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13/02/2009

Ondavè (quinta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 11:47

Il cantilenare di Kumar ci accompagna fuori da Jaipur. Stiamo cercando il Tempio delle scimmie, il Galta.

“No good, no many people there, very dirty there, dangerous monkeys”

Lo raggiungiamo nonostante le proteste, il traffico, la follia totale delle strade, attraversiamo quartieri che sembrano appena usciti da un bombardamento, case crollate, muri anneriti, finestre e porte sfondate. Il pomeriggio allunga un po’ le ombre, l’umidità sale a poco a poco, l’aria assume quella pesantezza della sera che conosciamo bene.

Il Galta finalmente appare, raggiunto percorrendo una strada che attraversa una valle alberata, qualche gregge e poche macchine.

Jaipur Monkey temple
Jaipur Monkey temple, foto di Manuela Ladu

Ci accolgono le vestigia di quello che probabilmente era un tempio importante. Adesso assomiglia forse più ad un set cinematografico abbandonato, o alle casematte che appartengono ai miei ricordi militari. Un girello arrugginito ci introduce al tempio semi deserto. Due occidentali ci vengono incontro bianchi in volto e sussurrano passando “Good Luck”.

Questo tempio delle scimmie appare subito un luogo desolato e isolato, che sprigiona una magia infettiva: macerie con scimmie. Mi vengono in mente le parole di W.G. Sebal nella sua Storia naturale della distruzione (qui una bella recensione):

questi sono luoghi abitati da scimmie, centinaia di scimmie che si azzuffano urlando, che si fermano immobili e ti guardano con occhi penetranti.

E’ un post qualcosa questo luogo: vestigia, macerie, abbandono.

Poca vita. Qualche frammento visibile di devozione. Guardiani che, più che altro, resistono. La sera con il tramonto questo luogo trasfigura, appare fluorescente per una magia della luce che unisce la nebbia, i fari gialli che illuminano il centro della valle, le piccole lampade dei templi, la luna che illumina la notte.

Ed una voce, che gracchia come un flusso di coscienza. Una lettura continua, scritture, richiamo: da qualche parte un Sadu legge ad un microfono che amplifica attraverso i palazzi sventrati, la polvere e le urla delle scimmie.

Leggi anche: prima, seconda, terza, quarta parte e guarda l’intervista live

05/02/2009

Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 08:06

Leggi: prima, seconda, terza parte

Ondavé. Già. Il senso del viaggio, della sorpresa e della meraviglia. E dell’indignazione, certo. Tradotto vuole dire On the way.

– Riusciamo a comprare un po’ d’acqua Kumar?
– Ondavé

Un mantra, forse.
Sguardi perplessi, sfogliar di guide, con il dito a seguire quella strada per Ajmer.

– Ma dove si trova Ondavé, Kumar?
– (Ride)

Sulla strada, un flipper, destra sinistra, corsia di sorpasso, strisce, cartelli, semafori, macché. Così come l’inglese di molti indiani è riassumibile con “parole a casaccio” così la guida degli indiani può essere descritta come un continuo “fate un po’ quello che vi pare”.

Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu
Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu

Lo so è banale, tutta roba che parrà normale a chi in India c’è stato, in passato, ma non siamo riusciti ad abituarci alla sensazione di minaccia continua che si prova lungo le strade, con enormi camion che trasportano grano in sacche che sembrano schiacciare il mezzo sull’asfalto, che spuntano all’improvviso contromano, ineffabili, e ci costringono ad improvvisi scarti fuori dalla carreggiata.

Ondavé. Suona profetico comunque. Ma dove sono stato?

Mi rigiro tra le mani un copricapo verde che ho comprato. Siamo ad Ajmer. Di fronte a noi la calca per entrare al Dargah, il Santuario musulmano costruito intorno il mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti, un derviscio che fondò in India l’ordine dei Sufi nel 1166.

L’islam di questa città rimanda apparentemente alla tradizione indonesiana. Questo piccolo copricapo verde, ha all’interno un’etichetta: Made in Indonesia. L’India produce tonnellate e tonnellate di tessuti.

Intorno, un fiume di persone, concitazione al limite dell’isteria, sguardi che penetrano, i colori predominanti sono il bianco delle vesti e il verde dell’Islam.

Prima di avvicinarmi all’entrata sorvegliata del Dargah ho camminato lungo le vie della città vecchia di Ajmer. L’impressione è che questa roccaforte islamica in India viva anche – non solo – dell’estremismo che si percepisce chiaramente seguendo i discorsi trasmessi dalle televisioni nelle botteghe: sono discorsi gridati, urlati con rabbia apparente, registrati e mandati in loop con le videocassette. Il gracchiare assordante riempie le strade, la devozione è forte, tutto ruota attorno al mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti. L’economia della città, le centinaia di botteghe che vendono fiori, soprattutto garofani rossi, il cui profumo acre ottura l’aria rendendola densa, le collane di cotone rosso-arancio, i dolci, oggetti devozionali da offrire presso la tomba.

01/02/2009

Ondavè (terza parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 18:51

Ma che ci faccio qui. Interrogativo retorico e consumato, alibi viaggiante, metafora consolatoria che alimenta taccuini Moleskine alla Chatwin. Eppure questa domanda me la sono fatta. Ce la siamo fatta noi che esterrefatti guardavamo l’umanità lasciarsi strapazzare dalla vita con rassegnazione orientale.
Che ci facciamo qui. Poi la domanda si trasforma in un ma chi me lo ha fatto fare?

Varanasi, foto di Manuela Ladu
Varanasi, foto di Manuela Ladu

Ma oggi, a distanza di qualche settimana già cresce in noi una sorta di nostalgia per la violenta sopraffazione esercitata dagli elementi, dal caos delle strade, dalle contraddizioni che a Varanasi, soprattutto li, città turistica che si nega con rabbia alla bellezza, trovano il loro compimento.

Varanasi, città sacra, santa, violata, morta, decomposta, bruciata, in rovina. Calamita per drop-out occidentali, italiani e israeliani, città mantice, respiro affannoso, città di nebbia e di luce abbagliante, d’acqua e di aria rarefatta, di vita e di deserto.

Estremo pornografico, dove in mostra è la morte, nelle case, per strada, sotto lenzuola sporche in attesa, dove anche chi dorme si veste di morte, con coperte fin sopra gli occhi, immobili nel movimento affannato dei vicoli.

Città industriosa nella dissoluzione, applicata, calcolatrice, efficiente nell’organizzare scientificamente la morte e la sua rappresentazione simbolica. La morte, qui, è quanto di più efficiente si possa osservare.

30/01/2009

Ondavè (seconda parte). Diario scomodo dall’India

di Enrico Bianda, alle 16:45

Allora iniziamo dall’inizio. Passo il viaggio seguendo la piccola sagoma dell’aereo che passa sopra territori sconfinati e bellissimi, intriganti: il Mar Nero e Odessa, dove anelo di andare da tre anni, l’Afghanistan, Peshawar, e altro ancora. Tutto sotto di noi, da qualche parte oltre il buio, oltre le nuvole.

Delhi by Manuela Ladu
Delhi by Manuela Ladu

Finalmente a Delhi, preparato a tutto, seguo dettagliatamente le indicazioni di un amico, e cerco un ufficio che ha un’insegna sgangherata: Pre-paid Taxi. 310 Rupie, esco nell’aria già calda del mattino, annuso per la prima volta l’aria e la luce. Perché a qui, in India, l’aria non solo si respira, a fatica, ma la si guarda, abbagliante.

E’ il “dolce aroma impregnato di sudore della speranza, che è l’opposto dell’odio; so che è l’aroma acre e soffocante dell’avidità, che è l’opposto dell’amore. E’ l’aroma di dei, demoni, imperi e civiltà che risorgono e decadono. E’ l’odore di sangue e metallo delle macchine. Fiuti diecimila ristoranti, cinquemila templi, chiese e moschee, un centinaio di bazaar dove si vendono profumi, spezie, incenso, fiori appena colti. Il peggiore buon profumo del mondo.”

Lo scrive Gregory David Roberts in Shantaram, e non poteva essere descritto meglio.

(leggi prima parte)

27/01/2009

Ondavè (prima parte). Diario scomodo dall’India

di Enrico Bianda, alle 10:44

Io, dal viaggio di due settimane in India, sono rientrato alla vita normale con una certa fatica; per la prima volta in vita mia con il desiderio di lasciare che i ricordi e le immagini riprendessero ad essere nitide, che gli odori si placassero, che finalmente anche le mie orecchie smettessero di sibilare senza tregua, assalite dai clacson assordanti.

Old Delhi. Foto di Manuela Ladu
Old Delhi. Foto di Manuela Ladu

Tra le cose più ridicole che ho visto in india, anzi forse tra le più ridicole in assoluto, vi è il campionario di amenità orientaleggianti degli occidentali che spiaggiano in India per qualche mese, per poi tornare spesso con la coda tra le gambe e qualche malattia infettiva di cui si libereranno a fatica.

    TOP FIVE delle sciocchezze occidentali in India
    5. indossare sui pantaloni tecnici da viaggio globale un Sari di seta colorata che scende oltre il ginocchio;
    4. smettere di lavarsi i capelli per vedere se con i dreadlocks ci si mimetizza meglio con gli autoctoni;
    3. fare finta di non sentire i liquami che passano tra le dita dei piedi e indossare le infradito anche tra le vie di Calcutta (dove 16 milioni di esseri umani grosso modo rilasciano le deiezioni in strada, sull’asfalto);
    2. dal primo giorno portare bracciali di tela pelle pietra di luna e argento, anche cavigliere, simboli Hindu colorati, non distinguere atti devozionali dal feticismo dell’oggettistica etnica;
    1. giocare a Badmington con un Sadu su un ghat di Varanasi

(continua…)

29/11/2008

Firenze e le primarie competitive. Adelante senza troppo juicio

di Antonio Sofi, alle 18:38

[Un avanzo di articolo non pubblicato e ormai obsoleto, ché le intercettazioni e gli scandali non le batte nessuno: su Firenze, l’istituto delle primarie, i quattro contendenti troppo litigiosi, la sfida e non la battaglia di Veltroni, la deficienza nostra – politica e culturale – di comprendere appieno il senso comunicativo delle primarie, che è anche scontro a muso duro. as]

È rimasto deluso chi, dal vertice a Roma di due giorni fa tra il Pd fiorentino al gran completo e il segretario Walter Veltroni, si aspettava commissariamenti, tavoli rovesciati, nomi nuovi e risse da bar.

«Sono primarie di partito, è una sfida tra concorrenti e non tra avversari: evitate di farvi la guerra» questo il consiglio di bon ton politico che Veltroni ha consegnato ai quattro candidati del Pd a Palazzo Vecchio.

Ma se le primarie di partito non devono scadere in campagne militari, nemmeno devono ridursi ad una scampagnata. Pena renderle meno efficaci. Intanto perché sono primarie vere, come è stato detto mille volte: con veri contendenti, e nessun vincitore designato tra i nomi – importanti – di Cioni, Lastri, Pistelli e Renzi. Il problema è più comunicativo che politico.

Le primarie nei paesi anglosassoni sono caratterizzate da un delicato equilibrio di tutte le azioni comunicative di campagna: fair play di fondo e abbraccio finale, ma competizione senza sconti. Un equilibrio difficile cui la politica italiana – quella fiorentina non fa eccezione – non è abituata. Vorrebbe, specie dal punto di vista comunicativo, le primarie piene e i candidati ubriachi.

Questo sogno bello e impossibile ha prodotto in questi mesi di campagna più o meno ufficiale una schizofrenia di fondo soprattutto nel rapporto tra il partito e i candidati – per tacere di quello con i semplici elettori. La convocazione di Veltroni ne è la prova: «Sfida ma non guerra».

Ma non sempre è facile mettere dei paletti e distinguere manuale alla mano: cos’è quella frecciata, quella battuta a muso duro, quella polemica a mezzo stampa? Sfida o dichiarazione di guerra? La reazione istintiva finora è stata quella di contingentare le azioni comunicative, dei “no” quasi a tutto. No a dibattiti, a manifesti, a colpi di testa di qualsiasi tipo.

Ma le primarie, se non sono piene di comunicazione e di quello spirito competitivo che lo stesso Veltroni evoca, rischiano di non servire a niente. E non vale l’obiezione che l’eccessiva competizione sfianca i contendenti, spacca il partito e aiuta così lo schieramento avverso.

Le primarie competitive funzionano insieme come palestra d’allenamento e lente di ingrandimento: tendono da una parte a far emergere i tratti politici più efficaci delle varie candidature e dall’altra ad evidenziarne i difetti – quelli che a tavolino non sono evidenti, oppure quelli che solo l’occhio impietoso di chi ti conosce bene riesce a notare. Il tutto anche a dispetto delle previsioni della vigilia.

È il caso di Barack Obama vincitore di primarie nelle quali era strafavorita Hillary Clinton; o quello, più nostrano, di Nichi Vendola in Puglia. La competizione ci vuole, va anzi favorita senza limiti formali: è il cuore dell’istituto delle primarie. Che richiedono un vero e proprio “liberalismo comunicativo”, seppur all’interno di piattaforme programmatiche condivise e buona creanza, e che invece nel tic un po’ obsoleto del centralismo democratico rischiano di soffocare.

05/10/2008

Solo in Italia. Frank Pistacchio, Antonio Pascale e l’anatomopatologia degli umori

di Enrico Bianda, alle 16:18

“Frank Pistacchio si gratta il cacchio” e “Reggiseno”. Due titoli. Fermi nella memoria. Mixtape, nastroni. Li aveva fatti per me un amico di nome Assaf. Abbiamo frequentato i primi due anni di università insieme. Poi lui ed io abbiamo preso strade diverse. Resta una fotografia che ci ritrae tutti attorno ad un tavolo di sera a giocare a carte, fumando e bevendo.

Facevamo lunghe passeggiate insieme parlando di tutto, ma soprattutto di musica. A dire il vero era lui che faceva grandi passeggiate. Partiva dalla città, dalla periferia della città nella quale vivevamo e frequentavamo la stessa facoltà di scienze politiche e si avviava a piedi lungo il lago fino ad arrivare a casa mia. Saranno stati una decina di chilometri. Arrivava che faceva buio, di sabato e si cenava insieme ad altri amici.

Quella fotografia la guardo oggi, è la copertina di un mixtape che racconta bene quel periodo di sperimentazioni musicali. E di scoperte. Frank Zappa soprattutto. 10.000 maniacs. Living Colours. Fishbones. Altro rock bello. Io invece facevo mixtape di jazz. Chet Baker, Lingomania e Kenny Wheeler, Jazz Messengers, Davis

Inverno, di Francesco Cocco (da Soli in Italia)

Ho molti ricordi di quei due anni. Il primo seminario l’ho tenuto insieme a lui: era storia delle dottrine politiche. Scrivemmo non ricordo più che cosa ne a proposito di cosa. Ricordo solo che ad un certo punto uno di noi quattro ticinesi disse “Cazzo, Henry, aiutami, che dico?”. Lo disse forte abbastanza perché la prima fila di studenti francesi sentisse. Ecco, era iniziata l’università, noi eravamo reduci dal servizio militare ed arrivavamo con tre mesi di ritardo sui programmi, capendo poco della lingua e senza sapere dove diavolo sbattere la testa per i mesi successivi. Di quei due anni trascorsi sempre insieme ricordo soprattutto la sete di sapere, nonostante gli insuccessi dei nostri primi passi accademici. Ma intanto si scopriva come fare la pasta ai peperoni e come offrire – parlando francese – un nastrone ad una studentessa.

Solo in Italia, a cura di Antonio Pascale
  • Leggi la scheda del libro su Contrasto Books: Solo in Italia, di Antonio Pascale con le fotografie di Francesco Cocco, Lorenzo Cicconi Massi, Daniele Dainelli, Massimo Siragusa
  • Sfoglia qualche pagina del libro

E’ il tono di quelle conversazioni in quegli anni che ho ritrovato un libro che ho letto da poco: Solo in Italia, edito dai tipi di Contrasto.

Antonio Pascale, lo scrittore, ha quel tono quasi di amicizia che ti racconta come stanno le cose e tu lo stai ad ascoltare. E’ una specie di magia. Scrive come parlasse. O parla come scrivesse, non so. E racconta un viaggio durato un anno, quattro stagioni in Italia facendo incontri e guidando una Smart presa a noleggio.

La cosa buffa è che ti trovi – mi trovo – a condividere molte delle impressioni che Pascale ci racconta in questo bel libro. L’inverno delle comunità di immigrati, la primavera attraversando la periferia industriosa del centro sud, l’estate tra lungomari e esperienze pre mortem ed infine l’autunno verso sud, guardando un vecchio ulivo secolare andarsene in furgone a nord, in qualche giardino di villetta monofamiliare.

Antonio Pascale viaggia nell’Italia fuori dal clamore, lontano dalla politica della capitale e lontano dalla cronaca nera che pure in passato aveva raccontato, anche se con il suo tono leggero da anatomopatologo degli umori del ceto medio e della disperazione spicciola – vedi i fantastici racconti de La manutenzione degli affetti.

10/09/2008

Viaggio nel Polo che si scioglie

di Antonella Sassone, alle 18:17

Si è concluso da pochi giorni il reportage di viaggio “L’altra Europa” su “La Repubblica” ed ecco che Paolo Rumiz si rimette subito in viaggio.

Ieri è uscita oggi, sempre sul quotidiano “La Repubblica”, la prima puntata di un “Viaggio nel Polo che si scioglie”. Oggi la seconda puntata.

Rumiz a Cape Barrow (Alaska). Da Repubblica.it
Rumiz a Cape Barrow (Alaska). Da Repubblica.it

Dopo quello in verticale sulla frontiera orientale dell’Europa, quello di adesso è un nuovo percorso alla ricerca di un’altra frontiera. Quella dei ghiacci che arretrano sotto l’effetto della “grande febbre della Terra”.

    «Il gelo era sempre lì, pronto a richiudersi. Se il tempo peggiorava, capitava che la prima metà di settembre le baleniere ritardatarie naufragassero a poca distanza dalla riva in un’apocalittica collisione di ghiacci. Ora è tutto finito. Il mare si ricompatta sempre più tardi, in modo sempre meno prevedibile, e agli uomini della stazione scientifica polare che svernano in questo villaggio sperduto non resta che monitorare, più che una silenziosa ritirata, una fuga precipitosa. Duecento, trecento, quasi trecentocinquanta chilometri in pochi anni».

La storia, scrive Rumiz, comincia sullo Stretto di Bering, agli antipodi del nostro mondo. E’ il «Finis-terrae da cui parte il nostro viaggio ai margini del Polo che si scioglie fino al mitico Passaggio a Nordovest». Nello Stretto di Bering tutto cambia. Cambia l’ora dell’orologio, la notte diventa giorno e la data un’altra. La Russia è ad Occidente e l’America ad Oriente, mentre l’Europa si capovolge.

    «Tutto si inverte e tutto finisce: gli oceani; il nuovo e il vecchio mondo che qui sembrano navigare come incrociatori in rotta di collisione; il passaggio a Nordest e quello a Nordovest che confluiscono, simultaneamente liberi dalla banchisa».

I ghiacci si sciolgono, il Polo Nord è circumnavigabile. Tra il Canada e la Groenlandia “s’è rotto l’ultimo diaframma”. E’ qui che Rumiz si dirige. Da qualche tempo i ghiacci sono al minimo storico. Le rotte polari potrebbero far risparmiare tempo e petrolio al trasporto marittimo mondiale. I conflitti di interesse sono grandissimi.

Tim, la guida che conosce quasi a memoria i libri di London, di Konrad, di Melville, parla a Rumiz di mutamenti biblici tra gli uomini e la natura, di un clima che porterà chissà dove la Terra Madre.
Siamo in terre estreme, non ci sono strade, i collegamenti sono solo aerei, “persino la mappa si desertifica, perde la densità di nomi”.

Siamo alla fine dell’estate che alle nostre latitudini genera “dolci malinconie”, ma qui essa “squarcia l’anima d’angoscia”. Tutti scappano. Pescatori, cacciatori, turisti e tutti i migratori.

03/09/2008

Google Chrome, datemi un browser e vi solleverò il mondo

di Antonio Sofi, alle 14:21

Ieri Google ha rilasciato una versione beta (ma frutto di anni di lavoro) di un nuovo browser: il nome è Chrome. E’ (a detta dei creatori e dei primi che l’hanno provato) leggero, veloce e sicuro ed è scaricabile da questo indirizzo (per ora solo per utenti Windows).

L’annuncio, una volta lasciato cadere nel Web, ha acquistato velocemente forza centrifuga e di rimbalzo in rimbalzo è arrivato velocemente sui siti di tutto il mondo, fin nelle periferie degli imperi digitali.

Quando Google si muove ̬ come un gigante che si stiracchia: provoca movimenti tellurici e maremoti con semplici sbadigli Рfiguriamoci con annunci di questo tipo. La Grande G inoltre ̬ in possesso anche delle chiavi giuste per entrare dalla porta principale sui media: telegiornali e quotidiani di tutto il mondo ne hanno dato ampia notizia (nella concitazione della cosa anche con qualche strafalcione ed esagerazione).

Qualche esempio dell’impatto dell’annuncio di Chrome sul Web italiano e internazionale.

  • Cerca Chrome su blogbabel (67 pagine) / wikio / memesphere / technorati (it, 912 post)
  • Cerca Chrome su Technorati internazionale (115,408 risultati): e forse sì, ci sarà qualche post che parla del cromo-cromo (il metallo duro, lucido, color grigio acciaio) ma son sicuro sono un piccola percentuale.
  • DNews, pagina dedicata a Chrome
    DNews, pagina dedicata a Chrome

    Ieri ho scritto, su Chrome, un pezzo divulgativo per DNews, scaricabile dal sito. Come chiosa laterale ho scelto di scrivere del fumetto di Scott Mc Cloud, che i tipi di Google hanno usato per raccontare al mondo le potenzialità del progetto Chrome – invece di affidarsi ad un freddo e tecnico comunicato stampa. Una scelta azzeccata. Il fumetto di Scott Mc Cloud consta di ben 38 pagine in cui, con estrema semplicità e chiarezza, vengono illustrate caratteristiche, funzioni e potenzialità del browser di Google. Il fumettista americano, molto conosciuto anche per il saggio “Capire il fumetto. L’arte invisibile“, ha scelto di mettere in scena, disegnati nel web comic, i protagonisti che stanno dietro il progetto – gli ingegneri e gli sviluppatori di Google. Segnalo anche le riflessioni di Federico Fasce, che scrive: «La semplicità del fumetto di Google, invece, riduce a icona ogni personaggio e ogni elemento grafico, in modo da farci concentrare sul vero obiettivo del discorso: il concept.».

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    01/09/2008

    Un rabdomante e un’esorcista nell’Altra Europa

    di Enrico Bianda, alle 18:20

    L'Altra Europa, reportage di Paolo RumizContinua L’Altra Europa, esonda settembrino e va a finire il 4 settembre prossimo – chiudendo il cerchio narrativo aperto con il prologo del 4 agosto scorso. Sabato passato, una fotografia a centro pagina di Monika Bulaj, più grande rispetto al solito, ci guardava: si è fatta largo in quelle ore, parlandone tra di noi, un’idea. Rumiz e Bulaj (sempre più direttamente coinvolta nel racconto) come due stregoni in un’avventura picaresca – diremmo donchichottesca se non fosse per la figura allargata di Sancho Panza che proprio non corrisponde a nessuno dei due.

    Viaggio in treno lungo la catena dei Carpazi, di Monica Bulaj
    Viaggio in treno lungo la catena dei Carpazi, di Monica Bulaj

    Due stregoni lungo una frontiera immaginata e solidissima, lacerante, tra Europa e resto del continente, guardando ad Est. Due stregoni di un tempo lontano, un rabdomante e un’esorcista.

    Uno (Rumiz) cerca il fluire sotterraneo dell’acqua, cerca le sorgenti di vita che sono sorgenti di incontro e dialogo, di sorpresa e vitalità (saranno le origini carsiche, l’amore per l’acqua e per i fiumi): tant’è che cerca e trova magicamente il flusso della cittadinanza, dell’incontro amichevole.

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    21/08/2008

    La lingua (e la rivoluzione) non russa

    di Enrico Bianda, alle 16:57

    Sul filo dei ricordi è impossibile resistere alle parole di Paolo Rumiz che è arrivato nei paesi baltici.

    In Lettonia visita vecchie sinagoghe abbandonate e incontra alieni: esiliati di un paese che è stato il cuore di forti nazionalismi nel centro dell’Europa. O dell’Altra Europa. Strano. O forse no. In Lettonia vivono un migliaio di persone che non sono lettoni, non sono russe e per passaporto portano l’ingiuria dell’essere alieni. Pienamente riconosciuti nell’essere nulla, cui non è permesso nulla se non vivere dentro quel paese che non li riconosce.

    Lasnamac (quartiere russo), Tallin, Estonia. Photo by as
    Lasnamac (quartiere russo), Tallin, Estonia, 2004. Photo by as

    Contraddizioni forti quelle che produce la modernità: questa modernità fatta di slittamenti di frontiere e annullamenti di confini, che nel frattempo vede rafforzarsi quelle linee di confine dure ed inossidabili dell’etnia, della cultura linguistica e dell’appartenenza come rivendicazione nazionalistica. In Lettonia come in Estonia.

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    19/08/2008

    La bellezza che manca IV. Le ragazze tutte gambe e minigonne.

    di Enrico Bianda, alle 16:52

    «I fatti comuni son schierati nel tempo, allineati lungo il suo corso come su un filo. Là essi hanno i loro antefatti e le loro conseguenze, che si affollano e si susseguono senza tregua né interruzione. Ciò ha la sua importanza anche per la narrazione, la cui anima sono la continuità e la successione».
    Una bella frase tratta da L’epoca geniale di Bruno Schulz, dalla raccolta splendidamente ristampata da Einaudi intitolata “Le botteghe color cannella”.

    Ora succede che mentre Paolo Rumiz si sta avvicinando all’Ucraina, appena accennata nella prima puntata intromduttiva in forma di commiato epigrafico, Gad Lerner se ne va a passeggio per le stesse campagne sulle tracce dello scrittore “ucciso per capriccio da un nazista”, appunto Bruno Schulz. Ne scrive in un pezzo di venerdì scorso (anche sul suo blog) intitolato “Le ragazze di Bruno Schultz”, tra il “fragoroso scalpiccio dei tacchi sul selciato” delle giovani donne ucraine e l’umido dei boschi attorno a Drohobycz, dove cercare la Galizia ebraica.

    Le donne di Belgrado di Altan, da Tre uomini in bici
    Le donne di Belgrado di Altan, da Tre uomini in bici

    Quelle ragazze sembra di vederle in una vignetta di Altan in “Tre uomini in bici“, il primo dei viaggi estivi – come quando disegnava delle donne di Belgrado, mi pare, tutte gambe e minigonne, sguardo altero e passo svelto, severo, consapevole.

    Si chiede ancora Schulz: «Che fare, invece, degli avvenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza dimora?». Appunto, che fare – se non raccontarli?

    15/08/2008

    La bellezza che manca III. Il disordine dei confini.

    di Enrico Bianda, alle 11:15

    In questi giorni di guerre caucasiche, scossi dalla vicinanza e prevedibilità di un conflitto che covava chissà da quanto, vale davvero la pena di leggere con attenzione quanto scrive Paolo Rumiz nel suo
    L’Altra Europa, che proprio tra quei confini si muove.

    La sottotraccia di ogni puntata ci racconta dell’inutilità dei confini, o della loro inconsistenza e superamento. L’antropologo Marino Niola, in questi giorni impegnato in alcuni saggetti dedicati ai nuovi miti che potete leggere su Repubblica ogni lunedì e di cui abbiamo già scritto, sollecitava un annetto fa una riflessione sullo slittamento delle soglie.

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    13/08/2008

    Rumiz, la mappa distensiva e i boschi che passano

    di Antonella Sassone, alle 11:17

    [Si parla soprattutto a se stessi: ci si scava dentro sperando – o fingendo – di non trovare l’abisso. E così Rumiz incontra un giovane ex galeotto con il naso schiacciato. Si tormenta le nocche della mani. Sono rosse per il freddo o per la tensione e la paura. C’è uno scambio di regali detonatore di empatia e tristezza, e profonda amarezza. Un saluto tra i binari prima di passare oltre, con il ricordo presente dentro e un coltellino svizzero in meno. Una umanità passa attraverso le palline nere di un rosario, catena di trazione empatica tra sconfitte e speranze. eb]

    L'Altra Europa, logo di AltanNel viaggio di quest’anno Rumiz torna ad usare molto il treno per i suoi spostamenti. Il treno concede al viaggiatore la visione del territorio che attraversa grazie al finestrino, e regala al suo interno l’unicità degli incontri. E’ un perfetto “andare stando” – come da straordinaria definizione del viaggio in spalla del babbo, a firma di Rumiz junior, da “E’ oriente“.

    Nella puntata del 11 agosto 2008, il treno di Murmansk-Novorossisk procede verso Sud «felpato e soporifero», si ferma spesso e «tutto diventa sincopato, anche gli appunti sul notes».
    Da quegli appunti però nasce oggi un racconto carico di quegli elementi di cui è ricca la scrittura rumizziana, i suoi reportage, la letteratura di viaggio in genere.

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    12/08/2008

    La supercazzola slava e i frati di viaggio

    di Enrico Bianda, alle 09:31

    L'Altra Europa, logo di AltanE’ probabilmente nella natura stessa della scrittura di viaggio parlare di se stessi. Ed in controluce inevitabilmente parlare degli altri, di tutti. Paolo Rumiz viaggia nell’Altra Europa e racconta in un andirivieni continuo tra quello che vede da una parte della frontiera e quello che lascia dall’altra. Incontra l’altro come ha sempre fatto in questi anni di viaggi.

    Lo guarda e se ne innamora: come sabato che a casa di un Pope incontra militari delle forze speciali e mangia gorgonzola e beve Vodka: «Preti e militari, abbinamento fascista. Qui no, i tre sembrano silenziose guide alpine». Gli incontri si fanno sempre più fitti, intimi: come a dire che Rumiz ha preso le misure al viaggio, il passo è quello giusto.

    La collina delle croci, Diaumantai, Lituania. Foto di as

    Volevo parlarne fra qualche giorno, ma non mi va di aspettare: proprio perch̩ quando si scrive di viaggi alla fine si deve parlare di quello che cambia in noi nei confronti del mondo e delle persone che vediamo e che abbiamo visto: di preti ne ho incontrati anche io in viaggio. E mi hanno offerto birretta e frittelle di mele a colazione, con la marmellata di cotogne. E pane nero e formaggio a fette la sera, anzi la notte, raccolto ad una fermata della corriera nelle campagne di Daumantai, in Lituania Рla terra intorno alle croci.

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