link che rimbalzavano incontrollati e ambigui dentro i social network. Dimostrazione comunque di una partecipazione che su Internet cambia di forma, e da cordoglio emotivo e spesso di prammatica vuole fortemente essere, sempre più, mobilitazione attiva – che produca dei risultati concreti e visibili. Che, nonostante le apparenze, vuole più fatti e meno parole.

24/12/2008

Aggiungi Ferdinand ai tuoi amici. Gemeinschaft e gesellschaft ai tempi di Facebook.

di Antonio Sofi, alle 20:34

Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies non ha un profilo su Facebook. Eppure lo meriterebbe, nonostante sia morto da quasi 80 anni. Non fosse altro per aver inconsapevolmente fornito, con le sue teorie, impagabili suggerimenti su come progettare social network su Internet. – due parole ostiche e vibratili, opposte come poli di calamita – non hanno certo colpa del successo dei moderni Facebook, MySpace, Linkedin, Badoo, Netlog, e via elencando. Eppure aiutano un po’ a capire la diffusa fascinazione che i social network hanno, ogni giorno di più, presso un numero sempre maggiore di persone in tutto il mondo; e al contempo, l’altrettanto montante resistenza che generano.

Oxygen 5

Oggi ho ricevuto con piacere nella cassetta della posta la rivista Oxygen, il numero 5 di Ottobre. Il trimestrale – a cui un sito oggettivamente falla – è però un oggettino cartaceo davvero delizioso, edito ed editato dagli amici di Codice Edizioni per Enel. Molto più che un magazine “aziendale” però: intorno al filo rosso delle energie trovano spazio e posto approfondimenti, storie fotografiche, saggi più o meno monografici di varia natura e scienza. Se lo trovate in libreria dategli un’occhiata: è anche un piacere alla vista, con un superbo apparato iconografico.

In questo numero c’è anche un mio divertissement (intitolato “Aggiungi Ferdinand ai tuoi amici”) sul rapporto tra il social web e le teorie di un sociologo tedesco attivo all’inizio del secolo scorso, che scriveva di “comunità” e “società” (nel dossier dedicato ai social network anche – e ben più on topic di me – interventi di Clay Shirky, Andrea Toso e Enrico Sola). Ché poi, parlare di comunità è anche una buona scusa per auguri di buone feste e buon anno: che la festa è quando si sta con chi senti più vicino. Webgol, salvo comparsate strane, torna nel 2009.

03/12/2008

L’Obamite e le strategie internet del presidente Usa

di Antonio Sofi, alle 14:44

Obama è il mio personalissimo fil rouge di questo periodo (e non solo, a dire il vero).

Lunedì e martedì scorso sono stato ospite di Giovanni (grazie a lui e al LaRiCa) e dell’Università di Urbino e abbiamo parlato anche della strategia “tripartita” e “a pendolo” che ha fatto della presenza online di Obama il motore innovativo della sua campagna.

Su Spindoc (colpevolmente abbandonato per qualche settimana causa mancanza di tempo, ahimè) ci sono 3100 battute scritte per DNews, pubblicate ieri. E’ affetto da Obamite chi evoca come il cavolo a merenda le gesta obamiane, più per cercare una disperata briciola di carisma che per innovare le prassi politiche e amministrative.

Ben viene quindi il convegno “Obama 1 mese dopo: la vittoria di Internet? Come Obama ha usato il web per vincere le elezioni” cui sono stato invitato e che si terrà domani 4 dicembre alla Camera dei Deputati a Roma (Sala delle Colonne, Via Poli 19, alle ore 17). E se possibile, mi piacerebbe partire proprio da questa malattia – piuttosto endemica anche se credo passeggera – della politica e della comunicazione politica italiana. Saranno presenti Antonio Palmieri, Responsabile Nazionale Comunicazione Elettorale e Internet Forza Italia/PDL e Paolo Gentiloni, Responsabile Nazionale Area Comunicazione PD, e ancora, oltre al qui scrivente Enrico Menduni, David Orban, Edoardo Colombo. Ulteriori informazioni e modalità di partecipazione su Codice Internet.

30/09/2008

Uno Yeti di nome Elvis. Cronache dall’Himalaya.

di Antonio Sofi, alle 13:08

Grazie a Massimo, mi accorgo – disattento come sono – dell’ultima avventura di un blogger che seguo da tempo, Lorenzo Campani: The highest blog, il blog più alto del mondo. Il titolo è una consapevole paraculata: “Questo è il post più alto del mondo, ovvero la cosa più inutile dopo gli otto anni di presidenza di George Bush”, scrive Lorenzo domenica da quota 6200 metri in diretta dalla catena montuosa dell’Himalaya, nel Tibet, dove a 8.201 metri c’è un punto che fora il confine tra cielo e terra, e che sulle carte è indicato come “Cho Oyu”.

Incontro con un yak al campo base cinee (Cho Oyu, Tibet, Himalaya)
Incontro con un yak al campo base cinee (Cho Oyu, Tibet, Himalaya)

Il blog più alto del mondo è un pretesto per raccontare, senza i patemi della notiziabilità giornalistica a tutti i costi, una spedizione tutta emiliana chiamata “Cho Oyu 2008” e condotta nel rispetto di una logica di decrescita non competitiva (che forse piacerebbe a Sergio), «al di fuori di una logica del risultato ad ogni costo e con il minor sforzo, ma vissuta in modo vero e schietto. […] in controtendenza con un’ottica sempre più commerciale, cercheremo nel modo in cui tenteremo di vivere questa esperienza, più che nel risultato alpinistico-sportivo, l’obbiettivo coerente con il nostro ideale di montagna».

Incuriosito dalle intenzioni, dalle cronache multimediali e dall’esperimento tecnologico (subnotebook leggerissimo, celle solari per l’elettricità, telefono satellitare), contatto Lorenzo – fulminato due anni fa sulla via del Tibet – via mail e ne esce una doppia su Dnews di ieri. Secondo me niente male (merito anche di Diletta che l’ha ben messa in pagina).

Breve premessa per i complottisti, per quelli che non siamo mai stati sulla Luna ma era tutta una messinscena, per quelli che Elvis è ancora vivo e fa il pensionato a Miami: qui siamo davvero a 6.200 metri. Lo può testimoniare lo yeti che guarda incantato il mio computer. Stare a 6.200 metri in Tibet a scrivere, e voi qualche attimo dopo a leggere, è una di quelle cose che per me è più o meno paragonabile, come stupore provato, al teletrasporto del capitano Kirk.

Scalatore blogger: blog dall'Himalaya, Dnews, 29/09/08 - clicca per scaricare il pdf
Scalatore blogger: blog dall'Himalaya, Dnews, 29/09/08 - clicca per scaricare il pdf

15/09/2008

Blogfest bagnata eccetera

di Antonio Sofi, alle 16:12

Solo per ringraziare Gianluca e Ilaria per il mazzo che si son fatti ad organizzare la Blogfest. Nonostante il tempo impietoso è andato tutto per il meglio, e con un evento spalmato su tre giorni e multiforme come questo non era per niente facile.

Blogfest
Blogfest sotto i portici

Poi è successo che due miei amici, ché bene me li scelgo, mi abbiano più o meno costretto ad andar sul palco a ritirare i loro premi, che ho riposto in un luogo consono a loro – consono ai miei amici, non ai premi che son santi come tutto ciò che viene dalle persone che votano.

Post e foto non mancano – anche se in effetti “Flickr dopo eventi simili dovrebbe essere blacklistato per legge” (cit). per il resto, sempre per dirla con Massimo, e come al solito “troppe cose assieme”.

Dopo il continua a leggere c’è un pezzullo divulgativo uscito oggi su Dnews.eu (anche scaricabile dal sito).

Prima del continua a leggere, però, un abbraccio forte ad altri due miei amici (questa volta davvero me li son scelti bene) che sabato sono convolati a giuste nozze dajiste, e che erano belli come dovrebbe esser proibito per legge: Alfredo e Mariangela.

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03/09/2008

Google Chrome, datemi un browser e vi solleverò il mondo

di Antonio Sofi, alle 14:21

Ieri Google ha rilasciato una versione beta (ma frutto di anni di lavoro) di un nuovo browser: il nome è Chrome. E’ (a detta dei creatori e dei primi che l’hanno provato) leggero, veloce e sicuro ed è scaricabile da questo indirizzo (per ora solo per utenti Windows).

L’annuncio, una volta lasciato cadere nel Web, ha acquistato velocemente forza centrifuga e di rimbalzo in rimbalzo è arrivato velocemente sui siti di tutto il mondo, fin nelle periferie degli imperi digitali.

Quando Google si muove ̬ come un gigante che si stiracchia: provoca movimenti tellurici e maremoti con semplici sbadigli Рfiguriamoci con annunci di questo tipo. La Grande G inoltre ̬ in possesso anche delle chiavi giuste per entrare dalla porta principale sui media: telegiornali e quotidiani di tutto il mondo ne hanno dato ampia notizia (nella concitazione della cosa anche con qualche strafalcione ed esagerazione).

Qualche esempio dell’impatto dell’annuncio di Chrome sul Web italiano e internazionale.

  • Cerca Chrome su blogbabel (67 pagine) / wikio / memesphere / technorati (it, 912 post)
  • Cerca Chrome su Technorati internazionale (115,408 risultati): e forse sì, ci sarà qualche post che parla del cromo-cromo (il metallo duro, lucido, color grigio acciaio) ma son sicuro sono un piccola percentuale.
  • DNews, pagina dedicata a Chrome
    DNews, pagina dedicata a Chrome

    Ieri ho scritto, su Chrome, un pezzo divulgativo per DNews, scaricabile dal sito. Come chiosa laterale ho scelto di scrivere del fumetto di Scott Mc Cloud, che i tipi di Google hanno usato per raccontare al mondo le potenzialità del progetto Chrome – invece di affidarsi ad un freddo e tecnico comunicato stampa. Una scelta azzeccata. Il fumetto di Scott Mc Cloud consta di ben 38 pagine in cui, con estrema semplicità e chiarezza, vengono illustrate caratteristiche, funzioni e potenzialità del browser di Google. Il fumettista americano, molto conosciuto anche per il saggio “Capire il fumetto. L’arte invisibile“, ha scelto di mettere in scena, disegnati nel web comic, i protagonisti che stanno dietro il progetto – gli ingegneri e gli sviluppatori di Google. Segnalo anche le riflessioni di Federico Fasce, che scrive: «La semplicità del fumetto di Google, invece, riduce a icona ogni personaggio e ogni elemento grafico, in modo da farci concentrare sul vero obiettivo del discorso: il concept.».

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    11/06/2008

    Ancora contro i (troppi?) compiti a casa

    di Antonio Sofi, alle 19:51

      (attenzione, post lungo) :)

    Premessa evergreen

    Chi ha un blog di lungo corso come il qui scrivente, sa bene come esistano, in modo assolutamente non voluto e poco prevedibile, dei post evergreen – dei post sempreverdi che, a prescindere dalle notizie del giorno, continuano negli anni ad attrarre commenti, link e discussioni a margine.

    Io ne ho soprattutto due, di questi sempreverdi – di questi pezzettini di contenuto eretico rispetto alla regola mediale che sempre più, ogni giorno di più, mostruosamente converge sulla strettissima attualità (ortodossa anche quando cerca la carta dissonante dell’emergenza, e veloce anche a scomparire nella spirale del silenzio o della disattenzione generale).

    Sono post che trattano temi che, per un motivo o per un altro, rimangono o entrano nell’agenda (nella lista delle priorità) delle persone a prescindere, appunto, dal fatto che se ne parli in Tv o altrove. Sono post che, grazie agli imperscrutabili algoritmi che governano la Rete ricercabile, rimangono ai primi posti su particolari chiavi nei motori di ricerca: una sorta di risposta in forma di contenuto a chi cerca informazioni su Internet, cercando nei motori come si lanciano bottiglie di SOS in mare aperto. Investendo sul sistema ricco di Internet le proprie intenzioni di conoscenza: di conversazione, di sfogo, di confronto.

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