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27/03/2011

M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

di Antonio Sofi, alle 19:49

Per Paolo “Rummo” Rumiz, io ed Enrico Bianda, abbiamo una passioncella atavica, che abbiamo nutrito in tutti questi anni di Webgol.it con costanza saltuaria, scombinata e sorridente – seguendo i suoi reportage estivi, evocandolo come maestro quando abbiamo provato a immaginare giornalismi diversi, che s’arrotolavano intorno a idee nuove e spirose di approfondimento narrativo e digitale.

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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

In questo ebook dal titolo “M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico“, estratto e editato da un saggio piĂą articolato e in occasione dell’insegnamento di Teorie e pratica del giornalismo a Scienze Politiche all’UniversitĂ  di Firenze, Enrico Bianda mette in fila alcune riflessioni sul giornalismo di Paolo Rumiz: un nuovo feuilleton giornalistico, un nè-nè (reportage o inchiesta) di zigrino dalla pelle cotognesca.

M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare
M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare

Indice

Sommario
Prefazione
La Cotogna Picaresca
NĂ© Reportage NĂ© Inchiesta
Il Processo Produttivo
La Dimensione Narrativa
Testimonianza e Fabulazione
Il Valore Epico del Viaggio
IdentitĂ  Culturali
In Forma di Conclusione e di Confessione
Note al Testo

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

Introduzione di Enrico Bianda

Una parte dell’introduzione di Enrico Bianda…

Raccontare dunque, in modo molto sbrigativo, può essere assimilato a una funzione primordiale, fisiologica: a un bisogno fondamentale per la sopravvivenza. Anche soli al mondo, tradurremmo la realtà in un pensiero narrativo interiore: ricostruiremmo il mondo che ci circonda, ipotizzando un interlocutore.
Nel 1831 Balzac scrive un racconto, quasi una novella morale, interpretata da alcuni anche come un dispositivo narrativo. La trama è semplice. Un giovane ambizioso è spinto al suicidio dalla miseria, dal gioco d’azzardo e da una passione infelice. Dopo aver speso i suoi ultimi denari alla roulette si ritrova in una bottega d’antiquario. Il negoziante gli offre in dono un antico talismano, una pelle di zigrino, che ha la capacitĂ  di esaudire ogni suo desiderio. La pelle però ha un potere: si restringe ogni volta che viene esaudito un desiderio, accorciando l’esistenza del giovane. Dopo un primo momento di esaltazione, Raphael, il protagonista, si rende conto del potere distruttivo del talismano e delle sue nefaste conseguenze.
La novella mette in scena l’alternativa che gli uomini hanno sempre e comunque di fronte: una vita lunga ma tetra o una vita intensa ma breve.
Questo racconto di Balzac è una metafora del meccanismo compulsivo e fisiologico del narrare. Ossia che, malgrado tutto, saremo sempre portati a stabilire, con altri da noi, una relazione a carattere narrativo, un legame basato su di una narrazione. Costi quel che costi, ci dice Balzac.
Tra le tante interpretazioni della novella non manca quella freudiana. Se l’amuleto di Raphael – la pelle di zigrino – si restringe ad ogni desiderio soddisfatto, Freud lo assimila al pene post-coitale, che si restringe dopo il necessario inturgidimento. Soddisfatto il bisogno riproduttivo, concluso l’atto sessuale, il membro maschile si ritira. Il bisogno è stato calmato, il sesso è una necessità fisiologica, così come il narrare, sembra suggerirci Freud. Narrare e riprodursi: due bisogni primari dell’uomo. Con conseguenze che turbano l’equilibrio dell’individuo.
L’ho presa da lontano. Che c’entrano Rumiz e Freud? Balzac e il reportage?


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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

Grazie di cuore a Dario Agosta per il progetto grafico e l’impaginazione.

14/06/2010

La Toscana che voglio, chi la vuole diversa o così. Un ebook da scaricare.

di Antonio Sofi, alle 15:03

Il terzo ebook di Webgol Network Edizioni è una selezione ragionata e divertita da un progetto web realizzato per la campagna online di Enrico Rossi alla presidenza della Toscana – che ho coordinato fino allo scorso aprile.

Il sito in questione è La Toscana che Voglio, e avevo voglia di mettere un punto fermo e pubblico a questa esperienza, che è stata utile, divertente e credo con punti di originalitĂ . L’ebook si può scaricare gratuitamente in pdf. Per maggiori informazioni, in basso la mia introduzione – ma il libretto credo sia piacevole a leggersi anche senza troppi giri di parole.

Grazie a Dario Agosta per grafica e impaginazione e ad Antonio Rettura, Cristiana Fanti e Carlo Benucci per redazione coviana e entusiasmo.

L’introduzione

“Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che voglio prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie” – scriveva il mio amico Sergio Maistrello qualche mese fa, in un post dal titolo “La politica che vorrei, ora“. La Toscana che voglio nasce come un pezzo del puzzle della campagna online di Enrico Rossi alla
presidenza della Toscana. L’idea è quella di sperimentare un metodo: di allenare le orecchie al politico ascolto e al confronto online con le idee di chi (dal basso – ma è un termine che ha una eccezione valutativa che
mi piace sempre meno) ha voglia di esprimerle.

La Toscana che voglio è un esperimento collaborativo di costruzione dell’agenda politica. E’ immaginazione politica messa in circolo e condivisa , senza intenti propagandistici o auto-consolatori: è la Toscana che si ha nel cuore, nella memoria, davanti agli occhi tutti i giorni. Tutti possono pubblicare un proprio post, e votando i post degli altri far emergere le frasi piĂą interessanti.

Frasi tenute insieme da uno spirito toscanissimo che, al di là dei numeri assoluti (ma decina di migliaia sono stati voti e contatti), racconta di una voglia di esserci e partecipare. Il progetto, durante la campagna, prevedeva anche una serie di video-interviste a personaggi piĂą o meno famosi e un profilo Facebook usato a mo’ di rastrello, come collettore di contributi “esterni”. Una parte dei post pubblicati sono entrati in dentro le maglie del programma di Enrico Rossi: nel magazine distribuito in 500 mila copie in tutto il territorio toscano e, con un’eco avvertibile, dentro il programma di governo.

Le pagine che seguono raccolgono parte dei post pubblicati nel sito da febbraio 2010: 272 frasi divise in 42 categorie, dagli “Aulici” ai “Turisti” passando per i “Figli dei fiori” e gli “Strilloni” (questi ultimi, lo ammetto, i miei preferiti). 272 interventi diversi colorati arrabbiati incasinati divertenti e poetici: un mondo intero racchiuso tra 350 caratteri (è il limite massimo previsto: per dar piĂą evidenza e per amor di sintesi).

Le pagine che seguono dicono anche due cose minime: una alla Toscana e una alla politica. La Toscana che esce fuori da questo parzialissimo ritratto è una regione bloccata a metĂ . Ferma a guardarsi l’ombelico, indecisa tra l’ottimismo piĂą commovente e il pessimismo piĂą cupo – che sembra aver bisogno di credere davvero in un’idea di futuro, quale che sia. Alla politica, questo piccolo pezzo di Toscana che si è accorta del “giochino” e vi ha generosamente partecipato, ha voluto dire che se gli spazi ci sono e l’intenzione è sincera il confronto può essere davvero produttivo (e anche un po’ divertente).

Con le parole di Sergio Maistrello: “[La Toscana che voglio] tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le
banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità  e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?”

Appunto. Non mi resta che augurarvi buona lettura.
Antonio Sofi

11/06/2010

Un infinito che resta in bilico sul nulla

di Enrico Bianda, alle 10:14

Allora, che cosa faccio quando disegno? E quando guardo disegnare? Beh, questo è facile: sono invidioso. Molto.

Anzi mi consumo dall’invidia e desidero immediatamente avere un foglio davanti a me, per poter replicare quanto visto. Il tratto della penna nera sul foglio bianco mi attrae moltissimo.
Purtroppo non sono in grado di essere originale.
Al contrario me la cavo quando mi metto a rifare qualcosa che mi ha colpito.

Disegno di Margherita Morgantin
Disegno di Margherita Morgantin

La cosa che più mi colpisce negli artisti che amo, e che disegnano bene, è la loro forza primitiva, l’idea che quando si è veramente bravi ed originali, non si capisce quanto si padroneggi la tecnica.
Mi spiego.

Copertina di Titolo Variabile, di Margherita Morgantin per Quod LibetMargherita Morgantin è un’artista. Famosa. Insomma espone nelle gallerie. Le pubblicano i libri, come Titolo variabile, per Quodlibet. Il suo è un disegno primordiale, che ricama dentro il percepire di un bambino, ma corregge con la continuità di tratto dell’adulto consapevole. Il suo è un lavoro curioso, fatto di continui richiami all’esperienza, che si traduce in brevi e folgoranti aforismi, che possono essere di questo tipo:

Non so parlare, non trovo le parole, quando le dico significano altro da quello che pensavo.

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04/06/2010

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

di Antonio Sofi, alle 16:28

Carlo Sorrentino, Enrico Bianda, Antonio Sofi, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale” (a cura di C. Sorrentino), Rai-Eri, 2008

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

E’ un libro/ricerca, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e Antonio Sofi. Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani).

LEGGI: la presentazine del libro sul sito Rai-Eri

La rete sta definendo un nuovo sistema comunicativo. Attraverso lo schermo del nostro computer possiamo ascoltare la radio, leggere le notizie, vedere la tv: tutti i media vi sono contenuti. Il nuovo ambiente comunicativo modifica profondamente alcuni dei tradizionali vincoli spazio-temporali che definiscono il lavoro giornalistico (prima fra tutti, la deadline), determinando un profondo mutamento dei processi produttivi e dei criteri di notiziabilitĂ . Il libro analizza le conseguenze giĂ  visibili – o soltanto ipotizzabili – di tali cambiamenti, attraverso un lavoro empirico che ha condotto l’equipe di ricerca a esplorare la presenza on line delle principali testate e, specificamente per il caso italiano, a visitare alcune redazioni giornalistiche, da piĂą tempo interessate a tali informazioni. Nel volume si descrive il passaggio dalla monomedialitĂ  alla “crossmedialitĂ  convergente”: una transizione ancora in corso, e spesso soltanto accennata nelle redazioni dove, in realtĂ , la pratica professionale è ancora connotata dalla prevalenza di un mero “assemblaggio” e/o giustapposizione on line di formati provenienti da media differenti (multimedialitĂ ).La crossmedialitĂ , invece, fa riferimento alla contemporaneitĂ  dell’impegno giornalistico nell’ideazione, realizzazione, promozione e distribuzione su piĂą media e canali comunicativi di una notizia. La crossmedialitĂ  costringe dunque a ripensare:
a) l’architettura e l’organizzazione della produzione delle notizie;
b) i contenuti realizzati e diffusi dalle redazioni giornalistiche on line e le conseguenti logiche distributive e di consumo;
c) la professionalitĂ  necessaria per far fronte alle nuove domande indotte e prodotte dal mercato e dalla societĂ .
Soprattutto grazie a uno sviluppo tecnologico intensificatosi negli ultimi anni, oggi le informazioni possono essere consumate mentre sono prodotte. Nel momento in cui i fatti accadono si realizza la produzione giornalistica che, nello stesso momento, è fruita dal pubblico. Si definisce così un superamento spaziotemporale che richiede al giornalismo nuove competenze, basate su un sapere composito. Infatti, la maggiore “densità” della società, resa più complessa dalla moltiplicazione di attori sociali che la abitano e dalla crescita delle competenze comunicative da essi possedute, necessita di un giornalismo che sia consapevole di una sua rinnovata centralità sociale. Una centralità basata sulla capacità di riflettere e di comprendere una realtà che si caratterizza per l’enorme quantità di pratiche sociali e di conseguenti flussi informativi che la innervano. Al giornalismo spetta ancora il compito di dare senso a tali flussi informativi, affinché tutti possiamo meglio muoverci all’interno di una società cosmopolita.

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho giĂ  letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignitĂ  tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

26/05/2010

John Berger e l’urgenza della vita nel disegno

di Enrico Bianda, alle 11:16

Disegnare chi è morto implica un senso di urgenza molto forte. Nell’intero corso del tempo, passato e a venire, è un momento unico: l’ultima occasione di disegnare quel che non sarĂ  mai piĂą visibile, nĂ© da te nĂ© da nessun altro – che si è manifestato un tempo e non si manifesterĂ  mai piĂą.

Ho un po’ parafrasato, ma in sostanza queste sono le parole di John Berger, critico d’arte, disegnatore e storyteller – come a lui piace definirsi. Racconta questa cosa in un libro tutto dedicato al disegno che si intitola Sul disegnare (edito dai tipi della Scheiweller). E lo fa ricordando una serie di disegni che aveva fatto ritraendo il volto del padre, morto, nella bara. C’è, nel ricordo di questo volto, l’urgenza di fermare i lineamenti in un ricordo persistente.

Il disegno – l’atto stesso del disegnare – manca di quella sfumatura macabra che avrebbe avuto invece un ritratto fotografico. A fare la differenza è il tempo trascorso. Trascorso ritraendo. Guardando intensamente la forma e la vuota espressione del viso. Berger infatti dice di aver fatto vari disegni. C’è evidentemente uno sforzo per fissare quell’immagine fissa di per se. Quel corpo è fisso, lo è per sempre. Ma ancora per poco nella sua visibilitĂ . Ecco l’urgenza, evidente, e la sfida, del riuscire a ritrarre quel viso nel tempo concesso.

Alla fine il disegno è un atto che da macabro diviene coraggioso. Sfida il tempo e il mutamento. Il tratto della matita fissa su carta i lineamenti per l’ultima volta. E’ l’ultimo istante di forma umana, ancorché svuotata di vita. Ma la vita sta nello sforzo del disegno.

Quello di Berger mi sembra un supremo gesto d’amore, commovente.

15/05/2010

Mattotti, Jullien e proprio quel mentre che a molti sfugge

di Enrico Bianda, alle 11:43

L’altro giorno sono andato a casa di Lorenzo Mattotti. A casa o nello studio non ho capito. Potrebbe essere tutte e due le cose, o solo una delle due. Comunque lui ci passa molto tempo. E’ accanto al Marais, a Parigi. Bella zona.

Lorenzo Mattotti è poliedrico narratore col pennello, cresciuto artisticamente in Italia negli anni 70-80. Viene da una generazione di disegnatori e fumettisti leggendaria, che non è il caso di ripercorrere qui.
A differenza di molti altri, però, Mattotti ha sempre avuto una vocazione al disegno che travalica la dimensione del fumetto. Il suo disegno ha sempre faticato a stare dentro una pagina. Oppure dalle pagine aveva la tendenza a esplodere in cielo. Un vulcano di colore, anche quando era in b/n tendeva a fare dei neri un mare e dei bianchi un cielo – con tutte le sfumature del caso.

Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda
Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda

Disegno cinetico quello di Mattotti la cui pittura, coltivata a lungo in segreto, è ora esplosa in grandi formati che ricordano il Matisse di mezzo: quello dei rossi a squarciagola, dei blu profondi. Il passaggio dalla pagina alla tela grande è continuo, tant’è che Mattotti appoggia alle pareti i grandi quadri che guardano tutti verso il muro, e sui tavoli da lavoro appaiono e spariscono piccole figure, bozzetti e scene provino per cartoni, fumetti, illustrazioni e altro ancora.

Abbiamo parlato di molto, e poco di disegno, in fondo: di Lou Reed e di quanto possa essere disorientante il suo umorale stato d’animo, di musica certo, di immaginazione e di quaderni, di Parigi e di Italia, di gallerie e di altri artisti, di modelli e di editoria.

Tavolo di lavoro di Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda
Tavolo di lavoro di Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda

A me è servito per fare il punto su una cosa che mi accompagna fin da quando ero bambino. Ho ricordi intimi e segreti che restano ancorati al gesto del disegno. Al significato profondo del ritrarre qualcuno, del fissare un volto su di un foglio, traducendo in fissità quello che è trasformazione, perchè un volto lo si disegna nel tempo.
Può passare un’ora, due, più giorni a disegnare la figura di un uomo. E lui si trasforma, invecchia, perfino muore, mentre tu disegni. E’ forse questo un modo per dare forma alle trasformazioni silenziose di cui parla Francois Jullien in una lunga intervista che gli ho fatto qualche settimana fa (e che andrà in onda a giugno sulla Rete 2 della Rsi)

Personaggio singolare, quanto meno, Francois Jullien, incontrato presso il suo Institut de la pensĂ©e contemporaine, che ha fondato all’UniversitĂ© Paris VII, dove insegna.

Partito idealmente dalla Grecia, dalla filosofia classica, ha viaggiato fisicamente e filosoficamente in Cina e in Oriente a partire dagli anni ’70 – alla ricerca di quelle che lui chiama feconditĂ  dell’incontro tra i due sistemi di pensiero: lavorando sugli scarti tra i due per riuscire a pensare l’impensato.

Un frammento dalla conversazione a proposito – segnalando, tra l’altro, il recente, non ancora tradotto, Le Pont des singes (esce per GalilĂ©e), che porta come sottotitolo FĂ©conditĂ© culturelle face Ă  l’identitĂ© nationale. Una risposta dura al dibattito promosso dal Governo Sarkozy appunto sull’identitĂ  nazionale.

ASCOLTA un pezzo dell’intervista a Jullien, che andrĂ  in onda integrale sul sito della Rtsi ai primi di giugno

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Ne ha scritto in un bel librino intitolato proprio così, Le trasformazioni silenziose. Una lettura entusiasmante. Indaga, Jullien, su quei piccolissimi spostamenti dell’animo che fanno sì, ad esempio, che a un certo punto una coppia di innamorati deflagri. D’improvviso, pare a noi. Invece no. I segni, a saperli cogliere, c’erano da tempo: frugavano, scalfivano, consumavano. E’ che noi non sappiano dare un senso al mentre, alla trasformazione. Vediamo il prima e il poi, in mezzo il casino, ma il durante?

Pensavo a questo, mentre guardavo i disegni di Mattotti: la pazienza, la dote nel tratto. Va a finire che il disegno è proprio quando sta – coglie – proprio quel mentre che a molti sfugge.

04/05/2010

Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto

di Antonio Sofi, alle 10:09

Sono stato la prima volta a L’Aquila solo qualche settimana fa, a poco piĂą di un anno da quella notte – da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell’Abruzzo. Gente dei “comitati”, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all’unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (parte 1 e parte 2) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da piĂą di 40 artisti aquilani, DomĂ  (spettacolare parodia di quella di Jovanotti & Friends imposta dall’alto delle stelle gentili). Non c’era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c’è uno striscione che recita: “Riprendiamoci la cittĂ “.
Glielo auguro di cuore.

Storie d’oro e di fango. Valeria Gentile tra l’Abruzzo e il Vaticano

Questo ebook (scaricabile in pdf, 16 mega), della giovane reporter Valeria Gentile è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po’ dimenticato, perchĂ© spesso si dimenticano le cose che fanno male e perchĂ© raccontata all’esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E’ un racconto militante e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede…

SCARICA: Storie d’oro e di fango (pdf, 16 mega ca)

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L’introduzione

Di seguito la mia perdibile introduzione

Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità.

Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli?

Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualitĂ  vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono – e diventa inevitabilmente predica.

Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.

“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta.

In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso – incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.

Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “Altri Occhi” (vincitrice anche di una edizione di Bloglab, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni).

Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterĂ  impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai.

Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).

Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei.

Buona lettura.
Antonio Sofi

21/01/2010

Sandwich digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica.

di Enrico Bianda, alle 19:29

Sandwich Digitale. La vita segreta dell'immagine fotograficaFino ad oggi non mi era capitato di leggere qualcosa di convincente sull’avvento e sulla diffusione universale delle fotocamere digitali. Adesso c’è, semplicemente. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di impressioni personali, e insieme tentativo di sintesi di una pratica piĂą che decennale, da parte di un fotografo che si chiama Paolo Rosselli. Ha pubblicato un libro intitolato “Sandwich Digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica” con l’editore Quodlibet. La cosa mi ha incuriosito, per molti motivi, tra questi, ammetto, l’autorevolezza della casa editrice, che ha fatto si che partissi con il piede giusto.

Tokyo. Foto di Paolo Rosselli
Tokyo. Foto di Paolo Rosselli

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17/01/2010

L’ah-ha dell’ebook, degli errori e dell’anima di ANIMAls.

di Antonio Sofi, alle 16:58

E’ in edicola l’ottavo numero di ANIMAls. C’è in apertura, dopo la posta, un Vivès a colori, con una serie di vignette finalmente commestibili e il coautorato di Alexis De Raphelis. Poi uno Scòzzari alle prese con i tarocchi, tra cui un papa con gli occhi rossi, una suorina con svastica oculare, una giustizia freak, l’eremita che veglia sulla cittĂ  e la morte che è senz’orbita e asettica: senza visione. Segnalo pure un bel viaggio in Italia di Alessandro Tota, le foto sfumate di guerra di Robert Marnika, un Bacilieri che quando va di microvignette spacca, 4 pagine di Mannelli, poi Bruno e A Geng. Di seguito il mio pezzo per la rubrica “Avatar Mundi”, scritto agli inizi di dicembre dopo aver giocato per qualche giorno con il Kindle appena arrivato, e visto che l’argomento non è passato di moda, anzi.

AH-HA!

di Antonio Sofi

«I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta». Se stai facendo sìssì con la testa non leggere il prossimo virgolettato, che come il primo è opera di Duccio Battistrada e che di fatto laserizza la parte più facilona del recente dibattito “carta sì carta no” (non si parla di tressette ma di ebook): «Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli». Già. Bella trama questo Chanel n° 5. Ora capisco cosa ci trovava Arthur Miller in quella.

In tempi in cui il cambiamento è una gigantesca onda che ci passa tecnologica sopra la testa farci coraggio sniffando la colla psicotropa della rilegatura non aiuterĂ  molto. NĂ© ci renderĂ  meno ridicoli, tutti bagnati. Rubo al mio amico Michele una battuta, qualcuno all’epoca delle prime buffe carrozze motorizzate l’avrĂ  di certo pronunciata: «Andare in automobile? Ma io amo l’odore della merda di cavallo!». Oggi, che effetto fa?

L’afrore della cellulosa. Ma ha davvero senso vagheggiare l’olfatto che fu – dei cinque sensi il più friabile, emotivo, imbroglione: la gonnella dei nostri ricordi? Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo, è intervenuto sull’argomento: «Abbiamo fatto delle ricerche. L’odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura». Tra 50 anni inventeranno l’Air Book, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare – e i nostri figli si lamenteranno su quanto era buono l’odore della plastica e dello schermo retroilluminato.

E non è solo questione di olfatto. Il fronte di resistenza prevede anche l’argomento «Mi piace sentire la consistenza della carta tra le dita». Un po’ meno numerosi, i tattofili: forse memori di pagine taglienti che incidono carne e polpastrelli – invece che cuore e ricordo. E c’è anche chi evoca la capacità che hanno i libri cartacei di riempire lo spazio fisico degli scaffali. Un punto a loro favore: vedo già le fila di povere librerie HENSVIK abbandonate sull’autostrada.

Svicolo dai dettagli tecnologici. Svicolo dalla considerazione che il libro è più il suo contenuto che il suo contenitore. Aggiungo la questione degli errori. Ne scrive Anthony Gottlieb su Intelligent Life Magazine. Gottlieb dice che gli errori sono ineliminabili, in ogni tipo di comunicazione. Tutto è zuppo di errori. Ops, zeppo. Ma quelli cartacei sono più perniciosi. Siamo ancora figli dell’idea che se una cosa è nero su bianco è vera. Verificata. (Ecco anche perché gli errata corrige non se li fila nessuno: perché destabilizzano – come da bimbi sentire i propri genitori ammettere di aver sbagliato). Aggiungi pure questo alle colpe di Gutemberg.

Il problema degli errori riguarda quotidiani e riviste (ricerche hanno dimostrato che almeno la metà delle pagine hanno un errore di qualche tipo: dai refusi agli sfondoni concettuali). E riguarda i libri. Ora. Se gli ebook sfondano, una ipotesi al vaglio è che le varie versioni rivedute e corrette di un testo verranno via via automaticamente sostituite. Tecnicamente non è un problema. Ma senza gli errori degli altri – senza poter fare ah-ha puntando il dito come fa l’amichetto di Bart Simpson quando qualcuno inciampa – quand’è che diventeremo adulti? Ah-ha!

23/12/2009

Ebook fotografico dall’India. Lo sguardo ondavè, a mezz’aria.

di Antonio Sofi, alle 16:43

E’ il Natale dei libri elettronici – e questa cosa non mi può che far felice.
(Ovviamente piĂą per la parola “libri” che per quella “elettronici” – considerazione che è un po’ la figlioccia un po’ bastarda e retroversa di quel consiglio ormai proverbiale sul giornalismo e i newspaper che verranno: che vorrebbe una maggiore attenzione alla parola “news” piĂą che a quella “paper”).

E sono appunto contento che siamo dentro l’onda di piccoli grandi editori come Simplicissimus (prima di altri sul pezzo) e Apogeo che stanno investendo su e di amici che hanno avuto la stessa idea e stanno pubblicando in queste ore ebook-strenne, ciccia per letture vacanziere: dal PslA di cui abbiamo scritto all’astronomico Keplero, dalle frasi storiche di Buoso al neodistruzionista Eio.

Ondavè, ebook fotografico su India e dintorni

Ondave, di Bianda e Ladu Qui accanto c’è l’ebook che abbiamo pensato con Enrico Bianda, storico socio – come strenna natalizia per i lettori di Webgol e come primo di una serie dedicata ad altri simili racconti che hanno trovato spazio in questi anni (sono quasi sette) di vita del blog che state leggendo.

Qui accanto, scaricabile in pdf (in mancanza di meglio, decentemente visualizzato sia su ebook reader che su smartphone) c’è Ondavè – racconto fotografico su India e dintorni.

SCARICA: PDF, 4,2 mega circa.

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Prefazione

Di seguito la mia perdibile prefazione (giusto perché mi diverte il genere)

Questo non è un libro sull’India.
La divinazione ieromantica di un paese che è la pancia del mondo, che esibisce pornografico viscere retroverse (morbide dentro, ruvide fuori), è una scelta rischiosa – piĂą o meno quanto quella di calzare gli infradito tra le strade di Calcutta.
Questo non è nemmeno un libro su chi vive in India.
Nelle pagine che seguono le persone scorrono veloci come comparse dietro il finestrino sgangherato degli Apecar, dentro cittĂ  mantici dal respiro affannoso.
Questo è un libro che non sta nell’alto di cieli macro-economici (da cui tutto è inevitabile formicaio) né rasoterra, dall’inutilissimo basso del coinvolgimento indulgente e amuchino.
Se devo dire, tra le tante cose, cosa davvero mi è piaciuto delle pagine che seguono, scritte da Enrico Bianda e fotografate da Manuela Ladu, è proprio questo sguardo a mezz’aria, uno sguardo ondavè: on the way – in cammino. In equilibrio fromboliere tra il ricordo lattiginoso e non sequenziale dei risvegli post-sbronza e la potenza impietosa e senza scampo delle immagini.

19/10/2009

Venice Sessions. Il futuro dei media (ma meglio puntare al viceversa)

di Antonio Sofi, alle 11:46

Martedì (ovvero domani) sarò a Venezia a seguire con piacere i lavori di Venice Sessions su un tema a me molto caro: Il futuro dei media nell’era digitale.
(E, giusto per accennare al titolo, ho sempre trovato affascinante parlare anche del viceversa: i media del futuro; di come gli strumenti, i luoghi, le tecnologie, le stesse relazioni che si stabiliscono dentro la rete sociale, creino nuove opportunitĂ , anche giornalistiche, per raccontare le cose).

Il programma completo dovrebbe essere qui: da Martin Sorrell a David Weinberger (ma da quello che so ci dovrebbero essere piĂą ospiti). Il tutto al Future Center (che non so dove sia) della città  piĂą struggente che c’è (che è Venezia appunto, nessun problema nemmeno ad esser banali). Proverò a far cenno delle cose che si dicono, magari su Twitter.

La copertina di Ne approfitto, visto il tema, di segnalare (e come spesso accade per le mie cose, non l’ho fatto prima senza bene sapere perchĂ©), un lavoro uscito poco meno di un anno fa, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e miei (Antonio Sofi). Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità  giornalistica e i cambiamenti piĂą o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani). Lo segnalo perchĂ© – con i miei tempi biblici – sto lavorando ad una versione pdf delle parti da me scritte, da scaricare: un anno di vita, da queste parti, vale per dieci, ma qualcosa di interessante credo ci sia, per gli appassionati.

30/08/2009

Il listone di fine estate (mi rifiuto di usare «staycation»)

di Enrico Bianda, alle 18:57

Ora così a memoria non mi sembra che su queste pagine si sia mai fatto una cosa tipo “ho letto questo libro ve lo consiglio, ho viaggiato qui andateci, uso questo cellulare” eccetera eccetera. Ma quando hai passato tutto agosto a lavorare e qualche giorno tra un turno e l’altro l’hai trascorso a casa a fare quello che i giornali oggi chiamano «staycation» spuntano come foruncoli sul viso di un adolescente le voglie di dir finalmente qualcosa (e ogni tanto mi appoggio, da buon adolescente, ai video di YouTube).

Ho guardato spesso su Youtube il corto Hotel Chevalier, prologo al film The Darjeeling Limited, che è un cortometraggio ambientato in una stanza d’albergo in Francia, dove si consuma la fine di un amore. C’è Natalie Portman e questo basterebbe. Spassoso e tenero, perfetto. Anche per l’estate, ma andrebbe meglio d’autunno. E secondo me, che sono un ottimista, non si consuma la fine di un amore, ma al contrario, si accetta il fatto di non poter stare lontani.

Se c’è una cosa che ho capito è che l’America si capisce bene, o meglio, se si ascoltano i Wilco. E’ una band che ascolto ormai dal lontano 2001, o 2002, a partire da un album trovato per caso e ascoltato molto, intitolato Yankee Hotel Foxtrot. In Italia sono passati a suonare nel 2007 a Torino per il festival Traffic. Sono molto bravi, fanno rock con qualche venatura folk, sono completamente americani, hanno nel DNA la storia della musica popolare, non sono country, anzi, non mancano incursioni rumoristiche, dovute probabilmente a Nels Cline (chitarrista sperimentale notevole) o a Jim O’Rourke, che con loro ha suonato per due dischi. Da poco si trova in giro anche Ashes of American Flags, DVD di una lunga tournée nel cuore degli USA. Anche questo ha fatto l’estate, e con lui l’ultimo CD intitolato semplicemente WILCO.


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30/06/2009

Per favore non mordermi sul collo. Prologo.

di Enrico Bianda, alle 12:28

[Alla fine dei conti Webgol è nato come blog monografico – qualsiasi cosa volesse questo significare. Proviamo quindi a giocare su vampiri e dintorni, maestro delle danze Enrico Bianda che ha promesso variazioni su un vecchio tema che continua a rimanere incistato nei racconti più o meno crossmediali della modernità. Questo è il prologo. as]

A Venezia stanno indagando sui resti di una donna vampira, sepolta attorno al XVI secolo nella Laguna. Di lei restano il teschio e parte del busto ed è interessante notare che il teschio ha un mattone cacciato a forza in gola, come a suggellare nella morte il destino da non viva.

E’ il mito del Nachzeherer che non tramonta, del cucciolo di vampiro che dorme sepolto sotto terra attendendo di poter emergere per condurre le sue “scorribande ematofaghe”. Ovviamente il corpo sepolto in Laguna è il segno di una paura che in passato si diffondeva ad ondate: paura di malattie e pestilenze esorcizzata spesso attraverso il sacrificio indiscriminato di donne. Una caccia alle streghe che nei secoli si è rinnovata.

Il Nosferatu di Murnau
Il Nosferatu di Murnau

E’ un tema presente anche in un romanzo di Jacques Chessex intitolato Il vampiro di Ropraz, romanzo storico che narra della necessità «che un qualche mostro esista» (come scrive Tommaso Pincio), il tutto ispirato ad un fatto di cronaca avvenuto all’inizio del secolo scorso sulle montagne romande in Svizzera. Si mescolano allora i temi di finzione letteraria e i fatti della cronaca spicciola: fattori che si rincorrono, si intrecciano, si alimentano, si offuscano fino ad essere – drammaticamente – indistinguibili.

E’ infatti da qualche tempo, complici alcuni articoli rivelatori, che il tema del vampirismo cavalca la mia fantasia, e si accende come una lampadina avvitata male, a fasi alterne, quando pare a lei, bzz bzz, un po’ di luce e via il buio. Succede che allora dalla libreria recupero un romanzo di Stephen King dedicato ai vampiri e che da adolescente mi ero divorato con il cuore in gola, Le notti di Salem.

La prima copertina di Salem's Lot, di Stephen King
La prima copertina di Salem's Lot, di Stephen King

Un romanzo che oggi possiamo rileggere, con piacere, e con una punta di consapevolezza in più, cogliendo anche la dimensione di romanzo politico che in King è sempre stata presente. Così come accade al Lot di King, la paura di non cogliere la portata del maleficio che si evidenzia solo la notte (ricorrente nel romanzo è la domanda «quanti saranno quelli che questa notte hanno fatto entrare la creatura?») prende anche me, mi guardo intorno e scopro indizi inquietanti di una presenza diffusa di vampiri.

Deve essere la stessa paura che prende a Massimo Gramellini quando pone dieci domande ai lettori de La Stampa: sono solo io che vedo? In fondo la domanda potrebbe essere ribaltata. Ed è anche la grande inquietudine degli eroi che combattono i vampiri. Dove sta la verità, in me o negli altri? Il capolavoro del ribaltamento è forse nel romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson, che nella tragicità apre la porta al sollievo del lettore.

Attorno a questi temi vorrei provare, con la scarsa perseveranza che caratterizza i miei interventi su questo blog, ad indagare i casi, le apparizioni, i dubbi e le angosce del vivere tra i non morti: l’idea è fissa, disturbante, e proverò a darle una forma.

11/12/2008

Squonk vs Scrooge, e la magia del Natale è salva

di Antonio Sofi, alle 09:20

PslA 2008. Clicca per scaricare
Il titolo – direbbe lui – è da cialtrone. Ma il prodotto, un pdf multiautore pieno zeppo di storie piĂą o meno natalizie (ben 71, quest’anno) e zuppo di sudore dello stesso curatore Sir Squonk in arte Sergio (per i mille ritardi possibili), un oggettino gratuito e scaricabile sfornato caldo nei pressi delle festivitĂ  natalizie da 6 anni a questa parte, un ebook dal titolo “Natale sotto l’Albero” (PslA per gli amici), il prodotto – dicevo – è tutt’altro che cialtronesco. Merita invece di essere conservato sul desktop (almeno io così faccio) e letto con calma – un racconto dopo l’altro, spizzati come fossero carte da poker.