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14/02/2011

Rock & Roll

di Enrico Bianda, alle 14:18

E’ morto come avrebbe voluto morire. O almeno è morto il giorno in cui avrebbe voluto morire. Il giorno del suo compleanno, a 53 anni. Tutti vissuti per la musica. Generosamente.

Ernesto De Pascale davanti ai suoi dischi
Ernesto De Pascale davanti ai suoi dischi

Ernest – come lo chiamavo io – De Pascale, l’avevo visto l’ultima volta un anno fa: era venuto a cena a casa, e se c’era una cosa che amava forse quanto la musica era la cucina. Gli brillavano gli occhi come ad un concerto degli Steely Dan, faceva una smorfia goduriosa, e se nel mentre lo stereo suonava qualcosa che amava, o che lo incuriosiva, beh, l’avevi conquistato.

L’ho frequentato per qualche anno, e per un periodo sono stato spesso a casa sua, di fronte ad un’immensa parete di vinili, e si ascoltava musica, bevendo un caffè, sopratutto la mattina. Lui parlava sempre, mille progetti, recensioni, presentazioni, articoli, riviste, fotografie.
Ieri un comune conoscente, mentre si vegliava il suo corpo, ha detto semplicemente che Ernesto era un professionista, come pochi ce ne sono nel mondo della musica in Italia oggi.

Per lui la musica era una missione, e sopratutto lo era aiutare e promuovere i giovani talenti, o anche coloro che forse talenti non erano, ma amavano la musica e ci volevano provare. Per loro aveva un sacro rispetto. La passione giovanile per lui non si era mai sopita, e se la scorgeva in qualcuno, anche il più scapestrato dei musicisti, lo rispettava. Era una cosa molto bella e commovente.

E poi amava alla follia incontrare musicisti: vedere la musica. E se si trattava di farsi anche un’ora di palestra a New York, che per lui non era proprio agevole, lo faceva: beh, lo faceva perchè era quello il modo di incontrare Lou Reed. E rubargli un’intervista. Negli anni ha regalato a Webgol altre storie: la nota più profonda dell’universo, un reportage da Celebration, la città perfetta, un ricordo di Ray Charles e un post doppio (prima e seconda parte) sul 1980 – a pretty wild year.

Ecco, credo che Ernesto abbia incontrato tutti, ma davvero tutti quelli che valeva la pena incontrare – e tutte le storie che valeva la pena raccontare ci ha raccontato. Grazie.

29/08/2010

In giro per il mondo cane. Sei puntate trovarobate dal tour di Patton.

di Antonio Sofi, alle 23:57

Mondo Cane di Mike Patton è un disco a modo suo spettacolare, a lunga conservazione. Fatto di cover di canzoni che – come ha scritto Enrico su Webgol qualche settimana fa – non hanno bisogno di niente, sono buone così com’erano: semplici, stralunate, lineari, aggrappate a una idea speranzosa del futuro che forse poi la musica leggera ha un po’ perso. E che una voce aliena come quella di Mike Patton ripropone come se venisse da un altro mondo. Un mondo cane, appunto – daltonico ma amico.

Riprendo le fila di questo disco per segnalare vecchia maniera le sei Рaltrettanto spettacolari e sui generis Рpuntate di reportage scritte da Enrico Gabrielli, bravissimo polistrumentista di milioni di gruppi italiani e non, che ̬ stato in giro per il mondo con il tour del disco, concluso da poco.

Le puntate sono pubblicate (e archiviate in modo non del tutto facile da trovare) sul sito di Trovarobato, etichetta indipendente e da queste parti amatissima e amica.

La sesta e ultima puntata, per dirne una, è esilarante: Patton e gli altri sono in Israele, ed Enrico pare avere un problema di passaporto…

“E’ un gran casino, come ti dicevo, però forse una soluzione si trova”. La ragazza comincia, in inglese, a spiegarmi quale potrebbe essere lo sgamo. E’ visibilmente in imbarazzo. Traduco in italiano: “Non avendo più il tuo passaporto, siamo arrivati a questo compromesso: ne abbiamo fatto fare uno dall’autorità Israeliana valido solo per 3 giorni, il tempo utile perchè tu possa uscire da Tel-Aviv. In questo caso tu ti chiami Efraim Gavriel perchè qua si dà il nome ebraico, soprattutto a fini burocratici.” Mi passa un passaporto: c’è la mia faccia, i timbri statali, la mia data di nascita, il mio numero, il sesso e a fianco tutto ritradotto in ebraico. Come fosse il passaporto di una mia vita parallela. Mi vien da ridere, ma cerco di non farlo sul muso di questa specie di agente segreto. “Il problema per domani, per quando partirai per Londra,” continua “è che serve un timbro dalla comunità Ebraico Ortodossa per rendere tutto realmente valido. Sono vecchie stupide leggi, ma purtroppo qua è così. In sostanza ti devi fingere ebreo e devi assolutamente circonciderti. E devi farlo domattina.”

In Russia, per esempio, c’è un club dalla pistola troppo dura.

Ci si aspettava un auditorium invece è un club tipo Velvet di Rimini. L’ingresso posteriore sembra quello di una palestra di Boxe o di Tana delle Tigri. E’ tutto fatiscente, tutto un pò unto, un pò cetriolo, un pò pesce marcio, bocche sporche, brillantini sulle scale, sottili strisce di fumo. E questa gente ha una durezza e una morte nel cuore per cui è inutile infierire con del sarcasmo scemo. La pistola che serve per i colpi in scena di “Che notte” è troppo dura per Mike e per gli altri della band. Il ragazzo enorme che fa da assistente alla produzione ci riesce come niente fosse, come fosse una cerbottana lancia piselli.
La cosa inquietante è che ci sono riuscito anch’io; ma l’ho provata in gran segreto.

Mentre in Italia, a Milano, c’è l’incontro con il sindaco, accompagnato nientepopodimenochè da Red Ronnie…

Poi vedo Red Ronnie vecchio; ed è proprio lui! Red Ronnie vecchio, che scopro essere alle dipendenze del comune per svolgere attività culturali. Nick the Nightfly presenta Mondo Cane davanti alla platea. Ringrazia il sidaco che fortemente ha voluto la manifestazione e che è presente in sala. Compatti, sincronizzati, come ad un segnale convenuto tutti quanti e me compreso, fischiamo e urliamo insulti. Dura poco ma è uno scroscio sentito di merda. E mi sento di voler bene a questo luogo e a questa gente, troppo spesso fumosa ma qualche volta partecipativa e sincera. Al sindaco dobbiamo un check compreso tra le 16 e le 19 (siamo in 24 sul palco) e un limite di decibel ridicolo. In camerino ha anche chiesto a Mike un gentile autografo sul disco. Mike ha risposto: “Sì ma poi lo ascolti dopo, vero?”

Insomma uno sguardo buffo dietro le quinte – stralunato e divertente come il progetto.
C’è anche la terza puntata in Polonia, la seconda in Italia e un prologo.
Bravò.

UPDATE. Mi segnala il buon Evaristo nei commenti il video dell’incontro fra Mike Patton e Letizia Moratti, unica testimonianza video direttamente dal canale YouTube del comune di Milano “molto più surreale di quanto ci si potrebbe aspettare. Emozionante”.

30/07/2010

Mondo cane. Per fortuna

di Enrico Bianda, alle 13:19

La canzone italiana degli anni sessanta, te l’aspetteresti ricantata in qualche show estivo in diretta da Milano Marittima, da Portofino. Con le facce raggrinzite dei soliti ospiti, i capelli tinti e il cerone in viso.

Ma c’è anche chi quelle canzoni ha deciso di cantarle, appunto, con leggerezza. Uno che non ti aspetti: Mike Patton, la voce dei Faith No More, e la testa di tanti progetti (Tomahawk, Mr. Bungle, Fantomas e altro). Musica fuori limite di velocità, per orecchie ardite, ma con un tasso di divertimento assoluto. E con perizia musicale, che non guasta. E poi le collaborazioni con alcune avanguardie – Zorn in primo luogo – con la produzione, tanti anni fa, di dischi come Pranzo Oltranzista dove Patton si cimentava insieme a un nucleo di musicisti dell’area newyorkese con un ricettario futurista.

Poi le lunghe frequentazioni italiane. E alla fine, complice la compagna, forse non poteva andare diversamente. Mondo Cane, annunciatissima operazione discografica preceduta da anni di prove dal vivo, mette in fila canzoni come Il cielo in una stanza, 20 km al giorno, L’uomo che non sapeva amare e Senza fine. Una manciata di canzoni in confezione regalo: musicisti fidati, italiani, Roy Paci, un’orchestra al completo.

Qualche giorno fa Patton suonava a Firenze. Mondo Cane dal vivo è notevole. Forse ancora meglio che su disco, che pure è la documentazione di alcune prove registrate in concerto, opportunamente ripulite. Patton e compagni si divertono. Apparentemente quella musica, quelle canzoni suscitano in loro un vero piacere: nel suonare, nell’ascoltare quanto fanno e nel toccare con mano la resa che queste canzoni hanno sul pubblico.

Francamente mai avrei pensato di provare piacere nell’ascoltare il classico estivo di Vianello, Con le pinne fucile ed occhiali. Patton ne da una versione quasi filologica: con lo stesso ritmo dal sapore sudamericano, tra una Rumba e un Calypso lento. Il trucco forse sta proprio qui. Patton non stravolge canzoni che sono belle. Che erano belle nei loro arrangiamenti un po’ stralunati – perché il divertimento all’epoca era reale e forse perché quelli erano anni in cui c’era davvero bisogno di divertirsi. Quella musica contiene una dose di futilità che basta a sè – e che Mondo Cane saggiamente preserva.

Di alcune canzoni, Patton fa un esercizio di bravura vocale, con un break rumoristico che ai devoti ricorderà il lavoro con Zorn, o con Bjork: spingere il suono dei vocalizzi ai limiti imposti dalla fisiologia. Così come accade in Urlo Negro, un Beat quasi punk dei Blackman, gruppo romagnolo di cui non si sa nulla. Canzone che permette a Patton, nella versione dal vivo, di esprimersi in un’incursione in puro stile Faith No More. Per poi tornare ironicamente a far spallucce nel refrain. Ancora una volta puro piacere.

“La musica non è soltanto costruzione di melodie, di armonie, di strutture formali. A un livello più profondo, essa è una trasfigurazione dell’esperienza acustica e delle sue connotazioni emotive: una trasfigurazione che si realizza anche attraverso l’invenzione di timbri e di mondi sonori inauditi.” (Gianni Zanarini, “Il suono”, in Enciclopedia della musica, II. Il sapere musicale, Einaudi, 2002).

Patton canta perfettamente in italiano (tranne le doppie “t”, che sanno d’americano, inevitabilmente). E’ un buffo cortocircuito: se tra i ’50 e i ’70 i nostri, nel cantar le canzonette, spingevano molto su una pronuncia americaneggiante, oggi Patton non si libera di quella calata. Insomma anche qui l’ironia (in giacca bianca).

Quei mondi sonori contenevano, per l’epoca, invenzioni acustiche oggi strabilianti: le voci dei cori da avanguardia accademica novecentesca, le tastiere che si animavano di suoni che andavano dalla cetra alla spinetta passando per il theremin, i giri di basso con plettro in un singhiozzo beat inesorabile. I mondi (cane) sonori Patton li recupera intelligentemente, facendoli riscoprire al suo pubblico e rendendo loro giustizia.

27/07/2010

L’onda video di Italia Wave

di Antonio Sofi, alle 14:28

Stiamo completando di mettere online su youtube gli ultimi video girati e montati a Italia Wave (insieme ai bravissimi componenti della squadretta eclettica e multimediale che abbiamo messo su: Cristiana, Matteo, Antonio). In tutto saranno una ventina, tutti disponibili sul canale youtube di Italia Wave.

Ho già segnalato il racconto, emozionante, del migrante Sayed raccontato da Laura Boldrini durante un incontro in Fortezza Vecchia, sede di Cult Wave – sezione musical/culturale del festival di Livorno.

Mi fa piacere segnalare anche, per esempio, il video dell’incontro del 22 luglio 2010 con Giancarlo Caselli per la presentazione del libro “Di sana e robusta costituzione” – in cui il procuratore capo della Procura di Torino legge alcuni passaggi del libro (e discorsi di Calamandrei) con in sottofondo l’accompagnamento al pianoforte di Boosta (e accanto, dal punto di vista sonoro: i tuuuu insistente delle macchine motori delle navi del porto di Livorno, e i gabbiani che passano in alto).

Ma abbiamo anche raccontato la musica, per esempio il concerto notturno di Brunori, iniziato alle una di notte in una Fortezza che via via si riempie degli spettatori del Main Stage appena concluso in cerca di altra musica, fresco e qualcosa da bere. Brunori parla della sua “azienda” musicale, tra target eterogenei, marketing d’impresa e management all’italica (che trova sempre il modo di fregare i poveri risparmiatori) (e riproducendo la stanchezza post concerto e la luce e il cuore che c’era, senza filtri)

Oppure un video corale di una bella iniziativa trasversale agli eventi, Facedraw – con un bell’esercito di disegnatori e illustratori (Diavù, AlePOP, Massimo Giacon, Alberto Corradi, Ale Giorgini, Alberto Ponticelli tra gli altri, introdotti da Luca Valtorta, direttore di Repubblica XL) a disegnare live un racconto su Elvis…

Tra gli altri video, tutti disponibili su YouTube: il concerto di Mannarino e quello dei My Awesome Mixtape al Psycho Stage; l’intervista a Boosta e Michele Dalai sulla nuova casa editrice e quella a Toldo, Flutti e Prasic sul progetto Intercampus; l’intervista “solo” a Giancarlo Caselli e quella a Roberto Calabrò, autore di un bel libro sugli anni ’80 alla ricerca di vent’anni prima.

Lunga vita insomma al festival di Italia Wave. A parte la musica e il personale divertimento (per esempio nella mitologica ormai redazione web), c’è cuore, persone, contenuti, qualità, allegria – che abbiamo voluto raccontare e portare dentro i nostri video in modo visibile grazie a escamotage creativi che hanno coinvolto anche i partecipanti agli eventi (la ormai famosa lavagnetta più gessetti colorati). E Livorno poi: una città spettacolare, incredibile, libeccia e motorinata, accogliente e indifferente allo stesso tempo: salata e libera, non so dirla meglio…

22/07/2010

«La prima cosa bella in nove anni di vita». Laura Boldrini a Cult Wave.

di Antonio Sofi, alle 23:38

Ci stiamo anche divertendo, insieme a una eterogenea squadretta videocamera-munita (Cristiana, Matteo e Antonio), e per conto di Webgol Network, a raccontare il pezzo di incontri e discussioni (Cult Wave) che si svolge dentro a una splendida Fortezza Vecchia che affaccia sul porto levatoio, all’interno del festival Italia Wave (per i quali avevamo già prodotto una serie di video della festa milanese di inaugurazione). Il festival si svolge a Livorno fino a domenica 25.

Divertendo e commuovendo, come nel caso di Laura Boldrini, da oltre vent’anni nelle agenzie ONU e dal 1998 portavoce UNHCR: una che non si capisce come non sia ancora presidente del mondo e che ha un talento a raccontar le cose. Per la presentazione del suo ultimo libro “Tutti indietro” ha raccontato la storia del piccolo Sayed, costretto a fuggire dall’Afghanistan, che arriva dopo anni a Benevento, e alla “prima cosa bella in nove anni di vita”.

05/07/2010

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Un ebook d’intorto e agratisse.

di Antonio Sofi, alle 18:25

Dagli 883 a Frank Zappa, il rock compresso in una frase d’intorto. Una intera discografia sintetizza in 385 battute che precedono, accompagnano o seguono (spesso da lontano) l’approccio amoroso.

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Clicca per scaricare
Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso).
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Spesso su friendfeed (o altrove: basta che ci siano un po’ di gente in circolo e connessione) spuntano piccole grandi idee che sono come fuochi d’artificio: brillano d’umorismo e divertita intelligenza, scoppiano tra gli ohhh di chi legge e poi finiscono nel giro di qualche giorno. Quando ho letto il thread sulla musica per chi ha fretta, iniziato da Ermanno aka Numero 6 (e nell’introduzione lui spiega meglio tutt’e cose), con gli interventi di molti altri utenti del socialcoso, mi è venuta subito voglia di raccogliere quelle frasi, ordinarle per bene emancipandole dall flusso sequenziale del social network e metterle in un ebook dal formato tradizionale – per salvarle e conservarle e diffonderle.

Ci abbiamo messo un po’, tra l’ordinamento stile winamp ’99 e un editing che ha privilegiato solo quelle frasi dalla sfumatura “sessuale”. Ma (grazie a Ermanno, a Emanuela che ha fatto le copertine, a Dario che ha curato la grafica, a Marta, Antonio e Cristiana che hanno dato mano e consigli) è venuto fuori un librino divertente, credo, con tutte le sue cosine al posto giusto – che se siete proprio fighi si lascia ben leggere anche su Kindle e analoghi ebook reader o addirittura (non abbiamo provato) su iPad.

SCARICA IL PDF (416 kb): La musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso), da un thread di Numero 6 su friendfeed

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

L’introduzione di Numero 6

Le cose migliori vengono sempre fuori in pausa pranzo, quella cosa da impiegati, quella che è ben più di un’ora dedicata al nutrimento sancita da un contratto nazionale.
È rigida, ricorsiva, e diventa parte della vita, come lavarsi i denti o pagare le bollette.
Un pezzo di vita che viene quasi sempre dedicato a ironizzare su qualche superiore, a parlare di campionato o di colleghe nuove, o talvolta a restare soli con un pezzo di pizza.

E proprio durante una pausa pranzo, forse a causa di un collega che parlava di progetti o business plan, comincia a girarmi in testa una frase: “plans that either come to naught, or half a page of scribbled lines”

Non dovreste neanche cercare con Google, è un pezzo di una canzone strafamosa di un gruppo strafamoso, Time dei Pink Floyd.
Time parla del tempo come implacabile giudice che emette sempre la stessa sentenza, che rende del tutto vani i tentativi di dare una parvenza di senso alla vita.
Non fosse scritta in inglese potrebbe essere di Leopardi, fatica e sudore che tanto alla fine vengono ricompensati con la morte, e allora chi te lo fa fare?

Diversamente da come potrebbe sembrare non passo la pausa pranzo al dipartimento di filologia romanza, e questa cosa di Leopardi mi è venuta in mente ora.
Lì per lì ho solo pensato che i Floyd erano veramente pessimisti; in tutta la loro opera non c’è via di scampo, se va male sei un fallito, se va bene diventi un pazzo nazista.
Di fronte a un intervistatore che dicesse “Ma insomma, alla fine voi chi siete?” loro direbbero “Lasci perdere, è tutto inutile”.

Nel viaggio di ritorno dalla tavola calda mi viene in mente di sintetizzare tutto così, una carriera artistica in una sola frase, una risposta secca alla domanda dell’intervistatore, possibilmente con roba che conosco a memoria.

“Ma insomma, voi Radiohead chi siete?” “No, tanto non te la dà”.
Non sarebbe giusto per i nostri oxfordiani, forse più adeguato un “lei è troppo bella per me”, che però sarebbe troppo lagnoso, qui ci vuole sostanza, e la sostanza è che alla fine non si rimedia.

“Ma insomma, voi Smiths chi siete?” “Hai sentito i Radiohead? Ecco, e sei pure disoccupato”.
E sì, perché gli Smiths non stavano lì a parlare di sfortune sentimentali, ma di emigrazione dal nord povero, di sussidio di disoccupazione, di ricchi che fanno quel che vogliono.
Stai sempre a pensare all’amato bene? Per quello ti bastava Carmen Consoli. Caro mio, qui non sai manco se domani metti qualcosa sotto i denti.

A questo punto ho la tripletta, perché una tripletta è sempre necessaria, la metto su Friendfeed e resto lì a vedere cosa si inventano i miei lettori.

Sarebbe poco dire che tutto quello che è avvenuto dopo non me lo sarei immaginato neanche se avessi ingerito quattro etti di LSD.
Decine e decine di persone cominciano a replicare ma, siccome la loro testa è diversa dalla mia, interpretano tutto non come sintesi estrema dell’opera degli artisti che citano, ma come il loro approccio immaginario a una ben specifica risorsa.

Quale risorsa? È facile, diciamo la parte introduttiva dell’apparato che serve a fare i bambini, quella cosa che è soggetto anche se è solo complemento: “la”, e altro non serve specificare.

Cosa leggerete qui?
Che il rock alla fine è sentito da quasi tutti come inno a una certa conquista, come quando i cavernicoli dipingevano il bisonte sperando di acchiapparlo.
Meglio ancora, tutta l’arte è un po’ un inno a quella cosa là.
Anzi, facciamo tutta la storia del mondo.

Numero 6

P.s.: il thread incriminato è a questo indirizzo http://friendfeed.com/numero6/68c415fe/rock-per-chi-ha-fretta-radiohead-tanto-non-te-la. Di seguito ci sono quasi tutte le frasi, tranne quelle che siamo scemi noi e non le abbiamo capite (o non erano legate direttamente al sesso). L’elenco con tanto di virgole e cognome-nome è stato volutamente formattato con effetto Winamp ’99.

12/05/2010

Musica per una festa in cui non ti fanno entrare

di Enrico Bianda, alle 11:12

Musica per una festa in cui non ti fanno entrare.

Ho molto riso per questa frase apparsa sul New Yorker e citata dal ilpost.it (complimenti al bel lavoro che fanno) dentro una recensione del nuovo, intimo pare, disco di Tracey Thorn, Love and his opposite.

Certe volte riappaiono nomi che pensavi di non poter più sentir pronunciare o scrivere da nessuna parte. Rimossi dalla contemporaneità, per così dire. E invece zacchete ecco che si ripresentano dal nulla apparente che siamo noi – e per una volta accade perchè ci sono delle cose da dire.

(Insomma non solo come accadeva in quel buffo film “Scrivimi una canzone” dove un reduce degli ’80 stile Wham veniva riciclato in un programma di lotta tra ex divi).

Qui Tracey Thorn, ex voce del duo Everything But The Girl, pubblica un lavoro di canzoni, registrato a Berlino. La voce è sempre la sua, la vena è buona, stando a quello che si è potuto ascoltare fino ad ora.

Poi. Il risentir parlare di Tracey Thorn mi ha fatto venir voglia di andar di la in salotto e mettere sul piatto del giradischi il primo disco solista della Horn, datato 1982, solo voce e chitarra. Non un capolavoro, ma quello che non può la musica, può la nostalgia.

22/02/2010

Sanremo sui socialcosi. Su DNnews di oggi

di Antonio Sofi, alle 17:52

Perché Sanremo è Sanremo pure sui socialcosi”. Così recita il sottotitolo di “Sanremolo”, uno dei molti gruppi di discussione online nati intorno al festival canoro. Perché Sanremo non è solo un festival. È innanzitutto un evento mediale come pochi ne sono rimasti nell’epoca dei video (e della musica) on-demand. Televisione allo stato puro – il cui successo è stato amplificato, in questa edizione, dalla conduzione nazionalpopolare della Clerici: un pizzico di paillettes e tagliatelle, una spruzzatina di polemica e il successo è servito. La natura intrinsecamente televisiva del festival ha da sempre stimolato la nascita di gruppi d’ascolto “popolari”: gruppi di amici che si riuniscono a casa di uno di loro e commentano la diretta.

Da alcuni anni questo fenomeno si è spostato sul web. Sui social network. Con una differenza importante. Se le cose dette nei gruppi d’ascolto vecchia maniera rimangono nel privato, le cose scritte su internet possono essere lette da tutti. E tutti possono commentare e partecipare. È un fenomeno parallelo alla crescita dei social network. Migliaia di persone hanno di fatto commentato online le serate in diretta dall’Ariston con status di tutti i generi: dai vestiti alle acconciature, dalle canzoni alle scelte registiche.

Internet è di fatto diventato un enorme divano a migliaia di piazze, in cui tutti hanno potuto sedersi accanto a tutti: al vicino di blog o all’amico dell’amico di Facebook che faceva lo spiritoso e qualcuna l’azzeccava. Alla fine le canzoni diventano un pretesto per scambiarsi opinioni sul mondo. E lo show ipercommentato perde un po’ la sua sacralità. Colpa di internet. E forse anche colpa di anni di televisione in cui l’audience parla ed è parte integrante dello spettacolo: partecipa, polemizza, fa voci dal loggione, interviene, tifa. Il pubblico di “Amici”, vociante e televotante, si ibrida con la logica dell’utente dei social network, che in fondo non fa altro che rispondere a tutti quegli strumenti che si affannano ogni volta a chiedere “Cosa stai pensando?”, “Cosa stai facendo?”.

E loro, se stanno vedendo il Festival e non gli piace, lo dicono. Con un effetto domino di ritorno: perché c’è chi magari accende il computer, si incuriosisce e poi accende la televisione – un po’ per partecipare alla chiacchierata collettiva e un po’ nel timore di perdersi qualcosa di cui i colleghi parleranno l’indomani davanti alla macchinetta del caffé.

Il risultato è un vocìo continuo e rumoroso intorno all’Ariston e a chiunque passasse dal palco: forche caudine digitali e implacabili. Dall’autore Luca Bottura, la cui battuta rimbalza veloce di profilo in profilo: “Dopo 64 anni, i Savoia traditi nuovamente dalle giurie popolari” alle battute sui laghi della canzone vincitrice, che vanno da “Every lake you take”, ogni lago che hai preso (con buona pace dei doppi sensi e della canzone dei Police) ad una fan page su Facebook dal titolo “Bonifichiamo i laghi in cui Valerio Scanu ha fatto l’amore”, con più di 3000 fan che si propongono volontari.

Sanremo è infine un simbolo. Della canzone italiana, ma non solo. Un simbolo inattaccabile e inavvicinabile. Ed ecco che il web, come in casi analoghi, funziona anche come canale per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Per fare una pernacchia liberatoria, e dire che il re è nudo. Tra le canzoni più bersagliate, quella di Pupo, Filiberto e Canonici. Da segnalare per creatività il generatore automatico di Metilparaben, dove basta ricaricare la pagina per avere una nuova versione del testo: “Io credo nella mia mistura / e nella mia balneazione / per questo io non ho paura / di far merenda col torrone”.

[da Dnews, 22 febbraio 2010]

19/02/2010

Paese? Reale? Cronachette minime da Sanremo.

di Antonio Sofi, alle 18:50

[Non so nemmeno io come sono finito a Sanremo. Ho colto al volo l’invito di Diego, che si stava muovendo rivierasco a raccontar con la telecamera l’evento nazionalpopolare per eccellenza, e ho scelto di staccare un paio di giorni da una cosa politica cui sto lavorando da un po’ di tempo – e ogni volta mi dico di scriverne e ogni volta mi falla di farlo (lo farò presto). Ieri ho scritto e scattato un po’ di foto: un po’ accorgendomi che sempre più o meno di politica si tratta – e a prescindere dal dopofestival pd. as]

Prima fermata. L’imbarazzo.

Ore 18.24. Dopo il concerto del Piotta
Ore 18.24. Dopo il concerto del Piotta
C’è il concerto del Piotta sul tetto scoperto di un autobus promozionale, davanti a 30 spettatori attirati da lattine gratis. Finito il concerto, sopra una macchina d’epoca salgono così, a freddo, alle 18.24 di un pomeriggio tiepido, in una piazza di sanremo antistante all’Ariston, due cubiste spaesate e le note di una musica disco (foto a lato, clicca per ingrandire). Le vecchine sedute a prescindere sui muretti si trovano in un attimo e senza preavviso una doppia coppia di cosce che si dimenano a un metro di distanza. Una bimba bellissima passa col padre, le guarda per 20 secondi con gli occhioni sgranati e poi dice, a voce alta ma come parlando tra sè “che brutto!”.

Seconda fermata. L’Ariston.

Ore 19.04. Davanti al Teatro Ariston
Ore 19.04. Davanti al teatro Ariston
Se la foto accanto fosse un video, in sottofondo si sentirebbe vario continuo urlettio giovane (foto a lato, clicca per ingrandire). Proprio davanti ai poliziotti e ai carabinieri impettiti e in par condicio a guardia feroce dell’ingresso del teatro, oggetto dell’interesse urlante è Massimo Ranieri intervistato da La Vita in Diretta – la vera tritatutto del festival (“Hanno sette inviati”, sibilava un giornalista Rai, “sette”).

Terza fermata. Pizzini

Ore 19.13. Davanti al pullman di Radio Norba, esce Malika
Ore 19.13. Davanti al pullman di Radio Norba, esce Malika
Malika è ospite di Radio Norba e del pullman marchiato Sapori di Puglia. Appena esce un gruppetto di bimbine armate di pizzini l’attornia e lei s’inginiocchia gentile – nel mentre un suo accompagnatore le copre il collo con un leggero foulard (della stessa trama delle scarpe).

Quarta fermata. Nel frattempo…

Ore 19.32. Nella sede del Pd. Accanto, per equo bilancio, c'è la foto di Moro
Ore 19.32. Nella sede del Pd. Accanto, per equo bilancio, c'è la foto di Moro
Nella sede del Pd c’è il poster di una nuova promessa in concorso.

Quinta fermata. Entree.

Ore 20.25. La passerella impellicciata
Ore 20.25. La passerella impellicciata
Il pubblico pagante deve obbligatoriamente fare la passerella per entrare, tra un centinaio di popolo che cerca il vippe scrutando le pellicce di provincia e gode quando qualcuno, sbalancato dagli sguardi laterali che son vento, inciampa sulle canaline tv. Straniante.

Sesta fermata. Alla ricerca dell’alternativa.

Ore 21.30. Il principe! Il principe!
Ore 21.30. Il principe! Il principe!
Gente che s’incontra durante la ricerca di un ristorante con tv e partita della Roma (invece del festival di Sanremo: ricercaimpossibile e fantozziana – come trovare un cineforum russo durante la finale dei mondiali). È il retro dell’Ariston, dove passano gli artisti. Gran strombazzo monarchico di macchine, il principe! Il principe! Ello s’appopola e s’agita, con fascia marchiana sul braccio, quindi s’infila in macchina (foto a lato, clicca per ingrandire). Si ferma dopo 5 metri, un trio di ragazza lo ferma e lo sfida a scendere dalla macchina per una foto. Il traffico si ferma e intanto dal posto di dietro uno dei suoi detta ad una del trio, telefonino in mano, il codice per salvarlo con il televoto.

Settima fermata. Cortocircuito

Ore 23.10. Cortocircuito
Ore 23.10. Cortocircuito
Diego che pianta telecamera addosso a Blob che pianta telecamera addosso a Giletti, in uno stallo mediale (foto a lato, clicca per ingrandire).

Ottava fermata. Dolce vita.

Ore 24.10. Corona e Belen
Ore 24.10. Corona e Belen
L’uscita dal ristorante di Corona e Belen, con conseguente inferno paparazzo e salita sulla porsche attorniato dar popolo che lo istiga: “Investili tutti!” (foto a lato, clicca per ingrandire).

30/08/2009

Il listone di fine estate (mi rifiuto di usare «staycation»)

di Enrico Bianda, alle 18:57

Ora così a memoria non mi sembra che su queste pagine si sia mai fatto una cosa tipo “ho letto questo libro ve lo consiglio, ho viaggiato qui andateci, uso questo cellulare” eccetera eccetera. Ma quando hai passato tutto agosto a lavorare e qualche giorno tra un turno e l’altro l’hai trascorso a casa a fare quello che i giornali oggi chiamano «staycation» spuntano come foruncoli sul viso di un adolescente le voglie di dir finalmente qualcosa (e ogni tanto mi appoggio, da buon adolescente, ai video di YouTube).

Ho guardato spesso su Youtube il corto Hotel Chevalier, prologo al film The Darjeeling Limited, che è un cortometraggio ambientato in una stanza d’albergo in Francia, dove si consuma la fine di un amore. C’è Natalie Portman e questo basterebbe. Spassoso e tenero, perfetto. Anche per l’estate, ma andrebbe meglio d’autunno. E secondo me, che sono un ottimista, non si consuma la fine di un amore, ma al contrario, si accetta il fatto di non poter stare lontani.

Se c’è una cosa che ho capito è che l’America si capisce bene, o meglio, se si ascoltano i Wilco. E’ una band che ascolto ormai dal lontano 2001, o 2002, a partire da un album trovato per caso e ascoltato molto, intitolato Yankee Hotel Foxtrot. In Italia sono passati a suonare nel 2007 a Torino per il festival Traffic. Sono molto bravi, fanno rock con qualche venatura folk, sono completamente americani, hanno nel DNA la storia della musica popolare, non sono country, anzi, non mancano incursioni rumoristiche, dovute probabilmente a Nels Cline (chitarrista sperimentale notevole) o a Jim O’Rourke, che con loro ha suonato per due dischi. Da poco si trova in giro anche Ashes of American Flags, DVD di una lunga tournée nel cuore degli USA. Anche questo ha fatto l’estate, e con lui l’ultimo CD intitolato semplicemente WILCO.


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26/05/2009

I tanti divide dell’internet italiano. Dalla politica alla musica indipendente.

di Antonio Sofi, alle 20:22

La ricerca Political Divide, sull’uso del web sociale da parte dei politici italiani

Spindoc ha il piacere di pubblicare (qualche giorno fa la prima puntata introduttiva) i risultati di una ricerca inedita in Italia per metodologia e obiettivi, coordinata dall’amico Stefano Epifani dell’Università  La Sapienza e appunto pubblicato insieme a qualche mia considerazione su un tema che da tempo fa parte dei miei interessi. Una ricerca che cerca di studiare come i parlamentari della attuale legislatura utilizzano gli strumenti del web sociale per mantenere un contatto diretto con i propri elettori. Un punto di partenza per ragionare sulla politica e il web, con qualche dato sottomano. La prima puntata, con relative tabelle sono su Spindoc – a giorni la seconda puntata sugli strumenti (sito, blog, social network tipo facebook).

Un grafico della ricerca Political Divide. Presenza online dei parlamentari italiani divisi per schieramento (dati rilevati ad Aprile 2009)
Un grafico della ricerca Political Divide. Presenza online dei parlamentari italiani divisi per schieramento (dati rilevati ad Aprile 2009)

Intervista ad un protagonista della musica indipendente italiana, lato musicista e produttore

Michele Orvieti dei Mariposa

Cambiando sport, ma non campo da gioco (sempre il campo delle nuove tecnologie a sfidare il campo della discografia più o meno tradizionale, e della comunicazione musicale), segnalo una intervista a Michele Orvieti, tastiere dei Mariposa e mente della etichetta indie Trovarobato. La segnalo perché penso – e non parlo da mammà con il suo scarrafone – che oggi in Italia non ci siano molti operatori professionisti della musica che abbiano le idee così chiare sui rischi e soprattutto sulle opportunità di modelli ibridi di sopravvivenza dentro un contesto complicato e arricchito dalla presenza di nuovi pubblici, nuovi strumenti più o meno social, nuove cittadinanze musicali che raccontano di nuovi rapporti tra chi fa musica e chi l’ascolta:

«Per il nostro mondo di riferimento, ovvero la musica indipendente, questo meccanismo di diffusione più o meno lecita della nostra musica (che passa anche attraverso il peer-to-peer e il download “illegale”, ndr) è comunque a nostro vantaggio, è una fantastica chiusura del cerchio. Ci permette di far girare il nostro lavoro e al contempo di concentrarci sull’attività live: alimenta un pubblico consapevole, che consapevolmente viene ai nostri concerti e che spesso alla fine decide anche di comprare l’oggetto fisico – il cd che comunque continuiamo a produrre come biglietto da visita che rimane nel tempo».

19/03/2009

Webgol Live. La musica smarmellata

di Antonio Sofi, alle 14:11

Un’oretta di Webgol Live con Enrico Bianda – dopo la puntata dedicata all’India di qualche settimana fa – a parlare di musica e dintorni, anzi: di “musica contemporanea da Allevi in giù”. Il tutto a partire da due post di qualche tempo fa (Ridateci Clayderman e il suo pianoforte bianco e il singulto criminale e Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale), nonché dai tanti altri che hanno attraversato nei mesi scorsi la blogosfera sull’argomento.

Ma Allevi è un pretesto per parlare di musica, colta e popolare, di kitsch e camp, new age e bevande al mango, di Clayderman di Fausto Papetti e del Rondò Veneziano, del corpo del capo e dei copricapo arancioni (o anche sciarpe, o accessori vari e appariscenti) che gli “alleviani”, ovvero i fan di Allevi, vestono ai suoi concerti per due motivi: per riconoscersi e per rassicurare del loro affetto il loro beneamato.


Webgol Live. La musica smarmellata from Antonio Sofi on Vimeo.

La qualità del video è scadente, ma questo passa il convento (e lo smarmellamento del titolo non dovrebbe essere citazione difficile da cogliere).

22/12/2008

La musica sul Web è pronta al peggio. Andrea Girolami a Qdc.

di Antonio Sofi, alle 13:21

SENTI: Quinta di copertina – 19 dicembre 2008 – Ospite: Andrea Girolami
SCARICA: mp3 (20 minuti e 10 mega ca)
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Mi ha fatto molto piacere chiacchierare venerdì scorso con Andrea Girolami, deus ex machina (da presa) di Pronti al Peggio, progetto di programma musicale sul Web condotto insieme ai videomaker IRagazzidellaprateria. Andrea ha le idee chiare su come dev’essere la “narrativa musicale” ai tempi del Web – proattiva direi se il termine non mi facesse ribrezzo, che si prende la responsabilità muovere il sedere dalla poltrona e raccontare ciò che vede (e sente). Senza aspettare che siano gli altri a farlo, la stessa band, i discografici, la stampa tradizionale troppo spesso ostaggio di vecchie logiche – o che un racconto si faccia da sé. Una rubrica come Fossifigo, che racconta il lato B dello stage e dei concerti, ciò che le band devono fare pe campà – specie all’inizio o in un mercato asfittico come quello italiano, andrebbe, come dice Roberta in un commento su Apogeonline “distribuito d’ufficio col primo acquisto di strumento musicale”).

Sta tutto su Apogeonline, se vi interessa.

La musica non è morta, recitano le cronache che un po’ semplificano eppure raccontano di come – a margine della crisi delle major discografiche e dei modelli tradizionali dell’industria musicale – mai come oggi gira e si ascolta così tanta musica. La musica non è morta, anche grazie alla internet più o meno sociale che ha messo in circolo nuove idee e creatività più o meno a basso costo. Sullo sfondo c’è un giornalismo musicale “tradizionale” che si è lasciato “scippare” dal Web il racconto dei nuovi fenomeni musicali e una blogosfera più o meno amatoriale un po’ litigiosa ma piena di fermento.

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15/12/2008

Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale.

di Enrico Bianda, alle 23:42

E’ con piacere che mi sono accorto, subito dopo aver finito di scrivere le poche righe dedicate ad Allevi, che il fenomeno del Maestro da molti era visto con un certo imbarazzo. Non lo sapevo: ma non mancano certo in giro giudizi negativi (esilaranti, come questo di Malvestite; o sconfortanti, come il racconto di Matteo Bordone di una puntata di Otto e Mezzo) sulla sua musica e soprattutto sull’attitudine verso di essa.

Archiviato il giudizio assolutamente impietoso – per quello che mi riguarda – sulla sua musica, resta aperta, credo, la questione della musica contemporanea. Come dicevo nel commento/minaccia del precedente post, la domanda da porsi è: che cosa deve fare, e quindi che cosa è, in fondo, la musica contemporanea.

Sgombro il campo da possibili equivoci: quando parlo di contemporaneità mi riferisco a tanta musica di qualità, e non dimentico certo il rock, o l’amato jazz: per me con quella definizione si raccolgono le musiche buone, da Leonard Cohen a Paul Weller, da Wadada Leo Smith ai Wilco passando per Kurtàg o Ligeti.

Mats Gustafsson

Devo ammettere che quando mi è capitato di leggere affermazioni rilasciate dal nostro (sempre Allevi), come «la musica contemporanea non sarà più la stessa, è ora di voltar pagina», avrei voluto John Belushi pronto a scattare e a schiantare il coperchio del biancopianoforte sul viso del Maestro. Uno di quei gesti veloci e sensazionali che mozzano il fiato, rapidi e inauditi per i quali saremo perennemente grati.

Più a freddo mi rendo conto che probabilmente Allevi è prigioniero del personaggio che gli è stato cucito addosso da molto, troppo, giornalismo di costume e musicale. Le operazioni di popolarizzazione cui è stato sottoposto hanno contribuito a far esplodere la bolla mediale, portandosi in scia tutta la melassa della gratitudine per aver fatto avvicinare alla musica tanta povera gente che altrimenti sarebbe andata avanti a Britney Spears, oppure sarebbe restata tagliata fuori dalla musica tout-court.

Procedo in ordine sparso, con tre punti – che casualmente sono rispettivamente commerciale, politico e giornalistico:

  • L’industria musicale è così ingorda e contemporaneamente impermeabile alla qualità che appena sente odore di fenomeno, appena vede spuntare una lacrimuccia di emozione nel pubblico é pronta a far partire il carrozzone (vedi cosa è successo con Bocelli).
  • La questione della propedeuticità di Allevi, come avvicinamento al mondo della musica colta, è un problema legato ad un paese che ha deciso ancora quest’anno di tagliare per il prossimo triennio oltre il 30% dei finanziamenti alla cultura e alla musica in particolare. Non bisogna sorprendersi se si finisce per confondere Giusy Ferreri con un’artista di qualità.
  • Abbiamo delegato il giornalismo musicale a luoghi e persone che al posto di raccontare la musica preferiscono nella migliore delle ipotesi alimentare luoghi comuni. In molti hanno alimentato il fenomeno Allevi, diffondendo un’idea di musica zavorrata al passato e azzoppata dalle regole commerciali dell’industria discografica. Un esempio? Se si parla di jazz, ad esempio, sembra inevitabile flirtare con l’immagine stereotipata di un genere fatto di languore, note in blu, melanconia e storie maledette, da Charlie Parker a Chet Baker.

E’ un intreccio abbastanza perverso, ma che ci obbliga a ripensare finalmente la musica contemporanea fuori dai percorsi stabiliti. E siamo finalmente al nocciolo della questione, la contemporaneità nella musica e la sua necessaria dimensione sociale.

Davide Sparti, Musica in nero, Bollati e Boringhieri

Davide Sparti ha scritto un saggio molto interessante e unico nel panorama italiano, Musica in nero. Il campo discorsivo del jazz, dedicato al jazz e approcciato attraverso gli strumenti della sociologia. Ci parla della musica afroamericana cogliendola come campo discorsivo.

Il jazz in questo caso ci aiuta a comprendere che cosa deve essere la musica contemporanea. Sparti indica bene la via: la musica deve parlare del mondo che la accoglie, deve fare breccia in quel mondo, tant’è che per comprenderla dobbiamo considerarla come fatto sociale totale, che investe relazioni, rapporti di forza, istituzioni, storia, racconti, profili personali, mercato e consumi culturali. La musica quando riesce ad essere tutto questo, quando racconta qualcosa del mondo che viviamo, rischiando, mettendosi in gioco, sovvertendo le logiche commerciali, indagando negli interstizi del gusto e del piacere, allora fa qualcosa di contemporaneo.

Altrimenti – voi sapete di chi sto parlando – c’è un flusso indistinguibile di note concordanti, che stabiliscono un clima musicale di consenso assoluto, di quiete, di rassicurazione. La musica è finita, amen.

27/11/2008

Ridateci Clayderman e il suo pianoforte bianco e il singulto criminale

di Enrico Bianda, alle 22:57

A cavallo tra la fine degli anni 60 ed i 70 in Italia si assisteva ad un fenomeno musicale singolare. La musica di carattere industriale che veniva composta da musicisti di studio e in seguito utilizzata dalle produzioni audio visive di mercato: dalla sonorizzazione dei documentari ai Telegiornali, dai film di serie Z alle pubblicità.

Una delle caratteristiche di queste composizioni era la titolazione emotivo-onomatopeica: il punto era trovare un titolo abbastanza didascalico, che funzionasse nella fase di ricerca negli archivi sonori.

Ed ecco spiegata roba altrimenti improponibile del tipo: “Frenesia giovanile”, “Afflato sessuale”, “Erotismo notturno”, “Singulto criminale”, “Tramonto di disperazione” e via dicendo. Animato da piglio citazionista e un po’ camp, mi è capitato spesso, per i miei primi documentari radiofonici, di utilizzare queste musiche – che peraltro circolavano abbastanza dalle mie parti (per qualcuno di questi in ristampa ho scritto anche le note di copertina: Stroboscopica Vol.2 Plastic Records; I Gres, Plastic Records; e via vergognandomi).

Think big and worry little! – una delle frasi motivanti sul sito di Allevi

Tutto questo mi è tornato in mente dopo aver letto l’ennesimo inutile articolo dedicato alla mirabolante ascesa artistica di Giovanni Allevi. Sono andato a curiosare tra le pagine del suo sito ufficiale, attirato in modo particolare dalla sezione (forse parte del sito vecchio) dedicata ai pensieri fotografici: alcune immagini commentate dallo stesso Allevi che con spregio di sensibilità scrive cose del tipo «quando fai le cose con il cuore le cose non si aprono, si sfondano!», oppure ancora delicatezze come «suonare è un gesto totale», e poi seguono pensieri stupendi come «il più utile libro di composizione è il mondo che ci circonda». Brrr.

Quindi, stravolto dalla poesia e dalla capacità empatica del maestro vado ad ascoltare alcuni samples disponibili: e scorro avidamente i titoli delle composizioni “Go with the flow”, “Volo sul mondo”, “Ossessione”, “Affinità elettive”. Un tuffo sonorizzato ai titoli anni ottanta.

E ahimè non sembra che Allevi ci faccia: leggendo le interviste rilasciate all’indomani dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro il maestro annuncia che la musica classica non sarà più la stessa ecc. – nemmeno il dubbio lo faccia per amor di consapevole kitsch.

Richard Clayderman e il suo pianoforte bianco

Poi c’è la musica. Non credo di aver bisogno di sottolineare quale è la mia opinione sulla musica composta da Allevi – del tutto “irrazionalpopolare“, come da bella definizione di Bonami e Mastrantonio. (Ne ha scritto bene il Giornale della musica in un numero recente). Allevi rappresenta, musicalmente, una sintesi – manco a dire originale – tra Michael Nyman e Richard Clayderman di Ballade for Adeline. A questo punto, meglio gli originali.