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04/05/2010

Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto

di Antonio Sofi, alle 10:09

Sono stato la prima volta a L’Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte – da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell’Abruzzo. Gente dei “comitati”, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all’unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (parte 1 e parte 2) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da più di 40 artisti aquilani, Domà (spettacolare parodia di quella di Jovanotti & Friends imposta dall’alto delle stelle gentili). Non c’era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c’è uno striscione che recita: “Riprendiamoci la città“.
Glielo auguro di cuore.

Storie d’oro e di fango. Valeria Gentile tra l’Abruzzo e il Vaticano

Questo ebook (scaricabile in pdf, 16 mega), della giovane reporter Valeria Gentile è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po’ dimenticato, perché spesso si dimenticano le cose che fanno male e perché raccontata all’esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E’ un racconto militante e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede…

SCARICA: Storie d’oro e di fango (pdf, 16 mega ca)

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L’introduzione

Di seguito la mia perdibile introduzione

Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità.

Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli?

Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualità vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono – e diventa inevitabilmente predica.

Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.

“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta.

In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso – incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.

Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “Altri Occhi” (vincitrice anche di una edizione di Bloglab, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni).

Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterà impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai.

Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).

Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei.

Buona lettura.
Antonio Sofi

01/12/2009

est Berlin /3. Fotoricordo

di Urri, alle 02:21

[Dopo le ostalgie di Enrico Bianda, le riflessioni di Urri, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno (tra tg stupiti e penne rosse), e le differenze di un unico popolo (ma diverso), un gioco di specchi di foto. Storie di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

«Perché non aggiungi qualche foto al post? Una foto di Berlino Est, qualcosa che ricordi il passato?». Infatti, perché no. Sfoglio le pagine degli album fotografici dell’epoca. Strano, però. Berlino Est non si vede. Non c’è. Nel senso che non c’è neanche una foto che mostri uno scorcio della città, un panorama architettonico o semplicemente gente in strada. Solo foto della famiglia e degli amici; in casa o in giardino; e poi feste, vacanze, mare. Il solito. Ma Berlino non c’è. E’ invisibile.

No, non era vietato fotografare la città – a parte proprio davanti al muro, ovviamente – ma andare in giro a scattare foto a Berlino Est non era neanche una cosa normalissima. Nel peggiore dei casi poteva essere visto come un atto sospetto, una critica o addirittura spionaggio.

Perché fotografa questo negozio?
Per mandare la foto a un quotidiano dell’Ovest e illustrare la pochezza della scelta possibile e gli scaffali mezzo vuoti?
E questa triste facciata grigia? Per caso vuole criticare la situazione economica del Paese?
Come mai una foto a questa piazza? Non starà mica elaborando un piano di fuga tramite un tunnel da scavare?

E così via. Sembra esagerato. E forse la scelta di non fotografare la città non era neanche una scelta consapevole. Ma una regola non detta che istintivamente tutti seguivano. Poi c’erano le storie. Storie in cui la realtà superava la fantasia – e diventava quasi un film.

Come per esempio quel giorno a metà degli anni ’60 quando nell’ufficio di mio nonno si presentarono alcuni agenti della Stasi. Erano convinti che lui lavorasse per il Bundesnachrichtendienst: insomma che fosse una spia dei servizi segreti della Germania Ovest. Da quel giorno mio nonno è stato sotto controllo: per anni, di fronte alla casa, c’era una macchina con due agenti (che ogni tanto cambiavano). Mia madre se la ricorda bene. Lo seguivano ovunque, anche a piedi o sul treno. E sicuramente controllavano anche lettere e telefonate. Un giorno la macchina non c’era più. Forse smisero di controllare, probabilmente no. Ora mio nonno ne ride, prima non so.

Nelle foto di me bambina, ci sono io che gioco sulla spiaggia.

1981, Mar Baltico
1981, Mar Baltico

23/11/2009

est Berlin /2. Nessuno è davvero un altro popolo.

di Urri, alle 23:38

[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, le riflessioni di Urri, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno, tra tg stupiti e penne improvvisamente rosse, le differenze tra Est e Ovest - a partire dal giorno dopo. In 20 anni abbiamo un po' dimenticato le storie dalle esse minuscole – eppure dannatamente importanti – di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

Insomma, come sono quelli dell’Est? Sono diversi da quelli dell’Ovest?
E quindi si capisce da dove uno viene? Beh, spesso sì. Un indizio facile è il dialetto, ovviamente. Si sente se uno viene dalla Sassonia o dalla Baviera. E dicono anche che quelli di Berlino Est parlano con un accento diverso da quelli di Berlino Ovest. Eppure non è questo il punto. Molti tedeschi sia dell’Est che dell’Ovest – e spesso anche quelli nati dopo il 1989 – sono convinti che ci siano differenze che vanno molto oltre.

Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri
Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri

Per il ventennale della caduta del muro qualcuno ha creato questo poster che cita la famosa frase delle manifestazioni dell’autunno del 1989: Wir sind ein Volk. Ma è stata aggiunta una seconda frase con la quale il senso diventa il contrario: Noi siamo un popolo. Und ihr seid ein anderes. E voi siete un altro.

Nei primi anni dopo la caduta del muro, quando mi chiedevano da dove venivo, non era mai sufficiente rispondere “da Berlino” perché seguiva automaticamente la domanda “Est o Ovest?”. Una domanda a cui ho sempre risposto senza farmi problemi, senza alcun motivo né di esserne fiera né di vergognarmene. Naturalmente con gli anni la domanda si sentiva sempre meno. E non è che se uno mi diceva “Ciao, sono di Amburgo, e tu?” mi mettevo a puntualizzare “Ciao, sono di Berlino, però di quella parte lì, che 15 anni fa si chiamava Berlino Est, e ora sta ancora all’est ma forse si direbbe nordest, se parliamo dei punti cardinali”.

Fishes in Berlin, foto di Urri
Fishes in Berlin, foto di Urri

E però. Mi è successo tante volte – sia con amici tedeschi della Germania Ovest che con stranieri, spesso italiani – di menzionare casualmente di essere nata a Berlino Est, e di sentirmi rispondere “Ma dai, davvero? Non l’avrei mai detto, pensavo fossi dell’Ovest”. E io ci rimanevo sempre un po’ così, senza sapere bene cosa rispondere. Da una parte ero contenta perché era una specie di complimento, che voleva esprimere la sensazione che non ero diversa e che sembravo una di loro. Ma dall’altra parte quella reazione mi ha sempre un po’ offesa, proprio per il retropensiero che quelli dell’Est – insomma noialtri – saremmo diversi.

Superfluo dire che se poi chiedevo “Ma dai, davvero? E come mai?” nessuno riusciva mai a darmi una spiegazione soddisfacente. E che nessuno dei miei amici dell’Est mi ha mai detto “Ma tu sembri una dell’Ovest”. Ero e sono anche una di loro. E forse qualcuno, molto più straniero di me, mi potrebbe prendere per italiana. Forse è che nessuno è davvero un altro popolo.

09/11/2009

Venti anni fa, Berlino Est. “Unglaubliche Ereignisse!”

di Urri, alle 12:18

[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, un ricordo di Urri, berlinese che scrive uno splendido italiano e che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Giorno che Fukuyama ha raccontato pomposamente come "fine della Storia". Definizione che porta con sé un doppio fallimento: nel cono d'ombra della Storia con la "s" maiuscola che è andata avanti impassibile abbiamo un po' dimenticato (voluto dimenticare) le storie – minuscole eppure dannatamente importanti – di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire, insomma: noi. Buona lettura. as]

Me lo ricordo bene. È il 10 novembre. In tv passano le immagini della notte precedente. Mia madre scoppia a piangere. Un pianto di gioia e commozione. La folla davanti ai checkpoint vibra di un’energia insopprimibile. Il momento in cui le guardie della frontiera aprono i cancelli. Le grida incredule, gli abbracci spontanei, i pianti sfrenati di felicità. Brividi di emozione, anche oggi. Anche vent’anni dopo.

Chissà cosa avremmo fatto se la sera del 9 novembre avessimo visto la conferenza stampa con Günter Schabowski. Abitavamo proprio vicino al checkpoint Bornholmer Straße, il primo che fu aperto. E invece non sapevamo niente dell’annuncio sulle nuove norme per i viaggi all’estero, le quali – così diceva il segretario del SED – sarebbero diventati efficaci “immediatamente”. Sofort, unverzüglich. Per farla breve: quella notte fra il 9 e il 10 novembre, quando è caduto il muro di Berlino, io dormivo.

Nel novembre 1989 ero una bambina di dieci anni, nata e cresciuta a Berlino Est. Quest’anno posso dire di aver vissuto il primo terzo dei miei anni dietro quel muro e due terzi nella Germania riunita. Finora non ho mai scritto dei miei ricordi di quei tempi passati – né in tedesco, figurarsi in italiano.

9 novembre 1989, Berlin (Ost). Bornholmer Straße. (© Andreas Schoelzel)
9 novembre 1989, Berlin (Ost). Bornholmer Straße. (© Andreas Schoelzel)

Ma ho cominciato a pensarci dopo aver letto su Webgol gli articoli sull’Ostalgie canaglia di Enrico Bianda, soprattutto la riflessione dopo l’intervista alla scrittrice tedesca Jana Hensel, nata nel 1976 a Lipsia: «Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva». Visto che si parla della generazione a cui appartengo dovrei forse riconoscermi in questa interpretazione. Però per me quel passaggio non è stato un trauma ma un’esperienza fantastica. L’ostalgie, la nostalgia dell’Est, non l’ho mai provata. Magari provo nostalgia per i tempi della gioventù in generale, come tutti o quasi tutti, indipendentemente da Est o Ovest.

Quella notte sono accaduti “avvenimenti incredibili” – così scriveva mia madre nella sua agenda dell’89. Una piccola agenda che fino al 9 novembre di venti anni fa era scritta con penna blu. Poi, all’improvviso, una penna rossa. E grandi lettere sottolineate. E punti esclamativi. “Unglaubliche Ereignisse!“.

22/10/2009

Ostalgie canaglia. Dai, è finita, tschüss.

di Enrico Bianda, alle 20:11

Ho visto una cosa straordinaria oggi. Un lungo documentario datato 1989, in bianco e nero girato da 12 registi appartenenti alla DEFA, operatori e giornalisti dell’audio-video che realizzavano materiali televisivi a sostegno del regime della DDR. All’indomani del famoso lunedì 9 ottobre di quell’anno – all’indomani della grande manifestazione che portò 90000 persone in corteo attraverso la città di Lipsia – questi operatori vennero mandati a filmare e a intervistare un po’ tutti i protagonisti di quella storica giornata.

La cosa straordinaria (se vogliamo grottesca con un bel po’ di senno di poi) è che questi se ne andavano in giro come degli entomologi per caso, a intervistare le persone. Operai nei cantieri, disoccupati in fila all’ufficio collocamento, giovani studenti: dentro le sezioni del partito (l’unico ammesso), le caserme, le sedi della polizia, gli uffici amministrativi, e così via. Per alcune ore, è come un flusso che slitta ai confini della storia: persone che non hanno capito che cosa è accaduto. Magari sanno che in città qualcosa è cambiato, ma di fronte alle interviste a caldo non sanno come interpretare il cambiamento. Sanno peraltro che non si possono sbilanciare più di tanto. Alcuni mantengono una rigidità da interrogatorio che mette paura.

Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio.
Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio.

In quel momento, nonostante le 90000 persone e le candele ancora accese davanti alla sede della STASI, si sentono di fronte ad un bivio. Dire la verità o recitare la manfrina che la DDR voleva sentirsi raccontare. Ancora più dissonante è la faccia del capo della polizia, che continua a scuotere la testa: si sente sotto esame, non sa che dire, ma deve parlare e mantenere un certo rigore. Quei documenti li vedranno a Berlino, la macchina della propaganda è in marcia. Ogni tanto, però, il capo della polizia viene percorso da uno spasimo che lo rende umano. Come a dire: ragazzi, dai è finita, lo sappiamo tutti.

I materiali delle interviste sono stati girati tra il 16 ottobre e il 7 novembre. Due giorni dopo il muro viene giù.

Jana Hensel, la ostalgie della DDR

Mi è rimasta però ancora una cosa da riprendere. Ne ho riparlato anche con Jana Hensel, autrice del romanzo Zonenkinder, l’altro giorno a Berlino. La ostalgie. Lei è porta su di se l’accusa di essere una nostalgica della DDR. Sicchè insomma ho chiesto a lei di raccontarmi un po’ che cosa ne pensasse. E lei l’ha presa da lontano. Ecco più o meno cosa mi ha raccontato:

Conoscerai il palazzo della Repubblica a Berlino, no? E’ stato appena abbattuto. Nella mia infanzia quel palazzo era il simbolo dell’oppressione e della repressione. Li dentro si tenevano le manifestazioni della SED, ed era tutto però così lontano dalla mia vita. Io non volevo averci a che fare. Per altri era un luogo ridicolo.

Ma nel momento esatto in cui questo palazzo scompare, ecco esso diviene il simbolo della mia vita. Anche se non ho avuto nulla a che fare con lui! Avviene una riunificazione retrospettiva con questa cosa, e per me è davvero difficile da spiegare.

Jana Hensel
Jana Hensel

Ora il fatto che io mi senta in qualche modo legata a questo palazzo mi proietta in una dimensione di nostalgia. Addirittura parrebbe che io desideri un ritorno alla DDR.

Ostalgie non è il desiderio di un ritorno al passato, alla dittatura, ad uno stato repressivo come era la DDR. In realtà l’ostalgie è il desiderio di ricollegarsi alla propria vita, come in un flusso che è stato in passato interrotto. E’ un tentativo, fatto con una certa consapevolezza, di ricordarsi di film, di libri, di musica. Ricordare attraverso le espressioni della cultura pop della DDR.

Ascolta un pezzetto dell’audio dell’intervista

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I tedeschi dell’EST sono stati molto criticati per questo loro tentativo di ricordare. Personalmente non ho mai potuto capire queste critiche. Nella DDR noi abbiamo vissuto, abbiamo condotto una vita che aveva anche dei tratti di normalità. Avevamo una vita quotidiana che vogliamo ricordare senza per questo immaginare un ritorno alla DDR.

Concludo, per sottolineare come questa questione del Palazzo della Repubblica sia sentita in Germania. Oggi, il quotidiano Die Welt, nella prima della cultura, pubblica un piccolo articolo molto significativo: “Koalition will sich zum Schloss-Wiederaufbau bekennen”: come a dire che la coalizione di governo appena insediatasi verrà ricordata come quella che ha ricostruito il Castello. (originariamente, prima che la DDR costruisse il suo Palazzo della Repubblica, il sito, accanto alla Humboldt Universität e all’Opera, accoglieva un importante Castello imperiale, e questo verrà ricostruito in modo filologico). Come dicono qui: Tschüss.

    ASCOLTA:

  • Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio, comodamente on demand. Ci sono otto puntate: metà da Lipsia e metà da Danzica, tutte raccolte nella pagina di Laser, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.

21/10/2009

Ostalgie canaglia. Kinderzone: nessuna colpa, nessuna gloria.

di Enrico Bianda, alle 14:26

In questi giorni di lavoro, mentre provo a ricostruire la Lipsia degli anni 80, fino a pochi mesi prima della Friedliche Revolution, e la guardo perdersi in questi venti anni, annebbiarsi in una guazza immobiliarista, di frenetico rinnovo e distruzione, mi è stato abbastanza difficile mettere a fuoco davvero il passato, ma soprattutto il passaggio.

Che cosa è successo alle persone che davvero da un giorno all’altro hanno visto i supermercati riempirsi di tutto quello che a Ovest si poteva comprare? In questa città nel 1989 non c’erano telefoni, privati intendo. Non c’erano le linee telefoniche. Mi hanno mostrato, con un certo orgoglio direi, che cosa usavano per comunicare tra amici e conoscenti. Cartoline mandate per posta.

“Domani passo da te alle 2”.
“Ceniamo insieme mercoledì?”.
“All’emporio questa settimana arriva il bagnoschiuma Vidal”.

Oppure fuori dalla porta di casa si lasciava una blocchetto di carta, chi passava lasciava un messaggio.
O direttamente si suonava alla porta.

Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda
Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda

Allo stesso tempo Lipsia era una città aperta. Proprio come la pensiamo noi una città aperta. Per molti motivi, alcuni oscuri, qui si poteva andare alla Gewandhaus, la principale sala da concerto della città, tra le più celebri sale di tutta Europa (oggi ne dirige l’orchestra Riccardo Chailly, in passato Kurt Masur), e si assisteva ad un programma che prevedeva musiche di Stockhausen, Holliger, Nono. Quanto di meno istituzionale si potesse immaginare. Altro che marce e inni di regime.

Ne ho parlato diffusamente l’altro giorno con un compositore contemporaneo, Steffen Schleienmacher, che a Lipsia è arrivato nel 1980 per studiare al conservatorio. Ha conosciuto la cultura di questa città e le libertà che qui si potevano sperimentare. Poche confrontate a quelle occidentali certo, ma preziose in una città che – come mi ha detto una donna – era “nera e odorava di torba”.

    (Mi ricorda l’odore dei cetrioli e dei calzini nelle campagne lituane, di un vecchio viaggio webgolliano di qualche anno fa: questo è il link, con tutti i materiali sbalestrati dai passaggi in troppe piattaforme)

Tutto questo per dire che poi, alla fine, ieri sono andato a Berlino. Dove ho incontrato una giovane scrittrice, Jana Hensel. Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione (la sua: classe 1976), che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva. Che parlava una lingua diversa. Senza aver fatto a tempo ad essere davvero una cittadina dell’Est. Nessuna colpa in un paese di colpevoli. Nessuna gloria in un paese di eroi.

Qui sotto un momento dell’intervista con Jana, in tedesco, ancora non montato. Clicca per ascoltare

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Una generazione a metà, ibrida, i kinderzone, come li ha chiamati lei. Una zona nella quale loro, ma in fondo tutti i cittadini dell’est, continuano a vivere. La DDR è sicuramente scomparsa dalle strade, negli arredi, nei sapori, negli odori, ma resta sempre viva dentro le persone, come un’ombra, una paura, un’incomprensione, una colpa.

    ASCOLTA:

  • Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio – fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono già le prime sei puntate audio: tre da Lipsia e tre da Danzica, tutte raccolte nella pagina di Laser, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.

20/10/2009

Ostalgie, ostalgie canaglia

di Enrico Bianda, alle 07:48

Ma allora la ostalgie esiste. Se ne parla spesso, se ne legge pure, me la sono ritrovata un po’ ovunque preparando questa gita a Est. E poi, da dietro un palazzo in questa Lipsia piovosa maledetta, è spuntata, bella cartocciara appiccicata dietro un portone di ferro, quasi non si vede, non fosse per la pioggiaventopioggia non mi sarei nemmeno voltato a guardarla.

Ostalgie
Ostalgie, Lipsia. Foto di Enrico Bianda

Allora, coordinate. Lipsia, ma anche Berlino. A vent’anni, quasi, dalla caduta del muro, a raccogliere storie in questa città di Sassonia, dove tutto iniziò, un anno prima quasi, silenziosamente. Poi il 9 ottobre la gente si incamminò e pacificamente andò a metter candele – in 90.000 – sotto il portone della sede cittadina della Stasi.

Lipsia, 9 ottobre 1989
Lipsia, 9 ottobre 1989

Una raccolta di testimonianze soprattutto su quello che è accaduto in questi venti anni, tra adolescenti inquieti, compositori d’avanguardia e frange di estremisti di destra.
Che ne è stato di una generazione di mezzo?
Che cosa resta della DDR?

Qui qualche appunto, qualche foto. Di seguito una introduzione non disponibile sul sito:

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(Clicca per ascoltare)

Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio – fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono già le prime due puntate, dai cantieri navali di Danzica, e dal centro di Lipsia.

    ASCOLTA:

  • Danzica e Lipsia, vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, a cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.

15/12/2008

Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale.

di Enrico Bianda, alle 23:42

E’ con piacere che mi sono accorto, subito dopo aver finito di scrivere le poche righe dedicate ad Allevi, che il fenomeno del Maestro da molti era visto con un certo imbarazzo. Non lo sapevo: ma non mancano certo in giro giudizi negativi (esilaranti, come questo di Malvestite; o sconfortanti, come il racconto di Matteo Bordone di una puntata di Otto e Mezzo) sulla sua musica e soprattutto sull’attitudine verso di essa.

Archiviato il giudizio assolutamente impietoso – per quello che mi riguarda – sulla sua musica, resta aperta, credo, la questione della musica contemporanea. Come dicevo nel commento/minaccia del precedente post, la domanda da porsi è: che cosa deve fare, e quindi che cosa è, in fondo, la musica contemporanea.

Sgombro il campo da possibili equivoci: quando parlo di contemporaneità mi riferisco a tanta musica di qualità, e non dimentico certo il rock, o l’amato jazz: per me con quella definizione si raccolgono le musiche buone, da Leonard Cohen a Paul Weller, da Wadada Leo Smith ai Wilco passando per Kurtàg o Ligeti.

Mats Gustafsson

Devo ammettere che quando mi è capitato di leggere affermazioni rilasciate dal nostro (sempre Allevi), come «la musica contemporanea non sarà più la stessa, è ora di voltar pagina», avrei voluto John Belushi pronto a scattare e a schiantare il coperchio del biancopianoforte sul viso del Maestro. Uno di quei gesti veloci e sensazionali che mozzano il fiato, rapidi e inauditi per i quali saremo perennemente grati.

Più a freddo mi rendo conto che probabilmente Allevi è prigioniero del personaggio che gli è stato cucito addosso da molto, troppo, giornalismo di costume e musicale. Le operazioni di popolarizzazione cui è stato sottoposto hanno contribuito a far esplodere la bolla mediale, portandosi in scia tutta la melassa della gratitudine per aver fatto avvicinare alla musica tanta povera gente che altrimenti sarebbe andata avanti a Britney Spears, oppure sarebbe restata tagliata fuori dalla musica tout-court.

Procedo in ordine sparso, con tre punti – che casualmente sono rispettivamente commerciale, politico e giornalistico:

  • L’industria musicale è così ingorda e contemporaneamente impermeabile alla qualità che appena sente odore di fenomeno, appena vede spuntare una lacrimuccia di emozione nel pubblico é pronta a far partire il carrozzone (vedi cosa è successo con Bocelli).
  • La questione della propedeuticità di Allevi, come avvicinamento al mondo della musica colta, è un problema legato ad un paese che ha deciso ancora quest’anno di tagliare per il prossimo triennio oltre il 30% dei finanziamenti alla cultura e alla musica in particolare. Non bisogna sorprendersi se si finisce per confondere Giusy Ferreri con un’artista di qualità.
  • Abbiamo delegato il giornalismo musicale a luoghi e persone che al posto di raccontare la musica preferiscono nella migliore delle ipotesi alimentare luoghi comuni. In molti hanno alimentato il fenomeno Allevi, diffondendo un’idea di musica zavorrata al passato e azzoppata dalle regole commerciali dell’industria discografica. Un esempio? Se si parla di jazz, ad esempio, sembra inevitabile flirtare con l’immagine stereotipata di un genere fatto di languore, note in blu, melanconia e storie maledette, da Charlie Parker a Chet Baker.

E’ un intreccio abbastanza perverso, ma che ci obbliga a ripensare finalmente la musica contemporanea fuori dai percorsi stabiliti. E siamo finalmente al nocciolo della questione, la contemporaneità nella musica e la sua necessaria dimensione sociale.

Davide Sparti, Musica in nero, Bollati e Boringhieri

Davide Sparti ha scritto un saggio molto interessante e unico nel panorama italiano, Musica in nero. Il campo discorsivo del jazz, dedicato al jazz e approcciato attraverso gli strumenti della sociologia. Ci parla della musica afroamericana cogliendola come campo discorsivo.

Il jazz in questo caso ci aiuta a comprendere che cosa deve essere la musica contemporanea. Sparti indica bene la via: la musica deve parlare del mondo che la accoglie, deve fare breccia in quel mondo, tant’è che per comprenderla dobbiamo considerarla come fatto sociale totale, che investe relazioni, rapporti di forza, istituzioni, storia, racconti, profili personali, mercato e consumi culturali. La musica quando riesce ad essere tutto questo, quando racconta qualcosa del mondo che viviamo, rischiando, mettendosi in gioco, sovvertendo le logiche commerciali, indagando negli interstizi del gusto e del piacere, allora fa qualcosa di contemporaneo.

Altrimenti – voi sapete di chi sto parlando – c’è un flusso indistinguibile di note concordanti, che stabiliscono un clima musicale di consenso assoluto, di quiete, di rassicurazione. La musica è finita, amen.

17/09/2008

Bias-high e noise reduction. Thurston Moore e i mixtape in Ticino.

di Enrico Bianda, alle 17:00

Le più diffuse: le TDK. Quelle che a me piacevano di più: le Maxell. Erano scure, nere, pesanti. Non ho mai sopportato invece le cassette trasparenti, uscite negli anni 90, che facevano un rumore di plastichina fragile. Mentre quelle un poco più vecchie sentivi che tintinnavano le piccole viti, minuscole, e davano un senso di sicurezza e di perennità  – davano l’idea che la musica non sarebbe mai scivolata via.

Cassetta TDK
Cassetta audio TDK, via Wikipedia

Il mio primo nastro non è stato un mixtape: è stata la registrazione di Bella ‘Mbriana di Pino Daniele. Deve essere ancora nascosta da qualche parte in casa di mia madre. Dopo non mi fermai più. Ricordo ancora con un groppo allo stomaco (e al cuore) il momento in cui si aprì una discussione con mio padre (una figura molto legata ai miei mixtape). Era giunto il momento di comprare un porta cassette da viaggio: una piccola valigetta che conteneva una quindicina di nastri, raccolti in una sorta di rastrelliera di plastica nera, il tutto dentro un buccia verde con una chiusura a scatto color rame. La ricordo perfettamente perché anche lei è dentro un cassetto nella vecchia casa dove sono cresciuto.

Sono solo alcuni ricordi che scaturiscono ormai senza più controllo da quando ieri sono passato in libreria a comprare un libro di Thurston Moore, chitarrista e compositore dei Sonic Youth. Si intitola Mix Tape, lo pubblica ISBN e ha un sottotitolo che mi ha fatto venire i brividi: l’arte della cultura delle audiocassette.

Lo sfoglio e trovo decine di piccoli ricordi di personaggi bizzarri passati alla storia e ancora in piena attività nel mondo della musica. E arrivo ad una prima conclusione, radicale. Chi, negli anni ’80, pur avendone la possibilità, non ha mai fatto i nastroni, non ha mai amato la musica veramente e non la amerà mai. Punto.

Il momento della realizzazione di un nastrone (o mixtape come dice Moore) era un momento di totale creatività. Lo ricordo bene. Non arrivava a caso. Era sempre o un mercoledì pomeriggio (che non andavo a scuola) o un sabato pomeriggio. Devo dire che un nastrone nasceva prima in testa, lo elaboravo con calma a scuola, segnando con la biro sui quaderni le successioni dei brani. Giunto il momento di produrre la cassetta occorreva andare a comprare il nastro giusto (Maxell) e raccogliere i dischi, tra i miei e tra quelli di amici. Mi sedevo davanti all’impianto di casa, cuffie e pacco di vinili 33 e 45 giri. C’era da calcolare il tempo, per farci stare la selezione giusta.

Cassetta audio vista dall'interno, via Wikipedia

Poi veniva il momento della copertina. Il fratello di un mio caro amico era di qualche anno più grande di noi, invidiatissimo. Aveva già una discoteca tutta sua: dischi e cemento, intendo. Sotto casa con luci stroboscopiche e tutto quanto, compreso un poster del film Inferno di Dario Argento, e qualche inopportuna scritta inneggiante agli Emerson Lake & Palmer. Lui le copertine le faceva utilizzando i separatori colorati dei raccoglitori. Un cartoncino perfetto. Li tagliava a misura ed incollava sul dorso della cassetta un filo di pagina quadrettata: era lo spazio per il titolo del mixtape. Davanti, la vera copertina era di solito un fotografia ritagliata o addirittura un collage. Faceva dei nastri fantastici. Ne ho uno suo, ancora, che ho mandato in pensione da poco: un nastro che raccoglieva qualcosa di Laurie Anderson e di Robert Wyatt.

Lo scambio di nastri era un modo per conoscersi. Per capire chi fossimo. E per farci scoprire. Soprattutto dalle ragazze. Insomma come dice Jim O’Rourke in questo magnifico documento della memoria, i mixtape si facevano praticamente solo per le ragazze. E spesso si sbagliava. Io sbagliavo spesso. Solo ora ho capito che Godfathers e Dinosaur Jr. non erano i gruppi giusti per interessare una ragazza. O forse non lo erano in Ticino, chissà.

12/12/2007

Oltre il commercio c’è di più? Il Natale Posticipato, forse a misura d’uomo.

di Antonio Sofi, alle 13:13

Il Natale è ormai alle porte. Ma sbaglio o non si sente poi così tanto?

E’ ormai da tempo che una delle più importanti festività cattoliche è diventata qualcosa di diverso: invasa e quasi monopolizzata da un consumismo spinto e mordace che poco lascia alla spiritualità e alla religione. È l’invenzione del Natale in salsa consumistica – per alcuni studiosi addirittura da far risalire ad Irving Berlin e alla sua “White Christmas”, che nel 1942 per prima raccontò non più solo una festa religiosa ma un vero e proprio evento incentrato sulla nostalgia, la famiglia, le piccole cose amate.

E anche sui regali, certo. Sotto l’albero, ovviamente. Il presente per i colleghi, il pensiero per i parenti, il gioco per figli e nipoti, al babbo cosa regalare – che ha già tutto? Lo slittamento semantico della festività natalizia è ormai quasi completo: c’è Babbo Natale che porta i regali (chiamato anche in Italia e senza ragione Santa Klaus), ci sono i mille gusti di pandori e panettoni, ci sono le decorazioni di simil-neve sui negozi e le luci intermittenti sui balconi (laddove invece non c’è quell’orrendo pupazzo di Babbo Natale appeso).

E l’immaginario natalizio è ormai così schiacciato su questi simboli “commerciali” che quando poi i soldi per consumare non ci sono o son pochi come quest’anno ecco che il Natale si allontana. Si restringe come un capo mal lavato ad essere il Natale degli ultimi giorni, delle ultime ore. Dell’ultimo momento. Che arriverà solo alla fine. Forse solo il giorno di Natale, appunto.

Lo scorso anno scrivevo di una festività che tendeva ad insinuarsi precoce anche nei mesi precedenti, anticipandosi verso novembre e ottobre – con pubblicità e decorazioni fuori stagione. La Sindrome del Natale Anticipato. La coda lunga (e retroversa) della cometa del commercio, con l’effetto (antipatico) di una sorta di Natale permanente e ormai senza più vero significato.

Quest’anno niente di tutto questo. O quantomeno meno dell’anno scorso. E’ davvero un Natale Posticipato, o è solo una impressione mia? Sarà che i portafogli vuoti si lascian poco sedurre dallo spirito del Natale commerciale. E forse sarà anche la volta buona per riscoprire un Natale diverso. Più religioso e spirituale – per chi crede. Più a misura d’uomo – per gli altri. Più normale – se questa parola non fosse ormai quasi offensiva.

[Uscito su Il Firenze di oggi, qui un po' modificato]

05/08/2007

Rumiz e Annibale a Gossolengo. Dove hanno marciato i soldati (e gli elefanti)

di Elisa Longeri, alle 17:31

Il ritorno di Annibale, di Paolo Rumiz da Repubblica. Disegno di Altan[Dopo l'annuncio dell'inizio del viaggio estivo di Rumiz, quest'anno sulle orme del leggendario Annibale, ecco un post della brava Elisa, che vive dove Annibale s'accampò, in un comune che ha l'elefante nello stemma. Tracce, tracce. Rumiz ci arriverà probabilmente nei prossimi giorni. A proposito, per gli inguaribili rumizziani, per leggere le puntate finora uscite la ricerca annibale + rumiz su repubblica.it - in attesa di un indice come si deve. as]

Nel mio paese non è che succeda granché.
Sessant’anni fa Gossolengo era posto da contadini, trent’anni fa c’erano ancora solo le loro vecchie case. Poi, circa quando mi ci sono trasferita io, intorno al 2000, è diventato un posto carino, vicino alla città che si allargava sempre più, ma con ancora la possibilità di avere un pezzetto di giardino. Non un paese dormitorio, per fortuna, ma un paese comodo, a un quarto d’ora da Piacenza, dove le famigliole si sono trasferite a frotte.

Eppure.
Eppure se vai a scavare nel profondo, in quei campi che la città mangia a uno a uno, trovi le memorie di un passato eroico.

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08/06/2005

La dama del cavallino bianco

di Enrico Bianda, alle 08:00

Si rimane incantati ascoltando una storia, una storia rara, che ci fa sprofondare nel tempo, indietro di un millennio, indietro solo di trent’anni.
Mi sono già appropriato di storie d’altri, rubate all’ascolto corsaro, digerite, ripensate di notte, ad occhi chiusi, e poi la mattina che già sono diverse, quasi nostre.

dancingQuesta storia comincia tra la fine del 1969 e la fine del 1974.
La città è Torino, il protagonista un carabiniere.
Vent’anni, poco più. La passione per il ballo.
Lo immagino, a vederlo oggi, cinquant’otto anni a smaneggiare l’aria con le braccia in alto, balli sardi, balli latinoamericani, un commento da fermo al busto di una ragazza che si muove sulla pista.
Sono passati trent’anni, e ancora, una volta fermo, torna quel ricordo, quel periodo di vita torinese, tra la caserma e Viale Francia e la stazione di Porta Nuova. Due blocchi di centro città, due balere: il Cavallino bianco e il Cavallino rosso. L’appuntamento il giovedì e il sabato sera. Dalle nove di sera alle quattro del mattino. Ballare di fila, senza interruzioni, con un’orchestrina che suonava dal palco, appena una chitarra una basso una batteria e una tastiera. Niente voce.
Musica per ballare, madame.

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27/01/2004

Musica della memoria

di Sergio Maistrello, alle 16:16

Musica, dunque. Dopo la memoria. E se fosse musica della memoria?

KlezmerNon so da dove nasca la simpatia istintiva che provo da sempre per la musica klezmer. È un amore nato prima di essere in grado di comprendere ciò che è stato e ciò che ne è seguito. È amore puro per una musica che sa di terra, che è ritmata dai passi percorsi dai musicisti viandanti sugli sterrati d’Europa e d’America. In ogni luogo ha raccolto sonorità.
È una musica che racconta storie lontane in una lingua grave e incomprensibile. Sa unire in una miscela perfetta la gioia intensa delle piccole cose e il dolore di un lutto che non sei capace di lasciarti alle spalle. È fatta di sorrisi e di malinconie, di sfumature pastello e di tele squarciate. È musica buona per tutte le occasioni, siano queste matrimoni, mercati, fiere, feste o funerali.
Il klezmer è musica di violini e di clarinetti che nel tempo hanno incontrato pianoforte, fisarmonica, tromba e percussioni. Ritmi di origine orientale che si sono aperti alle contaminazioni del continente e poi alle avanguardie musicali, con derive moderne verso il jazz e persino il rock.
Fatevi raccontare queste e tante altre storie da Klezmer Shack, la baracca del klezmer, un blog favoloso che raccoglie frammenti di tradizione e che vi guida verso chi meglio la sa interpretare.

Io mi limito, come piccolo omaggio ai titolari qui, a una selezione minima di musicisti e musiche della memoria scoperti negli anni. Seguite i link, se volete saperne di più sul loro conto. Altrimenti gustatevi i frammenti d’ascolto miracolosamente pescati in Rete. Si amano o si odiano. Possono rubare un sorriso o inumidire gli occhi. Ma difficilmente lasciano indifferenti.

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18/12/2003

La memoria della memoria

di Webgol, alle 19:58

A questo siamo arrivati. Alla memoria della memoria. Meno male che la finiamo qui.
Di seguito un elenco dei post di quest’ultimo (memorabile – ma ogni scarrafone è bello a mamma sua) mese di webgol, tutto dedicato ai ricordi.

Kafka e una vita per arrivare, La memoria dei blog 1 e 2, Odoriti e i profumi mnemonici (uno: l’odore dei frati, due: il silenzio degli estoni), Caveblog, a futura memoria, o ad eterno scorno, Una innaffiata ai gerani dei blog (una delle più belle immagini dell’amicizia) e webgol featuring 5 bloggers (Antonella Fulci, Carnefresca, Gaia Capecchi, Lorenza di Contaminazioni, Proserpina), La vendetta è un piatto che si consuma (cinematograficamente) freddo, Memento, Settembre ’43: non avevo ancora compiuto 2 anni, Nulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose, La memoria di Maus, Un amore, La tecnica della pastarella e foto di Druuna alla finestra, Luoghi senza memoria (uno: call center e Internet News, due: i non luoghi siamo noi, tre: tre miracoli), Una promessa.

Il prossimo tema è un nontema vacanziero. Cambiati d’anno. L’accento mettetelo dove vi pare.
Arriveremo lenti lenti, senza altre idee se non quella di scollinare l’anno, dove ci aspetta qualche novità e un tema più serio.
Sottotitolo? Una vecchia splendida battuta di Altan (cito a memoria): Un altro anno? Allora ditelo che è l’ergastolo.

17/12/2003

Una promessa è una promessa

di Antonio Sofi, alle 19:15

In un post di un mese fa, avevo scritto: «La promessa è un legame tra il presente e il passato. Il blog spesso è proprio una pubblica promessa. Ci ritorno: promesso (capito perché è un legame?)».
Di certo nessuno me ne avrebbe chiesto conto, ma una promessa è una promessa.
Allora ho messo un po’ di ordine nei pensieri e nei due vecchi post che hanno iniziato questo mese mnemonico di webgol, e ci sono ritornato in un pezzo postato su Glob, la bella rivistina blog di Excite. Si chiama la memoria dei blog, e, ti avverto, è lungo e palloso, ma (aridaglie) una promessa è una promessa.

Perché la promessa è un legame tra passato e presente. Ma è anche un ponte lanciato nel futuro, fatto apposta per camminarci sopra.
Io dico a te che farò qualcosa, e quindi io sono io solo nella misura in cui ho tenuto fede a quella promessa, ho attraversato il ponte che ho lanciato, e che a me è riconducibile.
Il blog spesso è proprio una pubblica promessa.
Ho scritto, ho fatto, ho scritto che ho fatto.
Ho scritto che farò.
Farò.
Come dire: tutto quello che scrivi sui blog potrà essere usato contro di te.
Paura, eh?