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	<title>Webgol, a cura di Antonio Sofi &#187; Memoria</title>
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		<title>Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 08:09:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono stato la prima volta a L&#8217;Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte &#8211; da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono stato la prima volta a L&#8217;Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte &#8211; da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell&#8217;Abruzzo. Gente dei &#8220;comitati&#8221;, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all&#8217;unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=YQ0D-NpZQPs">parte 1</a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=o46Z42FFZFo">parte 2</a>) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da più di 40 artisti aquilani, <a href="http://www.recomenzadoma.it/">Domà</a> (spettacolare parodia di quella di Jovanotti &#038; Friends imposta dall&#8217;alto delle stelle gentili). Non c&#8217;era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c&#8217;è uno striscione che recita: &#8220;<em>Riprendiamoci la città</em>&#8220;.<br />
Glielo auguro di cuore. </p>
<h3>Storie d&#8217;oro e di fango. Valeria Gentile tra l&#8217;Abruzzo e il Vaticano</h3>
<p><a href="http://webgolnetwork.com/download-storiedioroedifango.html"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/ValeriaGentile_StorieOro_pi.jpg" alt="" title="" width="200" height="309" class="alignleft size-full wp-image-3841" /></a>Questo ebook (<a href="http://webgolnetwork.com/download-storiedioroedifango.html">scaricabile in pdf, 16 mega</a>), della giovane reporter <a href="http://valeriagentile.com/">Valeria Gentile</a> è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po&#8217; dimenticato, perché spesso si dimenticano le cose che fanno male e perché raccontata all&#8217;esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E&#8217; un racconto <em>militante</em> e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede&#8230;</p>
<p><strong>SCARICA</strong>: <a href="http://webgolnetwork.com/download-storiedioroedifango.html">Storie d&#8217;oro e di fango (pdf, 16 mega ca)</a></p>
<p><em>SFOGLIA e ingrandisci cliccando sul flash qui in basso</em></p>
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<h3>L&#8217;introduzione</h3>
<p>Di seguito la mia perdibile introduzione </p>
<blockquote><p>
Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità. </p>
<p>Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli? </p>
<p>Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualità vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono &#8211; e diventa inevitabilmente predica. </p>
<p>Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.</p>
<p>“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta. </p>
<p>In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso &#8211; incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.<br />
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.</p>
<p>Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “<a href="http://igrandireportages.blogspot.com/">Altri Occh</a>i” (vincitrice anche di una edizione di <a href="http://www.bloglab.it/">Bloglab</a>, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni). </p>
<p>Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterà impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai. </p>
<p>Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).</p>
<p>Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei. </p>
<p>Buona lettura.<br />
Antonio Sofi</p></blockquote>
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		<title>est Berlin /3. Fotoricordo</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 00:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Urri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[[Dopo le ostalgie di Enrico Bianda, le riflessioni di Urri, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno (tra tg stupiti e penne rosse), e le differenze di un unico popolo (ma diverso), un gioco di specchi di foto. Storie di chi lì c'era. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/logo.jpg" alt="" class="alignleft size-full wp-image-3474" />[<em>Dopo le <a href="http://www.webgol.it/index.php?s=Ostalgie+canaglia">ostalgie</a> di Enrico Bianda, le riflessioni di <a href="http://www.webgol.it/author/Urri/">Urri</a>, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il <a href="http://www.webgol.it/2009/11/09/venti-anni-fa-berlino-est-unglaubliche-ereignisse/">racconto di quel giorno</a> (tra tg stupiti e penne rosse), e le <a href="http://www.webgol.it/2009/11/23/est-berlin-2-nessuno-e-davvero-un-altro-popolo/">differenze di un unico popolo</a> (ma diverso), un gioco di specchi di foto. Storie di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as</em>]</font></p>
<p>«<em>Perché non aggiungi qualche foto al post? Una foto di Berlino Est, qualcosa che ricordi il passato?</em>». Infatti, perché no. Sfoglio le pagine degli album fotografici dell’epoca. Strano, però. Berlino Est non si vede. Non c&#8217;è. Nel senso che non c’è neanche una foto che mostri uno scorcio della città, un panorama architettonico o semplicemente gente in strada. Solo foto della famiglia e degli amici; in casa o in giardino; e poi feste, vacanze, mare. Il solito. Ma Berlino non c&#8217;è. E&#8217; invisibile. </p>
<p>No, non era vietato fotografare la città – a parte proprio davanti al muro, <a href="http://personalitaconfusa.splinder.com/post/21685519/CONFUSO+E+PEPPINO+DIVISI+A">ovviamente</a> – ma andare in giro a scattare foto a Berlino Est non era neanche una cosa normalissima. Nel peggiore dei casi poteva essere visto come un atto sospetto, una critica o addirittura spionaggio. </p>
<blockquote><p><em>Perché fotografa questo negozio?<br />
Per mandare la foto a un quotidiano dell’Ovest e illustrare la pochezza della scelta possibile e gli scaffali mezzo vuoti?<br />
E questa triste facciata grigia? Per caso vuole criticare la situazione economica del Paese?<br />
Come mai una foto a questa piazza? Non starà mica elaborando un piano di fuga tramite un tunnel da scavare?</em> </p></blockquote>
<p>E così via. Sembra esagerato. E forse la scelta di non fotografare la città non era neanche una scelta consapevole. Ma una regola non detta che istintivamente tutti seguivano. Poi c&#8217;erano le storie. Storie in cui la realtà superava la fantasia &#8211; e diventava quasi un film.</p>
<p>Come per esempio quel giorno a metà degli anni &#8216;60 quando nell’ufficio di mio nonno si presentarono alcuni agenti della Stasi. Erano convinti che lui lavorasse per il <em>Bundesnachrichtendienst</em>: insomma che fosse una spia dei servizi segreti della Germania Ovest. Da quel giorno mio nonno è stato sotto controllo: per anni, di fronte alla casa, c&#8217;era una macchina con due agenti (che ogni tanto cambiavano). Mia madre se la ricorda bene. Lo seguivano ovunque, anche a piedi o sul treno. E sicuramente controllavano anche lettere e telefonate. Un giorno la macchina non c&#8217;era più. Forse smisero di controllare, probabilmente no. Ora mio nonno ne ride, prima non so. </p>
<p>Nelle foto di me bambina, ci sono io che gioco sulla spiaggia. </p>
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	<img src="http://farm3.static.flickr.com/2485/4147963269_b3592dc4c8.jpg" alt="1981, Mar Baltico" width="300" height="384" />
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		<title>est Berlin /2. Nessuno è davvero un altro popolo.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 21:38:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Urri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, le riflessioni di Urri, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno, tra tg stupiti e penne improvvisamente rosse, le differenze tra Est e Ovest - a partire dal giorno dopo. In 20 anni abbiamo un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[<em>Dopo i <a href="http://www.webgol.it/index.php?s=Ostalgie+canaglia">racconti ostalgici</a> di Enrico Bianda da Lipsia, le riflessioni di <a href="http://www.webgol.it/author/Urri/">Urri</a>, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il <a href="http://www.webgol.it/2009/11/09/venti-anni-fa-berlino-est-unglaubliche-ereignisse/">racconto di quel giorno</a>, tra tg stupiti e penne improvvisamente rosse, le differenze tra Est e Ovest - a partire dal giorno dopo. In 20 anni abbiamo un po' dimenticato le storie dalle esse minuscole – eppure dannatamente importanti – di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as</em>]</font></p>
<p>Insomma, come sono quelli dell’Est? Sono diversi da quelli dell’Ovest?<br />
E quindi si capisce da dove uno viene? Beh, spesso sì. Un indizio facile è il dialetto, ovviamente. Si sente se uno viene dalla Sassonia o dalla Baviera. E dicono anche che quelli di Berlino Est parlano con un accento diverso da quelli di Berlino Ovest. Eppure non è questo il punto. Molti tedeschi sia dell&#8217;Est che dell&#8217;Ovest – e spesso anche quelli nati dopo il 1989 – sono convinti che ci siano differenze che vanno molto oltre.</p>
<div class="img " style="width:300px;">
	<img src="http://farm3.static.flickr.com/2611/4128097225_bde2e73fb9_o.jpg" alt="Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri" width="300" height="390" />
	<div>Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri</div>
</div>
<p>Per il ventennale della caduta del muro qualcuno ha creato questo poster che cita la famosa frase delle manifestazioni dell’autunno del 1989: <em>Wir sind ein Volk</em>. Ma è stata aggiunta una seconda frase con la quale il senso diventa il contrario: <strong>Noi siamo un popolo</strong>. <em>Und ihr seid ein anderes</em>. <strong>E voi siete un altro.</strong></p>
<p>Nei primi anni dopo la caduta del muro, quando mi chiedevano da dove venivo, non era mai sufficiente rispondere “da Berlino” perché seguiva automaticamente la domanda “Est o Ovest?”. Una domanda a cui ho sempre risposto senza farmi problemi, senza alcun motivo né di esserne fiera né di vergognarmene. Naturalmente con gli anni la domanda si sentiva sempre meno. E non è che se uno mi diceva “<em>Ciao, sono di Amburgo, e tu?</em>” mi mettevo a puntualizzare “<em>Ciao, sono di Berlino, però di quella parte lì, che 15 anni fa si chiamava Berlino Est, e ora sta ancora all’est ma forse si direbbe nordest, se parliamo dei punti cardinali</em>”. </p>
<div class="img " style="width:400px;">
	<img src="http://farm3.static.flickr.com/2495/4128901536_2e2f3663de_o.jpg" alt="Fishes in Berlin, foto di Urri" width="400" height="300" />
	<div>Fishes in Berlin, foto di Urri</div>
</div>
<p>E però. Mi è successo tante volte – sia con amici tedeschi della Germania Ovest che con stranieri, spesso italiani – di menzionare casualmente di essere nata a Berlino Est, e di sentirmi rispondere “<em>Ma dai, davvero? Non l’avrei mai detto, pensavo fossi dell’Ovest</em>”. E io ci rimanevo sempre un po’ così, senza sapere bene cosa rispondere. Da una parte ero contenta perché era una specie di complimento, che voleva esprimere la sensazione che non ero diversa e che sembravo una di loro. Ma dall’altra parte quella reazione mi ha sempre un po&#8217; offesa, proprio per il retropensiero che quelli dell’Est &#8211; insomma noialtri &#8211; saremmo diversi. </p>
<p>Superfluo dire che se poi chiedevo “<em>Ma dai, davvero? E come mai?</em>” nessuno riusciva mai a darmi una spiegazione soddisfacente. E che nessuno dei miei amici dell’Est mi ha mai detto “<em>Ma tu sembri una dell’Ovest</em>”. Ero e sono anche una di loro. E forse qualcuno, molto più straniero di me, mi potrebbe prendere per italiana. Forse è che nessuno è davvero un altro popolo.</p>
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		<title>Venti anni fa, Berlino Est. “Unglaubliche Ereignisse!”</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 10:18:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Urri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, un ricordo di Urri, berlinese che scrive uno splendido italiano e che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Giorno che Fukuyama ha raccontato pomposamente come "fine della Storia". Definizione che porta con sé un doppio fallimento: nel cono d'ombra della Storia con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[<em>Dopo i <a href="http://www.webgol.it/index.php?s=Ostalgie+canaglia">racconti ostalgici</a> di Enrico Bianda da Lipsia, un ricordo di Urri, berlinese che scrive uno splendido italiano e che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Giorno che Fukuyama ha raccontato pomposamente come "fine della Storia". Definizione che porta con sé un doppio fallimento: nel cono d'ombra della Storia con la "s" maiuscola che è andata avanti impassibile abbiamo un po' dimenticato (voluto dimenticare) le storie – minuscole eppure dannatamente importanti – di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire, insomma: noi. Buona lettura. as</em>]</font></p>
<p>Me lo ricordo bene. È il 10 novembre. In tv passano le immagini della notte precedente. Mia madre scoppia a piangere. Un pianto di gioia e commozione. La folla davanti ai checkpoint vibra di un’energia insopprimibile. Il momento in cui le guardie della frontiera aprono i cancelli. Le grida incredule, gli abbracci spontanei, i pianti sfrenati di felicità. Brividi di emozione, anche oggi. Anche vent’anni dopo.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/EQpeNuZK-Mc&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/EQpeNuZK-Mc&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Chissà cosa avremmo fatto se la sera del 9 novembre avessimo visto la <a href="http://www.youtube.com/watch?v=p61IlN04v4Q&#038;feature=related">conferenza stampa con Günter Schabowski</a>. Abitavamo proprio vicino al checkpoint Bornholmer Straße, il primo che fu aperto. E invece non sapevamo niente dell&#8217;annuncio sulle nuove norme per i viaggi all’estero, le quali – così diceva il segretario del SED – sarebbero diventati efficaci &#8220;immediatamente&#8221;. <em>Sofort, unverzüglich</em>. Per farla breve: quella notte fra il 9 e il 10 novembre, quando è caduto il muro di Berlino, io dormivo. </p>
<p>Nel novembre 1989 ero una bambina di dieci anni, nata e cresciuta a Berlino Est. Quest’anno posso dire di aver vissuto il primo terzo dei miei anni dietro quel muro e due terzi nella Germania riunita. Finora non ho mai scritto dei miei ricordi di quei tempi passati – né in tedesco, figurarsi in italiano. </p>
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	<img src="http://farm3.static.flickr.com/2499/4088505021_a63e3c1f8e.jpg" alt="9 novembre 1989, Berlin (Ost). Bornholmer Straße. (© Andreas Schoelzel)" width="375" height="500" />
	<div>9 novembre 1989, Berlin (Ost). Bornholmer Straße. (© Andreas Schoelzel)</div>
</div>
<p>Ma ho cominciato a pensarci dopo aver letto su Webgol gli <a href="http://www.webgol.it/index.php?s=Ostalgie+canaglia">articoli sull’Ostalgie canaglia</a> di Enrico Bianda, soprattutto <a href="http://www.webgol.it/2009/10/21/ostalgie-canaglia-kinderzone-nessuna-colpa-nessuna-gloria/">la riflessione dopo l’intervista alla scrittrice tedesca Jana Hensel</a>, nata nel 1976 a Lipsia: «<em>Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva</em>». Visto che si parla della generazione a cui appartengo dovrei forse riconoscermi in questa interpretazione. Però per me quel passaggio non è stato un trauma ma un’esperienza fantastica. L’<em>ostalgie</em>, la nostalgia dell&#8217;Est, non l’ho mai provata. Magari provo nostalgia per i tempi della gioventù in generale, come tutti o quasi tutti, indipendentemente da Est o Ovest. </p>
<p>Quella notte sono accaduti “avvenimenti incredibili” – così scriveva mia madre nella sua agenda dell’89. Una piccola agenda che fino al 9 novembre di venti anni fa era scritta con penna blu. Poi, all&#8217;improvviso, una penna rossa. E grandi lettere sottolineate. E punti esclamativi. &#8220;<em>Unglaubliche Ereignisse!</em>&#8220;.</p>
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		<title>Ostalgie canaglia. Dai, è finita, tschüss.</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 18:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho visto una cosa straordinaria oggi. Un lungo documentario datato 1989, in bianco e nero girato da 12 registi appartenenti alla DEFA, operatori e giornalisti dell’audio-video che realizzavano materiali televisivi a sostegno del regime della DDR. All’indomani del famoso lunedì 9 ottobre di quell’anno – all’indomani della grande manifestazione che portò 90000 persone in corteo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto una cosa straordinaria oggi. Un lungo documentario datato 1989, in bianco e nero girato da 12 registi appartenenti alla DEFA, operatori e giornalisti dell’audio-video che realizzavano materiali televisivi a sostegno del regime della DDR. All’indomani del famoso lunedì 9 ottobre di quell’anno – all’indomani della grande manifestazione che portò 90000 persone in corteo attraverso la città di Lipsia – questi operatori vennero mandati a filmare e a intervistare un po’ tutti i protagonisti di quella storica giornata.</p>
<p>La cosa straordinaria (se vogliamo grottesca con un bel po’ di senno di poi) è che questi se ne andavano in giro come degli entomologi per caso, a intervistare le persone. Operai nei cantieri, disoccupati in fila all’ufficio collocamento, giovani studenti: dentro le sezioni del partito (l’unico ammesso), le caserme, le sedi della polizia, gli uffici amministrativi, e così via. Per alcune ore, è come un flusso che slitta ai confini della storia: persone che non hanno capito che cosa è accaduto. Magari sanno che in città qualcosa è cambiato, ma di fronte alle interviste a caldo non sanno come interpretare il cambiamento. Sanno peraltro che non si possono sbilanciare più di tanto. Alcuni mantengono una rigidità da interrogatorio che mette paura. </p>
<div class="img alignnone size-full wp-image-3302" style="width:282px;">
	<img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/lipsiacandele.jpg" alt="Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio." width="282" height="502" />
	<div>Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio.</div>
</div>
<p>In quel momento, nonostante le 90000 persone e le candele ancora accese davanti alla sede della STASI, si sentono di fronte ad un bivio. Dire la verità o recitare la manfrina che la DDR voleva sentirsi raccontare. Ancora più dissonante è la faccia del capo della polizia, che continua a scuotere la testa: si sente sotto esame, non sa che dire, ma deve parlare e mantenere un certo rigore. Quei documenti li vedranno a Berlino, la macchina della propaganda è in marcia. Ogni tanto, però, il capo della polizia viene percorso da uno spasimo che lo rende umano. Come a dire: ragazzi, dai è finita, lo sappiamo tutti.</p>
<p>I materiali delle interviste sono stati girati tra il 16 ottobre e il 7 novembre. Due giorni dopo il muro viene giù.</p>
<h3>Jana Hensel, la ostalgie della DDR</h3>
<p>Mi è rimasta però ancora una cosa da riprendere. Ne <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/laser/2009/10/22/lipsia4.html">ho riparlato anche con <strong>Jana Hensel</strong></a>, autrice del romanzo <a href="http://www.amazon.de/Zonenkinder-Jana-Hensel/dp/349802972X">Zonenkinder</a>, l’altro giorno a Berlino. La <em>ostalgie</em>. Lei è porta su di se l’accusa di essere una nostalgica della DDR. Sicchè insomma ho chiesto a lei di raccontarmi un po’ che cosa ne pensasse. E lei l’ha presa da lontano. Ecco più o meno cosa mi ha raccontato:</p>
<blockquote><p>Conoscerai il palazzo della Repubblica a Berlino, no? E’ stato appena abbattuto. Nella mia infanzia quel palazzo era il simbolo dell’oppressione e della repressione. Li dentro si tenevano le manifestazioni della SED, ed era tutto però così lontano dalla mia vita. Io non volevo averci a che fare. Per altri era un luogo ridicolo. </p>
<p>Ma nel momento esatto in cui questo palazzo scompare, ecco esso diviene il simbolo della mia vita. Anche se non ho avuto nulla a che fare con lui! Avviene una riunificazione retrospettiva con questa cosa, e per me è davvero difficile da spiegare.</p></blockquote>
<div class="img alignnone size-full wp-image-3303" style="width:298px;">
	<img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/jana_hensel_2009.jpg" alt="Jana Hensel" width="298" height="425" />
	<div>Jana Hensel</div>
</div>
<blockquote><p>Ora il fatto che io mi senta in qualche modo legata a questo palazzo mi proietta in una dimensione di nostalgia. Addirittura parrebbe che io desideri un ritorno alla DDR.</p>
<p>Ostalgie non è il desiderio di un ritorno al passato, alla dittatura, ad uno stato repressivo come era la DDR. In realtà l’ostalgie è il desiderio di ricollegarsi alla propria vita, come in un flusso che è stato in passato interrotto. E’ un tentativo, fatto con una certa consapevolezza, di ricordarsi di film, di libri, di musica. Ricordare attraverso le espressioni della cultura pop della DDR.</p></blockquote>
<p>Ascolta un pezzetto dell&#8217;audio dell&#8217;intervista</p>
<blockquote><p>I tedeschi dell’EST sono stati molto criticati per questo loro tentativo di ricordare. Personalmente non ho mai potuto capire queste critiche. Nella DDR noi abbiamo vissuto, abbiamo condotto una vita che aveva anche dei tratti di normalità. Avevamo una vita quotidiana che vogliamo ricordare senza per questo immaginare un ritorno alla DDR.</p></blockquote>
<p>Concludo, per sottolineare come questa questione del Palazzo della Repubblica sia sentita in Germania. Oggi, il quotidiano Die Welt, nella prima della cultura, pubblica un piccolo articolo molto significativo: “<em>Koalition will sich zum Schloss-Wiederaufbau bekennen</em>”: come a dire che la coalizione di governo appena insediatasi verrà ricordata come quella che ha ricostruito il Castello. (originariamente, prima che la DDR costruisse il suo Palazzo della Repubblica, il sito, accanto alla Humboldt Universität e all’Opera, accoglieva un importante Castello imperiale, e questo verrà ricostruito in modo filologico). Come dicono qui: <em>Tschüss</em>.</p>
<ul>
<strong>ASCOLTA:</strong></p>
<li>Sulla Rete Due della Rsi, i <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">documentari audio</a>, comodamente on demand. Ci sono otto puntate: metà da Lipsia e metà da Danzica, tutte raccolte nella <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">pagina di Laser</a>, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.</li>
</ul>
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		<title>Ostalgie canaglia. Kinderzone: nessuna colpa, nessuna gloria.</title>
		<link>http://www.webgol.it/2009/10/21/ostalgie-canaglia-kinderzone-nessuna-colpa-nessuna-gloria/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 12:26:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Radio]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni di lavoro, mentre provo a ricostruire la Lipsia degli anni 80, fino a pochi mesi prima della Friedliche Revolution, e la guardo perdersi in questi venti anni, annebbiarsi in una guazza immobiliarista, di frenetico rinnovo e distruzione, mi è stato abbastanza difficile mettere a fuoco davvero il passato, ma soprattutto il passaggio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni di lavoro, mentre provo a ricostruire la Lipsia degli anni 80, fino a pochi mesi prima della <em>Friedliche Revolution</em>, e la guardo perdersi in questi venti anni, annebbiarsi in una guazza immobiliarista, di frenetico rinnovo e distruzione, mi è stato abbastanza difficile mettere a fuoco davvero il passato, ma soprattutto il passaggio. </p>
<p>Che cosa è successo alle persone che davvero da un giorno all’altro hanno visto i supermercati riempirsi di tutto quello che a Ovest si poteva comprare? In questa città nel 1989 non c’erano telefoni, privati intendo. Non c’erano le linee telefoniche. Mi hanno mostrato, con un certo orgoglio direi, che cosa usavano per comunicare tra amici e conoscenti. Cartoline mandate per posta. </p>
<blockquote><p>“Domani passo da te alle 2”.<br />
“Ceniamo insieme mercoledì?”.<br />
“All’emporio questa settimana arriva il bagnoschiuma Vidal”. </p></blockquote>
<p>Oppure fuori dalla porta di casa si lasciava una blocchetto di carta, chi passava lasciava un messaggio.<br />
O direttamente si suonava alla porta.</p>
<div class="img " style="width:450px;">
	<a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/4031229967/" title="Steffen Schleienmacher by Webgol, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2739/4031229967_c4949ec625.jpg" alt="Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda" width="450" height="261" /></a>
	<div>Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda</div>
</div>
<p>Allo stesso tempo Lipsia era una città aperta. Proprio come la pensiamo noi una città aperta. Per molti motivi, alcuni oscuri, qui si poteva andare alla <em>Gewandhaus</em>, la principale sala da concerto della città, tra le più celebri sale di tutta Europa (oggi ne dirige l&#8217;orchestra <strong>Riccardo Chailly</strong>, in passato <strong>Kurt Masur</strong>), e si assisteva ad un programma che prevedeva musiche di Stockhausen, Holliger, Nono. Quanto di meno istituzionale si potesse immaginare. Altro che marce e inni di regime.</p>
<p>Ne <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/laser/2009/10/20/lipsia2.html">ho parlato diffusamente l’altro giorno</a> con un compositore contemporaneo, <strong>Steffen Schleienmacher</strong>, che a Lipsia è arrivato nel 1980 per studiare al conservatorio. Ha conosciuto la cultura di questa città e le libertà che qui si potevano sperimentare. Poche confrontate a quelle occidentali certo, ma preziose in una città che – come mi ha detto una donna – era &#8220;nera e odorava di torba&#8221;. </p>
<ul>(Mi ricorda l’odore dei cetrioli e dei calzini nelle campagne lituane, di un vecchio viaggio <em>webgolliano</em> di qualche anno fa: <a href="http://www.webgol.it/2004/05/02/daumantai-la-terra-attorno-alle-croci/">questo è il link</a>, con tutti i materiali sbalestrati dai passaggi in troppe piattaforme)</ul>
<p>Tutto questo per dire che poi, alla fine, ieri sono andato a Berlino. Dove ho incontrato una giovane scrittrice, <strong>Jana Hensel</strong>. Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione (la sua: classe 1976), che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva. Che parlava una lingua diversa. Senza aver fatto a tempo ad essere davvero una cittadina dell’Est. Nessuna colpa in un paese di colpevoli. Nessuna gloria in un paese di eroi. </p>
<p><font size="-2">Qui sotto un momento dell&#8217;intervista con Jana, in tedesco, ancora non montato. Clicca per ascoltare</font></p>
<p>Una generazione a metà, ibrida, i <em>kinderzone</em>, come li ha chiamati lei. Una zona nella quale loro, ma in fondo tutti i cittadini dell’est, continuano a vivere. La DDR è sicuramente scomparsa dalle strade, negli arredi, nei sapori, negli odori, ma resta sempre viva dentro le persone, come un’ombra, una paura, un’incomprensione, una colpa.</p>
<ul>
<strong>ASCOLTA:</strong></p>
<li>Sulla Rete Due della Rsi, i <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">documentari audio</a> &#8211; fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono già le prime sei puntate audio: tre da Lipsia e tre da Danzica, tutte raccolte nella <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">pagina di Laser</a>, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.</li>
</ul>
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		</item>
		<item>
		<title>Ostalgie, ostalgie canaglia</title>
		<link>http://www.webgol.it/2009/10/20/ostalgie-ostalgie-canaglia/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 05:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Radio]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma allora la ostalgie esiste. Se ne parla spesso, se ne legge pure, me la sono ritrovata un po’ ovunque preparando questa gita a Est. E poi, da dietro un palazzo in questa Lipsia piovosa maledetta, è spuntata, bella cartocciara appiccicata dietro un portone di ferro, quasi non si vede, non fosse per la pioggiaventopioggia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma allora la <em>ostalgie</em> esiste. Se ne parla spesso, se ne legge pure, me la sono ritrovata un po’ ovunque preparando questa gita a Est. E poi, da dietro un palazzo in questa Lipsia piovosa maledetta, è spuntata, bella cartocciara appiccicata dietro un portone di ferro, quasi non si vede, non fosse per la <em>pioggiaventopioggia</em> non mi sarei nemmeno voltato a guardarla.</p>
<div class="img " style="width:400px;">
	<a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/4025996456/" title="Ostalgie by Webgol, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2586/4025996456_34a49e61b1_o.jpg" alt="Ostalgie" width="400" height="225" /></a>
	<div>Ostalgie, Lipsia. Foto di Enrico Bianda</div>
</div>
<p>Allora, coordinate. <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">Lipsia, ma anche Berlino</a>. A vent’anni, quasi, dalla caduta del muro, a raccogliere storie in questa città di Sassonia, dove tutto iniziò, un anno prima quasi, silenziosamente. Poi il 9 ottobre la gente si incamminò e pacificamente andò a metter candele – in 90.000 – sotto il portone della sede cittadina della Stasi.</p>
<div class="img " style="width:450px;">
	<a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/4025343655/" title="Lipsia, 9 ottobre 1989 by Webgol, on Flickr"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3529/4025343655_4e3aab4dda.jpg" alt="Lipsia, 9 ottobre 1989" width="450" height="261" /></a>
	<div>Lipsia, 9 ottobre 1989</div>
</div>
<p>Una raccolta di testimonianze soprattutto su quello che è accaduto in questi venti anni, tra adolescenti inquieti, compositori d’avanguardia e frange di estremisti di destra.<br />
Che ne è stato di una generazione di mezzo?<br />
Che cosa resta della DDR?</p>
<p>Qui qualche appunto, qualche foto. Di seguito una introduzione non disponibile sul sito:</p>
<p><em>(Clicca per ascoltare)</em></p>
<p>Sulla Rete Due della Rsi, i <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">documentari audio</a> &#8211; fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono già le prime due puntate, dai <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/laser/2009/10/19/danzica1.html">cantieri navali di Danzica</a>, e dal <a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/laser/2009/10/19/lipsia1.html">centro di Lipsia</a>.</p>
<ul>ASCOLTA:</p>
<li><strong><a href="http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/approfondimento/2009/10/19/danzica-lipsia.html">Danzica e Lipsia</a>, vent&#8217;anni dopo la caduta del muro di Berlino</strong>, a cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia. </li>
</ul>
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		</item>
		<item>
		<title>Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale.</title>
		<link>http://www.webgol.it/2008/12/15/musica-inquieta-il-consenso-di-allevi-i-coperchi-di-belushi-e-il-jazz-sociale/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 22:42:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ con piacere che mi sono accorto, subito dopo aver finito di scrivere le poche righe dedicate ad Allevi, che il fenomeno del Maestro da molti era visto con un certo imbarazzo. Non lo sapevo: ma non mancano certo in giro giudizi negativi (esilaranti, come questo di Malvestite; o sconfortanti, come il racconto di Matteo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ con piacere che mi sono accorto, subito dopo aver finito di scrivere le <a href="http://www.webgol.it/2008/11/27/ridateci-clayderman-e-il-suo-pianoforte-bianco-e-il-singulto-criminale/">poche righe dedicate ad Allevi</a>, che il fenomeno del Maestro da molti era visto con un certo imbarazzo. Non lo sapevo: ma non mancano certo in giro giudizi negativi (esilaranti, come <a href="http://www.malvestite.net/2007/09/27/malvageddon-20-giovanni-allevi/">questo di Malvestite</a>; o sconfortanti, come <a href="http://www.freddynietzsche.com/2008/12/04/tenetelo-li-per-sempre-grazie">il racconto di Matteo Bordone</a> di una puntata di Otto e Mezzo) sulla sua musica e soprattutto sull’attitudine verso di essa. </p>
<p>Archiviato il giudizio assolutamente impietoso – per quello che mi riguarda – sulla sua musica, resta aperta, credo, la questione della musica contemporanea. Come dicevo nel <a href="http://www.webgol.it/2008/11/27/ridateci-clayderman-e-il-suo-pianoforte-bianco-e-il-singulto-criminale/#comment-205611">commento/minaccia</a> del precedente post, la domanda da porsi è: che cosa deve fare, e quindi che cosa è, in fondo, la musica contemporanea.</p>
<p>Sgombro  il campo da possibili equivoci: quando parlo di contemporaneità mi riferisco a tanta musica di qualità, e non dimentico certo il rock, o l’amato jazz: per me con quella definizione si raccolgono le musiche buone, da <strong>Leonard Cohen</strong> a <strong>Paul Weller</strong>, da <strong>Wadada Leo Smith</strong> ai <strong>Wilco</strong> passando per <strong>Kurtàg</strong> o <strong>Ligeti</strong>. </p>
<div class="img aligncenter size-full wp-image-2140" style="width:432px;">
	<img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/matsgustafsson.jpg" alt="" width="432" height="435" />
	<div>Mats Gustafsson</div>
</div>
<p>Devo ammettere che quando mi è capitato di leggere <a href="http://www.corriere.it/spettacoli/08_novembre_25/allevi_segreto_jovanotti_cf1135d8-bac2-11dd-a4c5-00144f02aabc.shtml">affermazioni rilasciate dal nostro</a> (sempre Allevi), come «<em>la musica contemporanea non sarà più la stessa, è ora di voltar pagina</em>», avrei voluto <strong>John Belushi</strong> pronto a scattare e a schiantare il coperchio del biancopianoforte sul viso del Maestro. Uno di quei gesti veloci e sensazionali che mozzano il fiato, rapidi e inauditi per i quali saremo perennemente grati.</p>
<p>Più a freddo mi rendo conto che probabilmente Allevi è prigioniero del personaggio che gli è stato cucito addosso da molto, troppo, giornalismo di costume e musicale. Le operazioni di <em>popolarizzazione</em> cui è stato sottoposto hanno contribuito a far esplodere la bolla mediale, portandosi in scia tutta la melassa della gratitudine per aver fatto avvicinare alla musica tanta povera gente che altrimenti sarebbe andata avanti a <strong>Britney Spears</strong>, oppure sarebbe restata tagliata fuori dalla musica tout-court.</p>
<p>Procedo in ordine sparso, con tre punti – che casualmente sono rispettivamente commerciale, politico e giornalistico:</p>
<ul>
<li>L’industria musicale è così ingorda e contemporaneamente impermeabile alla qualità che appena sente odore di fenomeno, appena vede spuntare una lacrimuccia di emozione nel pubblico é pronta a far partire il carrozzone (vedi cosa è successo con <strong>Bocelli</strong>).</li>
<li>La questione della propedeuticità di Allevi, come avvicinamento al mondo della musica colta, è un problema legato ad un paese che ha deciso ancora quest’anno di tagliare per il prossimo triennio oltre il 30% dei finanziamenti alla cultura e alla musica in particolare. Non bisogna sorprendersi se si finisce per confondere <strong>Giusy Ferreri</strong> con un’artista di qualità.</li>
<li>Abbiamo delegato il giornalismo musicale a luoghi e persone che al posto di raccontare la musica preferiscono nella migliore delle ipotesi alimentare luoghi comuni. In molti hanno alimentato il fenomeno Allevi, diffondendo un’idea di musica zavorrata al passato e azzoppata dalle regole commerciali dell’industria discografica. Un esempio? Se si parla di jazz, ad esempio, sembra inevitabile flirtare con l’immagine stereotipata di un genere fatto di languore, note in blu, melanconia e storie maledette, da <strong>Charlie Parker</strong> a <strong>Chet Baker</strong>.</li>
</ul>
<p>E’ un intreccio abbastanza perverso, ma che ci obbliga a ripensare finalmente la musica contemporanea fuori dai percorsi stabiliti. E siamo finalmente al nocciolo della questione, la contemporaneità nella musica e la sua necessaria dimensione sociale.</p>
<div class="img aligncenter size-full wp-image-2141" style="width:200px;">
	<a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=17566"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/sparti_musicainnero.jpg" alt="" width="200" height="295" /></a>
	<div>Davide Sparti, Musica in nero, Bollati e Boringhieri</div>
</div>
<p><strong>Davide Sparti</strong> ha scritto un saggio molto interessante e unico nel panorama italiano, <a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=17566">Musica in nero. Il campo discorsivo del jazz</a>, dedicato al jazz e approcciato attraverso gli strumenti della sociologia. Ci parla della musica afroamericana cogliendola come campo discorsivo. </p>
<p>Il jazz in questo caso ci aiuta a comprendere che cosa deve essere la musica contemporanea. Sparti indica bene la via: la musica deve parlare del mondo che la accoglie, deve fare breccia in quel mondo, tant’è che per comprenderla dobbiamo considerarla come <em>fatto sociale totale</em>, che investe relazioni, rapporti di forza, istituzioni, storia, racconti, profili personali, mercato e consumi culturali. La musica quando riesce ad essere tutto questo, quando racconta qualcosa del mondo che viviamo, rischiando, mettendosi in gioco, sovvertendo le logiche commerciali, indagando negli interstizi del gusto e del piacere, allora fa qualcosa di contemporaneo.</p>
<p>Altrimenti – voi sapete di chi sto parlando – c&#8217;è un flusso indistinguibile di note concordanti, che stabiliscono un clima musicale di consenso assoluto, di quiete, di rassicurazione. La musica è finita, amen.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Bias-high e noise reduction. Thurston Moore e i mixtape in Ticino.</title>
		<link>http://www.webgol.it/2008/09/17/bias-high-e-noise-reduction-thurston-moore-e-i-mixtape-in-ticino/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2008 16:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Personale]]></category>

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		<description><![CDATA[Le più diffuse: le TDK. Quelle che a me piacevano di più: le Maxell. Erano scure, nere, pesanti. Non ho mai sopportato invece le cassette trasparenti, uscite negli anni 90, che facevano un rumore di plastichina fragile. Mentre quelle un poco più vecchie sentivi che tintinnavano le piccole viti, minuscole, e davano un senso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le più diffuse: le <strong>TDK</strong>. Quelle che a me piacevano di più: le <strong>Maxell</strong>. Erano scure, nere, pesanti. Non ho mai sopportato invece le cassette trasparenti, uscite negli anni 90, che facevano un rumore di plastichina fragile. Mentre quelle un poco più vecchie sentivi che tintinnavano le piccole viti, minuscole, e davano un senso di sicurezza e di perennità  &#8211; davano l&#8217;idea che la musica non sarebbe mai scivolata via. </p>
<div class="img size-full wp-image-1632" style="width:298px;">
	<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Compact_audio_cassette"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/tdkc60cassette_2.jpg" alt="Cassetta TDK" width="298" height="188" /></a>
	<div>Cassetta audio TDK, via Wikipedia</div>
</div>
<p>Il mio primo nastro non è stato un <em>mixtape</em>: è stata la registrazione di <em>Bella ‘Mbriana</em> di <strong>Pino Daniele</strong>. Deve essere ancora nascosta da qualche parte in casa di mia madre. Dopo non mi fermai più. Ricordo ancora con un groppo allo stomaco (e al cuore) il momento in cui si aprì una discussione con mio padre (una figura molto legata ai miei mixtape). Era giunto il momento di comprare un porta cassette da viaggio: <strong>una piccola valigetta che conteneva una quindicina di nastri</strong>, raccolti in una sorta di rastrelliera di plastica nera, il tutto dentro un buccia verde con una chiusura a scatto color rame. La ricordo perfettamente perché anche lei è dentro un cassetto nella vecchia casa dove sono cresciuto.</p>
<p>Sono solo alcuni ricordi che scaturiscono ormai senza più controllo da quando ieri sono passato in libreria a comprare un libro di <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Thurston_Moore">Thurston Moore</a></strong>, chitarrista e compositore dei Sonic Youth. Si intitola <strong><a href="http://www.isbnedizioni.it/index.php?p=edizioni_libro&#038;book=82&#038;type=2">Mix Tape</a></strong>, lo pubblica ISBN e ha un sottotitolo che mi ha fatto venire i brividi: <strong>l&#8217;arte della cultura delle audiocassette</strong>.</p>
<p><em>
<ul>
<li>Leggi anche un estratto su Repubblica: <a href="http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/scienza_e_tecnologia/audiocassette/audiocassette/audiocassette.html">Mix tape, quando la musica si scaricava sulle audiocassette</a></li>
<li>Altre <a href="http://www.isbnedizioni.it/index.php?p=edizioni_libro&#038;book=82&#038;type=2">recensioni nella scheda del libro</a> su ISBN edizioni</li>
<div class="img alignnone size-full wp-image-1640" style="width:300px;">
	<a href="http://www.isbnedizioni.it/index.php?p=edizioni_libro&#038;book=82&#038;type=2"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/mixtape_libro.jpg" alt="" width="300" height="411" /></a>
	<div>Thurston Moore, Mix Tape</div>
</div>
 </ul>
<p></em></p>
<p>Lo sfoglio e trovo decine di piccoli ricordi di personaggi bizzarri passati alla storia e ancora in piena attività nel mondo della musica. E arrivo ad una prima conclusione, radicale. <strong>Chi, negli anni &#8216;80, pur avendone la possibilità, non ha mai fatto i nastroni, non ha mai amato la musica veramente e non la amerà mai.</strong> Punto.</p>
<p>Il momento della realizzazione di un nastrone (o <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mixtape">mixtape</a></em> come dice Moore) era un momento di totale creatività. Lo ricordo bene. Non arrivava a caso. Era sempre o un mercoledì pomeriggio (che non andavo a scuola) o un sabato pomeriggio. Devo dire che un nastrone nasceva prima in testa, lo elaboravo con calma a scuola, segnando con la biro sui quaderni le successioni dei brani. Giunto il momento di produrre la cassetta occorreva andare a comprare il nastro giusto (<strong>Maxell</strong>) e raccogliere i dischi, tra i miei e tra quelli di amici. Mi sedevo davanti all&#8217;impianto di casa, cuffie e pacco di vinili 33 e 45 giri. C&#8217;era da calcolare il tempo, per farci stare la selezione giusta. </p>
<div class="img alignnone size-full wp-image-1634" style="width:400px;">
	<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Compact_audio_cassette"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/audio_cassette_tapes3.jpg" alt="" width="400" height="303" /></a>
	<div>Cassetta audio vista dall'interno, via Wikipedia</div>
</div>
<p>Poi veniva il momento della copertina. Il fratello di un mio caro amico era di qualche anno più grande di noi, invidiatissimo. Aveva già una discoteca tutta sua: dischi e cemento, intendo. Sotto casa con luci stroboscopiche e tutto quanto, compreso un poster del film <em>Inferno</em> di <strong>Dario Argento</strong>, e qualche inopportuna scritta inneggiante agli <strong>Emerson Lake &#038; Palmer</strong>. Lui le copertine le faceva utilizzando i separatori colorati dei raccoglitori. Un cartoncino perfetto. Li tagliava a misura ed incollava sul dorso della cassetta un filo di pagina quadrettata: era lo spazio per il titolo del mixtape. Davanti, la vera copertina era di solito un fotografia ritagliata o addirittura un collage. Faceva dei nastri fantastici. Ne ho uno suo, ancora, che ho mandato in pensione da poco: un nastro che raccoglieva qualcosa di <strong>Laurie Anderson</strong> e di <strong>Robert Wyatt</strong>.</p>
<p>Lo scambio di nastri era un modo per conoscersi. Per capire chi fossimo. E per farci scoprire. Soprattutto dalle ragazze. Insomma come dice <em>Jim O&#8217;Rourke </em>in questo magnifico documento della memoria, <strong>i mixtape si facevano praticamente solo per le ragazze</strong>. E spesso si sbagliava. Io sbagliavo spesso. Solo ora ho capito che <strong>Godfathers</strong> e <strong>Dinosaur Jr.</strong> non erano i gruppi giusti per interessare una ragazza. O forse non lo erano in Ticino, chissà.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Oltre il commercio c&#8217;è di più? Il Natale Posticipato, forse a misura d&#8217;uomo.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Dec 2007 12:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Natale è ormai alle porte. Ma sbaglio o non si sente poi così tanto? 
E&#8217; ormai da tempo che una delle più importanti festività cattoliche è diventata qualcosa di diverso: invasa e quasi monopolizzata da un consumismo spinto e mordace che poco lascia alla spiritualità e alla religione. È l’invenzione del Natale in salsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Natale è ormai alle porte. Ma sbaglio o non si sente poi così tanto? </p>
<p>E&#8217; ormai da tempo che una delle più importanti festività cattoliche è diventata qualcosa di diverso: invasa e quasi monopolizzata da un consumismo spinto e mordace che poco lascia alla spiritualità e alla religione. È l’invenzione del Natale in salsa consumistica – per alcuni studiosi addirittura da far risalire ad <strong>Irving Berlin</strong> e alla sua <a href="http://www.webgol.it/2006/11/16/il-natale-al-bianco-natale/">“White Christmas”</a>, che nel 1942 per prima raccontò non più solo una festa religiosa ma un vero e proprio evento incentrato sulla nostalgia, la famiglia, le piccole cose amate. </p>
<p>E anche sui regali, certo. Sotto l&#8217;albero, ovviamente. Il presente per i colleghi, il pensiero per i parenti, il gioco per figli e nipoti, al babbo cosa regalare – che ha già tutto? Lo slittamento semantico della festività natalizia è ormai quasi completo: c&#8217;è Babbo Natale che porta i regali (chiamato anche in Italia e senza ragione <strong>Santa Klaus</strong>), ci sono i mille gusti di pandori e panettoni, ci sono le decorazioni di simil-neve sui negozi e le luci intermittenti sui balconi (laddove invece non c&#8217;è quell&#8217;orrendo pupazzo di Babbo Natale appeso). </p>
<p>E l&#8217;immaginario natalizio è ormai così schiacciato su questi simboli “commerciali” che quando poi i soldi per consumare non ci sono o son pochi come quest&#8217;anno <strong>ecco che il Natale si allontana</strong>. Si restringe come un capo mal lavato ad essere il Natale degli ultimi giorni, delle ultime ore. Dell&#8217;ultimo momento. Che arriverà solo alla fine. Forse solo il giorno di Natale, appunto. </p>
<p>Lo scorso anno scrivevo di una festività che tendeva ad insinuarsi precoce anche nei mesi precedenti, anticipandosi verso novembre e ottobre – con pubblicità e decorazioni fuori stagione. La <a href="http://www.webgol.it/2006/11/16/il-natale-al-bianco-natale/">Sindrome del Natale Anticipato</a>. La coda lunga (e retroversa) della cometa del commercio, con l’effetto (antipatico) di una sorta di Natale permanente e ormai senza più vero significato. </p>
<p>Quest&#8217;anno niente di tutto questo. O quantomeno meno dell&#8217;anno scorso. E&#8217; davvero un <strong>Natale Posticipato</strong>, o è solo una impressione mia? Sarà che i portafogli vuoti si lascian poco sedurre dallo spirito del Natale commerciale. E forse sarà anche la volta buona per riscoprire un Natale diverso. Più religioso e spirituale – per chi crede. Più a misura d&#8217;uomo – per gli altri. Più normale – se questa parola non fosse ormai quasi offensiva.</p>
<p><em>[Uscito su Il Firenze di oggi, qui un po' modificato]</em></p>
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		<title>Rumiz e Annibale a Gossolengo. Dove hanno marciato i soldati (e gli elefanti)</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Aug 2007 15:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Longeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Rumizzeide]]></category>

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		<description><![CDATA[[Dopo l'annuncio dell'inizio del viaggio estivo di Rumiz, quest'anno sulle orme del leggendario Annibale, ecco un post della brava Elisa, che vive dove Annibale s'accampò, in un comune che ha l'elefante nello stemma. Tracce, tracce. Rumiz ci arriverà probabilmente nei prossimi giorni. A proposito, per gli inguaribili rumizziani, per leggere le puntate finora uscite la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><font size="-2"><a href="http://www.webgol.it/category/rumizzeide/"><img id="image950" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/annibale_rumiz_piccolo2.jpg" alt="Il ritorno di Annibale, di Paolo Rumiz da Repubblica. Disegno di Altan" hspace="5" vspace="5" align="left"/></a>[Dopo l'<a href="http://www.webgol.it/2007/07/29/rumiz-sulle-tracce-della-leggenda-di-annibale-la-grande-ombra/">annuncio dell'inizio</a> del viaggio estivo di Rumiz, quest'anno sulle orme del leggendario Annibale, ecco un post della brava <a href="http://sweetmisery.splinder.com/">Elisa</a>, che vive dove Annibale s'accampò, in un comune che ha l'elefante nello stemma. Tracce, tracce. Rumiz ci arriverà probabilmente nei prossimi giorni. A proposito, per gli inguaribili rumizziani, per leggere le puntate finora uscite la ricerca <a href="http://localsearch.kataweb.it/searchbin/repSearch.pl?orderby=1&#038;filter=1&#038;cut=1000&#038;q=&#038;string=&#038;pub=times&#038;lr=&#038;=&#038;query1=annibale+rumiz">annibale + rumiz</a> su repubblica.it - in attesa di un indice come si deve. as]</font></em></p>
<p>Nel mio paese non è che succeda granché.<br />
Sessant&#8217;anni fa <a href="http://maps.google.it/maps?oi=eu_map&#038;q=Gossolengo&#038;hl=it">Gossolengo</a> era posto da contadini, trent&#8217;anni fa c&#8217;erano ancora solo le loro vecchie case. Poi, circa quando mi ci sono trasferita io, intorno al 2000, è diventato un posto carino, vicino alla città che si allargava sempre più, ma con ancora la possibilità di avere un pezzetto di giardino. Non un paese dormitorio, per fortuna, ma un paese comodo, a un quarto d&#8217;ora da Piacenza, dove le famigliole si sono trasferite a frotte.</p>
<p>Eppure.<br />
Eppure se vai a scavare nel profondo, in quei campi che la città mangia a uno a uno, trovi le memorie di un passato eroico.<span id="more-958"></span></p>
<p><font size="-2">Stemma del comune di Gossolengo</font><br />
<a href="http://www.gossolengo.org/stemma_gossolengo_2.jpg"><img id="image961" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/stemma_gossolengo.jpg" alt="Stemma del comune di Gossolengo" /></a></p>
<p>Gossolengo ha, come <a href="http://www.gossolengo.org/stemma_gossolengo_2.jpg">simbolo del suo stemma</a>, un elefante, perché a quanto pare, dove ora sorge e si allarga il paese, c&#8217;era l&#8217;accampamento di Annibale.<br />
La battaglia del Trebbia, <em>Dies Natalis Solis Invicti 218 a.C.</em>, è qui a due passi.</p>
<p>I vecchi ancora se ne ricordano, e ne parlano durante le lunghe notti invernali, fumando l&#8217;eterno sigaro. <em>(No vabbè, adesso sto esagerando.)</em></p>
<p>Però fa un po&#8217; specie leggere <strong>Polibio</strong> che parla di un fiume impetuoso e gelato per poi uscire e vedere un rivolo anche un po&#8217; a rischio leptospirosi fulminante, dove la gente si accalca la domenica a prendere il sole, in quello che tradizionalmente (e molto poco politically correct) è ancora chiamato “il mare dei poveri”.</p>
<p>Eppure qui hanno marciato i soldati, e gli elefanti.</p>
<p>E se c&#8217;è uno che poteva accorgersene, ancora oggi, è <strong>Paolo Rumiz</strong>.</p>
<p><font size="-2">[La Nerina di Rumiz, fotografata al Festivaletteratura a Mantova, 2006]</font><br />
<img id="image960" src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/nerina_rumiz_3.jpg" alt="La Nerina del viaggio di Rumiz sugli Appennini, Mantova 2006, foto di sweetmisery" /></p>
<p>L&#8217;anno scorso Rumiz ha deciso di percorrere tutto l&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/indici/speciale/altri/2006appennino/index.htm">Appennino a bordo di Nerina</a>, una gloriosa Topolino, e nella seconda tappa del suo viaggio <a href="http://www.repubblica.it/2006/08/speciale/altri/2006appennino/tappa-due/tappa-due.html">ha scritto così</a>:</p>
<blockquote><p>Nell&#8217;aria strane presenze. Un&#8217;auto arrogante di oggi non le sentirebbe. La nostra invece fiuta qualcosa, si inchioda come un fox terrier davanti a un cartello che indica il paese di &#8220;Zerba&#8221;, e poi davanti a una targa, oltre il fiume, col nome di &#8220;Tàrtago&#8221;. I nomi hanno sempre un segreto, e Albano, l&#8217;impareggiabile navigatore che conosce ogni angolo del Paese, li svela. &#8220;Pare che dietro ci siano Djerba e Cartagine. Per via dei cartaginesi che si sarebbero nascosti qui, dopo la seconda guerra punica&#8221;</p></blockquote>
<p>E ancora, il <a href="http://www.repubblica.it/2006/08/speciale/altri/2006appennino/tappa-tre/tappa-tre.html">giorno dopo</a>:</p>
<blockquote><p>E poi, più a valle, il ritorno dei pachidermi annibalici nello stemma del comune di Gossolengo, sulle praterie dell&#8217;ecatombe.</p></blockquote>
<p>Ho avuto l&#8217;occasione di parlare un po&#8217; con il Maestro l&#8217;anno scorso, a Mantova, durante il <a href="http://www.festivaletteratura.it/">Festivaletteratura</a>. Dopo i primi minuti di timidezza atavica sono riuscita a dirgli che io calpesto tutti i giorni proprio quella terra lì, e che mi aveva fatto un enorme piacere vedere che lui, a differenza di tanti altri, aveva colto questi ricordi, queste eco lontane, passando per le colline e per la pianura che di solito piacciono sì, ma perché <em>si mangia bene, c&#8217;è il vino buono, fa fresco, in un&#8217;ora torni a Milano</em>, e che se c&#8217;era qualcuno che poteva cogliere questo fascino antico era proprio lui.</p>
<p>Porto con me, come ricordo di quella chiacchierata, un autografo che dice <em>Cara Elisa, signora degli elefanti</em>, di cui vado clamorosamente fiera.</p>
<p>E quest&#8217;anno Rumiz ha deciso di ripercorrere proprio il <a href="http://www.webgol.it/2007/07/29/rumiz-sulle-tracce-della-leggenda-di-annibale-la-grande-ombra/">cammino di Annibale</a>. Io lo aspetto.</p>
<p><font size="-2">[update: la puntata della battaglia del Trebbia, condita di complicate interpretazioni orogeografiche e di fiumi semoventi, è la ottava, uscita il 6 luglio, ed è leggibile a questo indirizzo: <a href="http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/ritorno-annibale/ritorno-annibale8/ritorno-annibale8.html">Alla ricerca del fiume Trebbia che nei secoli si è spostato</a>. as]</font></p>
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		<title>La dama del cavallino bianco</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/06/08/la-dama-del-cavallino-bianco/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2005 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Si rimane incantati ascoltando una storia, una storia rara, che ci fa sprofondare nel tempo, indietro di un millennio, indietro solo di trent’anni.
Mi sono già appropriato di storie d’altri, rubate all’ascolto corsaro, digerite, ripensate di notte, ad occhi chiusi, e poi la mattina che già sono diverse, quasi nostre.
Questa storia comincia tra la fine del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si rimane incantati ascoltando una storia, una storia rara, che ci fa sprofondare nel tempo, indietro di un millennio, indietro solo di trent’anni.<br />
Mi sono già appropriato di storie d’altri, rubate all’ascolto corsaro, digerite, ripensate di notte, ad occhi chiusi, e poi la mattina che già sono diverse, quasi nostre.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/15909764/" title="Photo Sharing"><img src="http://photos14.flickr.com/15909764_6a2bd5e031_m.jpg" width="240" height="180" alt="dancing" hspace="5" vspace="5" align="left" border="0"></a>Questa storia comincia tra la fine del 1969 e la fine del 1974.<br />
La città è Torino, il protagonista un carabiniere.<br />
Vent’anni, poco più. La passione per il ballo.<br />
Lo immagino, a vederlo oggi, cinquant’otto anni a smaneggiare l’aria con le braccia in alto, balli sardi, balli latinoamericani, un commento da fermo al busto di una ragazza che si muove sulla pista.<br />
Sono passati trent’anni, e ancora, una volta fermo, torna quel ricordo, quel periodo di vita torinese, tra la caserma e Viale Francia e la stazione di Porta Nuova. Due blocchi di centro città, due balere: il Cavallino bianco e il Cavallino rosso. L’appuntamento il giovedì e il sabato sera. Dalle nove di sera alle quattro del mattino. Ballare di fila, senza interruzioni, con un’orchestrina che suonava dal palco, appena una chitarra una basso una batteria e una tastiera. Niente voce.<br />
Musica per ballare, <i>madame</i>.<br />
<span id="more-447"></span><br />
<i>Happy feet</i>.<br />
Paolo Conte si intrufola, quella Torino non era però solo ballo. Era anche servizio d’ordine, mi ricorda il ballerino.<br />
E in poche parole ripercorre con lo sguardo ed un sorriso teso le manifestazioni dei grandi scioperi di inizio Settanta. Erano le battaglie sindacali che hanno fatto la storia del movimento sindacale ed operaio del nostro paese. Ed è raro sentire la voce di chi stava a fare il servizio d’ordine.<br />
<i>“Toh, mangia, servo dello stato”</i><br />
Cento lire buttate li, mentre in 10.000 passavano accanto ai cento in divisa.<br />
<i>“Non tornerei indietro. E non ho mai amato quel lavoro. Ma lo facevo. Mi davano 70.000 lire al mese. Agli operai di Mirafiori andavano 150.000 mila lire.”</i><br />
Brutta storia, mi dice. Un po’ la piazza, un po’ lo stadio. Si sapeva quando si entrava ma non si sapeva quando si usciva. Ne come si usciva.<br />
<i>“Aspettavo solo il giovedì sera, che era ballo e tinozza con acqua e sale prima del piantone. Acqua e sale e addormentarmi così, con i piedi a mollo, fino alla mattina che mi strattonavano.”</i><br />
Sveglia, c’era da montare la guardia.<br />
C’era una donna al Cavallino.<br />
<i>“Più grande di me. Avrà avuto trentacinque anni.”</i><br />
Elena. Solo il nome si ricorda. E guarda danzare la giovane donna impegnata in qualcosa che ancheggia lentamente.<br />
<i>“Nessuno ha mai più ballato così con me. Una piuma. Volteggiava.”</i><br />
Una piuma.<br />
<i>“Veniva con il marito. Entravano alle nove puntuali, lui sedeva al tavolino e consumava la bibita. Lei veniva a me e ballavamo tutta la sera. Cinque, sei ore senza fermarci. E il marito che guardava.”</i></p>
<p>Durerà tre anni, forse quattro. Ogni sera, fosse giovedì o sabato. Lei c’era. Arrivava accompagnata e partiva accompagnata. Dal marito, imperturbabile con la sua bibita. Mai ballato, lui.<br />
Insieme, il carabiniere e Elena, potevano andare avanti su tutti i ritmi.<br />
<i>“Io entravo e mostravo alla cassiera il tesserino militare. Mi facevano entrare così. Senza pagare”</i></p>
<p>Aspettava che arrivasse Elena. Una donna del mistero a sentire il suo racconto. Non saprà mai nulla di lei. Tranne che era sposata e che non le avrebbe mai fatto alcuna proposta.<br />
Mai visti fuori dal Cavallino.<br />
Fuori era la paura del camion che poteva saltare da un momento all’altro. Era altro. La caserma e il servizio d’ordine.</p>
<p>Non so perché mi abbia raccontato questa storia. Lo guardavo ballare. Gli ho scattato qualche fotografia mentre saltellava nel ballo tondu.<br />
Sull’organetto diatonico.<br />
Dopo circa tre ore di ballo sfrenato, sulle melodie più popolari sotto la voce di un dj per matrimoni, lo vedo tornare cambiato, asciutto, lo sguardo ancora fiammante.<br />
Si siede, appena mezz’ora, poi la <i>salsa</i>.<br />
<i>“Che faccio? Sto fermo?”</i></p>
<p>Ancora solo, però.<br />
Elena è rimasta a Torino, trent’anni fa.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Musica della memoria</title>
		<link>http://www.webgol.it/2004/01/27/musica-della-memoria/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2004 15:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Musica, dunque. Dopo la memoria. E se fosse musica della memoria?
Non so da dove nasca la simpatia istintiva che provo da sempre per la musica klezmer. È un amore nato prima di essere in grado di comprendere ciò che è stato e ciò che ne è seguito. È amore puro per una musica che sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Musica, dunque. Dopo la <a href="http://www.webgol.it/archives/cat_memoria.html">memoria</a>. E se fosse musica della memoria?</p>
<p><img src="http://www.webgol.it/images/klezmer1.jpg" alt="Klezmer" vspace="5" hspace="5" border="0" align="left">Non so da dove nasca la simpatia istintiva che provo da sempre per la musica <b>klezmer</b>. È un amore nato prima di essere in grado di comprendere ciò che è stato e ciò che ne è seguito. È amore puro per una musica che sa di terra, che è ritmata dai passi percorsi dai musicisti viandanti sugli sterrati d&#8217;Europa e d&#8217;America. In ogni luogo ha raccolto sonorità.<br />
È una musica che racconta storie lontane in una lingua grave e incomprensibile. Sa unire in una miscela perfetta la gioia intensa delle piccole cose e il dolore di un lutto che non sei capace di lasciarti alle spalle. È fatta di sorrisi e di malinconie, di sfumature pastello e di tele squarciate. È musica buona per tutte le occasioni, siano queste matrimoni, mercati, fiere, feste o funerali.<br />
Il klezmer è musica di violini e di clarinetti che nel tempo hanno incontrato pianoforte, fisarmonica, tromba e percussioni. Ritmi di origine orientale che si sono aperti alle contaminazioni del continente e poi alle avanguardie musicali, con derive moderne verso il jazz e persino il rock.<br />
Fatevi raccontare queste e tante altre storie da <a href="http://www.klezmershack.com"><strong>Klezmer Shack</strong></a>, la baracca del klezmer, un blog favoloso che raccoglie frammenti di tradizione e che vi guida verso chi meglio la sa interpretare.</p>
<p>Io mi limito, come piccolo omaggio ai titolari qui, a una selezione minima di musicisti e musiche della memoria scoperti negli anni. Seguite i link, se volete saperne di più sul loro conto. Altrimenti gustatevi i frammenti d&#8217;ascolto miracolosamente pescati in Rete. Si amano o si odiano. Possono rubare un sorriso o inumidire gli occhi. Ma difficilmente lasciano indifferenti.<br />
<span id="more-118"></span><br />
- <a href="http://www.klezmatics.com/"><strong>The Klezmatics</strong></a>, <em>An undoing world</em> da Possessed, 1997 (<a href="http://www.klezmershack.com/bands/klezmatics/poss/undoing.ram">ascolta</a>)<br />
Vivace gruppo americano formato di cinque elementi specializzato nel reinventare le musiche tradizionali fondendole con sonorità jazz contemporanee. È considerata una tra le migliori band in attività al mondo.<br />
Hanno pubblicato sei cd, tra cui emergono <em>Jews with horns</em> e <em>Possessed</em>.</p>
<p>- <a href="http://www.cnimusic.it/klez.htm"><strong>KlezRoym</strong></a>, <em>Nit kayn rozhinkes in nit kayn mandlen</em> da Yankele nel Ghetto, 2002 (ascolta <a href="http://www.cnimusic.it/ram/mandlen.ram">questa</a> e <a href="http://www.cnimusic.it/yankeleascolti.htm">altre canzoni</a>)<br />
Raffinatissimi ricercatori di suoni tradizionali, sono tra i gruppi più apprezzati della vecchia Europa, nonché tra i giovani complessi italiani più promettenti in assoluto. Hanno inciso tre cd, uno più bello dell&#8217;altro, per quel piccolo paradiso per i suoni etnici che è la <a href="http://www.cnimusic.it">Compagnia delle Nuove Indye</a>.</p>
<p>- <a href="http://www.moniovadia.it/"><strong>Moni Ovadia</strong></a> (numerosi frammenti disponibili nella discografia &#8211; in Flash e non linkabile &#8211; del sito) Artista eclettico e di straordinaria intensità d&#8217;interpretazione, non ha certo bisogno di presentazioni. Da anni porta in tournee teatrali spettacoli che coniugano cultura e umorismo yiddish insieme a canzoni perse nel tempo.</p>
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		<title>La memoria della memoria</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2003 18:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[A questo siamo arrivati. Alla memoria della memoria. Meno male che la finiamo qui. Di seguito un elenco dei post di quest&#8217;ultimo (memorabile &#8211; ma ogni scarrafone &#232; bello a mamma sua) mese di webgol, tutto dedicato ai ricordi.Kafka e una vita per arrivare, La memoria dei blog 1 e 2, Odoriti e i profumi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A questo siamo arrivati. Alla memoria della memoria. Meno male che la finiamo qui. <BR>Di seguito un elenco dei post di quest&#8217;ultimo <I>(memorabile &#8211; ma ogni scarrafone &egrave; bello a mamma sua)</I> mese di webgol, tutto dedicato ai ricordi.<BR><BR><A href="http://www.webgol.it/archives/000064.html">Kafka</A> e una vita per arrivare, La memoria dei blog <A href="http://www.webgol.it/archives/000056.html">1</A> e <A href="http://www.webgol.it/archives/000055.html">2</A>, <A href="http://www.webgol.it/archives/000063.html">Odoriti</A> e i profumi mnemonici (uno: <A href="http://www.webgol.it/archives/000062.html">l&#8217;odore dei frati</A>, due: <A href="http://www.webgol.it/archives/000061.html">il silenzio degli estoni</A>), <A href="http://www.webgol.it/archives/000053.html">Caveblog</A>, a futura memoria, o ad eterno scorno, <A href="http://www.webgol.it/archives/000054.html">Una innaffiata ai gerani dei blog</A> <I>(una delle pi&ugrave; belle immagini dell&#8217;amicizia)</I> e <A href="http://www.webgol.it/archives/000035.html">webgol featuring 5 bloggers</A> (<A href="http://antonella-fulci.splinder.it/">Antonella Fulci</A>, <A href="http://carnefresca.splinder.it/">Carnefresca</A>, <A href="http://blog.virgilio.it/capecchi">Gaia Capecchi</A>, <A href="http://contaminazioni.splinder.it/">Lorenza di Contaminazioni</A>, <A href="http://www.pproserpina.net/">Proserpina</A>), La vendetta &egrave; un piatto che si consuma (<A href="http://www.webgol.it/archives/000032.html">cinematograficamente</A>) freddo, <A href="http://www.webgol.it/archives/000024.html">Memento</A>, Settembre &#8216;43: <A href="http://www.webgol.it/archives/000030.html">non avevo ancora compiuto 2 anni</A>, <A href="http://www.webgol.it/archives/000029.html">Nulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose</A>, La memoria di <A href="http://www.webgol.it/archives/000020.html">Maus</A>, <A href="http://www.webgol.it/archives/000028.html">Un amore</A>, <A href="http://www.webgol.it/archives/000018.html">La tecnica della pastarella</A> e foto di <A href="http://photowebgol.splinder.it/1070845796#1030401">Druuna alla finestra</A>, Luoghi senza memoria (uno: <A href="http://www.webgol.it/archives/000017.html">call center</A> e Internet News, due: <A href="http://www.webgol.it/archives/000016.html">i non luoghi siamo noi</A>, tre: <A href="http://www.webgol.it/archives/000015.html">tre miracoli</A>), Una <A href="http://www.webgol.it/archives/000014.html">promessa</A>.<BR><BR>Il prossimo tema &egrave; un <I>nontema</I> vacanziero. <B>Cambiati d&#8217;anno.</B> L&#8217;accento mettetelo dove vi pare.<BR>Arriveremo lenti lenti, senza altre idee se non quella di <I>scollinare l&#8217;anno</I>, dove ci aspetta qualche novit&agrave; e un tema pi&ugrave; serio. <BR>Sottotitolo? Una vecchia splendida battuta di <B>Altan</B> (<I>cito a memoria</I>): <B>Un altro anno? Allora ditelo che &egrave; l&#8217;ergastolo.</B></p>
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		<title>Una promessa &#232; una promessa</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2003 18:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[ In un post di un mese fa, avevo scritto: &#171;La promessa &#232; un legame tra il presente e il passato. Il blog spesso &#232; proprio una pubblica promessa. Ci ritorno: promesso (capito perch&#233; &#232; un legame?)&#187;. Di certo nessuno me ne avrebbe chiesto conto, ma una promessa &#232; una promessa. Allora ho messo un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><IMG hspace="5" src="http://webgol.supereva.it/memorywebgol.jpg" align="left" vspace="5" border="0"> In un post di <A href="http://www.webgol.it/archives/000055.html">un mese fa</A>, avevo scritto: &laquo;La promessa &egrave; un legame tra il presente e il passato. <I>Il blog spesso &egrave; proprio una pubblica promessa</I>. Ci ritorno: promesso (capito perch&eacute; &egrave; un legame?)&raquo;. <BR>Di certo nessuno me ne avrebbe chiesto conto, ma una promessa &egrave; una promessa. <BR>Allora ho messo un po&#8217; di ordine nei pensieri e nei due <A href="http://www.webgol.it/archives/000056.html">vecchi</A> <A href="http://www.webgol.it/archives/000055.html">post</A> che hanno iniziato questo mese mnemonico di webgol, e ci sono ritornato in un pezzo postato su <A href="http://glob.blog.excite.it/permalink/60675">Glob</A>, la bella rivistina blog di <A href="http://www.excite.it/">Excite</A>. Si chiama <A href="http://glob.blog.excite.it/permalink/60675">la memoria dei blog</A>, e, ti avverto, &egrave; lungo e palloso, ma (aridaglie) una promessa &egrave; una promessa.<BR><br />
<BLOCKQUOTE><I>Perch&eacute; la promessa &egrave; un legame tra passato e presente. Ma &egrave; anche un ponte lanciato nel futuro, fatto apposta per camminarci sopra. <BR>Io dico a te che far&ograve; qualcosa, e quindi io sono io solo nella misura in cui ho tenuto fede a quella promessa, ho attraversato il ponte che ho lanciato, e che a me &egrave; riconducibile. <BR>Il blog spesso &egrave; proprio una pubblica promessa. <BR>Ho scritto, ho fatto, ho scritto che ho fatto. <BR>Ho scritto che far&ograve;. <BR>Far&ograve;.</I></BLOCKQUOTE>Come dire: <B>tutto quello che scrivi sui blog potr&agrave; essere usato contro di te</B>. <BR><I>Paura, eh?</I></p>
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		<title>La memoria dei luoghi</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2003 18:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[(Dei tre miracoli e di come i non luoghi diventano luoghi &#8211; segue dai giorni scorsi)Tallin, Estonia, quartiere russoI nonluoghi sono il prodotto di una modernit&#224; sterile, senza memoria, che non crea identit&#224; singole, o relazioni significative, ma similitudine (e talora una sorta di rassicurante solitudine, consolante anonimit&#224;). Pensa ad un centro commerciale, ad un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>(Dei tre miracoli e di come i non luoghi diventano luoghi</I> &#8211; segue dai <A href="http://www.webgol.it/archives/000017.html">giorni</A> <A href="http://www.webgol.it/archives/000016.html">scorsi</A>)<BR><FONT size="-1"><I><BR><FONT size="1">Tallin, Estonia, quartiere russo</FONT></I></FONT><BR><IMG alt="Tallin, quartiere russo, Antonio Sofi, Novembre 2003" src="http://www.caveblog.net/webgol/tallinrussopiccolo.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" border="0">I nonluoghi sono il prodotto di una modernit&agrave; sterile, senza memoria, che non crea identit&agrave; singole, o relazioni significative, ma similitudine (e talora una sorta di rassicurante solitudine, consolante anonimit&agrave;). Pensa ad un centro commerciale, ad un aeroporto, o ad una autostrada con la sua bella area di servizio. <BR>Luoghi che potrebbero essere l&igrave; e anche altrove, contemporaneamente, e nessuno se ne accorgerebbe. <BR>Teletrasporta un autogrill da <I>Francoforte</I> a <I>Caserta Sud</I>, e l&rsquo;unico modo di accorgerti della differenza sar&agrave; provare il panino <I>rustichella</I> e controllare che non ci siano dentro i crauti. <BR>Poi ci sono i luoghi, che tu dici <B>&laquo;eh gi&agrave;, sono <I>proprio qui</I>, e non potrei proprio essere <I>altrove</I>&raquo;. <BR></B><BR>Poi pensa ad uno dei quartieri periferici di nuova costruzione a margine delle grandi citt&agrave;, pensati come un centro commerciale (spesso <I>intorno</I> ad un centro commerciale), quartieri dormitorio dagli edifici tutti uguali, piantati nel bel mezzo di periferie vuote e desolate come spente candeline in una torta bruciacchiata.<BR>Cosa sono, secondo te? Luoghi, <I>nonluoghi</I>?<BR><BR>Il punto &egrave; che &egrave; ormai praticamente impossibile scindere gli uni dagli altri. I luoghi e gli spazi, i luoghi e i nonluoghi si incastrano, si compenetrano reciprocamente. <I>La possibilit&agrave; del nonluogo non &egrave; mai assente da un qualsiasi luogo.</I> <BR><BR>Ma pu&ograve; un <I>nonluogo</I> diventare un luogo?<I><BR></I>E&#8217; una domanda che mi gira in testa da un po&#8217;. Per esempio: quale &egrave; l&#8217;impatto che ha il passare del tempo sui <I>nonluoghi</I>?<br />
<span id="more-101"></span><br />
Un centro commerciale, una metropolitana, un&#8217;area di servizio sono <I>nonluoghi</I>, d&#8217;accordo. <BR><IMG height="189" alt="Graffiti" hspace="5" src="http://www.rawvision.com/back/stateofart/graffiti.jpg" width="214" align="right" vspace="5" border="0">Ma un centro commerciale continua ad essere un nonluogo anche dopo dieci, venti anni di <I>nonluoghit&agrave;</I>? Con tutte le persone che vi hanno lavorato, che l&igrave; si servono ogni giorno, o ci andavano da bambini, che hanno l&igrave; fatto compere con la fidanzata o il fidanzato, o la prima spesa da studenti fuorisede? <BR>Una metropolitana continua ad essere un <I>nonluogo</I> anche dopo che si riempie delle <I>tag</I> e dei disegni di generazioni di <I>writers</I>?<I> (un graffito, pi&ugrave; o meno consapevolmente, questo vuole fare: rendere un nonluogo luogo)</I> Anche dopo che milioni di persone ogni anno la usano per andare e tornare dal lavoro, e l&igrave; leggono, pensano, si lamentano?<BR>Un&#8217;area di servizio continua ad essere un <I>nonluogo</I> anche se, laddove &egrave; l&#8217;unico posto aperto anche a notte inoltrata, raccoglie i nottambuli per l&#8217;ultimo cornetto o caff&egrave;? <BR><BR>Come fa a rimanere asettico ci&ograve; che &egrave; vissuto, e usato? Se il problema dei <I>nonluoghi</I> &egrave; la sua <I>sterilit&agrave;</I> (in altre parole, la mancanza di impatto persistente sul piano simbolico), il tempo e le persone che <I>lo vivono</I> caricano questi <I>nonluoghi</I> di simboli, di memoria, di identit&agrave;. <BR>In fondo, una specie di <I>miracolo del tempo che passa</I>. <BR><BR>Il secondo &#8220;miracolo&#8221; (quasta volta tra virgolette, perch&egrave; &egrave; un miracolo tragico) lo pu&ograve; fare la paura.<BR>Ci hai mai pensato? I nonluoghi sono spesso luoghi <I>a rischio attentato</I>, nel mirino di terroristi. Le stazioni, gli aeroporti, la metropolitana, i grandi magazzini. <BR>Che il rischio sia talora solo percepito o immaginato e non reale &egrave; poco significativo, e anzi sintomatico. Luoghi che, seppur asettici (e in parte proprio per questo), ci mettono in comunicazione diretta con la totalit&agrave; del mondo esterno, anche magari lontanissimo. La paura innerva i nonluoghi come musica di sottofondo.<BR>Dice <B>Marc Aug&egrave;</B> in una intervista rilasciata mercoled&igrave; 3 dicembre 2003 a <B>Fabio Gambaro</B> della <I>Repubblica</I>: </P><br />
<BLOCKQUOTE><I>&laquo;Dopo l&#8217;11 settembre, non esistono pi&ugrave; luoghi preservati dal terrorismo. [...] Oggi ci sentiamo minacciati in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, anche se per fortuna non ci pensiamo continuamente. Ma c&#8217;&egrave; anche un effetto paradossale. Attraverso l&#8217;attentato o la minaccia, i nonlughi ritrovano una sorta di identit&agrave;. Il World Trade Center, ad esempio, era un vero e proprio nonluogo. Con l&#8217;attentato &egrave; diventato un luogo tragicamente fondatore, un luogo di commemorazione. Da un certo punto di vista, ha acquistato un&#8217;identit&agrave; e un senso che prima non aveva, si &egrave; caricato di simboli e di storia che lo hanno trasformato in un vero luogo. Allo stesso modo, le minacce e la paura conferiscono ai nonluoghi inediti significati simbolici.&raquo;</I></BLOCKQUOTE><IMG height="131" hspace="5" src="http://www.caveblog.net/webgol/football.jpg" width="180" align="left" vspace="5" border="0">L&#8217;ultimo miracolo &egrave; giocoso. <BR>Mi &egrave; balenato in testa sfogliando un libro di fotografie di <A href="http://www.magnumphotos.com/c/">Magnum</A>, dal titolo <A href="http://www.magnumphotos.com/c/htm/FramerT_MAG.aspx?V=CDocT&amp;E=2TYRYDYPSA8U&amp;DT=ALB">Magnum Football</A>. <BR>Da&#8217; un&#8217;occhiata alla <A href="http://www.magnumphotos.com/c/htm/FramerT_MAG.aspx?V=CDocT&amp;E=2TYRYDYPSA8U&amp;DT=ALB">galleria di immagini</A>. Ci sono bimbi che giocano in un campo nei <A href="http://www.magnumphotos.com/c/htm/CDocZ_MAG.aspx?o=&amp;DT=ALB&amp;E=2TYRYDYPSA8U&amp;Pass=&amp;Total=126&amp;Pic=8&amp;SubE=2S5RYDZN8YUS">dintorni di Teheran</A> tra i fili dell&#8217;alta tensione, o davanti <A href="http://www.magnumphotos.com/c/htm/CDocZ_MAG.aspx?o=&amp;DT=ALB&amp;E=2TYRYDYPSA8U&amp;Pass=&amp;Total=126&amp;Pic=64&amp;SubE=2S5RYDZJT2RN">ciminiere fumanti</A> a Cardiff, o una <A href="http://www.magnumphotos.com/c/htm/CDocZ_MAG.aspx?o=&amp;DT=ALB&amp;E=2TYRYDYPSA8U&amp;Pass=&amp;Total=126&amp;Pic=71&amp;SubE=2S5RYDO5NT9I">partita a Mostar</A>, in mezzo ad un quartiere devastato dalla guerra, nel 1994. <BR>Capisci cosa intendo? <BR><BR>Prendi un <I>nonluogo</I>, buttaci un pallone in mezzo, aspetta che rotoli un po&#8217;, che qualcuno ci corra dietro; fai magari una porta con gli zaini o le giacche, la conta per decidere le squadre, poi sorridi pure, tira un calcio alla palla, e comincia a correre.<BR>Il <I>nonluogo</I> si dissolver&agrave; all&#8217;istante, ed eccoti un campo da calcio.<BR><BR><I>(fine&#8230; non ne potevi pi&ugrave;, eh?)</I></p>
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		<title>Luoghi senza memoria</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2003 18:26:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Luoghi senza memoria (ma c&#8217;&#232; speranza &#8211; segue da ieri) La casa della memoria, di Giuliano MauriLa modernit&#224; &#232; impunita, straniata produttrice di nonluoghi. Centri commerciali, negozi in franchising al posto di negozi storici, autogrill, parchi giochi fatti con lo stampino, stazioni autobus che sembrano aeroporti, e viceversa. Una modernit&#224; asettica e inodore: sterile. Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><B>Luoghi senza memoria</B> <BR><I>(ma c&#8217;&egrave; speranza &#8211; </I><A href="http://www.webgol.it/archives/000017.html"><I>segue da ieri</I></A><I>) <BR><BR><FONT size="1">La casa della memoria, di Giuliano Mauri</FONT><BR></I><IMG alt="La casa della memoria di Giuliano Mauri" hspace="5" src="http://www.italcultusa.org/home/images/mauri1.jpg" align="left" vspace="5" border="0">La modernit&agrave; &egrave; impunita, straniata produttrice di <I>nonluoghi</I>. <BR>Centri commerciali, negozi in <I>franchising</I> al posto di negozi storici, autogrill, parchi giochi fatti con lo stampino, stazioni autobus che sembrano aeroporti, e viceversa. Una modernit&agrave; asettica e inodore: sterile. Nel senso che non ha germi, e che nulla procrea. Una <I>modernit&agrave; sterile</I>. Credo che, su questo, <B>Marc Aug&egrave;</B> sarebbe d&rsquo;accordo <I>(</I><A href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&amp;c=KRX4135AUXRPG"><I>questo &egrave; il libro</A> da cui parto per queste disastrate tangenti)</I>: sul resto non credo. <BR><BR>Perch&egrave; i <I>nonluoghi</I> mi interessano cos&igrave; tanto? Cos&#8217;&egrave; che mi porta a pensare che siano snodi centrali per capire e ricostruire il mondo in cui viviamo, come &egrave; cambiato e continua a cambiare? <I>E&#8217; forse anche una forma di irresistibile fascinazione</I>.<BR><BR>I <I>nonluoghi</I> sono tutt&#8217;altro che il <I>babau</I> cattivo. E&#8217; il mondo che viviamo e che ci circonda, e che abbiamo contribuito a costruire. Sono una deriva della modernit&agrave; che va di corsa, che sente il bisogno di avere spazi di interconnessione tra un qui e un altrove, mere zone di passaggio, <I>no man&rsquo;s land </I>dove lasciar sedimentare <I>(riposare, e un poco morire)</I> la propria affaticata invadente identit&agrave;, sempre in movimento, sempre <I>pensante</I>: i <I>nonluoghi</I> diventano concettualmente simili a camere iperbariche, in cui riequilibrare la pressione interna di mondi a diverse atmosfere. <BR>Questo per dire che i <I>nonluoghi</I> sono tutt&#8217;altro che insensati, folli, o inutili. <BR>L&rsquo;identit&agrave; moderna, cos&igrave; frastagliata, cos&igrave; instabile, cos&igrave; continuamente a rischio, cos&igrave; sempre in movimento, in viaggio, ha un disperato bisogno di luoghi in cui, finalmente, perdersi.<br />
<span id="more-100"></span><br />
Alzi la mano chi non ha mai tirato un sospiro di sollievo camminando all&rsquo;interno della zona <I>duty free</I> di un aeroporto, dove tutto &egrave; sempre uguale e riconoscibile, o sciogliendosi nell&rsquo;anonimato rassicurante di un centro commerciale, dove niente ti viene richiesto.<BR>Una sorta di inebriante libert&agrave;, in cui nessuna commessa ti sbircia dietro le spalle, in fondo chiedendoti di rivelarti, di <I>identificarti.<BR></I>Identificarti. Appunto. O pagare. Fammi capire cosa vuoi. <I>Mi scusi, la posso aiutare?</I><I><BR></I><BR>Perdersi in un centro commerciale. Questo &egrave; ancora pi&ugrave; vero, per esempio, quando si &egrave; all&rsquo;estero. <BR><I>Una tregua dalla sorpresa.</I> Non voglio pi&ugrave; essere sorpreso dal mondo. Almeno per un po&rsquo;. <BR><BR>Eppure, poi si esagera. <BR>I <I>nonluoghi</I> non conoscono confini, n&eacute; zone impenetrabili, o intoccabili santuari <I>(le zone franche, poi, son roba loro)</I>. <BR>Spesso brandelli di citt&agrave;, interi pezzi di architettura urbana, edifici di nuova costruzione, nella mente di chi li pensa e li progetta, sono caratterizzati da questo vuoto storico e identitario, un <I>horror vacui</I> che spersonalizza le nostre citt&agrave;, le nostre strade, i quartieri dove viviamo. <BR>Ho sempre pensato che noi italiani avessimo, in virt&ugrave; di una mal compresa idea modernista, una abilit&agrave; stupefacente a devastare tutto ci&ograve; che di vero e genuino riuscisse a sopravvivere, spesso boccheggiando, nel nostro territorio. <BR><BR>Mi aiuta <B>Enrico Bianda</B>, parlando di Lodi e dintorni, nel commento al post precedente <I>(e sul contenuto ci ritorno)</I>:<BR><br />
<BLOCKQUOTE><I>Parlavo con un signore, difensore dei luoghi (l&#8217;artista <B><A href="http://www.electaweb.com/electa/ita/etc_libri/20-535-1.jsp">Giuliano Mauri</A></B>, che realizza enormi cattedrali di senso, in legno, negli spazi della natura) che mi raccontava di essersi trasferito in quella cittadina nel 1968, quando ancora non c&#8217;era nulla. Oggi &egrave; solo una distesa di case, tutte molto simili tra di loro, uniformate dal grigio di strade provinciali in perenne rimodellamento e allargamento, tra semafori e calzaturifici all&#8217;ingrosso. Un non luogo&#8230; mi dico, io guidando lentamente in coda dietro un caterpillar: ma poi mi domando: ma qui, tra queste case, in queste vie anonime, vivono persone, famiglie, loro sono, abitano, pensano e trasformano le loro case nel tempo. Abitano quello che noi da fuori vediamo come una distesa di non luoghi, eppure loro resistono, combattono, forse senza saperlo, ma animano di vita e pensiero il grigio invernale bagnato da una fitta pioggerellina di questa cittadina inerme al trasformarsi del paesaggio. E allora che fanno coloro che in un non luogo vivono? E&#8217; possibile l&#8217;idea stessa di vita e residenza in una distesa di non luoghi?</I></BLOCKQUOTE>Nemmeno gli altri scherzano, per&ograve;. <BR><IMG height="204" alt="Centro commerciale..." hspace="5" src="http://www.caveblog.net/webgol/centrocomm.jpg" width="280" align="left" vspace="5" border="0">Ci sono pi&ugrave; centri commerciali a <I>Vilnius</I>, <I>Tallin</I> e <I>Riga</I> che in qualsiasi altra citt&agrave; europea <I>(forse esagero, ma insomma ci siamo capiti)</I>.<BR><BR>Intorno, campagne, cipolle e terra da coltivare, e autobus scalcinati che hanno le scansie per i mazzi di fiori da portare in dono ad ogni visita, e sconfinati quartieri dormitorio di cupa edilizia popolare sovietica. <BR><BR>Eppure nel centro di Riga, per esempio, c&#8217;&egrave; la <I>multisala</I> pi&ugrave; abbacinante abbia mai visto in vita mia. Se una sera capiti da quelle parti te la consiglio.<BR>Diventa frenesia distruttiva, questa in fondo comprensibile voglia di affrancarsi da un passato sovietico che &egrave; diventato ingombrante e insignificante. <BR><BR>Guarda, per esempio, la foto qui accanto: sapresti dire dove si trova? <BR><I>Se a Riga, New York, Agrigento, Hong-Kong o Firenze? <BR></I><BR>Ecco cos&rsquo;&egrave; un <I>nonluogo</I>. <BR>Dove siamo siamo, un <I>nonluogo</I> siamo noi. <BR><BR><I>(mi sono allungato di nuovo, abbi pazienza: domani o dopodomani prover&ograve; a scrivere su come i nonluoghi diventano luoghi, un miracolo del tempo, della paura o di una pallone che spunta, calciato.)</I></p>
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		<title>Luoghi senza memoria (e portafoglio)</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2003 17:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Pezzi di carta]]></category>

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		<description><![CDATA[Aprire il portafoglio, please.
Cos&#8217;&#232; un luogo? Uno spazio che ha una identit&#224; precisa, spesso conformata da un passato riconoscibile che lo innerva di senso, e ne segna le relazioni interpersonali. E un nonluogo? L&#8217;esatto contrario. 
Se un luogo pu&#242; definirsi identitario, relazionale e storico, uno spazio che non pu&#242; definirsi n&#233; identitario, n&#233; relazionale, n&#233; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>Aprire il portafoglio, please.</i></p>
<p>Cos&rsquo;&egrave; un luogo? Uno spazio che ha una identit&agrave; precisa, spesso conformata da un passato riconoscibile che lo innerva di senso, e ne segna le relazioni interpersonali. E un <i>nonluogo</i>? L&rsquo;esatto contrario. </p>
<blockquote><p><i>Se un luogo pu&ograve; definirsi identitario, relazionale e storico, uno spazio che non pu&ograve; definirsi n&eacute; identitario, n&eacute; relazionale, n&eacute; storico &egrave; un non luogo. Il contrario di una casa, una piazza, un quartiere. Sono luoghi generati dalla modernit&agrave; che corre: gli aeroporti, le autostrade ma anche le stazioni di servizio, i centri commerciali, le grandi catene in franchising. Spazi che producono identit&agrave; anonime e solitarie, relazioni contrattuali appiattite su un presente perpetuo: non luoghi funzionali, di volta in volta utili a utenti o consumatori. Passeggeri, per esempio, non viaggiatori. Persone mai. </i><a href="http://www.internetnews.it/interna.asp?sez=49&amp;info=627">[...]</a></p></blockquote>
<p>&Egrave; l&rsquo;incipit di un mio pezzullo uscito su <a href="http://www.internetnews.it/">Internet News</a> di Dicembre, dal titolo &ldquo;<a href="http://www.internetnews.it/interna.asp?sez=49&amp;info=627">Il problema, nei non luoghi, &egrave; l&#8217;identit&agrave;: acquistiamola!</a>&rdquo;, a corredo di un <a href="http://www.internetnews.it/interna.asp?ln=0&amp;sez=49&amp;info=609">dossier sui call center</a>. Se hai tempo e ti interessano questi argomenti, puoi leggerlo <a href="http://www.internetnews.it/interna.asp?sez=49&amp;info=627">tutto qui</a> <i>(nella versione cartacea, purtroppo ma sono cose che succedono, il pezzo c&rsquo;&egrave; ma la firma &egrave; saltata in stampa: un altro punto a favore dell&#8217;online?)</i>.<br />
<span id="more-99"></span><br />
I <i>call center</i>, infatti (&egrave; d&#8217;altronde il mio modesto parere) sono del tutto riconducibili all&rsquo;interno di una ottica perversa di <i>pervasiva nonluoghizzazione</i> della societ&agrave;. Ti giri intorno ed ecco ci&ograve; che vedi: luoghi vuoti, luccicanti, rassicuranti. <br />I call center, esattamente come i <i>nonluoghi</i> teorizzati dallo studioso francese <b>Marc Aug&egrave;</b> ormai pi&ugrave; di dieci anni fa, non sono n&eacute; identitari, n&eacute; relazionali, n&eacute; storici. Si compongono di identit&agrave; vuote, vivono un eterno presente, e attivano relazioni traballanti, difficoltose, ambigue. <br />Forse anche perch&eacute;, al contrario di altri <i>nonluoghi</i>, non sono a pagamento. <br />Ecco spiegato perch&eacute;, provocatoriamente ma non troppo, la soluzione da me proposta &egrave; quella di istituire numeri a pagamento &#8211; altro che numeri verde anche dal cellulare. <br />Per acquistarla, una identit&agrave; definita, e attivare una relazione contrattuale vera, a tutti gli effetti. <br />Aprire il portafoglio, <i>please</i>, e poi ne riparliamo.</p>
<p><i>Ma il tema dei nonluoghi &egrave; un tema che (mi) porta lontano. <br />All&rsquo;Italia e al disprezzo del territorio, ai paesi baltici, all&rsquo;11 settembre, ad un pallone che ruzzola e illumina. <br />Continua e finisce domani&#8230;</i></p>
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		<title>Un amore</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Dec 2003 19:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[racconto di Antonio MontanaroI ricordi sono come monete, persi al gioco della memoria (Vinicio Capossela, Suite delle quattro ruote &#8211; All&#8217;una e trentacinque circa)Non ricordo l&#8217;ultima volta che ci siamo incontrati. Forse &#232; stato cinque anni fa. O forse sei, sette. I giorni ti passano addosso e ti riempiono di nuove immagini, di nuovi odori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>racconto di </I><A href="http://mappamondo.blogs.it/"><I><B>Antonio Montanaro</B></I></A><BR><BR><FONT size="1"><I><A href="http://photowebgol.splinder.it/1070845796#1030401"><IMG alt="Amoriflessi 01, Roma 2002, foto di Antonio Sofi" hspace="5" src="http://www.caveblog.net/webgol/amoriflessi01piccoloplus.jpg" align="left" vspace="5" border="0"></A>I ricordi sono come monete, persi al gioco della memoria</I> <BR>(Vinicio Capossela, Suite delle quattro ruote &#8211; All&#8217;una e trentacinque circa)<BR></FONT><BR>Non ricordo l&rsquo;ultima volta che ci siamo incontrati. Forse &egrave; stato cinque anni fa. O forse sei, sette. I giorni ti passano addosso e ti riempiono di nuove immagini, di nuovi odori, che scaraventano in una polverosa soffitta mentale ci&ograve; che hai vissuto appena qualche milione di attimi prima: le ore non dovrebbero passare cos&igrave; in fretta.<BR><BR>Ricordo che c&rsquo;era vento. Ed era inverno. Gli ultimi giorni d&rsquo;inverno. Probabilmente era marzo. S&igrave;, questo lo ricordo. Io ero imprigionato in un caldo cappotto di lana blu, me lo aveva passato mio padre perch&eacute; non gli entrava. Ingrassava cos&igrave; velocemente da dover cambiare spesso il guardaroba. Per la mia gioia e per la rabbia di mia madre, vissuta sempre con l&rsquo;incubo di far quadrare il bilancio della casa. Anche quando non se ne avvertiva il bisogno. &#8220;E se poi capita qualcosa all&rsquo;improvviso, come ci comportiamo?&#8221;, si difendeva ogni volta che io e le mie sorelle la prendevamo in giro. Veniva da una famiglia di contadini e la parsimonia era stampata nel suo dna, come una preziosa eredit&agrave;. <A href="http://www.caveblog.net/webgol/unamore.htm">&gt;&gt;</A> <BR><BR><I>Continua a leggere </I><A href="http://www.caveblog.net/webgol/unamore.htm"><I><B>Un amore</B></I></A><I><B> </B></I>di <A href="http://mappamondo.blogs.it/">Antonio Montanaro</A><BR><BR><FONT size="1">Foto: <I>Amoriflessi</I> di Antonio Sofi (<A href="http://photowebgol.splinder.it/1070845796#1030401">l&#8217;intera serie di 8 foto su photowebgol</A>)</FONT></p>
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		<title>La memoria</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Dec 2003 18:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[vista da Mausn.d.r.: nel deprecabile caso in cui non non conosciate le meraviglie della penna &#8211; del mouse &#8211; di Maus innanzitutto vergognatevi, e poi andate a dare un&#8217;occhiata. Poi tornate a ringraziarmi, ch&#232; la dritta &#232; quasi impagabile. Io ringrazio lui, intanto, per questa deliziosa interpretazione della memoria, fatta apposta per webgol. (a.s.)
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>vista da</I><B> </B><A href="http://www.maus.splinder.it/"><B>Maus</B></A><BR><B><IMG height="296" alt="Memoria, disegnato da Maus" hspace="5" src="http://webgol.supereva.it/memoria.gif" width="376" align="textTop" vspace="5" border="0"><BR></B><I>n.d.r.: nel deprecabile caso in cui non non conosciate le meraviglie della penna &#8211; del mouse &#8211; di </I><A href="http://maus.splinder.it/"><I>Maus</I></A><I> innanzitutto vergognatevi, e poi andate a dare </I><A href="http://maus.splinder.it/"><I>un&#8217;occhiata</I></A><I>. Poi tornate a ringraziarmi, ch&egrave; la dritta &egrave; quasi impagabile. Io ringrazio lui, intanto, per questa deliziosa interpretazione della memoria, fatta apposta per webgol. </I>(a.s.)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un giorno un mio amico mi disse «nulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose»</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Dec 2003 19:02:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Franco Bellacci Se chiedete alle persone che mi conoscono un esempio di persona dotata di memoria, molto probabilmente diranno il mio nome. Non lo so se io sono una persona con molta memoria, vediamo un po&#8217;? Comincio subito col dare alcuni elementi che dimostrano l&#8217;opposto: a parte il &#171;mi illumino d&#8217;immenso&#187; credo di sapere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <A href="http://www.bellacci.biz/">Franco Bellacci</A> <BR><BR><IMG height="167" alt="il Grande Torino" hspace="5" src="http://www.kom.it/eurocalcio/img/383.jpg" width="279" align="left" vspace="5" border="0">Se chiedete alle persone che mi conoscono un esempio di persona dotata di memoria, molto probabilmente diranno il mio nome. Non lo so se io sono una persona con molta memoria, vediamo un po&#8217;? Comincio subito col dare alcuni elementi che dimostrano l&#8217;opposto: a parte il &laquo;<I>mi illumino d&#8217;immenso</I>&raquo; credo di sapere dall&#8217;inizio alla fine non pi&ugrave; di 4/5 poesie oltre alla formazione del <I>Grande Torino</I>, 3 o 4 canzoni (<I>da recitare senza musica</I>), conosco la parte pi&ugrave; importante dell&#8217;inno d&#8217;Italia, ma questo &egrave; facile alle medie il frate che ci insegnava musica ce lo ha fatto cantare tutte le settimane.<br />
<span id="more-95"></span><br />
Da quando esistono i cellulari non pi&ugrave; ho imparato un numero di telefono, di numeri di cellulari ne conosco 2, di cui 1 &egrave; il mio. Un po&#8217; meglio riesco con le mail, in questo caso arrivo ad una decina. Anche con le targhe sono un disastro, fino a che c&#8217;era la provincia e il numero, me le ricordavo facilmente, ora al massimo ricordo le prime due lettere. Credo di ricordarmi in fila tutte le squadre che hanno vinto la <I>Coppa Campioni</I>, ma questa &egrave; una cosa che potrei dimenticare e che non serve veramente a niente. Per&ograve; diciamo la verit&agrave;, non sono cose importantissime: non sono un vigile urbano, se devo scrivere una mail probabilmente avr&ograve; anche il modo di reperire l&#8217;indirizzo, nei cellulari c&#8217;&egrave; la rubrica, se c&#8217;&egrave; la musica in sottofondo le canzoni si ricordano facilmente, e le stesse poesie non &egrave; poi fondamentale impararle a memoria. <BR>In altri casi per&ograve; avere una buona memoria &egrave; fondamentale per evitare brutte figure: se ad esempio conoscete una persona &laquo;<I>ciao, io sono Mario</I>&raquo;, gli date il numero di telefono, e un giorno vi arriva una telefonata &laquo;<I>ciao, sono Mario</I>&raquo;, &egrave; importante ricordarsi chi &egrave; questo Mario. <BR>Io probabilmente non lo ricorder&ograve;. Come non ricordo le facce delle persone che ho appena intravisto, e per questo non riesco a capire come ci sia qualcuno che riesca a ricordarsi di aver incrociato una persona che non aveva mai visto, un anno prima in un tale posto. Io per questo spero, per il bene delle persone che rischierei di mettere nel mezzo, di non dover mai essere chiamato a testimoniare in qualche processo. Allora, perch&eacute; ci sono persone disposte a giurare che io sono una persona dotata di grande memoria, fino al punto che qualcuno pi&ugrave; di una volta mi abbia chiamato per chiedermi dove eravamo quel giorno e cosa abbiamo fatto di preciso? Perch&eacute; per i misteriosi meccanismi che regolano la memoria, gli eventi della mia vita li ricordo benissimo, anche nei particolari pi&ugrave; apparentemente pi&ugrave; irrilevanti. <BR><IMG height="160" alt="corpions a Firenze, 1984, fotografati da Bellacci in persona..." hspace="5" src="http://webgol.supereva.it/scorpionsfirenze.jpg" width="221" align="right" vspace="5" border="0">Qualche giorno fa un mio amico mi fece questa domanda &laquo;<I>te lo ricordi il primo concerto?</I>&raquo;, &laquo;<I>come no?</I> &#8211; risposi &#8211; <I>7 novembre &#8216;84 gli Scorpions al teatro Tenda, prendemmo il treno alle 4,10 da Campo Marte al Teatro Tenda andammo a piedi (sic!)…</I>&raquo; (segue narrazione di circa un&#8217;ora) &laquo;<I>&#8230;al ritorno prendemmo il treno di mezzanotte e quaranta e a chi aveva fatto il biglietto andata e ritorno il controllore fece la multa, perch&eacute; il biglietto non era pi&ugrave; valido</I>&raquo;. <BR>E&#8217; vero che il primo concerto non si dimentica facilmente, ma cos&igrave; potrei raccontare tantissimi eventi che riguardano la mia vita: dal gol di Sanon all&#8217;Italia, alle magnifiche sconfitte juventine in Coppa Campioni, passando per il gol di Bertuzzo al Toro il primo ottobre del &#8216;75. Da quando arriv&ograve; la tv a colori in casa, all&#8217;esame di maturit&agrave;: non solo l&#8217;esame, ma dove eravamo quando uscirono le materie, fino ai giorni successivi all&#8217;esame. E questi sono solo pochi esempi. <BR><BR>Insomma quando qualcosa mi entra dentro, non esce pi&ugrave;. <BR>Avere una memoria cos&igrave; ha i suoi vantaggi, ti ricordi di tante cose belle, ti chi ti ha voluto bene, di chi ti ha aiutato, come ti ricordi dei torti e di chi te li ha fatti, e questo magari &egrave; meno bello. Una memoria cos&igrave; credo, ma non ho la riprova, complichi il superamento degli affetti, ma forse no. <BR>Avere una grande memoria porta con s&eacute; una grande fatica: un confronto perenne con il passato. Per voi, comunque &egrave; importante sapere una cosa, se passate un giorno con me, segnatevelo nell&#8217;agenda, che se poi qualcuno vi dovesse chiedere conto di quel giorno, io un alibi ve lo fornisco di sicuro.</p>
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		<title>Nel settembre del &#8216;43 non avevo ancora compiuto due anni&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Dec 2003 19:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giuseppe Masi, storico Da sempre la guerra ha rappresentato, a mio parere, un macrocosmo, arricchito di elementi fantastici e popolari e questa componente &#232; entrata nell&#8217;immaginario collettivo, segnando una svolta precisa nella comune percezione del vissuto personale. In ognuno di noi, grande o piccolo, le fratture, introdotte dagli eventi bellici, hanno lasciato un ricordo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <B>Giuseppe Masi</B>, <I>storico</I> <BR><BR><IMG alt="Italian campaign" hspace="5" src="http://webgol.supereva.it/campaign.jpg" align="left" vspace="5" border="0">Da sempre la guerra ha rappresentato, a mio parere, un macrocosmo, arricchito di elementi fantastici e popolari e questa componente &egrave; entrata nell&rsquo;immaginario collettivo, segnando una svolta precisa nella comune percezione del vissuto personale. In ognuno di noi, grande o piccolo, le fratture, introdotte dagli eventi bellici, hanno lasciato un ricordo diretto, un&rsquo;immagine pi&ugrave; o meno concreta, richiamati alla mente come testimonianza soggettiva di un&rsquo;infanzia o di una giovinezza lontane.<BR>In coloro i quali vissero quelle giornate da fanciulli, oggi, uomini maturi, permane, ancora (&egrave; il mio caso), un labile segno, che, pur localizzato nello spazio e nel tempo, si mantiene vivo, quasi a rievocare che quel momento non &egrave; trascorso invano. D&rsquo;altra parte cancellare il ricordo di queste &ldquo;schegge&rdquo; significherebbe rimuovere una stagione della propria esistenza.<br />
<span id="more-94"></span><br />
<I><BR>Nel settembre del &rsquo;43 non avevo ancora compiuto due anni. <BR></I>Il 3 gli inglesi attraversavano lo stretto di Messina e si apprestavano a risalire la penisola per ricongiungersi con gli americani, che nella mattinata del 9 sbarcavano a Salerno. Nel primo pomeriggio di una bella giornata settembrina giocavo sul ballatoio davanti casa, con acqua e sabbia a fare il &ldquo;muratore&rdquo;. Il mio gioco venne distratto dal passaggio di camions militari inglesi <I>(fino a quando non ho studiato la Storia li ho creduti americani). <BR></I>Il paese era attraversato da un&rsquo;unica strada, la statale 18 tirrenica calabrese, un&rsquo;arteria che, allora, seguiva un percorso lungo le colline, collegando i piccoli paesi affacciati sul mare. Ho, subito, invocato una &ldquo;<I>Ckenny</I>&rdquo; (un gergo in uso in quei giorni) e, in cambio, un soldato, appoggiatosi al finestrino, mi ha buttato un qualcosa. Sono corso dentro a far vedere il contenuto a mio padre. Era una cioccolata.<BR> <BR>E&rsquo; una storia che non si ritrova nei documenti, ma essa, tuttavia, ci consente di scriverne una, nella quale l&rsquo;uomo (allora un fanciullo) diventa il protagonista.</p>
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		<title>Memento</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2003 18:51:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Salto del CanaleSveglia!Prendi una penna e scriviTatuati il corpoRicomponi il tuo mosaico di verit&#224;Fotografa ad occhi chiusi un fluido ricordo lontanoSvegliati Sammy!Arrenditi all&#8217;evidenza di un nome indelebilePerditi nella frenesia di una ripetitiva quotidianit&#224;Piegati alla tua fantasia bugiardaReplica l&#8217;errore dell&#8217;effimeroConfondi le carte della vitaFuggi e cambiati destinoNutriti di oblio perenneMa non fermarti maiUna ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <B>Massimo </B><A href="http://www.saltodelcanale.it/"><B>Salto del Canale</B></A><BR><IMG alt="Memento di Christopher Nolan" hspace="5" src="http://webgol.supereva.it/memento2.jpg" align="left" vspace="5" border="0">Sveglia!<BR>Prendi una penna e scrivi<BR>Tatuati il corpo<BR>Ricomponi il tuo mosaico di verit&agrave;<BR>Fotografa ad occhi chiusi un fluido ricordo lontano<BR>Svegliati Sammy!<BR><BR>Arrenditi all&rsquo;evidenza di un nome indelebile<BR>Perditi nella frenesia di una ripetitiva quotidianit&agrave;<BR>Piegati alla tua fantasia bugiarda<BR>Replica l&rsquo;errore dell&rsquo;effimero<BR>Confondi le carte della vita<BR>Fuggi e cambiati destino<BR>Nutriti di oblio perenne<BR>Ma non fermarti mai<BR>Una ricerca senza meta ti porter&agrave; lontano dall&rsquo;unica foto che non hai mai scattato<BR>Sorridi!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La vendetta &#232; un piatto che si consuma freddo</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2003 19:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230;o della persistenza (cinematografica) della memoriaQuattro anni di coma, solo qualche frammento di vissuto percepito al di la delle palpebre abbassate. Il silenzio di una stanza d&#8217;ospedale. Poi il risveglio improvviso, trattenendo il fiato come dopo uno spavento. Black Mamba-Uma Thurman inizia cos&#236; il suo recupero di coscienza e vita progettando una vendetta sanguinosa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>&#8230;o della persistenza (cinematografica) della memoria<BR></I><IMG height="160" alt="Kill Bill Volume 1, di Tarantino" hspace="5" src="http://www.ciapavecio.net/_webgol/uma2.jpg" width="240" align="left" vspace="5" border="0">Quattro anni di coma, solo qualche frammento di vissuto percepito al di la delle palpebre abbassate. Il silenzio di una stanza d&rsquo;ospedale. Poi il risveglio improvviso, trattenendo il fiato come dopo uno spavento. Black Mamba-Uma Thurman inizia cos&igrave; il suo recupero di coscienza e vita progettando una vendetta sanguinosa che consumer&agrave; quasi religiosamente, con serenit&agrave; e consapevolezza. La tranquillit&agrave; che le permetter&agrave; di essere pressoch&eacute; invincibile maneggiando sapientemente una spada in acciaio finissimo e resistentissimo.<BR>E&rsquo; la vendetta che si trasforma in arte e segreto di auto-rappresentazione e significazione; vendetta come processo di costruzione di una propria consapevolezza, strumento analitico di appropriazione di un super-io perduto.<BR>Black Mamba sa attendere, come deve saper attendere un buon samurai, che cura i suoi strumenti fino a farne un&rsquo;ossessione quasi terapeutica. <BR><I>La sua vendetta &egrave; una vendetta compiuta, mai rapace, ma che si gusta lentamente come un piatto che, come detto, va consumato freddo: un sushi analitico ed emotivamente contenuto.<BR></I>Il guerriero freddo e calcolatore, il tema della vendetta perseguita con tenacia torna al cinema, guarda al suo passato cinematografico con lucidit&agrave; e spirito citazionistico e smuove le sue membra annichilite da un politically correct prolungato.<br />
<span id="more-92"></span><br />
<A href="http://www.kill-bill.com/">Kill Bill</A>, <A href="http://mysticrivermovie.warnerbros.com/index.php">Mystic River</A>, <A href="http://www.mikado.it/cantandodietroiparaventi/">Cantando dietro i paraventi</A>, <A href="http://www.cinematografo.it/bdcm/bancadati_scheda.asp?sch=42971">Zatoichi</A> e <A href="http://whatisthematrix.warnerbros.com/">Matrix Revolution</A>; Tarantino, Eastwood, Olmi, Kitano e Wachowsky: quintetto vendicativo che inneggia al mantenimento della memoria.<BR>E&rsquo; la contemporaneit&agrave; che alimenta i cineasti pi&ugrave; sensibili al divenire del tempo, al trasformarsi delle sensibilit&agrave; del presente che vive sulle ali della vendetta ipertrofica post 11 settembre. Le sue radici, le loro radici cinematografiche restano salde nel passato, che va dal Kurosava de <A href="http://www.cinematografo.it/bdcm/bancadati_scheda.asp?sch=10044">I sette samurai</A> al Sergio Leone di <A href="http://www.cinematografo.it/bdcm/bancadati_scheda.asp?sch=23270">Per qualche dollaro in pi&ugrave;</A> con il primo Eastwood che ritroviamo oggi a scavare nell&rsquo;animo americano in un percorso difficile e controcorrente di demistificazione-celebrazione dell&rsquo;innocenza perduta di un paese vendicativo con la memoria corta. <BR><I>Mentre per la vendetta occorre la memoria lunga, persistente.</I> <BR><BR>Si affaccia allora, in una prospettiva quasi agnostica, quando non palesemente opposta ai dettami cristiani, la possibilit&agrave; di rivestire di smalto etico la vendetta: un&rsquo;etica-estetica della violenza pensata, consumata e motivata a freddo, lentamente, preterintenzionalmente; la vendetta diviene dunque colpa, trasforma la propria natura di istinto primordiale in atto innaturale, a-sociale, penalmente perseguibile.<IMG height="240" hspace="5" src="http://www.ciapavecio.net/_webgol/mystic.jpg" width="197" align="right" vspace="5" border="0"><BR>Eppure la vendetta oggi &egrave; perseguita da alcuni Stati con maestoso dispiego d&rsquo;armi; eserciti che si muovono alla ricerca di una vendetta da consumare in diretta televisiva. <BR>Tarantino in <I>Kill Bill </I>spoglia il gesto e l&rsquo;azione vendicativa della retorica nazionalista, spettacolarizzando, estetizzando la ricerca e l&rsquo;uccisione quasi rituale del colpevole. <BR>Ci sorprende per la sua sensibilit&agrave; politica, affrontando una riflessione politica sul suo paese, dove non &egrave; bene &ldquo;esibire&rdquo; la propria contrariet&agrave; verso una guerra duratura contro terroristi e infedeli. Lui invece esibisce la sua ritualit&agrave; iconoclasta dello smembramento del corpo del nemico.<BR>Olmi, che dopo <I>Il mestiere delle armi</I> torna a riflettere finemente sull&rsquo;uso e commercio delle stesse, con il suo <I>Cantando dietro i paraventi</I> ci propone la storia ancora di una donna e della possibilit&agrave; di una vendetta eticamente consumata, nell&rsquo;attesa di una pace, questa si cristiana, e nell&rsquo;attesa di poter tornare a cantare, ma solo dopo aver consumato, pi&ugrave; o meno simbolicamente, la propria vendetta.<BR>L&rsquo;<I>Eastwood</I> di <I>Mystic River</I> guarda alla predestinazione quasi calvinista, con sguardo freddo e compatto, dove la vendetta non ha possibilit&agrave; di riscatto: ci&ograve; che si &egrave; si sar&agrave;.<BR>Il fato allora detta le regole della vendetta, la possibilit&agrave; di aspettare, conservando ed alimentando la memoria, metaforicamente affilando l&rsquo;acciaio di una spada tagliente che si trasforma in oggetto infallibile ed implacabile proprio come il fato nelle mani di <I>Zatochi</I> nel film di <I>Takeshi Kitano</I>. <BR><I>(e.b. &#8211; Rosso Fiorentino, dicembre 2003)</I></p>
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		<title>Webgol featuring 5 bloggers</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2003 22:57:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[(Com&#8217;&#232; la memoria? Piovosa. Sorprendente. Ricca.)Per chi si fosse gi&#224; dimenticato, una breve sintesi delle puntate precedenti. Webgol si trasferisce per una decina di giorni nelle fredde regioni baltiche, invece di chiuder bottega, lascia il blog nelle mani di cinque blogger. A mo&#8217; di ringraziamento o supplizio, dipende dai punti di vista. Quello che esce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><B><BR></B>(Com&#8217;&egrave; la memoria? Piovosa. Sorprendente. Ricca.)<BR><I><BR>Per chi si fosse gi&agrave; dimenticato, una breve sintesi delle puntate precedenti.</I> <BR>Webgol si trasferisce per una decina di giorni nelle <A href="http://webgol.splinder.it/1069107362#921938">fredde regioni baltiche</A>, invece di chiuder bottega, lascia il blog nelle mani di <A href="http://webgol.splinder.it/1069107362#921938">cinque blogger</A>. A mo&rsquo; di ringraziamento o supplizio, dipende dai punti di vista. Quello che esce fuori &egrave; una settimana piena di splendidi interventi, sul tema della memoria, che hanno allargato e insieme approfondito il tema, che meritano ulteriore seganalazione, casomai qualcuno se le fosse perse<I> (sebbene, se cos&igrave; fosse, bisognerebbe lasciare loro nella beata ignoranza).</I> Noi ne andiamo giustamente fieri.<BR><BR><A href="http://webgol.splinder.it/1069200454#928121">Il ricordo e il suo doppio</A>, (<A href="http://carnefresca.splinder.it/">carnefresca</A>), <A href="http://webgol.splinder.it/1069201591#928221">Come si sceglie un ricordo?</A> e cosa obliare (<A href="http://pproserpina.net/">Proserpina</A>), <A href="http://webgol.splinder.it/1069232963#928843">Cos&rsquo;&egrave; la memoria per i bimbi</A>, lo scrivono loro stessi (<A href="http://blog.virgilio.it/capecchi">Gaia Capecchi</A>), <A href="http://webgol.splinder.it/1069257982#931125">Falsi ricordi</A> (Lorenza <A href="http://contaminazioni.splinder.it/">Contaminazioni</A>), <A href="http://webgol.splinder.it/1069269830#932384">Il mistero della cozza</A> (<A href="http://antonella-fulci.splinder.it/">Antonella Fulci</A>), <A href="http://webgol.splinder.it/1069291715#934248">Cinque sensi un ricordo</A> (Pros), <A href="http://webgol.splinder.it/1069431973#942716">I ricordi si conservano</A>, scontrini usati e biglietti del treno(Carn), <A href="http://webgol.splinder.it/1069445188#944106">Due</A> (Gaia), <A href="http://webgol.splinder.it/1069517949#947661">Italo svevo, vita lettaturizzata</A> (Cont), <A href="http://webgol.splinder.it/1069631286#954332">La casa dei doganieri</A> (Gaia), <A href="http://webgol.splinder.it/1069716711#960536">Javier Mar&igrave;as</A> (Carn), <A href="http://webgol.splinder.it/1069732432#961251">Quando &egrave; il momento di ricordare</A> (Pros), La memoria &egrave; come un <A href="http://webgol.splinder.it/1069776771#963827">guanto</A> (Gaia), <A href="http://webgol.splinder.it/1069872583#970830">Memoria storica</A> e l&#8217;amore per il racconto della storia (Cont)</p>
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		<title>Il silenzo degli estoni</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Nov 2003 00:33:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[(Odorito numero due)Un interrogativo mi consuma: puo&#8217; un silenzio essere profumato? Puo&#8217; emanare qualche odore particolare? Forse si. La risposta arriva dalle strade di Tallin dopo due giorni di neve continua. La neve filtra gli odori, li annulla, li addomestica oppure li consuma. Il silenzio degli estoni e&#8217; come il profumo della neve: si congiungono, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<I>Odorito numero due</I>)<BR><IMG height="158" alt="Tallin, Estonia" hspace="5" src="http://members.aol.com/ivolut/graphics/tallin.gif" width="246" align="left" vspace="5" border="0">Un interrogativo mi consuma: puo&#8217; un silenzio essere profumato? Puo&#8217; emanare qualche odore particolare? Forse si. <BR>La risposta arriva dalle strade di <I>Tallin</I> dopo due giorni di neve continua. La neve filtra gli odori, li annulla, li addomestica oppure li consuma. Il silenzio degli estoni e&#8217; come il profumo della neve: si congiungono, si ammaliano. La neve attutisce i rumori e affievolisce gli odori. <BR>Taverne, caffe&#8217;, ristoranti, musica e movimenti intrappolati in un fermo immagine olfattivo e percettivo. Si cammina in una bolla temporale. Nemmeno gli sfiati di vapore dai casermoni russi del quartiere di <I>Lasnamac</I> presso Tallin riescono nel freddo nevoso di un mattino ad avere qualche odore. Niente. <BR>Si pensa e si vive in una dimensione di trasferimento sensoriale. La neve assorbe, il rumore resta negli edifici, si affaccia alle finestre. <BR>Sono occhi che guardano le strade, i marciapiedi contando i fiocchi di neve, pazienti. Si stemperano nel bianco manto nevoso. <BR><I>Il silenzio degli estoni e&#8217; il silenzio odoroso della neve.</I></p>
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		<title>Memoria storica</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2003 23:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[(sono una professoressa e quindi perdonatemi se faccio discorsi da professoressa)
di Lorenza Contaminazioni 
E&#8217; cosi&#8217; difficile per un adolescente, oggi, comprendere perche&#8217; viene obbligato a studiare la storia: la storia dei fatti, ma anche la storia della lingua, la storia della letteratura, la storia della filosofia, la storia dell&#8217;arte&#8230;
Non vale spiegare con pazienza che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>(sono una professoressa e quindi perdonatemi se faccio discorsi da professoressa)</I><br />
di <b>Lorenza</b> <a href="http://contaminazioni.splinder.it/">Contaminazioni </a></p>
<p>E&#8217; cosi&#8217; difficile per un adolescente, oggi, comprendere perche&#8217; viene obbligato a studiare la storia: la storia dei fatti, ma anche la storia della lingua, la storia della letteratura, la storia della filosofia, la storia dell&#8217;arte&#8230;<br />
Non vale spiegare con pazienza che la nostra vita individuale e&#8217; impastata di storia, che quello che siamo, i nostri desideri, le nostre pulsioni, i nostri sentimenti, tutto cio&#8217; che in noi appare piu&#8217; naturale e istintivo ha una sua storia, ha una sua genesi sociale e collettiva, non nasce dal nulla, non e&#8217; natura o biologia ma e&#8217; sempre e soprattutto cultura.<br />
<span id="more-89"></span><br />
E quindi solo a partire dalla storia noi possiamo pienamente comprendere noi stessi. Eppure sin dalle scuole elementari questi ragazzi vengono sottoposti a dosi massicce di conoscenze storiche: il lavoro dello storico, gli strumenti dello storico, il metodo dello storico, le fonti dello storico&#8230;<br />
Gli scaffali delle librerie sono colmi di saggi piu&#8217; o meno specialistici, esistono canali satellitari esclusivamente dedicati alla storia, la storia, nonostante tutto, dilaga dagli schermi televisivi, per quanto frammentata, edulcorata, semplificata, banalizzata&#8230;<br />
Eppure ogni volta qualche quindicenne un po&#8217; piu&#8217; sfacciato di altri ( ma sotto sotto lo pensano quasi tutti) ti chiede: &#8220;Ma perche&#8217; devo studiare queste cose? ma che mi importa di quello che accaduto decenni, secoli, millenni fa?<br />
Io, casomai, vorrei comprendere il presente, vorrei che si parlasse dell&#8217;attualita&#8217;, delle cose mi accadono, di quello che mi piace, della mia musica, dei miei film, dei miei giochi&#8230;&#8221; Ed e&#8217; una domanda talmente ingenua che risulta difficile, se non impossibile, rispondere in modo convincente.<br />
Poi, paradossalmente, ti rendi conto che la versione postmoderna dei film in costume anni &#8216;50 (genere &#8220;peplum&#8221; per intenderci) riesce ad ottenere un successo planetario (vedi &#8220;Il Gladiatore&#8221;), che improvvisamente i palinsesti televisivi si popolano di rievocazioni plastificate dell&#8217;impero romano, che furbi professori cavalcano la tigre e ottengono fama e quattrini con romanzi storici che fanno l&#8217;occhiolino a tutti i trucchi piu&#8217; ovvi della letteratura di consumo. <BR><BR>Quando ero piccola ricordo che amavo soprattutto la storia fatta di racconti e aneddoti: Coriolano e sua madre, Muzio Scevola che brucia la mano che ha mancato Porsenna, Attilio Regolo e la la sua botte piena di chiodi&#8230; Mi avevano comprato un&#8217; intera collana, &#8220;Le Immortali&#8221;, dedicata a cento donne che avevano &#8220;fatto la storia&#8221; e di quelle vicende al limite del pettegolezzo (pseudo)storico mi saziavo beata: Lucrezia e il suo eroico suicidio, Agrippina e Nerone, e poi in tempi piu&#8217; recenti, Teodora, Teodolinda, Matilde, le innumerevoli amanti dei vari re di Francia (la piu&#8217; simpatica di tutte era per me Louise de la Valli&egrave;re), Caterina de&#8217; Medici, Anna Bolena, Elisabetta la Grande, Santa Caterina, Santa Teresa d&#8217;Avila, Caterina di Russia, Maria Antonietta, Giuseppina Beauharnais, Anita Garibaldi, fino a Madre Cabrini, Mata Hari e Marie Curie. E poi tante storielline del genere le trovavo sul sussidiario o me le raccontava la maestra. Certo, ora mi rendo conto delle inesattezze e delle forzature: ma allora il fascino del racconto fu la prima chiave perche&#8217; pian piano, in me, maturassero il gusto, la passione, l&#8217;amore per la storia. Del resto Jacques LeGoff, nel libro-intervista <I><A href="http://www.internetbookshop.it/str/strzub.asp?dep=118">Alla ricerca del Medioevo</A>, </I>racconta che il Medioevo gli entro&#8217; nel sangue, quando, ancora bambino, si accosto&#8217; ai romanzi di Walter Scott, in particolare a <I>Ivanhoe, </I>che, com&#8217;e&#8217; noto, non e&#8217; esattamente un capolavoro di correttezza storica.<BR><BR>Che cosa voglio dire? Che c&#8217;e&#8217; un tempo giusto per tutto. Oggi pretendiamo che i bambini apprendano sin dalle elementari il cosiddetto &#8220;metodo storico&#8221;, li assilliamo con la ricerca e il controllo delle fonti, valutiamo per ogni &#8220;modulo&#8221; prerequisiti e risultati in itinere e finali in termini di <I>conoscenze competenze capacita&#8217;</I> (che bella filastrocca!), li costringiamo ad organizzare e gestire pesantissimi schedari stracolmi di fotocopie e appunti. Abbiamo cacciato il cosiddetto <I>nozionismo </I>(la famigerata datina) in nome del rispetto dei fondamenti della moderna storiografia: ma con quale risultato? Arrivano alle superiori, quando davvero l&#8217;intera questione dovrebbe assumere i connotati piu&#8217; giusti e, diciamo cosi&#8217;, piu&#8217; scientifici e non ne possono piu&#8217;. Perche&#8217; nessuno si e&#8217; preso la briga di raccontare loro del cuore di Fidippide schiantato dopo la corsa per annunciare la vittoria di Maratona, o degli eroici Spartiati delle Termopili, o delle oche del Campidoglio. Nessuno si ricorda che la storia nasce, in primo luogo, come narrazione (che cos&#8217;era Erodoto, il padre della storia, se non un formidabile narratore?), come esercizio della fantasia, come vicende di uomini raccontate ad altri uomini. Che la storia deve essere una passione: passione che poi avra&#8217; tutto il tempo di trasformarsi in scienza, riflessione, ricerca, metodo.<BR><BR>E siccome i nostri tempi vanno a rovescio, com&#8217;e&#8217; noto, nel vuoto che ne risulta si impianta trionfalmente Hollywood con i suoi incredibili polpettoni in costume: che sono pure divertenti e forse innocui, a patto di non scambiarli per la verita&#8217;. Quel che non viene piu&#8217; dato ai ragazzini, o viene loro fornito, grottescamente deformato, dai cartoni animati di Disney Channel, viene distribuito massicciamente a un pubblico infantilizzato che prende per buono tutto purche&#8217; non sia noioso, non costi fatica e aiuti a distrarsi dal nostro oppressivo &#8220;eterno presente&#8221;, privo di radici e profondita&#8217;.</p>
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		<title>L&#8217;odore dei frati</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2003 00:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Odorito numero uno
Se non fosse per il clima mistico religioso ci si farebbe piu attenzione. Ma dopo il secondo giorno che si vive dentro l&#8217;eremo francescano di Siauliai si comincia a percepire una fragranza che impregna tutto, dal refettorio alle doccie (non comuni). Ma resta comunque una sottile sensazione, cui per molto ancora non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>Odorito numero uno</i><br />
<IMG height="84" alt="La collina delle croci, a Siauliai, Lituania" hspace="5" src="http://www.raphaelk.co.uk/web%20pics/Lithuania/Siauliai%20-%20Hill%20of%20crosses%202.jpg" width="452" align="left" vspace="5" border="0">Se non fosse per il clima mistico religioso ci si farebbe piu attenzione. <BR>Ma dopo il secondo giorno che si vive dentro l&#8217;eremo francescano di <I>Siauliai</I> si comincia a percepire una fragranza che impregna tutto, dal refettorio alle doccie (non comuni). Ma resta comunque una sottile sensazione, cui per molto ancora non si riuscira&#8217; a dare un&#8217;identita&#8217; olfattiva. Sembra anzi che l&#8217;imperativo categorico <I>un odore e&#8217; totale</I> si vanifichi in questa dimensione da saio temporale. <BR>Eppure qualcosa di sottilmente penetrante in questo odore diffuso c&#8217;e&#8217;. <BR>Poi si inizia un piccolo tour eno-gastro-olfattivo nelle fattorie dei contadini che vivono nella campagna attorno alla <I>collina delle croci</I> (<I>Donute Cepuliene e Daumantai</I>) e la sensazione che un morbo silenzioso e penetrante si stia impossessando delle nostre narici cresce. Cresce invadendoti il cervello. E&#8217; lo stesso odore, ovunque, in ogni luogo chiuso nei dintorni di questa Collina-Golgota. Finalmente la rivelazione, e altra parola non potrebbe essere piu&#8217; appropriata: sotto il letto di una coppia di anziani contadini (lui cirrico epatico, lei ex deportata in Siberia) scorgo con sorpresa una fila di barattoloni con cetrioli bozzoli sotto aceto. <BR>La rivelazione mi tramortisce, l&#8217;odore ha un&#8217;anima, i preti sono, il loro odore e&#8217;. Ha, me! <BR>Me lo portero&#8217; fino a Riga prima, e a Tallin all&#8217;alba del giorno dopo, e si meticcera&#8217; con altri odori di cui parlero&#8217; presto. <BR><I>L&#8217;odorito lituano e&#8217; cetriolo misto pantofola.</I></p>
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		<title>Quando &#232; il momento di ricordare</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2003 23:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Proserpina
Si parla dei ricordi quando &#232; il momento di farlo, quando li interpelliamo come fossero supereroi: chiamati, loro giungono.E non c&#8217;&#232; mai un caso, non esiste l&#8217;involontariet&#224; nei ricordi. E&#8217; tutto studiato fino al minimo dettaglio. Quando ricordi qualcosa &#232; perch&#232; hai pescato &#8211; consapevolmente o inconsapevolmente &#8211; con uno dei tuoi sensi, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.pproserpina.net/">Proserpina</a></p>
<p>Si parla dei ricordi quando &egrave; il momento di farlo, quando li interpelliamo come fossero supereroi: chiamati, loro giungono.<BR>E non c&#8217;&egrave; mai un caso, non esiste l&#8217;involontariet&agrave; nei ricordi. E&#8217; tutto studiato fino al minimo dettaglio. Quando ricordi qualcosa &egrave; perch&egrave; hai pescato &#8211; consapevolmente o inconsapevolmente &#8211; con uno dei tuoi sensi, con un&#8217;associazione di pensiero, con un sogno, uno dei sassolini della sacca del passato.<BR>Ieri in treno. Io e <A href="http://antonellina.blog.excite.it/">Antonellina</A> parliamo di ricordi e me ne vengono in mente due. Come lampi. La memoria si squarcia e tutto sparisce, ne escono brillanti solamente due, perfetti, lucenti, identici nella loro diversit&agrave;. Unici.<br />
<span id="more-87"></span><br />
Non capisco perch&egrave; proprio loro, solo loro due, giusti e perfetti, assieme.<BR><BR>Settembre 1983. Un pavone in gabbia, nella notte.<BR><I>Avevo 2 anni ed ero appena caduta dallo scivolo sbattendo la testa e rischiando di morire l&igrave;, per terra, davanti agli occhi di tutti. Ma mio padre mi aveva tempestivamente salvata. E quando ho riaperto gli occhi mi ha portata a vedere i pavoni nel recinto. <BR>Io ricordo quello. Un pavone di notte. E la sensazione che l&igrave; in quella notte con i miei genitori accanto nulla mi sarebbe potuto succedere.<BR><BR></I>Settembre 2003. La sua pelle contro la mia, blackout.<BR><I>Tutto cade nel buio. Ad un tratto i rumori spariscono e resta solamente il silenzio, non si sa perch&egrave;, &egrave; come essere caduti in un buco nero. Sento la sua voce, e la mia, e i corpi che si avvicinano, e la voglia di lui.<BR>La stessa sensazione di 20 anni prima. Che l&igrave; in quella notte con lui accanto nulla mi saarebbe potuto succedere.</I></p>
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		<title>Guanto</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2003 23:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gaia Capecchi 
Il ricordo &#232; un guanto di lana spaiato. Puoi lasciarlo per anni sotto pile di maglioni, calze e mutande. Poi un giorno ti salta fra le mani e te lo infili: magari ti va a pennello. Magari invece &#232; un po&#8217; slabbrato, logoro. A volte invece si &#232; ristretto e non &#232; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://blog.virgilio.it/capecchi">Gaia Capecchi </a></p>
<p>Il ricordo &egrave; un guanto di lana spaiato. Puoi lasciarlo per anni sotto pile di maglioni, calze e mutande. Poi un giorno ti salta fra le mani e te lo infili: magari ti va a pennello. Magari invece &egrave; un po&rsquo; slabbrato, logoro. A volte invece si &egrave; ristretto e non &egrave; colpa di nessuno. Oppure scopri un buco proprio l&igrave;, all&rsquo;interno, fra il pollice e l&rsquo;indice. E&rsquo; allora che va buttato &ndash; ma non lo butti mai.</p>
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		<title>Sbarellamento zen</title>
		<link>http://www.webgol.it/2003/11/24/sbarellamento-zen/</link>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2003 23:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Sbarellamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Memoria insufficente al Von Krahli Baar, Tallin, Estonia.Scena uno &#8211; Acquisizione dati tipo elicottero di Matrix. Ma, memory card insufficente. Dati eccedenti. Stato euforico. Il giallo domina: esperienza sensoriale non in archivio.Scena due &#8211; Troppo Matrix. Sbarellamento zen. Modalita&#8217; non piu&#8217; operativa: stato bonzo eunuco catatonico. Resettamento cervello: ctrl-alt-canc. Riavvio sistema, trovare driver di periferiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><I>Memoria insufficente al Von Krahli Baar, Tallin, Estonia.<BR><BR></I><B><I><U>Scena uno</U></I> &#8211; </B>Acquisizione dati tipo elicottero di <I>Matrix</I>. Ma, <I>memory c</I>ard insufficente. Dati eccedenti. Stato euforico. Il giallo domina: esperienza sensoriale non in archivio.<BR><B><U><I>Scena due</I></U> &#8211; </B>Troppo <I>Matrix</I>. Sbarellamento zen. Modalita&#8217; non piu&#8217; operativa: stato bonzo eunuco catatonico. Resettamento cervello: <I>ctrl-alt-canc</I>. Riavvio sistema, trovare <I>driver</I> di periferiche funzionanti.<BR><U><I><B>Scena tre</B> </I></U>- Nirvana percettivo. Consapevolezza retroattiva: distanza generazionale incolmabile. Sbroccamento definitivo. Fusione <I>hard disk</I>. Sbriciolamento ormonale e assorbimento alcoolico testosteronico.<BR><I><B><U>Finale</U></B></I> &#8211; Ripristino sistema, con qualche difficolta&#8217;.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un uomo crudele.</title>
		<link>http://www.webgol.it/2003/11/24/un-uomo-crudele/</link>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2003 23:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[di CarnefrescaE&#8217; che da una vita, a prescindere, sto pensando di scappare, prendere le bagattelle e infilarle in un bagaglio a mano, farmi prendere per mano e cercare un aereo che per un weekend mi porti via.
Nella mia memoria ci sono luoghi e sul mio passaporto la reliquia pi&#249; bella &#232; il timbro di Narita.
Mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://carnefresca.splinder.it/">Carnefresca</a><BR><IMG alt="passaporto" hspace="5" src="http://www.ossignore.supereva.it/narita.jpg" align="left" vspace="5" border="0">E&#8217; che da una vita, <I>a prescindere</I>, sto pensando di scappare, prendere le bagattelle e infilarle in un bagaglio a mano, farmi prendere per mano e cercare un aereo che per un weekend mi porti via.<br />
Nella mia memoria ci sono luoghi e sul mio passaporto la reliquia pi&ugrave; bella &egrave; il timbro di Narita.<br />
Mi farei rubare tutti gli eurocent che ho senza battere ciglio, tutto, anche la borsa, il cappotto, le mutande, basta che mi lascino il passaporto, solo per quel timbro. Prima di morire, come si suol dire, c&#8217;erano due luoghi che volevo visitare e che ho visto. Uno era Tokyo e l&#8217;altro era Parigi, il cimitero di P&egrave;re Lachaise, per omaggiare la sfinge di Wilde. Entrambi sono stati viaggi simbolici, nel senso che nella mia vita e nella mia mente, a tutti i costi, almeno una volta avrei dovuto incontrare quel cielo e quelle spoglie che avevano accompagnato tutto il mio percorso di insonne adolescenziale.<br />
<I>Corrispondenza di amorosi sensi</I>, la chiamano alcuni.<br />
<span id="more-84"></span><br />
Il viaggio che immagino adesso &egrave; legato a un libro, che come tutti i libri che nella vita contano, ha una storia nella storia. Prima di essermi regalato mi era stato raccontato, per intero, con dovizia di particolari, e la stessa cosa era accaduta a chi me lo aveva regalato. Un giorno qualcuno lo prese da parte e inizi&ograve; a raccontargli una storia, gliela raccont&ograve; per pi&ugrave; di due ore, un pomeriggio d&#8217;estate, con tutti i dettagli che hanno le storie fantastiche. Come a lui, anche a me per la schiena scorsero brividi. Nella prima pagina, dopo qualche riga c&#8217;&egrave; un uomo, Victor, che si ritrova a casa di una donna. Lei ha un figlio piccolo, che piange nell&#8217;altra stanza, la babysitter non &egrave; venuta, si scusa e lo mette a dormire mentre si avvia in cucina per preparare una cena per due. Filetto in salsa verde. Victor e Marta non si conoscono. Mentre lui la guarda cucinare si chiede quale sia il motivo che li abbia portati ad incontrarsi quella sera, quale istinto ali abbia spintia volersi incontrare a casa di lei, con il bambino presente, a cercare l&#8217;intimit&agrave; di un primo incontro amoroso senza aspettare un momento migliore. Il bambino che piange lo mette a disagio e lo fa sentire l&#8217;uomo estraneo che v&igrave;ola la compattezza di una casa in cui il padre &egrave; assente. Il marito di Marta &egrave; in viaggio per lavoro. Telefona, lei imbarazzata risponde nell&#8217;altra stanza allontanandosi sotto lo sguardo dell&#8217;uomo invitato. Ormai l&#8217;appuntamento clandestino &egrave; velato dal disagio. Victor e Marta vanno a letto. Lui guarda i vestiti del marito poggiati sulla sedia. Guarda le cose sparse per la stanza. Le slaccia il reggiseno, si abbracciano ma Marta ha un cedimento. Inizia a sudare, ad avere freddo, sta visibilmente male. Lo prega di non lasciarla e di stare accanto a lei. Victor vorrebbe chiamare qualcuno. Guarda i capelli di lei madidi di sudore attaccarsi alla nuca bagnata ma lei lo trattiene, vuole solo che qualcuno la tenga stretta accanto a se&#8217;. Victor la stringe e lo scrittore comincia a raschiare sulla carta le frasi che dal momento in cui le avrai lette rimarranno per sempre nella tua memoria. <I>e cada la tua spada senza filo</I>. Quello che accade &egrave; che Marta tra quelle braccia, senza parlare, nel vuoto stolido di alcuna parola, si raffredda e muore. Muore lasciando Victor nel letto che era suo e di suo marito ad abbracciarla, muore lasciando il bambino dormire nell&#8217;altra stanza, muore tra le braccia di uno sconosciuto, che nemmeno aveva avuto il tempo di amare, e cambia cos&igrave; per sempre il suo destino. Victor nella notte ha tra le braccia una donna che &egrave; appena morta. Pensa al bambino. Pensa al marito. Non vorrebbe lasciarla li, non pu&ograve;. L&#8217;indomani probabilmente sarebbe arrivato qualcuno ma fino all&#8217;indomani cosa sarebbe stato meglio fare? Comunicare al tempo stesso il decesso e il tradimento? Accanto al telefono c&#8217;&egrave; un foglio, su quel foglio un numero, compone il numero, poi attacca e fino a che le cose non andranno a posto da sole non dir&agrave; niente a nessuno. Non sono passate nemmeno venti pagine. Quando l&#8217;ho sentita raccontare ero in un bar e avevo un segreto. Un segreto che per me era orribile e che non avrei voluto raccontare. Avere un segreto ci fa bugiardi, basta a farci bugiardi il sapere di tacere. Ho pensato che se Marta avesse saputo di avere una malattia e l&#8217;avesse taciuta, anche nella buona fede di non sentirsi niente, nessun pericolo, avrebbe detto una imperdonabile bugia. Ma nel libro questo non si sa, nel libro l&#8217;unico che sa di tacere &egrave; Victor. Egli si insinua in quella quella vita che non c&#8217;&egrave; pi&ugrave;, che era di Marta, e come un ragno tesse la tela per attendere e tornire il momento in cui parlare. E basta questo per renderlo, da apparente comparsa agli occhi delle persone che incontra, il protagonista accentratore della verit&agrave;: l&#8217;unica cosa che la gente vuole sapere, anche quando questa ormai non conta pi&ugrave;. Nell&#8217;inseguire il <I>momento giusto</I> Victor ripercorre tutta la sua esistenza, su di lui pende lo spettro del ricordo, lo spettro di Marta morta, lo spettro delle parole che scambia con la sorella di Marta fingendo di non saper niente, lo spettro che dalle labbra del bambino si leva come un vagito a dire che lui sa. Tutte le verit&agrave; nascoste dalla <I>nera schiena del nero tempo</I>, tutto quello che la vita ci sottrae e di cui &egrave; impossibile valutare la perdita. In quella oscurit&agrave; il suo sangue vivo si mescola a un altro che vivo non &egrave; pi&ugrave;, e dopo avere assorbito tutto, compreso Victor stesso, il ricordo si lascia scoprire, esce dalle sue labbra e lascia alla vita il permesso di fluire. <I>Come se nulla fosse</I>.<BR>Questa &egrave; la storia che mi ricordo, la storia del libro che prima di leggerlo mi hanno raccontato e la storia che prima che mi raccontassero avevano raccontato. Mi piacerebbe, per una volta, poter guardare, anche da lontano lo scrittore, porgergli il mio prezioso Einaudi tra le mani e vedermelo firmare. Un genio, e al tempo stesso un uomo crudele: <A href="http://www.javiermarias.es/">Javier Mar&igrave;as</A>, &#8220;<A href="http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8806154001">Domani nella battaglia pensa a me</A>&#8220;.</p>
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		<title>La casa dei doganieri</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Nov 2003 23:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gaia Capecchi
La memoria: argomento privilegiato della poesia, eh, certo, che discorsi.
Se poi il poeta &#232; Eugenio Montale e la donna ispiratrice &#232; quella Annetta-Arletta che nelle giovani estati di Monterosso ardiva farsi fotografare sorridente insieme a un cane, beh, insomma, finisce che la poesia si fa capolavoro e tu rimani a bocca aperta a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://blog.virgilio.it/capecchi">Gaia Capecchi</a><BR><br />
La memoria: argomento privilegiato della poesia, eh, certo, che discorsi.<br />
Se poi il poeta &egrave; Eugenio Montale e la donna ispiratrice &egrave; quella <I>Annetta-Arletta </I>che nelle giovani estati di Monterosso ardiva farsi fotografare sorridente insieme a un cane, beh, insomma, finisce che la poesia si fa capolavoro e tu rimani a bocca aperta a rileggerla, ogni volta; ogni volta come la prima, agghiacciata da quell&rsquo;abisso di dimenticanza di cui lei si &egrave; avvolta e frastornata invece dalla matassa di ricordi di cui lui si ostina a tenere un capo.<br />
<span id="more-83"></span><br />
In realt&agrave; il signor Eugenio sembra non fosse quel gran che di uomo: nel senso che non doveva avere due palle cos&igrave;, se si lasci&ograve; sfuggire le donne che (forse) amava davvero per tenersi accanto quella <I>Mosca</I> &ndash; e mi scuser&agrave; se lo rivelo, lei, nonostante la trovi molto simpatica &ndash; del reiterato &#8220;blackmail&#8221; amoroso. Per&ograve; questo non conta ai fini del mio innamoramento stolido e rapito per lui. Ch&eacute; io lo amo, s&igrave;, e se lo avessi adesso qui avrei fatto certo la fine di quella <I>Clizia</I> ripartita per l&rsquo;America sul piroscafo, via lontano, sola, nonostante lui &ndash; vigliacco &ndash; scrivesse all&rsquo;amico Bobi: &#8220;Che altra via d&rsquo;uscita ho, tra il colpo di rivoltella e il…piroscafo?&#8221;. E poi lui invece &ndash; e rivigliacco &#8211; il piroscafo non lo prese mai; ma nemmeno si spar&ograve;.<BR>Comunque. Amava ricordare, l&rsquo;Amore Grande e Infinito Nostro. E provava dolore, nel farlo; ch&eacute; la memoria non consola &ndash; lo si sappia e lo si tenga bene a mente &ndash; se non &egrave; condivisa. Cos&igrave; lui ricorda, ma lei no. Lui rivede la casa dove avevano passato una sera &ndash; ma lei no. Anzi, lei &egrave; cos&igrave; persa in altro tempo e in altri giorni che la casa sulla scogliera diventa, per lui, solo la casa della &#8220;mia&#8221; sera. Il &#8220;nostra&#8221; non esiste pi&ugrave;. Lei non ricorda non ricorda non ricorda. Non ricorda per tre volte; e lui glielo dice, insiste, incide, forse &egrave; accusa, ma forse no, ch&eacute; tanto la memoria e il tempo, si sa, sono cos&igrave;, banderuole che girano e chi le ferma pi&ugrave;. Intanto il mare ripullula, lui &egrave; l&igrave; fermo a guardarlo, lei non c&rsquo;&egrave;, e non si sa nemmeno pi&ugrave; chi dei due &egrave; davvero rimasto &ndash; e chi invece &egrave; partito.<BR>Lo scacco memoriale non pu&ograve; essere pi&ugrave; tremendo &ndash; n&eacute; poesia d&rsquo;amore pi&ugrave; straziante.<BR><BR><FONT face="Verdana" size="1"><br />
<P>Tu non ricordi la casa dei doganieri<BR>sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:<BR>desolata t&#8217;attende dalla sera<BR>in cui v&#8217;entr&oacute; lo sciame dei tuoi pensieri<BR>e vi sost&oacute; irrequieto. <BR><BR>Libeccio sferza da anni le vecchie mura<BR>e il suono del tuo riso non &eacute; pi&ugrave; lieto:<BR>la bussola va impazzita all&#8217;avventura.<BR>e il calcolo dei dadi pi&ugrave; non torna<BR>Tu non ricordi; altro tempo frastorna<BR>la tua memoria; un filo s&#8217;addipana.<BR><BR>Ne tengo ancora un capo; ma s&#8217;allontana<BR>la casa e in cima al tetto la banderuola<BR>affumicata gira senza piet&aacute;.<BR>Ne tengo un capo; ma tu resti sola<BR>n&eacute; qui respiri nell&#8217; oscurit&aacute;.<BR><BR>Oh l&#8217;orizzonte in fuga, dove s&#8217;accende<BR>rara la luce della petroliera!<BR>Il varco &eacute; qui? (Ripullula il frangente<BR>ancora sulla balza che scoscende &#8230;).<BR>Tu non ricordi la casa di questa<BR>mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. <BR><BR>(E. Montale, <I>La casa dei doganieri</I>, in <I>Le occasioni</I>, IV)</P></FONT></p>
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		<title>Il lamento della professoressa</title>
		<link>http://www.webgol.it/2003/11/22/il-lamento-della-professoressa/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Nov 2003 23:25:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lorenza Contaminazioni
Maledetti professori, specialmente quelli di lettere.
Si portano sempre sulle spalle il loro fardello di letture scolastiche, di lezioncine maldigerite, di chiacchiere letterarie che nessuno ha piu&#8217; tempo di ascoltare. In molti di loro dorme il germe dello scrittore incompreso, dell&#8217;intellettuale fallito, del critico arguto, dell&#8217;accademico di successo, di quello che &#8220;avrebbe voluto, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Lorenza <a href="http://contaminazioni.splinder.it/">Contaminazioni</a><br />
<BR>Maledetti professori, specialmente quelli di lettere.<br />
Si portano sempre sulle spalle il loro fardello di letture scolastiche, di lezioncine maldigerite, di chiacchiere letterarie che nessuno ha piu&#8217; tempo di ascoltare. In molti di loro dorme il germe dello scrittore incompreso, dell&#8217;intellettuale fallito, del critico arguto, dell&#8217;accademico di successo, di quello che &#8220;avrebbe voluto, ma non ha potuto&#8221;, perche&#8217; ingannato dalle mille trappole della vita.<br />
Ancora imberbi studentelli, avevano immaginato diverso il loro destino: in compagnia dei grandi autori, loro stessi trasformati in entusiasti predicatori della cultura, pronti a sacrificare sonno ed energie alla causa dell&#8217;umanesimo&#8230; E invece si ritrovano quotidianamente a fare i conti con pratiche burocratiche di misera levatura, con alunni riottosi e distratti, con famiglie polemiche e poco sensibili.<br />
<span id="more-82"></span><br />
La loro si arte si immiserisce e immalinconisce durante i tristi pomeriggi trascorsi a correggere compiti sgrammaticati da cui emerge il riflesso grottescamente deformato di quelle che loro avevano ritenuto lezioni brillanti e significative e che nelle parole smozzicate degli alunni sembrano regredire al rango di squallide banalita&#8217; senza costrutto. Ahime&#8217;, sono una di loro, sono come loro. E ora che mi si chiede di discettare blogghisticamente sul tema della memoria, non trovo niente di meglio se non recuperare dalle pagine di qualche consunta antologia le parole di uno degli autori con cui normalmente assillo i miei poveri involontari discepoli: <A href="http://www.simonel.com/svevo.html">Italo Svevo </A>Che dire di piu&#8217;? Lui non lo immaginava, ma quasi ottant&#8217;anni fa gli e&#8217; capitato di essere inconsapevole profeta dei blog. Dedico le sue parole a chi, come noi, rimane quotidianamente invischiato nelle trappole della memoria e della scrittura, negli oscuri labirinti della <I>vita letteraturizzata.<BR></I><BR><I>4 aprile 1928. Con questa data comincia per me un&#8217; era novella. Di questi giorni scopersi nella mia vita qualche cosa di importante, anzi la sola cosa importante che mi sia avvenuta. La descrizione da me fatta di una sua parte. Certe descrizioni accatastate messe in disparte per un medico che le prescrisse. La leggo e rileggo e m&#8217;e&#8217; facile di completarla di mettere tutte le cose al posto dove appartenevano e che la mia imperizia non seppe trovare. Come e&#8217; viva quella vita e come e&#8217; definitivamente morta la parte che non raccontai. Vado a cercarla talvolta con ansia sentendomi monco ma non si ritrova. E so anche che quella parte che raccontai non ne e&#8217; la piu&#8217; importante. Si fece la piu&#8217; importante perche&#8217; la fissai. E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L&#8217;unica parte importante della vita e&#8217; il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch&#8217; io ho tutti scriveranno. La vita sara&#8217; letteratirizzata. Meta&#8217; dell&#8217;umanita&#8217; sara&#8217; dedicata a leggere e studiare quello che l&#8217;altra meta&#8217; avra&#8217; annotato. E il raccoglimento occupera&#8217; il massimo tempo che cosi&#8217; sara&#8217; sottratto all&#8217;orrida vita vera. E se una parte dell&#8217; umanita&#8217; si ribellera&#8217; e rifiutera&#8217; di leggere le elucubrazioni dell&#8217;altra, tanto meglio. Ognuno leggera&#8217; se stesso. E la propria vita risultera&#8217; piu&#8217; chiara o piu&#8217; oscura ma si ripetera&#8217; si correggera&#8217; si cristallizzera&#8217;. Almeno non restera&#8217; qual e&#8217; priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s&#8217; accumulano uno eguale all&#8217; altro a formare gli anni, i decenni, la vita tanto vuota, capace soltanto di figurare quale un numero di una tabella statistica del movimento demografico. Io voglio scrivere ancora. In queste carte mettero&#8217; tutto me stesso la mia vicenda. <BR></I>(Italo Svevo, <I>Il vegliardo, </I>ed. critica di B. Maier, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1987, pp.79-80)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>dhcmrlchtdj</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2003 23:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[(ovvero degli esagoni, ovvero dei cassetti, ovvero della carta, ovvero del telefono, ovvero dei disegni, ovvero dell&#8217;amore, ovvero dell&#8217;hard-disk.)
di Carnefresca
Ci sono due estremi e in mezzo agli estremi le infinit&#224; di variazioni in termine, si insegna.
Le pi&#249; disparate, le pi&#249; necessarie, assolutamente infinitesimali.
E se a sinistra, dunque, stanno quelli che non conservano niente, fanno piazza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<I>ovvero degli esagoni, ovvero dei cassetti, ovvero della carta, ovvero del telefono, ovvero dei disegni, ovvero dell&#8217;amore, ovvero dell&#8217;hard-disk.</I>)<br />
di <a href="http://carnefresca.splinder.it/">Carnefresca</a><br />
<BR></B><IMG src="http://webgol.supereva.it/thatsallfolks1.gif" alt="Nel mio hardisk..." hspace="5" align="left" vspace="5" border="0">Ci sono due estremi e in mezzo agli estremi le infinit&agrave; di variazioni in termine, si insegna.<br />
Le pi&ugrave; disparate, le pi&ugrave; necessarie, assolutamente infinitesimali.<br />
E se a sinistra, dunque, stanno quelli che non conservano niente, fanno piazza pulita di tutti i fogli della scrivania, non hanno nemmeno da parte il biglietto di un concerto e cancellano qualsiasi e-mail tanto dalla posta ricevuta che da quella in arrivo che da quella quella inviata e hanno l&#8217;hard-disk vuoto come ogni perfetto criminale, la destra &egrave; piena di quelli che sotto il letto accumulano scatole di scarpe, con dentro le scarpe di cinque anni prima, che hanno gli scontrini volatili nel portafogli e nelle pagine dei libri che hanno comprato, e il biglietto del primo treno preso in vita loro.<br />
I cassetti strabordano di fotografie e il computer all&#8217;avvio grida di dolore per dover caricare le decine e decine di icone di collegamento alle varie cartelle che archiviano i dati. La posta eliminata &egrave; piena dello spamming ricevuto dal primo giorno in cui il fischio del modem a 56k ha lanciato il nulla osta allo scambio concordato di byte tra uomo e bot, e non sar&agrave; svuotata mai.<br />
<span id="more-80"></span><br />
Conosco storie leggendarie di donne anziane che, nella compulsivit&agrave; del &#8220;<I>tutto pu&ograve; servire</I>&#8221; e con lo sgomento dei parenti andati ad aiutare a traslocare, per anni e anni hanno accumulato in ripostiglio le coppette di cartone e di plastica dei gelati confezionati e a parte i relativi cucchiaini di plastica, quasi come a non voler scompagnare il servizio.<br />
Alcuni uniscono all&#8217;accumulo l&#8217;ordine, altri il completo disordine.<br />
Mio padre catalogava le cartoline dalla sua collezione per provenienza, per data, per parenti/amici/conoscenti/sconosciuti e quelle che inviava a se stesso dai luoghi in cui andava.<br />
Mia madre conserva in un cofanetto che fu di sua nonna un pacchetto di sigarette dorato al cui interno in una bustina ci sono le prime due cicche che fumarono al primo appuntamento e l&#8217;anello che mio padre le fece con la stagnola delle sigarette per suggellare il loro incontro. Ogni volta che quando ero piccola aprivamo l&#8217;armadio io ero contenta perch&egrave; prendeva il cofanetto, ci sedevamo sul letto e mi facevo raccontare la storia di mio padre emozionato che la guardava e le regalava quell&#8217;anello. </p>
<p>Questa cosa mi ha sempre fatto credere che ognuno a modo suo ha le sue <I>reliquie</I>, le vestigia fisiche di un ricordo. Pu&ograve; essere da un lato il souvenir in ceramica di un viaggio, per chi tiene segno dell&#8217;emozione che da lo spostamento in altro luogo, cos&igrave; come lo &egrave; una fotografia, cos&igrave; come lo &egrave; la data impressa su uno scontrino di un clandestino dopopranzo con caff&egrave;, o, per chi ha la costanza di tenerlo, un diario privato.<br />
La maggior parte del tempo passato se ne va via dai ricordi, diventa il tessuto connettivo tra un evento e l&#8217;altro e molte volte il tentativo di ricostruire come &egrave; andato che quel giorno in cui, il famigerato <I>giorno in cui</I>, ci siamo vestiti, ci siamo alzati, abbiamo avuto un&#8217;idea e qualcosa &egrave; cominciato, entra nella leggenda che addolcisce lo sguardo di ogni persona e si perde nei confini della favola. </p>
<p>Mi ricordo tante cose della mia vita, ma la cosa pi&ugrave; difficile &egrave; afferrare il momento esatto in cui mi sono innamorata.<br />
Mi ricordo sguardi, nella mia mente appaiono a ritroso tutte le immagini di tanti istanti.<br />
Da quando avevo cinque anni e guardavo in chiesa il ragazzo con i capelli lunghi e i baffi che suonava la chitarra del coro, e mi piaceva. Quando uno si innamora, in genere ricorda l&#8217;istante in cui da un pensiero all&#8217;altro, da uno sguardo all&#8217;altro, &egrave; passata la stessa idea e lo stesso calore. Su quella frazione di secondo poi la mente arriva e ci romanza, ci disegna sopra il senno di poi, il <I>lo sapevo</I>, il <I>non volevo</I>, il <I>sei stato prima tu,</I> il <I>tu non sai quanto eri bello, quanto eri dolce, quanto immediatamente con tutto il cuore, in quel momento, io ti ho perdutamente amato</I>. </p>
<p>Mi sono innamorata di te senza averti visto prima, e questo rende ancora pi&ugrave; ineffabile il mio ricordo.<br />
Mi sono innamorata di te mentre ascoltavo la tua voce, e questo me lo ricordo.<br />
Mi sono innamorata di te mentre per telefono ti ascoltavo parlare, la notte si faceva giorno, io stavo distesa sulla moquette con le dispense di un esame e una penna in mano, e disegnavo.<br />
Mi sono innamorata di te mentre ti ascoltavo parlare e ribattere a tutte le mie parole che cercavano il distacco e volevano un contatto.<br />
Mi sono innamorata di te con gli occhi increduli una notte in cui mi sembrava di scorrere sul tetto di un treno, sguardo epico e presa tattile leggendaria come tutti i personaggi immaginari. Ragliavano i binari ai miei piedi e io mi sentivo forte, invincibile e immortale. Mantenere l&#8217;equilibrio era al costo della vita.<br />
Mi sono innamorata di te mentre mi sfidavo a non ricordare il tuo nome e a non voler ammettere una persona che non avevo mai guardato in faccia nella mia esistenza. C&#8217;era una voce che mi graffiava piano mentre intorno il mondo era in corsa, che diventava emozionata e roca e che mi diceva che sbagliavo. Nel mio cuore c&#8217;&egrave; un istante in cui dalla mia stanza col telefono e i miei fogli in mano e la mia penna mi sono spostata in bagno, per non svegliare nessuno e non far rumore, e tu mi hai detto una cosa, e io ho guardato la valvola del termosifone. Guardavo il termosifone ed ero senza fiato.<br />
Mi sono innamorata di te in quel momento, su quale frase non te l&#8217;ho mai detto, ma finiva dicendomi: &#8220;&#8230;<I>Hai capito?</I>&#8220;.<br />
Avevo capito.<br />
Da quel momento in poi ci sono state altre telefonate, altre mattine azzurrite dalla notte, poi io ho passato l&#8217;esame. La sera stessa, tornando, davanti alla porta di casa, mi sono slogata la solita caviglia. Mi sono fasciata. Al posto dell&#8217;osso c&#8217;era il gonfiore di una pesca di carne. Ti ho detto che probabilmente l&#8217;indomani alla stazione avrei saltellato e che sarei venuta senza tacchi, tu mi hai detto: &#8220;<I>Oddio&#8230;</I>&#8220;.<br />
Quello che &egrave; accaduto dopo non &egrave; pi&ugrave; un mio ricordo, non &egrave; un ricordo solo mio, non &egrave; ancora tempo di chiamarlo ricordo, l&#8217;ho ricordato tante volte e tante volte te l&#8217;ho raccontato che non me lo ricordo, &egrave; qualcosa che abbiamo visto insieme, e un ricordo condiviso &egrave; qualcosa di pi&ugrave; che un semplice ricordo.<br />
Attaccato il telefono presi il mio foglio disegnato, lo poggiai sullo scanner e poi te lo mandai via e-mail.<br />
Me lo avevi chiesto tu.<br />
Quell&#8217;istante &egrave; nel mio hardisk, nella mia posta inviata, nel mio cuore, e adesso &egrave; qui.</p>
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		<title>Due</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2003 23:27:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gaia CapecchiTi ricordi,ti ricordi? Io s&#236;, matu, tu? Tu eril&#236; e iono. Tu cercavidie io no.Ti ricordi? Quand&#8217;eravamo troppo lontanidatroppo vicini ae invece no,tutto caddee si sfransee si sparse perterra con colpicorti secchi spacchidi carne immemore.Non ricordarsi quandosi devemaricordarsi (solo)dopo:peccato di risma mortaleimperdonabileai pi&#249; ma a questidue?
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://blog.virgilio.it/capecchi">Gaia Capecchi</a><BR><BR>Ti ricordi,<BR>ti ricordi? Io s&igrave;, ma<BR>tu, tu? Tu eri<BR>l&igrave; e io<BR>no. Tu cercavi<BR>di<BR>e io no.<BR>Ti ricordi? Quand&rsquo;eravamo troppo lontani<BR>da<BR>troppo vicini <BR>a<BR>e invece no,<BR>tutto cadde<BR>e si sfranse<BR>e si sparse per<BR>terra con colpi<BR>corti secchi spacchi<BR>di carne <BR>immemore.<BR><BR>Non ricordarsi quando<BR>si deve<BR>ma<BR>ricordarsi (solo)<BR>dopo:<BR>peccato di risma mortale<BR>imperdonabile<BR>ai pi&ugrave; ma a questi<BR>due?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cinque sensi, un ricordo</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2003 23:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Proserpina
Alla scrittrice non interessava altro che scrivere. E quello che la gente intorno le diceva, scivolava sui suoi sensi come pioggia sui vetri della mansarda.Viveva l&#236; ormai da tempo, e quando pioveva passava ore stesa sul letto a guardare le goccioline infrangersi sulle finestre.

Non riusciva a pensare ad altro che alle goccioline di sudore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.pproserpina.net">Proserpina</a><br />
<BR>Alla scrittrice non interessava altro che scrivere. E quello che la gente intorno le diceva, scivolava sui suoi sensi come pioggia sui vetri della mansarda.<BR>Viveva l&igrave; ormai da tempo, e quando pioveva passava ore stesa sul letto a guardare le goccioline infrangersi sulle finestre.<br />
<span id="more-78"></span><br />
Non riusciva a pensare ad altro che alle goccioline di sudore che notava sempre sul corpo di lui quando finivano l&#8217;amore. L&#8217;odore intenso e quel sapore salato le restavano attorno per ore, anche quando lui era ormai andato via. <BR>Un ricordo fitto e denso che le sembrava indelebile.<BR><BR>Con la stessa eccitazione guardava ora la pioggia scivolare sui vetri mentre le dita ticchettavano sulla pancia.<BR>Era soprattutto in quei momenti che nascevano i suoi romanzi migliori. Si lasciava andare ai pensieri ripercorrendo i tempi della memoria e le parole le scorrevano dentro frullandosi in un mix gustoso. La storia si diluiva come latte nelle parole fruttose, e ne produceva, battendo forsennatamente sulla tastiera, l&#8217;ennesimo racconto, l&#8217;ennesimo romanzo, tomba immortale di qualcosa che &egrave; stato.<BR><BR>Quel pomeriggio pioveva. E da l&igrave; a poche ore lui sarebbe arrivato.<BR>La scrittrice, stesa sul letto, ticchettava con le dita sulla sua pancia, al ritmio della pioggia.<BR>E con la mente romanzava la sua prossima notte d&#8217;amore.<BR></I><BR>In soccorso dei ricordi giunge sempre uno dei cinque sensi: a provocarne il sesto.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La memoria dei bambini</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 23:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gaia Capecchi
I bambini. Ci avete mai pensato ai bambini, a cosa frulla nelle loro teste? Ma loro, sul serio, ce l&#8217;hanno dei ricordi? Hanno nostalgie, memorie, ripensamenti, laghi della rimembranza in cui sprofondarsi e da cui risalire? Quando noi ricordiamo, ricordiamo a volte di essere stati loro. E a loro dunque che resta, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://blog.virgilio.it/capecchi">Gaia Capecchi</a></p>
<p><I>I bambini. Ci avete mai pensato ai bambini, a cosa frulla nelle loro teste? Ma loro, sul serio, ce l&rsquo;hanno dei ricordi? Hanno nostalgie, memorie, ripensamenti, laghi della rimembranza in cui sprofondarsi e da cui risalire? Quando noi ricordiamo, ricordiamo a volte di essere stati loro. E a loro dunque che resta, da ricordare? Avanza qualcosa? Loro scrivono cos&igrave;.<BR><BR><B>Com&rsquo;&egrave; la memoria?</B></I> Bella, strana, fantastica, straordinaria, sorprendente, utile, commovente, immensa, affascinante, divertente, importante, dispettosa, contorta, curiosa, piena, misteriosa, gioiosa, brutta, accogliente, il pi&ugrave; delle volte maligna, divertente, come una biblioteca, spiacevole, strana, grande, emozionante, triste, allegra, irritabile, orrida, contenta, scherzosa, calma, silenziosa, vecchia, infantile, come un libro, odiosa, incontrastabile, ricca, piacevole, interessante, calda, faticosa, piovosa, inutile, significativa, noiosa, corta, affettuosa, paurosa, intrigante, lunga.<br />
<span id="more-77"></span><br />
<I><B>Qual &egrave; il ricordo pi&ugrave; bello che hai?</B></I> Quando ho avuto la mia prima bicicletta. Quando io ero alla materna e giocavo con le mie amiche e quando era ora di tornare a casa mia madre veniva e con uno strano suono della bocca mi richiamava ed io correvo sempre incontro a lei e l&rsquo;abbracciavo. Quando sono andato a Gardaland e quando ho preso ottimo in religione alle elementari. Quando costruii una capanna con i miei amici mentre pioveva e poi dopo averla finita ci siamo andati dentro. Quando i miei genitori si sono rimessi insieme. Quando ho iniziato a giocare a basket. Quando &egrave; nato mio fratello. Quando mio padre mi ha regalato il mio cane. Quando sono andato a fare la settimana bianca in Val d&rsquo;Aosta.<BR><BR><I><B>Qual &egrave; il ricordo pi&ugrave; brutto?</B></I><B> </B>Mentre mia mamma stava stirando appoggiai la mano sotto il ferro da stiro e mi bruciai infatti ho il segno ancora adesso. Il matrimonio di mio fratello. Quando stavo male che mi era venuto l&rsquo;Erpess in bocca. Quando i miei genitori si sono separati. Quando mi hanno dato otto punti al ginocchio. Quando al mare stavo per affondare perch&eacute; non sapevo nuotare. Quando &egrave; morto il mio cane. Quando delle rane sono venute a casa mia e mi sono saltate addosso. Quando sono andato con il piede in mezzo a una ruota di una bici in movimento. Che per andare in Val d&rsquo;Aosta ci abbiamo messo cinque ore (traffico compreso). [<I>Pi&ugrave; altri due ricordi che ho promesso di non dire a nessuno</I>]<BR><BR><I><B>Qual &egrave; il ricordo pi&ugrave; lontano?</B></I><B> </B>Quando mia mamma mi lavava i denti. Quando sono andata per la prima volta sulla macchina a pedali di mio cugino. Quando avevo tre anni e ho portato la fede ai miei zii. Quando avevo quattro anni chiesi un pezzo di pane a mia nonna, gli diedi un morso e poich&eacute; era molto duro mi caddero contemporaneamente i primi due dentini. Quando mia mamma mi lavava a due anni dentro una vasca. Quando ero alla materna e sono caduta dentro al fosso. Quando sono caduto da piccolo gi&ugrave; dallo scivolo e sono rimasto con il collo piegato e sono andato all&rsquo;ospedale e mi hanno curato. Il mio primo giorno alle elementari, sul momento credevo che la scuola era la cosa pi&ugrave; bella ma in realt&agrave; non &egrave; proprio cos&igrave;. Quando sono andato all&rsquo;asilo la prima volta e piangevo poi mi ricordo che un bambino ha detto &#8220;Ora chiamo Godzilla&#8221;. Quando ho imparato a camminare. Quando sono caduto dallo scivolo che mi sono slogato la clavicola. Quando ero nell&rsquo;orto insieme a mia nonna e raccoglievo i fagiolini. Quando avevo tre, quattro anni c&rsquo;era il cestino delle caramelle sopra una mensola, stavo per cadere perch&eacute; sul mobile c&rsquo;era la cera e mi sono aggrappato al televisore e l&rsquo;ho rotto.<BR><BR><I><B>Che colore ha la memoria?</B></I><B> </B>Verde. Nero. Viola e bianco. Blu. Rosa. Rosso, bianco e verde. Giallo. Blu. Rosso. Blu come il mare Ionio. Giallo. Arancione, blu, giallo, verde. Bianco. Viola. Nero. Azzurro. Rosso. Blu oltremare. Rosso. Verde e giallo. Grigio. Verde. <BR><BR><I>Vedete, non si cambia poi di molto: ch&eacute; continuiamo a ricordare le cadute per tutta la vita. </I></p>
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		<title>Falsi ricordi</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 23:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lorenza Contaminazioni
Mi guardava con occhi ansiosi e quando mi ha acceso la sigaretta ho visto che la mano gli tremava.
Non capivo perche&#8217; mi era venuto a cercare, cosa volesse da me.
Era poco piu&#8217; di un conoscente, una persona la cui vita aveva incrociato la mia, quasi per caso e per poco tempo, tanti anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Lorenza <a href="http://contaminazioni.splinder.it/">Contaminazioni</a></p>
<p>Mi guardava con occhi ansiosi e quando mi ha acceso la sigaretta ho visto che la mano gli tremava.<br />
Non capivo perche&#8217; mi era venuto a cercare, cosa volesse da me.<br />
Era poco piu&#8217; di un conoscente, una persona la cui vita aveva incrociato la mia, quasi per caso e per poco tempo, tanti anni fa. Pochi frammenti sbrindellati di ricordi gli erano stati sufficienti a costruire una storia fantastica: dunque, mi aveva incontrato dopo parecchio tempo; avevamo parlato, avevamo deciso di scrivere un libro insieme, e l&#8217;abbiamo fatto, ce l&#8217;hanno pure pubblicato.<br />
Lui ricorda incontri, conversazioni, progetti di lavoro, pagine scritte a quattro mani, discussioni, musiche di sottofondo, risate, scherzi, una confidenza e un&#8217; amicizia sincere, piani ambiziosi, sogni, riconoscimenti&#8230;<br />
E&#8217; venuto da me a chiedermi se quello che ricordava era vero, se lo rammentavo anch&#8217; io. L&#8217;ho guardato, mi sono sforzata di non distogliere lo sguardo, ho tentato di rimanere impassibile. &#8220;No, niente di tutto questo e&#8217; vero&#8221;.<br />
<span id="more-76"></span><br />
Ho continuato a parlare, ho ricostruito la cronologia della nostra conoscenza (quante volte ci siamo visti negli ultimi mesi e per quale motivo&#8230; ), con delicatezza gli ho consigliato di rivolgersi a uno specialista. Mi sentivo una perfetta imbecille. Fra me e lui la linea, talvolta sottilissima ma sempre invalicabile, che separa la normalita&#8217; dalla patologia. Cercavo di essere razionale e disinvolta ma mi rendevo conto che non mi credeva. Mi fissava, chiaramente diffidente. Non mi parlava piu&#8217;: ripeteva semplicemente le mie parole, quasi sforzandosi, ma senza successo, di darmi ragione. Lui aveva la sua verita&#8217;, i suoi ricordi, la sua memoria e io me ne stavo li&#8217;, tranquilla, tentando di fargli capire che tutto quello che rammentava era soltanto spazzatura paranoide. Naturalmente mi sono spaventata, con una scusa l&#8217;ho congedato, ho cominciato a pensare cosa fare se per caso tentera&#8217; nuovamente di contattarmi. Falsi ricordi. Lui che ripeteva: &#8220;Ma allora io chi sono?&#8221; La mia espressione falsamente rassicurante. La penosa sensazione di essere rimasta impigliata nella tela di ragno della follia altrui, immaginaria protagonista di un delirio incontrollato, ridotta al rango di personaggio di cartapesta, buono soltanto a puntellare gli inganni della memoria.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il mistero della Cozza</title>
		<link>http://www.webgol.it/2003/11/19/il-mistero-della-cozza/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 23:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[(Barlumi di memoria semi-arteriosclerotica.)
di Antonella Fulci
Fin dai primi zampettamenti tra i piedi di mio padre e delle ciarliere creature che ascoltavano jazz a tutto volume nel salotto dei miei, gli assenti del momento sembravano non avere un nome ma solo soprannomi.
Il mio gioco preferito era dare un volto agli esseri Tolkieniani che nascevano nelle sere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<I>Barlumi di memoria semi-arteriosclerotica.</I>)<br />
di <a href="http://antonella-fulci.splinder.it/">Antonella Fulci</a></p>
<p>Fin dai primi zampettamenti tra i piedi di mio padre e delle ciarliere creature che ascoltavano jazz a tutto volume nel salotto dei miei, gli assenti del momento sembravano non avere un nome ma solo soprannomi.<br />
Il mio gioco preferito era dare un volto agli esseri Tolkieniani che nascevano nelle sere in cui riuscivo a mimetizzarmi come un geco sulla tappezzeria, per ascoltarne le gesta sempre pi&ugrave; fantastiche e altrettanto dileggiate.<br />
<span id="more-75"></span><br />
Il codice segreto di riconoscimento diventava via via meno segreto e di regola, al quinto giorno di propaganda, all&#8217;entrata in scena del &#8216;topo nell&#8217;olio&#8217; e del &#8216;topo in piedi&#8217;, scattava la standing ovation.<BR>Con i ratti ebbi fortuna anch&#8217;io. Facile. Uno aveva il cranio catarifrangente e l&#8217;altro si guardava in giro col gomito piegato e la manina mollemente appesa all&#8217;altezza del petto. Applaudii all&#8217;unisono con i presenti, si accorsero di me, mi rispedirono subito a letto. Fu la prima volta che fantozzianamente mi feci la spia da sola. <BR>Lo staff autoriale, formato in genere da mio padre e dal fraterno amico <A href="http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/s/Studisu/Talarico/Talar01.htm">Vincenzo Talarico</A>, padrino di tutti i miei sacramenti e promotore di molte delle mie proroghe post Carosello, non godeva di alcuna immunit&agrave;. A cominciare da pap&agrave;, ribattezzato &#8216;il Maialetto&#8217; per la stazza e il robusto appetito alimentare e &#8216;verbale&#8217;, per finire a mia madre, universalmente conosciuta come &#8216;le Stimmate&#8217; per la sua leggerissima tendenza all&#8217;ipocondria. Ma il pi&ugrave; nominato era un enigma imperscrutabile, nome in codice &#8216;la cozza&#8217;. <BR>Se ne parlava molto in casa mia&#8230;.&#8217;Ho incontrato la cozza e mi ha detto che il film &egrave; saltato&#8217;&#8230;&#8217;, &#8216;&#8230;chi l&#8217;ha detto, Vinc&egrave;? la cozza? Allora non ci credo manco morto&#8217;&#8230;.E via cos&igrave;.<BR>Ma siccome i mitili non hanno sesso, il gioco si faceva pi&ugrave; duro a ogni mia truffaldina presenza nel loggione della lavanderia a conduzione familiare a due tramezzi dalla mia zona di coprifuoco. La cozza poteva essere chiunque, dalla signora un po&#8217; &#8216;fan&eacute;e&#8217; perennemente attaccata alla parete che pescava vegetali da ogni piatto di passaggio, a quello che bisognava scollare ogni volta dal divano a fine serata, fatto sta che quando avvistavo una papabile cozza, inevitabilmente sulla mia testa di seienne echeggiava un &#8216;&#8230;me l&#8217;ha detto la cozza&#8217;, segno che il mitile non era nei paraggi, che sempre mi sconfortava.<BR>Dopo averci riflettuto a lungo, distratta dal momentaneo interesse per l&#8217;astuccio a due scomparti, decisi a malincuore di abbandonare le indagini per dedicarmi alle rifiniture multicolori del libro di lettura di prima elementare. Poi una sera, a cena coi miei nella trattoria di Via dell&#8217;Oca, affollata succursale del lavatoio, si fece avanti un signore tutto nero. Barba nera, pelle olivastra, impermeabile nero, capelli scurissimi&#8230;<BR>I simpatico signore salut&ograve; il Maialetto, le Stimmate e Vincenzo, si sedette, si inform&ograve; su Volpi, Ratti e Oltraggi al Sudore mentre io &#8216;capivo&#8217;, e folgorata dalla rivelazione non riuscivo a smettere di fissarlo. Perch&eacute; quell&#8217;uomo non aveva bisogno n&eacute; di un nome n&eacute; tantomeno di documenti. E perch&eacute; da quel momento, ovunque nel mondo, le cozze avevano un volto.<BR><BR><I>P.S. Plagiando spudoratamente Antonio aggiungo agli svirgolamenti una parte udibile in diretta da Winamp: &#8220;By this River&#8221; da &#8216;Before and after Science&#8217; di Brian Eno. <BR>P.P.S. Cliccando qui si pu&ograve; leggere un articolo di </I><A href="http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/s/Studisu/Talarico/Talar01.htm"><I>&#8216;zio Vincenzo&#8217; </I></A><I>molto bello e &#8216;in tema&#8217;.<BR>P.P.P.S. Ant&ograve;, ti sei ricordato la valigia piena di collant-s? ;) Un bacione. Antonella</I></p>
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