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Post archiviati nella categoria 'Libri'

20/10/2008

L’avventura della comunicazione

di Antonio Sofi, alle 15:34

Da qualche settimana è uscito per i tipi della Lupetti, un bel volume collettaneo, dal titolo “L’avventura della comunicazione. Storie professionali e pre-visioni” davvero molto ben curato dall’amico Stefano Vietina. Sul sito di Stefano ci sono altre informazioni e materiali sul volume, che raccoglie i saggi di Matteo Bittanti, Andrea Camporese, Michele Carignani, Giuseppe Cogliolo, Luca De Biase, Michele De Lucchi, Alessandro Di Paolo, Roberto Fioretto, Giampiero Gramaglia, Francesco Jori, Andrea Kerbaker, Daniele Manca, Mario Rodriguez, Nicola Saldutti, Federico Sartor, Roberto Siagri, Antonio Sofi, Giampietro Vecchiato, Giancarlo Zizola.

L'avventura della comunicazione, a cura di Stefano Vietina, edito da Lupetti Editori di Comunicazione

Stefano è riuscito nell’impresa prodigiosa di cucire insieme interventi diversi in una collana di perle delle stessa grandezza ma di diverso colore. Raccontando un campo culturale così allargato che è talvolta difficile scorgerne i confini: quella della comunicazione in senso lato, che cambia e si evolve. Privilegiando i punti di vista personali e le esperienze sul campo. Raccontando (molto), e teorizzando (poco).

C’è anche un mio saggetto sui blog, dal titolo “Il blog, centro di gravità permanente della nostra identità digitale“, in cui, tra le altre cose, mi soffermo su due case studies. Il primo è quello dell’indimenticato progetto Understanding Art for Geeks, come pretesto per scrivere della attribuzione (spesso negata) della paternità delle fonti – vero e proprio lubrificante delle conversazioni via Web. Il secondo è Beppe Grillo e lo palcoscenico teatrale del suo blog.

05/10/2008

Solo in Italia. Frank Pistacchio, Antonio Pascale e l’anatomopatologia degli umori

di Enrico Bianda, alle 16:18

“Frank Pistacchio si gratta il cacchio” e “Reggiseno”. Due titoli. Fermi nella memoria. Mixtape, nastroni. Li aveva fatti per me un amico di nome Assaf. Abbiamo frequentato i primi due anni di università insieme. Poi lui ed io abbiamo preso strade diverse. Resta una fotografia che ci ritrae tutti attorno ad un tavolo di sera a giocare a carte, fumando e bevendo.

Facevamo lunghe passeggiate insieme parlando di tutto, ma soprattutto di musica. A dire il vero era lui che faceva grandi passeggiate. Partiva dalla città, dalla periferia della città nella quale vivevamo e frequentavamo la stessa facoltà di scienze politiche e si avviava a piedi lungo il lago fino ad arrivare a casa mia. Saranno stati una decina di chilometri. Arrivava che faceva buio, di sabato e si cenava insieme ad altri amici.

Quella fotografia la guardo oggi, è la copertina di un mixtape che racconta bene quel periodo di sperimentazioni musicali. E di scoperte. Frank Zappa soprattutto. 10.000 maniacs. Living Colours. Fishbones. Altro rock bello. Io invece facevo mixtape di jazz. Chet Baker, Lingomania e Kenny Wheeler, Jazz Messengers, Davis

Inverno, di Francesco Cocco (da Soli in Italia)

Ho molti ricordi di quei due anni. Il primo seminario l’ho tenuto insieme a lui: era storia delle dottrine politiche. Scrivemmo non ricordo più che cosa ne a proposito di cosa. Ricordo solo che ad un certo punto uno di noi quattro ticinesi disse “Cazzo, Henry, aiutami, che dico?”. Lo disse forte abbastanza perché la prima fila di studenti francesi sentisse. Ecco, era iniziata l’università, noi eravamo reduci dal servizio militare ed arrivavamo con tre mesi di ritardo sui programmi, capendo poco della lingua e senza sapere dove diavolo sbattere la testa per i mesi successivi. Di quei due anni trascorsi sempre insieme ricordo soprattutto la sete di sapere, nonostante gli insuccessi dei nostri primi passi accademici. Ma intanto si scopriva come fare la pasta ai peperoni e come offrire – parlando francese – un nastrone ad una studentessa.

Solo in Italia, a cura di Antonio Pascale
  • Leggi la scheda del libro su Contrasto Books: Solo in Italia, di Antonio Pascale con le fotografie di Francesco Cocco, Lorenzo Cicconi Massi, Daniele Dainelli, Massimo Siragusa
  • Sfoglia qualche pagina del libro

E’ il tono di quelle conversazioni in quegli anni che ho ritrovato un libro che ho letto da poco: Solo in Italia, edito dai tipi di Contrasto.

Antonio Pascale, lo scrittore, ha quel tono quasi di amicizia che ti racconta come stanno le cose e tu lo stai ad ascoltare. E’ una specie di magia. Scrive come parlasse. O parla come scrivesse, non so. E racconta un viaggio durato un anno, quattro stagioni in Italia facendo incontri e guidando una Smart presa a noleggio.

La cosa buffa è che ti trovi – mi trovo – a condividere molte delle impressioni che Pascale ci racconta in questo bel libro. L’inverno delle comunità di immigrati, la primavera attraversando la periferia industriosa del centro sud, l’estate tra lungomari e esperienze pre mortem ed infine l’autunno verso sud, guardando un vecchio ulivo secolare andarsene in furgone a nord, in qualche giardino di villetta monofamiliare.

Antonio Pascale viaggia nell’Italia fuori dal clamore, lontano dalla politica della capitale e lontano dalla cronaca nera che pure in passato aveva raccontato, anche se con il suo tono leggero da anatomopatologo degli umori del ceto medio e della disperazione spicciola – vedi i fantastici racconti de La manutenzione degli affetti.

17/09/2008

Bias-high e noise reduction. Thurston Moore e i mixtape in Ticino.

di Enrico Bianda, alle 17:00

Le più diffuse: le TDK. Quelle che a me piacevano di più: le Maxell. Erano scure, nere, pesanti. Non ho mai sopportato invece le cassette trasparenti, uscite negli anni 90, che facevano un rumore di plastichina fragile. Mentre quelle un poco più vecchie sentivi che tintinnavano le piccole viti, minuscole, e davano un senso di sicurezza e di perennità  – davano l’idea che la musica non sarebbe mai scivolata via.

Cassetta TDK
Cassetta audio TDK, via Wikipedia

Il mio primo nastro non è stato un mixtape: è stata la registrazione di Bella ‘Mbriana di Pino Daniele. Deve essere ancora nascosta da qualche parte in casa di mia madre. Dopo non mi fermai più. Ricordo ancora con un groppo allo stomaco (e al cuore) il momento in cui si aprì una discussione con mio padre (una figura molto legata ai miei mixtape). Era giunto il momento di comprare un porta cassette da viaggio: una piccola valigetta che conteneva una quindicina di nastri, raccolti in una sorta di rastrelliera di plastica nera, il tutto dentro un buccia verde con una chiusura a scatto color rame. La ricordo perfettamente perché anche lei è dentro un cassetto nella vecchia casa dove sono cresciuto.

Sono solo alcuni ricordi che scaturiscono ormai senza più controllo da quando ieri sono passato in libreria a comprare un libro di Thurston Moore, chitarrista e compositore dei Sonic Youth. Si intitola Mix Tape, lo pubblica ISBN e ha un sottotitolo che mi ha fatto venire i brividi: l’arte della cultura delle audiocassette.

Lo sfoglio e trovo decine di piccoli ricordi di personaggi bizzarri passati alla storia e ancora in piena attività nel mondo della musica. E arrivo ad una prima conclusione, radicale. Chi, negli anni ’80, pur avendone la possibilità, non ha mai fatto i nastroni, non ha mai amato la musica veramente e non la amerà mai. Punto.

Il momento della realizzazione di un nastrone (o mixtape come dice Moore) era un momento di totale creatività. Lo ricordo bene. Non arrivava a caso. Era sempre o un mercoledì pomeriggio (che non andavo a scuola) o un sabato pomeriggio. Devo dire che un nastrone nasceva prima in testa, lo elaboravo con calma a scuola, segnando con la biro sui quaderni le successioni dei brani. Giunto il momento di produrre la cassetta occorreva andare a comprare il nastro giusto (Maxell) e raccogliere i dischi, tra i miei e tra quelli di amici. Mi sedevo davanti all’impianto di casa, cuffie e pacco di vinili 33 e 45 giri. C’era da calcolare il tempo, per farci stare la selezione giusta.

Cassetta audio vista dall'interno, via Wikipedia

Poi veniva il momento della copertina. Il fratello di un mio caro amico era di qualche anno più grande di noi, invidiatissimo. Aveva già una discoteca tutta sua: dischi e cemento, intendo. Sotto casa con luci stroboscopiche e tutto quanto, compreso un poster del film Inferno di Dario Argento, e qualche inopportuna scritta inneggiante agli Emerson Lake & Palmer. Lui le copertine le faceva utilizzando i separatori colorati dei raccoglitori. Un cartoncino perfetto. Li tagliava a misura ed incollava sul dorso della cassetta un filo di pagina quadrettata: era lo spazio per il titolo del mixtape. Davanti, la vera copertina era di solito un fotografia ritagliata o addirittura un collage. Faceva dei nastri fantastici. Ne ho uno suo, ancora, che ho mandato in pensione da poco: un nastro che raccoglieva qualcosa di Laurie Anderson e di Robert Wyatt.

Lo scambio di nastri era un modo per conoscersi. Per capire chi fossimo. E per farci scoprire. Soprattutto dalle ragazze. Insomma come dice Jim O’Rourke in questo magnifico documento della memoria, i mixtape si facevano praticamente solo per le ragazze. E spesso si sbagliava. Io sbagliavo spesso. Solo ora ho capito che Godfathers e Dinosaur Jr. non erano i gruppi giusti per interessare una ragazza. O forse non lo erano in Ticino, chissà.

19/08/2008

La bellezza che manca IV. Le ragazze tutte gambe e minigonne.

di Enrico Bianda, alle 16:52

«I fatti comuni son schierati nel tempo, allineati lungo il suo corso come su un filo. Là essi hanno i loro antefatti e le loro conseguenze, che si affollano e si susseguono senza tregua né interruzione. Ciò ha la sua importanza anche per la narrazione, la cui anima sono la continuità e la successione».
Una bella frase tratta da L’epoca geniale di Bruno Schulz, dalla raccolta splendidamente ristampata da Einaudi intitolata “Le botteghe color cannella”.

Ora succede che mentre Paolo Rumiz si sta avvicinando all’Ucraina, appena accennata nella prima puntata intromduttiva in forma di commiato epigrafico, Gad Lerner se ne va a passeggio per le stesse campagne sulle tracce dello scrittore “ucciso per capriccio da un nazista”, appunto Bruno Schulz. Ne scrive in un pezzo di venerdì scorso (anche sul suo blog) intitolato “Le ragazze di Bruno Schultz”, tra il “fragoroso scalpiccio dei tacchi sul selciato” delle giovani donne ucraine e l’umido dei boschi attorno a Drohobycz, dove cercare la Galizia ebraica.

Le donne di Belgrado di Altan, da Tre uomini in bici
Le donne di Belgrado di Altan, da Tre uomini in bici

Quelle ragazze sembra di vederle in una vignetta di Altan in “Tre uomini in bici“, il primo dei viaggi estivi – come quando disegnava delle donne di Belgrado, mi pare, tutte gambe e minigonne, sguardo altero e passo svelto, severo, consapevole.

Si chiede ancora Schulz: «Che fare, invece, degli avvenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza dimora?». Appunto, che fare – se non raccontarli?

05/03/2007

Il campo giornalistico: l’informazione nell’era dei blog

di Antonio Sofi, alle 16:32

Avvertenza.

Il Campo giornalistico
Il Campo giornalistico
Questo saggio viene rilasciato nella versione non definitiva datata gennaio 2006 e si differenzia in alcuni dettagli dal capitolo “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” pubblicato da Antonio Sofi in C. Sorrentino (a cura di), “Il campo giornalistico. Nuovi orizzonti dell’informazione”, Roma, Carocci, 2006, pp. 141 – 168. Il saggio è qui rilasciato dall’autore con licenza Creative Commons 2.5: può essere utilizzato a patto di menzionare la fonte citando l’autore e il link www.webgol.it/campogiornalistico, e comunque per scopi non aventi finalità commerciale.

– scarica il saggio “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” (pdf, 321 kb)

Breve abstract
Utilizzando il concetto di campo derivato dal pensiero di Bourdieu, il mio obiettivo era cercare di capire come il fenomeno dei blog si posizionasse all’interno del campo giornalistico allargato, in termini di autonomia (risposta: sì), e eresia (risposta: sì, anche se sempre di meno). Il fenomeno dei blog, soprattutto all’inizio, si è definito come fenomeno autonomo e eretico rispetto alle logiche dell’informazione tradizionale. Grazie ad alcune caratteristiche fondanti: personalizzazione, passione, fiducia, trasparenza e capacità di aprirsi all’esterno tramite i link. E proprio queste caratteristiche hanno prodotto un allargamento del campo giornalistico, e tre ipotesi di formati giornalistici più o meno ibridi e frequentati: giornalismo diffuso (in situazioni di emergenza), giornalismo residuale, e approfondimento collaborativo. Questi allargamenti, però, non significano alcuna “fine” del giornalismo tradizionale – a maggior ragione perché non tutti i blog sono o vogliono essere giornalistici. Anzi il giornalismo ha la possibilità concreta di riprendersi quella centralità sociale e interpretativa che sembrava un po’ aver perso negli anni; laddove cresce la complessità informativa, cresce anche il bisogno di sistemi esperti che forniscano mappe orientative dotate di senso.

Indice

1. Internet, blog e campo giornalistico
1.1. Blog e blogosfera

2. I blog tra eresia e autonomia
2.1. Da audience a network
2.2. Passion-driven journalism
2.3. Criteri di notiziabilità blog
2.4. Personalizzazione, fiducia, trasparenza

3. Tre ipotesi di lavoro: giornalismo diffuso, giornalismo residuale, approfondimento collaborativo
3.1. Giornalismo diffuso: emergenza, quando il blog diventa testimonianza
3.2. I blog come produttori di giornalismo residuale
3.3. Approfondimento collaborativo

4. Una rimediazione giornalistica

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Contatti:
Antonio Sofi
Bio e e-mail

Pubblicazione originale.
Antonio Sofi, “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” in C. Sorrentino (a cura di), Il campo giornalistico. Nuovi orizzonti dell’informazione, Roma, Carocci, 2006

24/12/2006

Delocalizzalo e connetti

di Antonio Sofi, alle 10:47

China Press... da Humanitech

Un libro made in China.

Scovato da Dario Banfi (che è uno da seguire), nel suo brand new blog su lavoro e dintorni.

Intanto Verizon stenderà un enorme cavone subacqueo dagli Stati Uniti alla Cina e il traffico non passerà più dal Giappone (via Qwerty).

15/12/2006

Roberto Alajmo e il bazaar di Palermo

di Antonio Sofi, alle 16:02

Roberto Alajmo, Nuovo repertorio dei pazzi della città di PalermoNon c’entrano niente le unconference tecnologiche: è un vero e proprio bazaar quello di cui scrive Roberto Alajmo sul suo “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo”, un libro infinito che lo scrittore palermitano ha iniziato a scrivere più di 14 anni fa e continuamente aggiorna. Un vero e proprio delirio organizzato, che è iniziato con toni liricheggianti e che via via – spiega lo stesso Alajmo – s’è asciugato fino a raccogliere 350 polaroid esistenziali di strambi e stramberie più o meno tali – della città di Palermo.

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10/10/2006

La politica che mente sapendo di mentire

di Lorella Cedroni, alle 00:05

[Lorella Cedroni insegna, tra le altre cose, Scienza Politica alla Sapienza di Roma, e ha scritto vari saggi sul linguaggio, sulla comunicazione e sulla rappresentanza politica. Per noi è un onore ospitarla. Buona lettura. as]

I can't believe it anymore!, foto di Fabio SabatiniMenzogne, bugie, balle, chiamatele come volete, in tutte le lingue possibili e immaginabili, ma non illudetevi di poterne uscire illesi. Esse sono il motore della politica, la linfa della storia, il succo della cronaca e il cuore dell’economia. Per aver sventato una menzogna politica la folla è insorta a Budapest contro il premier socialista ungherese che avrebbe ingannato con spregiudicatezza e spudoratamente gli elettori – deridendoli, per di più.

Si sa, di bugie, fandonie, “bullshit” come direbbero gli americani con un linguaggio più forte ispirato al turpiloquio (si veda il saggio filosofico di Harry G. Frankfurt) – si nutrono le campagne elettorali dei paesi democratici, la comunicazione politica, l’informazione.

Il politico “bugiardo” – come suggeriva Hannah Arendt nel suo Verità e politica (or. 1968) – “E’ un attore per natura; dice ciò che non è perché le cose siano differenti da ciò che sono – e cioè vuole cambiare il mondo”.
Qualche volta lo fa in buona fede. Ma spesso “sa” di mentire.

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09/08/2006

Cortàzar, il jazz e la fisica quantistica

di Enrico Bianda, alle 12:32

Julio CortazarIl giro del giorno in ottanta mondi è un libro almanacco di Julio Cortazar. E’ stato appena pubblicato in italiano: un’attesa molto lunga. Pubblicato nel 1967, in Italiano ha dovuto aspettare 39 anni. Merito dunque alla piccola casa editrice ALET, agguerrita produttrice di libri oggetto interessanti, con alcune chicche imperdibili. Tra queste almeno Dispacci di Michael Herr e i due libri di Augusten Borroughs. Ho raccontato per una settimana Il giro del giorno in ottanta mondi alla radio (RTSI, Rete2), nei miei orari di nicchia (o meglio: di cuccia) con tre ospiti: Enrico Rava, Bruno Arpaia e Eleonora Mogavero. Nell’ordine jazzista famoso, ispanista e scrittore il secondo e grande traduttrice lei.

[…] Sono passati quasi 40 anni dalla sua pubblicazione, e [Il giro del giorno in ottanta mondi, ndr] è uno dei tre libri almanacchi di Julio Cortàzar, scrittore e molto altro. Di se stesso scriveva: “Sono nato a Bruxelles nell’agosto del 1943. Segno zodiacale, Vergine, quindi astenico, con tendenze intellettuali….E dal 46 al 51, vita portegna, solitaria e indipendente; convinto di essere uno scapolo irriducibile, amico di poche persone, melomane, lettore a tempo pieno, innamorato del cinema, borghesuccio cieco nei confronti di tutto quanto accadeva oltre la sfera dell’estetica”

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08/08/2006

Cortàzar, scrittore per scrittori

di Enrico Bianda, alle 12:16

Julio CortazarIl giro del giorno in ottanta mondi è un libro almanacco di Julio Cortazar. E’ stato appena pubblicato in italiano: un’attesa molto lunga. Pubblicato nel 1967, in Italiano ha dovuto aspettare 39 anni. Merito dunque alla piccola casa editrice ALET, agguerrita produttrice di libri oggetto interessanti, con alcune chicche imperdibili. Tra queste almeno Dispacci di Michael Herr e i due libri di Augusten Borroughs. Ho raccontato per una settimana Il giro del giorno in ottanta mondi alla radio (RTSI, Rete2), nei miei orari di nicchia (o meglio: di cuccia) con tre ospiti: Enrico Rava, Bruno Arpaia e Eleonora Mogavero. Nell’ordine jazzista famoso, ispanista e scrittore il secondo e grande traduttrice lei.

Non si resta fermi con Cortazar, con il grande Cronopio, non ci si ferma, gli spunti e le possibilità di apertura e fuga in avanti, e arresto e sguardo indietro non accennano a placarsi. Guardoleggo e penso, lui, il cronopio ha riempito le mie mattinate e Thelonious Monk sgambetta con le dità lunghe e sghembe sul pianoforte: Misterioso, Epistrophy, Bemsha Swing e altre stelle cadenti, come le chiamava Cortazar.

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22/06/2006

Groove & Noir. Il mito attraverso un bicchiere.

di Enrico Bianda, alle 17:34

“Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera”.
James Crumley, L’ultimo vero bacio

Pillola numero tre (e quattro)

Groove & Noir
Groove & Noir
Il trio fantastico si conclude con la figura leggendaria di James Crumley, maestro di molti, guida spirituale e animatore di comunità di scrittori. Oggi. In passato, e forse ancora, animato da un’indiscutibile passione per il bicchiere, almeno così dice chi l’ha incontrato e ne ha scritto, come Antonio Monda su Repubblica qualche mese fa.
Di Crumley non si sa tantissimo, non che sia uno scrittore maledetto ed imprendibile, ma forse perché non ha molto interesse che cosa faccia e quando. Ha scritto qualche romanzo strepitoso, e ci basti.

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21/06/2006

Groove & Noir. Polvere e foreste per cuori solitari.

di Enrico Bianda, alle 18:10

Pillola numero tre (e quattro)

Groove & Noir
Groove & Noir
E’ un universo di perdenti, quello che solca le strade del noir silvestre, delle periferie, della polvere e delle foreste. La violenza esplode improvvisa, eppure c’è il tempo per la lentezza del pensiero, guardando gli alberi muoversi nel vento, ascoltando il rumore delle foglie. I personaggi che animano i romanzi di Sallis, di Crumley e di altri autori che compongono il quadro del noir contemporaneo scrivono nella tradizione del romanzo epico americano.
Alla ricerca del grande romanzo, intessendo vicende al limite del parossistico non dimenticando però mai la lezione della tradizione che parte da Faulkner, cui tutti sembrano guardare.
Sono romanzi sociali quelli che noi definiamo per comodità noir.
Lo sono gli scritti di James Sallis, che esce in questi giorni con Drive, un nuovo romanzo breve. Il profilo di questo straordinario scrittore nelle parole di Luca Conti.

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20/06/2006

Groove & Noir. A mezzo miglio di distanza.

di Enrico Bianda, alle 20:45

“Udii la jeep a mezzo miglio di distanza. Risaliva attorno al lago, e quando imboccò la curva gli uccelli si levarono in volo. Dapprima verso l’alto, schizzando fuori dagli alberi come un getto d’acqua bollente; poi, come colti dal vento, con una brusca sterzata sulla destra, in formazione compatta. Gran parte di quegli alberi era lì da quaranta o cinquant’ anni. Gran parte di quegli uccelli era lì da neanche un anno, e non vi sarebbe rimasta a lungo. La mia, invece, era una situazione di mezzo”.

James Sallis, Cypress Grove Blues, Giano 2004

Premessa
Giravo per la radio con una pila di romanzi tra le braccia, con qualche titolo tra quelli di James Sallis, qualcosa di James Crumley e Cristopher Cook. Sono in mezzo ad una settimana tutta dedicata a questi scrittori, alle loro storie e ai loro uomini. E poi la musica: country, blues, rock sudista, tradizione e kitsch folk.

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09/06/2006

Addio Lugano bella

di Antonio Sofi, alle 22:17

Oggi Repubblica e L’Espresso pubblicano un audiolibro, il primo di una serie. Il maestro Camilleri letto da Fiorello. Il romanzo (godibilmente letto) è Un filo di fumo.

Ascanio CelestiniAscanio Celestini è uno dei più straordinari affabulatori che abbiamo oggi in Italia.
E’ tutta voce, è corpo narrante che si fa voce.

Credo di aver consigliato a chiunque un suo romanzo (con audiolibro, appunto) “Fabbrica“, la storia di una fabbrica italiana in forma di lettera scritta da un operaio in un altoforno a sua madre – che mi ha letteralmente ammaliato anche a teatro. Due ore di monologo ininterrotto, continuo, quasi immoto: e impossibile comunque staccargli le orecchie di dosso.

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05/12/2005

La Gerusalemme perduta

di Enrico Bianda, alle 16:00

Altan per La Gerusalemme Perduta, di Paolo Rumiz su La RepubblicaVenerdì è uscito nelle librerie (per i tipi di Frassinelli) il libro che ripercorre il viaggio condotto da Paolo Rumiz e da Monika Bulaj questa estate. Ne abbiamo parlato molto, era la rumizzeide, e finalmente ecco che quel corpo problematico, fatto di inquietudini, scoperte, sogni e incontri, che costituiva il viaggio ed il suo racconto trova una soluzione in un meraviglioso volume: il testo riveduto appena, più docile di quanto non fosse nelle pagine del quotidiano, e le fotografie – di cui parlammo direttamente con Monika Bulaj, magnifiche – che trovano sulla carta pregiata una nuova vita.
Volevo solo segnalare questa uscita: un po’ perché sentiamo che ha preso corpo un desiderio, il nostro e quello di molti, di ritrovare in un unico oggetto quelle letture davvero emozionanti, e un po’ perché questo libro coniuga, mi pare, la tradizione poco italiana del reportage di scrittura e fotografia, con quella invece proprio italiana del reportage in forma estesa, chiuso in un libro, fuori dunque dalle pagine del quotidiano che è vecchio dopo poche ore. A dire il vero quelle pagine stanno in libreria, ordinate in un fascicolo ripiegato, accanto a E’ Oriente, ma questo temo sia un problema mio. Per ora restiamo al libro dunque, si intitola, lo saprete, Gerusalemme perduta.
Ne parleremo, appena possibile, al ritorno di Antonio da Parigi.