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Post archiviati nella categoria 'Musica'

05/10/2008

Solo in Italia. Frank Pistacchio, Antonio Pascale e l’anatomopatologia degli umori

di Enrico Bianda, alle 16:18

“Frank Pistacchio si gratta il cacchio” e “Reggiseno”. Due titoli. Fermi nella memoria. Mixtape, nastroni. Li aveva fatti per me un amico di nome Assaf. Abbiamo frequentato i primi due anni di università insieme. Poi lui ed io abbiamo preso strade diverse. Resta una fotografia che ci ritrae tutti attorno ad un tavolo di sera a giocare a carte, fumando e bevendo.

Facevamo lunghe passeggiate insieme parlando di tutto, ma soprattutto di musica. A dire il vero era lui che faceva grandi passeggiate. Partiva dalla città, dalla periferia della città nella quale vivevamo e frequentavamo la stessa facoltà di scienze politiche e si avviava a piedi lungo il lago fino ad arrivare a casa mia. Saranno stati una decina di chilometri. Arrivava che faceva buio, di sabato e si cenava insieme ad altri amici.

Quella fotografia la guardo oggi, è la copertina di un mixtape che racconta bene quel periodo di sperimentazioni musicali. E di scoperte. Frank Zappa soprattutto. 10.000 maniacs. Living Colours. Fishbones. Altro rock bello. Io invece facevo mixtape di jazz. Chet Baker, Lingomania e Kenny Wheeler, Jazz Messengers, Davis

Inverno, di Francesco Cocco (da Soli in Italia)

Ho molti ricordi di quei due anni. Il primo seminario l’ho tenuto insieme a lui: era storia delle dottrine politiche. Scrivemmo non ricordo più che cosa ne a proposito di cosa. Ricordo solo che ad un certo punto uno di noi quattro ticinesi disse “Cazzo, Henry, aiutami, che dico?”. Lo disse forte abbastanza perché la prima fila di studenti francesi sentisse. Ecco, era iniziata l’università, noi eravamo reduci dal servizio militare ed arrivavamo con tre mesi di ritardo sui programmi, capendo poco della lingua e senza sapere dove diavolo sbattere la testa per i mesi successivi. Di quei due anni trascorsi sempre insieme ricordo soprattutto la sete di sapere, nonostante gli insuccessi dei nostri primi passi accademici. Ma intanto si scopriva come fare la pasta ai peperoni e come offrire – parlando francese – un nastrone ad una studentessa.

Solo in Italia, a cura di Antonio Pascale
  • Leggi la scheda del libro su Contrasto Books: Solo in Italia, di Antonio Pascale con le fotografie di Francesco Cocco, Lorenzo Cicconi Massi, Daniele Dainelli, Massimo Siragusa
  • Sfoglia qualche pagina del libro

E’ il tono di quelle conversazioni in quegli anni che ho ritrovato un libro che ho letto da poco: Solo in Italia, edito dai tipi di Contrasto.

Antonio Pascale, lo scrittore, ha quel tono quasi di amicizia che ti racconta come stanno le cose e tu lo stai ad ascoltare. E’ una specie di magia. Scrive come parlasse. O parla come scrivesse, non so. E racconta un viaggio durato un anno, quattro stagioni in Italia facendo incontri e guidando una Smart presa a noleggio.

La cosa buffa è che ti trovi – mi trovo – a condividere molte delle impressioni che Pascale ci racconta in questo bel libro. L’inverno delle comunità di immigrati, la primavera attraversando la periferia industriosa del centro sud, l’estate tra lungomari e esperienze pre mortem ed infine l’autunno verso sud, guardando un vecchio ulivo secolare andarsene in furgone a nord, in qualche giardino di villetta monofamiliare.

Antonio Pascale viaggia nell’Italia fuori dal clamore, lontano dalla politica della capitale e lontano dalla cronaca nera che pure in passato aveva raccontato, anche se con il suo tono leggero da anatomopatologo degli umori del ceto medio e della disperazione spicciola – vedi i fantastici racconti de La manutenzione degli affetti.

17/09/2008

Bias-high e noise reduction. Thurston Moore e i mixtape in Ticino.

di Enrico Bianda, alle 17:00

Le più diffuse: le TDK. Quelle che a me piacevano di più: le Maxell. Erano scure, nere, pesanti. Non ho mai sopportato invece le cassette trasparenti, uscite negli anni 90, che facevano un rumore di plastichina fragile. Mentre quelle un poco più vecchie sentivi che tintinnavano le piccole viti, minuscole, e davano un senso di sicurezza e di perennità  – davano l’idea che la musica non sarebbe mai scivolata via.

Cassetta TDK
Cassetta audio TDK, via Wikipedia

Il mio primo nastro non è stato un mixtape: è stata la registrazione di Bella ‘Mbriana di Pino Daniele. Deve essere ancora nascosta da qualche parte in casa di mia madre. Dopo non mi fermai più. Ricordo ancora con un groppo allo stomaco (e al cuore) il momento in cui si aprì una discussione con mio padre (una figura molto legata ai miei mixtape). Era giunto il momento di comprare un porta cassette da viaggio: una piccola valigetta che conteneva una quindicina di nastri, raccolti in una sorta di rastrelliera di plastica nera, il tutto dentro un buccia verde con una chiusura a scatto color rame. La ricordo perfettamente perché anche lei è dentro un cassetto nella vecchia casa dove sono cresciuto.

Sono solo alcuni ricordi che scaturiscono ormai senza più controllo da quando ieri sono passato in libreria a comprare un libro di Thurston Moore, chitarrista e compositore dei Sonic Youth. Si intitola Mix Tape, lo pubblica ISBN e ha un sottotitolo che mi ha fatto venire i brividi: l’arte della cultura delle audiocassette.

Lo sfoglio e trovo decine di piccoli ricordi di personaggi bizzarri passati alla storia e ancora in piena attività nel mondo della musica. E arrivo ad una prima conclusione, radicale. Chi, negli anni ’80, pur avendone la possibilità, non ha mai fatto i nastroni, non ha mai amato la musica veramente e non la amerà mai. Punto.

Il momento della realizzazione di un nastrone (o mixtape come dice Moore) era un momento di totale creatività. Lo ricordo bene. Non arrivava a caso. Era sempre o un mercoledì pomeriggio (che non andavo a scuola) o un sabato pomeriggio. Devo dire che un nastrone nasceva prima in testa, lo elaboravo con calma a scuola, segnando con la biro sui quaderni le successioni dei brani. Giunto il momento di produrre la cassetta occorreva andare a comprare il nastro giusto (Maxell) e raccogliere i dischi, tra i miei e tra quelli di amici. Mi sedevo davanti all’impianto di casa, cuffie e pacco di vinili 33 e 45 giri. C’era da calcolare il tempo, per farci stare la selezione giusta.

Cassetta audio vista dall'interno, via Wikipedia

Poi veniva il momento della copertina. Il fratello di un mio caro amico era di qualche anno più grande di noi, invidiatissimo. Aveva già una discoteca tutta sua: dischi e cemento, intendo. Sotto casa con luci stroboscopiche e tutto quanto, compreso un poster del film Inferno di Dario Argento, e qualche inopportuna scritta inneggiante agli Emerson Lake & Palmer. Lui le copertine le faceva utilizzando i separatori colorati dei raccoglitori. Un cartoncino perfetto. Li tagliava a misura ed incollava sul dorso della cassetta un filo di pagina quadrettata: era lo spazio per il titolo del mixtape. Davanti, la vera copertina era di solito un fotografia ritagliata o addirittura un collage. Faceva dei nastri fantastici. Ne ho uno suo, ancora, che ho mandato in pensione da poco: un nastro che raccoglieva qualcosa di Laurie Anderson e di Robert Wyatt.

Lo scambio di nastri era un modo per conoscersi. Per capire chi fossimo. E per farci scoprire. Soprattutto dalle ragazze. Insomma come dice Jim O’Rourke in questo magnifico documento della memoria, i mixtape si facevano praticamente solo per le ragazze. E spesso si sbagliava. Io sbagliavo spesso. Solo ora ho capito che Godfathers e Dinosaur Jr. non erano i gruppi giusti per interessare una ragazza. O forse non lo erano in Ticino, chissà.

19/12/2007

La realtà è remixabile. Ovvero per chi suona la batteria?

di Antonio Sofi, alle 21:07

Ci sono pensieri timidi che ci vuole un po’ di tempo perché decidano di uscire fuori dalla stanza segreta dove girano in circolo facendo il cerchio per terra come tanti Zii Paperone in ambasce. Perché escano fuori e decidano anche di prender per mano altri pensieri e formare un gruppo di pensieri dotato di un qualche (vago) senso.

E’ più o meno quello che è successo con un pezzo che segnalo oggi su Apogeonline, di lenta e tumblerica gestazione, dal titolo “L’arte ai tempi del Web, dal sampling digitale alla Remixable Reality“. E’ una riflessione che prende spunto e scusa dalla serie dei video caricati nell’arco di quest’anno e mezzo su YouTube da un giovanissimo norvegese che si chiama Lasse Gjertsen – e che poi va a toccare alcune corde (sensibili, per me) delle nuove creatività digitali.

Sembra complicato? Facciamo così, è un patto. Guarda il video qui sotto. Prova a leggere solo se il video ti incuriosisce un po’ :)

01/10/2007

La disintermediazione dei Radiohead. Il nuovo disco is up to you

di Antonio Sofi, alle 20:50

In Rainbows è il titolo del nuovo album dei Radiohead. Zitti zitti lo hanno completato e poi ne hanno annunciato l’uscita sul loro blog (ora un po’ affollato dalle visite): sarà disponibile il 10 ottobre prossimo. Nei migliori negozi di dischi? Macchè.

Il disco si potrà acquistare solo sul sito Inrainbows.com. “No label, no shop, no price” è l’idea che ci sta dietro. Di commovente e multicolore semplicità le opzioni possibili. O il diskbox, o le canzoni in mp3.
Il diskbox è l’albero della cuccagna del fan, come scrive Pitchfork: due cd + due vinili, libretti, artwork, cotillons vari. Costa 40 sterline. Paghi e ti arriva a casa. Se vuoi invece le canzoni, il prezzo è “up to you”.
Lo decidi tu.

[Schermata di conferma che il prezzo lo decidi proprio tu, dal sito Inrainbows.com]
Radiohead - up to you

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30/08/2007

Torna Quinta di Copertina, cercasi sottofondi musicali

di Antonio Sofi, alle 11:48

Quinta di Copertina, podcast sulle nuove tecnologieDopo esattamente un mese di pausa, torna Quinta di Copertina, podcast giornaliero sulle nuove tecnologie che curo da ormai un bel po’ su Apogeonline.

[ore 12.05. Ho scoperto solo ora, dopo aver pubblicato la puntata in cui, come spesso facevo, segnalavo un suo editoriale su Il Manifesto che Franco Carlini, papà di Totem, di Vision, di Chip & Salsa e di mille altre cose, è mancato la notte scorsa. Mi dispiace molto. Non lo conoscevo di persona, ma lo leggevo sempre – e sempre imparando qualcosa]

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25/07/2007

MicroWaveCamp. Un barcamp embedded ad alta temperatura

di Antonio Sofi, alle 23:53

Finalmente sono riuscito ad uploadare alcune foto fatte al Wavecamp. Sono 66 scatti, e non tutti sono pessimi (altri migliori si trovano su Flickr con il tag Wavecamp; su blogbabel invece i post)

[Foto dal WaveCamp e dintorni, Luglio 2007]
Set WaveCamp su Webgol Flickr

Alcune considerazioni.

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06/06/2007

Il “chiagni e fotti” dell’industria discografica

di Antonio Sofi, alle 19:49

[Ho letto un paio di cose in Rete sull’argomento, l’argomento è un sempreverde peggio di White Christmas, e mi sono ricordato di un piccolo pezzullo che avevo scritto qualche settimana fa e che era uscito su Il Firenze. In qualche settimana l’approccio non è cambiato per niente – come da titolo. E’ che ormai hanno assunto questo atteggiamento da signora-mia-gli-affari-vanno-male e chi li smuove più.]

C’è un antico proverbio napoletano, molto chiaro in proposito. Che recita: “chiagni e fotti” – e mi scuserete la volgarità. Ma è, il proverbio, superba sintesi della diffusa propensione a lamentarsi da una parte e a godere dall’altra: le due facce contemporanee della stessa medaglia.

Il proverbio è inoltre superba chiave di lettura – tra le tante cose di stampo politico – di ciò che sta accadendo nel settore discografico con la diffusione di modalità di consumo digitale – a legger bene tra le righe e a far confronti tra notizie (volutamente?) messe una lontana dall’altra.

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16/04/2007

Piacere, allievo di Giuseppe Verdi. Vuole arrivare tardi al suo appuntamento?

di Antonio Sofi, alle 13:23

Due citazioni, giusto per complicare le cose su talenti, attenzioni fiduciarie e zone limitrofe.

La prima è un controcanto sul talento di strada e lo segnala Dario Banfi in un commento. Si tratta di un verdiano aneddoto d’attacco di un intervento di Paolo Iacci, dal titolo “Se la retorica danneggia i talenti”, uscito su il Sole 24 Ore di qualche mese fa. Lo ricopio qui sotto.

Mille Lire, Giuseppe Verdi

Si racconta che Giuseppe Verdi, passeggiando nei presso della Scala di Milano, si fosse imbattuto in un suonatore di organetto che stava suonando la marcia trionfale dell’Aida. Verdi ne fu attratto, ma subito lo apostrofò: «State andando troppo in fretta, ci vuole ritmo, seguite il tempo». «Grazie mille maestro». Il suonatore lo aveva subito riconosciuto e gli si stava rivolgendo con deferenza. Il giorno dopo, uscendo dalle prove, ritrovò lo stesso suonatore. Finalmente stava andando a tempo. Pur nella modestia dello strumento, una buona esecuzione. «Molto bravo», pensò Verdi. In quello stesso istante, notò un vistoso cartello a fianco dell’organetto, con una grande scritta in rosso: «Allievo di Giuseppe Verdi»

La seconda è una bella storia di attenzione serendipitosa che quando si attiva diventa esperienza di qualità. Come in parte quella dei pochi che si sono fermati all’ingresso della stazione della metropolitana ad ascoltare Joshua Bell pur non riconoscendolo come celebrato musicista. La racconta Gaspar Torriero in un commento di un suo post piuttosto critico, da appassionato di musica classica, sul senso dell’esperimento del violinista nel metrò.

A proposito di attenzione, tanti anni fa, una mattina nel metro di Parigi c’era un signore anziano che, seduto da parte in uno di quei lunghi corridoi di raccordo, suonava le Suites per violoncello di J.S. Bach. Non era un virtuoso e suonava con cautela ma con molto rispetto.
Mi sono fermato, da solo. Dopo un’ora gli ho lasciato nel cappello quello che spendo normalmente per un concerto, l’ho ringraziato e gli ho stretto la mano. Sono andato via felice e commosso. Ovviamente, sono arrivato tardi al mio appuntamento di lavoro.

11/04/2007

Siamo in grado di riconoscere il talento, anche quando è gratis e incongruo?

di Antonio Sofi, alle 11:02

E’ una bella storia, quella di Joshua Bell che fa il busker nella stazione Enfant Plaza di Washington tra l’indifferenza di molti (ricordo un esperimento analogo millantato da Sting qualche anno fa, ma di lui dopo le otto ore di sesso tantrico c’è poco da fidarsi; e – mi dicono dalla regia, grazie Francesco – analoghi esperimenti, pare, sono stati fatti anche da Claudio Baglioni, Syria, Badly Drawn Boy, Bon Jovi…). Una storia che ha prodotto un gran bel pezzo crossmediale del Washington Post pasquale, che consiglio di leggere in originale, guardando anche i clip video (ma c’è anche un lungo resoconto di Repubblica.it). Tanti gli spunti di riflessione possibili, ne ho scritto un piccolo commento su ilFirenze di oggi, che riporto di seguito un po’ modificato. E’ un tema che mi sta caro, anzi carissimo. Che in un certo senso riguarda il tema della meritocrazia evocato da Sir Squonk e rimbalzato su vari blog come quello di GG. Perché, a livello meno speculativo e più operativo, il concetto di meritocrazia è sia applicazione di standard oggettivi di valutazione, che capacità di riconoscere predisposizioni e talenti in fieri.

Joshua Bell busking at Washington Metro – Washington Post
Joshua Bell busking at metro - Washington Post

Della serie: come non riconoscere il talento. Nemmeno quando ti passa vicino. È successo qualche giorno fa nella capitale americana.

Il quotidiano Washington Post ha infatti proposto a Joshua Bell, violinista di fama mondiale, di suonare musica classica all’ingresso della metropolitana. Per vedere l’effetto che fa.

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28/02/2007

Sanremo, noi legittimamente migliori

di Antonio Sofi, alle 11:31

Sanremo 2007Così come il Grande Fratello, Sanremo è ormai mero pretesto per costringere alcune belle ma di solito pigre penne a scriverne cronache più o meno satiriche. Per costringere eterogenee attenzioni a focalizzarsi in un unico punto luccicante. Sanremo è il canto del cigno del generalismo che non ci sarà più, ognuno in futuro a spazzolarsi le proprie nicchie. Sanremo è il punching ball nazionale, il capro espiatorio dell’Italia canterina, è un poster al muro appiccicato affinché tutti possano colpirlo con le freccette, è il Mikebongiorno di Umberto Eco spalmato su quattro giornate: l’aura mediocritas che ci fa sentire per una volta, legittimamente, migliori.

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16/11/2006

Il Natale al (bianco) Natale

di Antonio Sofi, alle 22:23

White Christmas di Irving Berlin cantata da Bing CrosbySiamo precoci in tutto, anche nelle feste comandate.

Da qualche mese quelli di Caterpillar, trasmissione di Radio Due, portano avanti la meritevole campagna “Natale a Natale”. Di cosa si tratta? È una campagna di civiltà – sostengono i due conduttori del programma Cirri e Solibello – volta ad arginare il fenomeno consumistico del Natale al periodo che gli compete. Cioè a Natale, appunto – nel mese di dicembre.

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19/07/2006

Polaroid d’estate. The Smiths is (not) dead

di Enrico Bianda, alle 19:05

Vedi il video di “What difference does it makes”, The Smiths, Live at Hacienda, Manchester, 07.06.1983

smiths_1983_hacienda(terzo click) Come rondini, volando veloci sibilando basse sul terrazzo di casa mia, tornano sempre a farci visita The Smiths. E’ uscito un live non ufficiale, su vinile, ma forse anche su cd immagino. Si tratta della prima registrazione del gruppo, e terza esibizione in assoluto della band di Manchester. Un concerto, 8 brani, uno dietro l’altro come sul palco, registrato il 7 febbraio 1983 all’Hacienda della città che ha visto nascere la band di Morrissey e Johnny Marr. Esecuzione acerba, anche se già efficace. Dentro si trova “What Difference Does It Make?”, “Handsome Devil”, “Hand In Glove” e “Miserable Lie”.

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22/06/2006

Groove & Noir. Il mito attraverso un bicchiere.

di Enrico Bianda, alle 17:34

“Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera”.
James Crumley, L’ultimo vero bacio

Pillola numero tre (e quattro)

Groove & Noir
Groove & Noir
Il trio fantastico si conclude con la figura leggendaria di James Crumley, maestro di molti, guida spirituale e animatore di comunità di scrittori. Oggi. In passato, e forse ancora, animato da un’indiscutibile passione per il bicchiere, almeno così dice chi l’ha incontrato e ne ha scritto, come Antonio Monda su Repubblica qualche mese fa.
Di Crumley non si sa tantissimo, non che sia uno scrittore maledetto ed imprendibile, ma forse perché non ha molto interesse che cosa faccia e quando. Ha scritto qualche romanzo strepitoso, e ci basti.

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21/06/2006

Groove & Noir. Polvere e foreste per cuori solitari.

di Enrico Bianda, alle 18:10

Pillola numero tre (e quattro)

Groove & Noir
Groove & Noir
E’ un universo di perdenti, quello che solca le strade del noir silvestre, delle periferie, della polvere e delle foreste. La violenza esplode improvvisa, eppure c’è il tempo per la lentezza del pensiero, guardando gli alberi muoversi nel vento, ascoltando il rumore delle foglie. I personaggi che animano i romanzi di Sallis, di Crumley e di altri autori che compongono il quadro del noir contemporaneo scrivono nella tradizione del romanzo epico americano.
Alla ricerca del grande romanzo, intessendo vicende al limite del parossistico non dimenticando però mai la lezione della tradizione che parte da Faulkner, cui tutti sembrano guardare.
Sono romanzi sociali quelli che noi definiamo per comodità noir.
Lo sono gli scritti di James Sallis, che esce in questi giorni con Drive, un nuovo romanzo breve. Il profilo di questo straordinario scrittore nelle parole di Luca Conti.

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20/06/2006

Groove & Noir. A mezzo miglio di distanza.

di Enrico Bianda, alle 20:45

“Udii la jeep a mezzo miglio di distanza. Risaliva attorno al lago, e quando imboccò la curva gli uccelli si levarono in volo. Dapprima verso l’alto, schizzando fuori dagli alberi come un getto d’acqua bollente; poi, come colti dal vento, con una brusca sterzata sulla destra, in formazione compatta. Gran parte di quegli alberi era lì da quaranta o cinquant’ anni. Gran parte di quegli uccelli era lì da neanche un anno, e non vi sarebbe rimasta a lungo. La mia, invece, era una situazione di mezzo”.

James Sallis, Cypress Grove Blues, Giano 2004

Premessa
Giravo per la radio con una pila di romanzi tra le braccia, con qualche titolo tra quelli di James Sallis, qualcosa di James Crumley e Cristopher Cook. Sono in mezzo ad una settimana tutta dedicata a questi scrittori, alle loro storie e ai loro uomini. E poi la musica: country, blues, rock sudista, tradizione e kitsch folk.

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