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19/02/2010

Paese? Reale? Cronachette minime da Sanremo.

di Antonio Sofi, alle 18:50

[Non so nemmeno io come sono finito a Sanremo. Ho colto al volo l’invito di Diego, che si stava muovendo rivierasco a raccontar con la telecamera l’evento nazionalpopolare per eccellenza, e ho scelto di staccare un paio di giorni da una cosa politica cui sto lavorando da un po’ di tempo – e ogni volta mi dico di scriverne e ogni volta mi falla di farlo (lo farò presto). Ieri ho scritto e scattato un po’ di foto: un po’ accorgendomi che sempre più o meno di politica si tratta – e a prescindere dal dopofestival pd. as]

Prima fermata. L’imbarazzo.

Ore 18.24. Dopo il concerto del Piotta
Ore 18.24. Dopo il concerto del Piotta
C’è il concerto del Piotta sul tetto scoperto di un autobus promozionale, davanti a 30 spettatori attirati da lattine gratis. Finito il concerto, sopra una macchina d’epoca salgono così, a freddo, alle 18.24 di un pomeriggio tiepido, in una piazza di sanremo antistante all’Ariston, due cubiste spaesate e le note di una musica disco (foto a lato, clicca per ingrandire). Le vecchine sedute a prescindere sui muretti si trovano in un attimo e senza preavviso una doppia coppia di cosce che si dimenano a un metro di distanza. Una bimba bellissima passa col padre, le guarda per 20 secondi con gli occhioni sgranati e poi dice, a voce alta ma come parlando tra sè “che brutto!”.

Seconda fermata. L’Ariston.

Ore 19.04. Davanti al Teatro Ariston
Ore 19.04. Davanti al teatro Ariston
Se la foto accanto fosse un video, in sottofondo si sentirebbe vario continuo urlettio giovane (foto a lato, clicca per ingrandire). Proprio davanti ai poliziotti e ai carabinieri impettiti e in par condicio a guardia feroce dell’ingresso del teatro, oggetto dell’interesse urlante è Massimo Ranieri intervistato da La Vita in Diretta – la vera tritatutto del festival (“Hanno sette inviati”, sibilava un giornalista Rai, “sette”).

Terza fermata. Pizzini

Ore 19.13. Davanti al pullman di Radio Norba, esce Malika
Ore 19.13. Davanti al pullman di Radio Norba, esce Malika
Malika è ospite di Radio Norba e del pullman marchiato Sapori di Puglia. Appena esce un gruppetto di bimbine armate di pizzini l’attornia e lei s’inginiocchia gentile – nel mentre un suo accompagnatore le copre il collo con un leggero foulard (della stessa trama delle scarpe).

Quarta fermata. Nel frattempo…

Ore 19.32. Nella sede del Pd. Accanto, per equo bilancio, c'è la foto di Moro
Ore 19.32. Nella sede del Pd. Accanto, per equo bilancio, c'è la foto di Moro
Nella sede del Pd c’è il poster di una nuova promessa in concorso.

Quinta fermata. Entree.

Ore 20.25. La passerella impellicciata
Ore 20.25. La passerella impellicciata
Il pubblico pagante deve obbligatoriamente fare la passerella per entrare, tra un centinaio di popolo che cerca il vippe scrutando le pellicce di provincia e gode quando qualcuno, sbalancato dagli sguardi laterali che son vento, inciampa sulle canaline tv. Straniante.

Sesta fermata. Alla ricerca dell’alternativa.

Ore 21.30. Il principe! Il principe!
Ore 21.30. Il principe! Il principe!
Gente che s’incontra durante la ricerca di un ristorante con tv e partita della Roma (invece del festival di Sanremo: ricercaimpossibile e fantozziana – come trovare un cineforum russo durante la finale dei mondiali). È il retro dell’Ariston, dove passano gli artisti. Gran strombazzo monarchico di macchine, il principe! Il principe! Ello s’appopola e s’agita, con fascia marchiana sul braccio, quindi s’infila in macchina (foto a lato, clicca per ingrandire). Si ferma dopo 5 metri, un trio di ragazza lo ferma e lo sfida a scendere dalla macchina per una foto. Il traffico si ferma e intanto dal posto di dietro uno dei suoi detta ad una del trio, telefonino in mano, il codice per salvarlo con il televoto.

Settima fermata. Cortocircuito

Ore 23.10. Cortocircuito
Ore 23.10. Cortocircuito
Diego che pianta telecamera addosso a Blob che pianta telecamera addosso a Giletti, in uno stallo mediale (foto a lato, clicca per ingrandire).

Ottava fermata. Dolce vita.

Ore 24.10. Corona e Belen
Ore 24.10. Corona e Belen
L’uscita dal ristorante di Corona e Belen, con conseguente inferno paparazzo e salita sulla porsche attorniato dar popolo che lo istiga: “Investili tutti!” (foto a lato, clicca per ingrandire).

04/07/2009

Per favore non mordermi sul collo /2. Come un riccio di mar.

di Enrico Bianda, alle 18:53

[Leggi il prologo]

L’Italia appare, e forse lo è davvero, felice. Anzi direi spensierata. Non lo detto io. L’ho solo pensato. A scriverlo, bene, è stato Francesco Piccolo (L’Italia spensierata). L’Italia è il paese dove allegramente, vestiti in modo colorato, un figlio ed un padre, di qualsiasi parte, con ombrellone sotto il braccio e secchiello, cappellino spavaldo, asciugamano e Gazzetta, passando accanto ad un ginepro, sferzano un colpo didattico, di ombrellone, che ferisce perennemente la pianta. Siamo così, un po’ goffi, un po’ cialtroni, un po’ furbi, un po’ sfortunati, ma spensierati.

Ecco, ci scorre quest’Italia davanti agli occhi e non riusciamo a distinguere la realtà dalla finzione, chi è chi e che cosa fa, quando lo fa? Così come accade nel mondo dei vampiri, che dov’è la verità?

Questo continuo slittamento tra mondi che non corrono più paralleli, tra soglie che si sovrappongono, si è palesato una sera all’improvviso, di fronte a me, in un ristorante della costa toscana. Ottimo ristorante, grande fritto di calamari, mistico antipasto di crudi, annebbiato dall’ingresso di una compagnia di giro di replicanti. Ecco la cronaca, dai toni epici.

Il tavolo si compone di tre coppie, arrivano alla spicciolata, si conoscono da poco, compagnia estemporanea, dadaista.

  • In formazione “processionarie del fusillo zucchine e gamberetti”, si siede per prima la coppia “Taranta della lucchesia”. Lei, in abito nero, maniche a sbuffo, plissettate come il sipario del Teatro di Buti (che non è un teatro di tradizione giapponese), maniche ingovernabili, che per non affondare nel sugo occorre l’intervento di un macchinista. Lui, camicia bianca Robespierre, amido Nevada, quasi Tifone Guglielmina, orologio Ostrica, dentro si sente un ticchettio lontano, ombroso.
  • Seconda coppia, “Rumba dell’Ardenza” guidata da un trombettista pirotecnico orchestra Fulgor Y su Pronipotes di Guadalajara, apertura sul petto depilato, rosso tutto, anche gli occhi, iniettati di sangue. Capelli Nero lucido, tirati indietro, consistenza del bianchetto in fricassea. Lei in canottiera Kevlar tenuta stagna, contiene a stento una sesta pompata dalla simmetria imbarazzante.
  • Terza coppia, “Faccetta nera come un riccio di mar”, guidata da Donna Assunta settant’anni fa, cofana mullet biondo rossastro, tenuta su con la salamoia delle alici, che fa pendant con uno scampo, succhiato occhieggiando al compagno dell’amica.

Sono tra noi, sono tra noi. Non ho smesso di osservarli, convinto si trattasse di una puntata di Uomini e donne, sezione “Madri coraggio”. Maria de Filippi non serviva ai tavoli, ma chiamava la tombola, da dietro il bancone del pesce fresco. Uscendo, i tre SUV parcheggiati tra i cipressi erano sicuramente i loro, mezzanotte si avvicinava, i vetri anneriti, d’impulso ho pensato a Christine, la macchina infernale, ma i cofani erano freddi, d’un freddo cadaverico.

(2, continua)

15/01/2009

Photoshoppare la guerra

di Antonio Sofi, alle 17:45

Proprio in questi giorni discutevo di come il nome di un software di grafica (nel caso specifico “Photoshop“) sia di fatto diventato sinonimo di “fotoritocco”. Di una foto troppo bella, si dice sempre più spesso: è “photoshoppata”.

Sopra la foto originale, sotto quella pubblicata su Il Giornale (via FPA e Mantellini)

A monte ovviamente alligna il concetto stesso di fotoritocco, operazione fino a pochi anni fa ammantata di sintomatico mistero e fuori dalla portata dei non professionisti della chimica, da relativamente poco diventato di uso comune, pienamente popolarizzato nel gergo e nella pratica al rimorchio della prepotente diffusione della fotografia digitale*.

Non certo per fare di questa nuova tecnica pratica culturale, però, che i fotoeditor de Il Giornale hanno pubblicato due foto chiaramente ritoccate (o “tarocche” o “photoshoppate”) delle operazioni militari a Gaza. Una il 30 dicembre 2008, l’altra il 5 gennaio di quest’anno.

Alle foto originali sono stati aggiunti elicotteri in volo, razzi in fase di lancio e tutto l’armamentario della iconografia (oserei dire cinematografica) della guerra spettacolo. Scrive Matteo Bergamini in una lunga e dettagliata analisi sul sito della Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine «[Il Giornale] ha “arricchito” arbitrariamente le fotografie eliminando gli elementi che riteneva “di disturbo” e aggiungendo elementi estranei alla situazione reale, facendo un’opera di fotomontaggio che attiene all’illustrazione e non alla cronaca. Tutto ciò senza avere il pudore di dichiararlo e tentando di cammuffarlo con didascalie descrittive ma fuorvianti». In più non è stata citata la fonte, nè la didascalia originale, né – ovviamente – vi era alcuna indicazione del fatto che la realtà fotografica era stata alterata.

Il tutto è stato documentato con ampie prove prima-e-dopo dalla FPA (Fotoreporter Professionisti Associati) e ripreso da molti altri (SocialDesigZine, Wittgenstein, Mantellini e altri).

La foto ritoccata de Il Giornale. Da Fotoinfo

Paolo Ferrandi, nell’annotare la scarsa cultura dell’immagine del giornalismo italiano e non certo per assolvere, suggerisce l’unica scusante possibile “tanto mica era una foto. Era un infografico“. Peccato che non fosse specificato da nessuna parte che di infografico si trattava. Gennaro Carotenuto inoltre segnala che l’Ordine dei Giornalisti di Milano si occuperà del fatto – e sinceramente spero che venga una condanna chiara di queste pratiche ambigue di manipolazione delle immagini di reporting giornalistico. La fiducia di chi legge nella veridicità di cio che è pubblicato è il vero unico core business del giornalismo così come lo conosciamo – carta o non carta, Internet o non Internet.

Personalmente applaudo all’attività di watch-dog delle due associazioni di settore (Fotoreporter Professionisti Associati e Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine nel caso specifico – ignoro ne esistano altre). E’ un bell’esempio di come dovrebbero funzionare le cose: le associazioni di settore fanno le pulci all’attività dei colleghi al fine di far rispettare le regole del gioco, preservando così la qualità reale e percepita del proprio campo professionale. Senza le tipiche ambiguità intrallazzanti e piene di scusanti così tipicamente italiane.

05/12/2008

Famolo strano sul ballatoio. Riflessioni sull’isola del feticismo

di Enrico Bianda, alle 15:21

L’altra sera è andata in onda una puntata di Anno Zero che portava un titolo un po’ ammiccante, “Reality e politica: l’isola di Obama”, ed era in gran parte dedicata alla vittoria di Vladimir Luxuria nell’ultima edizione dell’Isola dei famosi, reality di successo che proprio quest’anno ha sfiorato i 9 milioni di spettatori nell’ultima serata, quella della premiazione.

Il cast dell'Isola dei Famosi 2008

La puntata della trasmissione di Michele Santoro è stata, credo, molto interessante, anche perché ha svelato in parte i limiti interpretativi del fenomeno reality, messi in particolare rilevanza dalla presenza “eccessiva” di Luxuria – che Liberazione ha addirittura avvicinato associato ad Obama, o che – tra i tanti commenti – una come Norma Rangeri, critica televisiva del Manifesto ha giudicato «donnetta da ballatoio».

L’interrogativo di base della trasmissione di Santoro è stato: ma è stata la televisione ad impossessarsi di Vladimir o è stata lei a prendersi la televisione? In altri termini: chi ha normalizzato chi? Alla vincitrice sono andati – mi pare di aver capito – 600.000 televoti, che ne hanno decretato la vittoria tra cascate di coriandoli e lacrime scintillanti. Questi televoti rappresentano qualcosa? Un segnale, una nuova attenzione alle questioni dei diritti civili (lavoro, amore, sesso, pari opportunità,) di gay, lesbiche e transgender?

La cosa è andata avanti per un po’, così, su questi livelli, tra un occhione vellutato di Belen e la barba sfatta di Fabrizio Rondolino con il pile nero coi peli del gatto (per carità, va bene intellettuale, ma ‘na camicetta pulita ce l’avrà pure Rondolino, o no?) e alla fine mi sono addormentato. Ah, c’avevo un pollo alla diavola con patate arrosto che non hanno aiutato, è vero. Di seguito due piccole riflessioni.

Il reality come (velleitario) strumento politico

Usare un reality per condurre battaglie politiche e culturali è velleitario. Perché il televoto non è valido succedaneo del voto (o dei sondaggi scientifici) e perché luoghi come l’Isola dei famosi rappresentano dei mondi autoreferenziali, con regole e automatismi propri, inattaccabili. Un circuito chiuso che ha bisogno di freaks, se ne nutre, li espone e li usa, fino alla fine.

Vladimir Luxuria è un bisogno del meccanismo televisivo, da esporre come bestia rara. E’ sicuramente vero che in tutto questo lei è riuscita a restare integra, sincera, e che in forza di questa coerenza ha vinto. Il personaggio ha una sua carica civile molto forte, nobile, necessaria. Ma dentro quel meccanismo serve altro. E lei aveva altro da offrire. Lei stessa, come trans.

    Anche Vladimir è stata nelle regole, ha investito nella necessità del reality di disporre di casi umani: le gemelle con il naso lungo, il mago con la diarrea, il playboy che si fotte la vecchia ricca, l’ex divetto del cinema con la barba intellettuale, il portiere in mobilità, l’aristocratica cicciona messa stecchetto, la bella sudamericana con lo sguardo un po’ intelligente, e così via.

Lo sforzo del reality peraltro è quello di ostentare normalità attraverso l’estremo, mischiando i piani e le voci tra vip e poveri sfigati in cerca di notorietà. In tutto questo il voto a Vladimir Luxuria ha rappresentato la vittoria del famolo strano come sintesi del nostro bisogno, come pubblico votante. E ancora una volta occorre distinguere tra meccanismo televisivo tritasassi e personalità integra della vincitrice. Sono due piani distinti, difficilmente sovrapponibili, per questo l’ipotesi di un uso politico della televisione viene meno. In questo caso, ancora una volta, la televisione ha vinto, o stravinto.

Il reality come pornografia (feticista) dei sentimenti

L’ulteriore punto che credo possa essere interessante credo sia l’idea di una televisione che pornografizza i sentimenti.

“Il feticismo è intriso di inautenticità. Perciò anche l’onestà può diventare un feticcio, specialmente nell’epoca dell’inganno.”

Riprendendo un bel saggio della psicoanalista Louise J. Kaplan, intitolato “Falsi Idoli. Le culture del feticismo”, ci troviamo di fronte ad una strategia del feticismo – che mettendo in scena l’intimo ha una sua dimensione pornografica – ma che espone in primo luogo, sacralizzandoli, gli oggetti del desiderio. Che a loro volta assumono la forza del desiderio derivando dalla normalità/quotidianità.

Messi nelle condizioni di reclusione, i protagonisti dell’Isola si lasciano andare ad istinti naturali, che si traducono, ai nostri occhi, in istinti normali; vengono per così dire decontestualizzati – fuori dalla televisione, dalle pagine dei calendari, dai settimanali di gossip, dai lussuosi night estivi – per scendere nella polvere del comportamento umano.

12/11/2008

Poco rassicurante. La Nuova Squadra in tre scene.

di Enrico Bianda, alle 12:30

Scena prima, Dottor House. Rassicurazioni

Ristorante luganese, Svizzera, pranzo con collega colto, musicista, pianista, amante di Chopin, sa tutto quello che è necessario sapere sul pianoforte e sui più grandi esecutori. Il ristorante si presta a piacevoli pause pranzo lontano dalla famosa mensa freak della radio per la quale lavoro.

Si entra insieme, i saluti sono per lui che è cliente fisso a pranzo, io mi accodo ogni tanto e sto in scia. Al tavolo di fronte entrando sta un americano, vive qui da una trentina d’anni, si occupa di banche o qualcosa del genere, legge l’International Herald Tribune, con uno scarto rapido estrae da una cartella di cuoio di rarefatta bellezza una decina di DVD: terza serie Doctor House, sussurra. Il mio ego sempre colpevole si rasserena.

Scena seconda, Un posto al sole e non solo. Malattie

Ora, è vero che sono un po’ malato di televisione, anzi, malato di serial, soprattutto americani, e la lista sarebbe lunga. Doctor House appunto, ma anche, in rapida successione, Nip & Tuck (maledetto), Californication (troppo brevi gli episodi), Grey’s anatomy (partecipo commosso), Dexter (amore recente, ancora da inquadrare), e poi indietro X Files (ridotto a commossa schiavitù), le prime ER e la lista potrebbe pure fermarsi qui.

Da ormai quasi undici anni, poi, seguo con serenità apparente anche Un posto al sole, e già ho detto, sempre da queste pagine, della mia devozione pre-cena al rito propiziatorio quotidiano che tanto mi rassicura.

Scena terza, La Nuova Squadra. Legittimazioni

Ho letto da poco che la seconda serie de La Nuova Squadra, prodotto di magnifica fattura e così poco compreso, che segue una quasi decennale epopea de La squadra, sarebbe in crisi di ascolti. Il prodotto in questione è probabilmente uno dei rari casi di innovazione televisiva per quello che riguarda la produzione seriale in Italia. Con un’eredità pesante come la prima serie occorreva cambiare radicalmente. Ad un anno dal debutto posso tranquillamente dire che quanto va in onda il mercoledì su Rai3 in prima serata è quanto di meglio si possa trovare in giro per il genere poliziesco. Ottimi attori, storie dure e corrette, fin troppo realistiche, scritte bene, con una buona caratterizzazione dei personaggi, e una Napoli disperata e luminosa, fatta a strati, d’improvvisa luce per poi piombare nel buio di grotte e cunicoli.

E forse è proprio questa la ragione della crisi d’ascolti: poco ruvido e rassicurante cameratismo, troppo dolore, inattaccabile verosimiglianza e quel sapore di eccesso oltre i limiti. Proprio quello che normalmente amiamo nei prodotti americani, se italiano ci spaventa? Intanto, il mercoledì, so che guardare.

26/08/2008

Se è vero non c’è gusto. Il falso d’autore di Zoro.

di Antonio Sofi, alle 18:26

E alla fine arriva il post che toglie il sipario all’esperimento agostano di Diego Bianchi, di cui mi son fatto sponda consapevole e divertita in queste settimane olimpiche (uno e due).

In sintesi: Zoro non è mai stato a Pechino, inviato infiltrato in Casa Italia – e i suoi resoconti dalla Cina sono stati scritti dall’Italia: un misto mirabile di cronaca indiretta, racconto, cesello e goliardia.
Ecco come li spiega lui:

Leggendo, vedendo, tifando, smanettando in rete, inventando e ricomponendo sono usciti fuori i pezzi che forse avete letto, pezzi che ho scritto cercando di seguire un solo criterio guida: l’inviato vede cose che davanti alla tv non si vedono. E’ per questo che l’hanno inviato all’inviato, e queste sono le cose che dovrebbe raccontare. Pare banale, ma pochi, al dunque, sono stati i racconti di queste Olimpiadi che mi rimarranno veramente impressi e il motivo, banalmente, è che tanti di quei servizi li avrebbe potuti realizzare chiunque, seduto davanti alla tv, ne avesse avuto la voglia. E così ci ho provato.

Vittorio Zambardino, in un bel pezzo che racconta dell’esperimento ai lettori di Repubblica.it, tira fuori paragoni importanti, con i ragazzi della beffa Modigliani. Io, giusto per differenziarmi, dico che hanno un sapore antico, racconti così – una lenzuolata di parole senza uno straccio di immagini più o meno in movimento. Un sapore salgariano, che sa di esotico e sconosciuto: un lontano che ancora tale è, nonostante il mondo piccolo e le mille luccicanti medialità.

Con in più la capacità di stare attaccato all’attualità, di giocare con gli stilemi del giornalismo de noantri e ravanare, grazie al Web, nelle pieghe disadorne del non raccontato, del possibile, del verosimile. Un feuilleton in salsa blog – e quasi in presa diretta. Scrive Vittorio: «Fattuale come un giornalista, informale come un blogger, è riuscito a mescolare gli stili e a creare un’aura di realtà. Poi alla fine del gioco ha detto ai suoi lettori che erano polpette di maiale. E alla fine gli ha detto che era un brodetto: ha scritto tutto da Cupra Marittima, al mare. Tien an men per lui è uno stabilimento sull’Adriatico».

E alla fine ha ragione Diego quando scrive: «So perfettamente che la prima volta che qualcuno m’invierà veramente a qualche evento sportivo, il primo commento sarà: “era meglio quando t’inventavi tutto”». Se è vero non c’è gusto. Applausi.

Leggi: Mia Cara Olimpia, tutti i resoconti dalla Cina Cuprense di Zoro

23/08/2008

Zoro, argento e bronzo. Un’altra Olimpiade è possibile?

di Antonio Sofi, alle 16:36

Altro che la pindarica Emanuela Audisio, lo storiografico Gabriele Romagnoli, il Beppe Severgnini nazional-popolare. Niente a che vedere con le fiacche emozioni della televisiva Rai, arrivata al termine delle olimpiadi di Pechino con le borse sotto gli occhi, l’acido lattico alle ginocchia e le idee fuori tempo massimo. Ben lontano dalla calciofilia estrema dei quotidiani sportivi, uno dei quali è riuscito a dedicare 6 pagine 6 di apertura al Trofeo Moretti, nel pieno della settimana di atletica leggera – e solo perchè non c’era nessuna medaglia da portare in campanilistico trionfo.

L’Olimpiade di Pechino che finirà  domani è stata una Olimpiade narrativa – piena zuppa e agrodolce di storie di tutti i tipi. Storie possibili reali potenziali immaginate e immaginabili. Raccontate e non raccontate. La Cina. La Città Proibita. La superpotenza con gli occhi a mandorla che ha spezzato sportivamente le reni all’occidente sazio e bolso, come prova generale per altri politici ed economici agoni.

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18/12/2007

Dall’avatar di Second Life al fumetto a forma di papero

di Antonio Sofi, alle 23:58

Pare non si possa fare a meno di una (qualche, rassicurante) maschera. Avatar o papero che sia.

Bella serata dentro Unacademy, dove ho assistito ad una barconference (la nostra prima, ed è un grande inizio) sul “Futuro dei giornali” gestita a mo’ di competizione dialettica (insieme ironica e serissima), con Carlo Felice Dalla Pasqua a far la parte del giornalista (lui che lo è, oltre che vecchio e acuto frequentatore dei territori digitali) e Gaspar Torriero a far la parte di chi si è dimesso da pubblico di massa (come da sua famosa battuta). La formula è stata assai feconda, con molti spunti interessanti (ma forse conta anche che son i miei argomenti prediletti). Complimenti ad entrambi.

[Nella foto, un momento delicato della barconference Torriero/Dalla Pasqua: spunta tra la platea un gigantesco Homer Simpson!]
Barconference su unacademy sul futuro dei giornali - Carlo Felice Dalla Pasqua e Gaspar Torriero, 18/12/2007

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05/12/2007

Tutto è bugia fino a prova contraria. Alla fine ha ragione Martina.

di Antonio Sofi, alle 21:02

[Niente più che un divertissement, pubblicato oggi su Il Firenze e qui con qualche modifica, sulla frase della povera Martina Colombari] :)

Martina Colombari“Bugie su di me ne dicono tante. Alcune sono vere, altre no”.
Si capisce dopo qualche secondo, ma merita.
Questo capolavoro di involontaria ironia è opera di Martina Colombari, soubrette italiana intervistata qualche giorno fa a Verissimo.
E’ una di quelle frasi che, fosse stata pronunciata con cognizione di causa, farebbe l’invidia di qualsiasi grande battutista della storia, da Groucho Marx a Woody Allen (e la fama di un nuovo arrivato).

Eppure – vien da pensare, appena si smette di sorridere – forse questa frase nasconde qualcosa di più di una distrazione semantica: ed è un vero e proprio lapsus freudiano. Mi chiedo, in altre parole, se anche il solo arrivare a pensare che le bugie possano essere in parte “vere” non sia un effetto indesiderato della frequentazione di un certo circo mediatico e gossipparo – una conseguenza di quello star system che è tutti i giorni sulle pagine delle riviste scandalistiche e sugli schermi televisivi.

Fosse così, la bella Martina non avrebbe alcuna colpa per il filosofico e metafisico scivolone.
La continua attenzione di certa stampa (e certi lettori) ad ogni minima sciocchezza amorosa, alle vacue provocazioni da provincial tinello, al dettaglio modaiolo; tutto questo rende in un certo senso inconsistente il confine percepito tra ciò che è “vero” e ciò che è “falso”.

Diventa tutto una brodaglia indistinta e primordiale in cui la differenza di gusto tra verità e falsità diventa inapprezzabile.
Diventa mera questione di punti di vista.
E’ vera la relazione di tal velina con talaltro calciatore, entrambi in cerca di una spintarella alla propria calante notorietà? Dipende.
E quell’abbraccio che spunta dai settimanali rosa, quell’abbraccio lì – è vero amore o effetto della prospettiva fotografica? Chissà.

Ma c’è addirittura di più dentro la (a questo punto geniale) intuizione della Colombari. Ovvero che tutto diventa inesorabilmente bugia. Ne dicono tante di bugie. Tutto è bugia a prescindere e comunque. Fino a prova contraria.

Solo che qualche bugia è davvero tale e una parte è invece una “bugia” vera. In cui insomma la verità si insinua di soppiatto nella enorme generalizzata finzione come improvvisa lingua in un bacio dato per gioco.
Come un ospite inaspettato.
Come una sorpresa.
Va a finire che ha ragione Martina.

02/12/2007

Facciamo metà e metà

di Antonio Sofi, alle 16:05

Martina Colombari
Bugie su di me ne dicono tante.
Alcune sono vere, altre no.

Martina Colombari, ieri a Verissimo

Via Federico. Per la serie “una rubrichina che magari muore domani”, inauguro “La frase più bella della settimana (dal magico mondo dei tumblelog)” – più bella ovviamente a mio insidacabile parere (non c’era una lista, una volta, dei tumblelog? Hum, ma forse quella più aggiornata è la categoria apposita di Blogbabel).

23/04/2007

Zoro killed the video stars

di Antonio Sofi, alle 21:28

L’ultima puntata del GF7.Zoro di Diego Bianchi, 14 capolavori di rimediata espressione della postmodernità bloggante.

Il popolo quando sente le parole difficili si affeziona (Ettore Petrolini)

[tags]Zoro, Grande Fratello, GF7, Video, YouTube, Diego Bianchi[/tags]

12/03/2007

Un posto al sole, feuilleton tra impegno e digestione

di Enrico Bianda, alle 17:27

[Finalmente sono riuscito ad incastrare al microfono Enrico Bianda, maestro radiofonico e collega di Webgol.it, e a costringerlo a tener fede ad una promessa fatta un po’ di mesi fa, ai tempi di un suo divertente podcast su Lost. La promessa riguardava lo svelare la sua insana passione per “Un posto al sole”, famigerata soap italiana che ha insospettabili ammiratori. Qui sotto podcast e transcript. Un giorno di questi dovrò io svelare l’incredibile metodo di lavoro del Bianda. Enjoy ;) as]

WebgolCast, a viva voce sulla varia attualità: Un posto al sole.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.


Scarica l’mp3 (1,6 mega ca., 3,00 minuti), sottoscrivi l’rss (o aggiungilo sul tuo itunes), oppure clicca sulla freccia per ascoltare

Un Posto al SoleNon voglio nemmeno dire che faccio outing. Anzi si: sono un devoto telespettatore di “Un posto al sole“, lo seguo da 10 anni, ne conosco praticamente tutti gli sviluppi, mi sono affezionato ai personaggi, ne ho odiati altri, ho predetto alcuni sviluppi e su alcuni colpi di scena proprio non ci avevo preso (con grande scorno, l’ho riconosciuto). Ne parlo con gli amici, faccio il riassuntone ai meno assidui, comunico e commento con alcuni adepti fidati i capovolgimenti, le sorprese e le smanie dettate da personali idiosincrasie.

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14/02/2007

L’intervista di Zoro e il perizoma della prof

di Antonio Sofi, alle 20:28

Zoro e il Grande Fratello, 4 puntataUna intervista su Vanity Fair di questa settimana (“Zoro, che fa il verso al Grande Fratello”, di Laura Pezzino) è il minimo, per Zoro/Diego Bianchi e le sue geniali videocronache del Grande Fratello. (Per inciso, Vanity Fair ha inaugurato qualche giorno fa Style.it, sito/ community dalla piacevole architettura, in coabitazione con gli altri style magazine del gruppo Conde Nast).

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29/01/2007

Questionare i video (e i blog)

di Antonio Sofi, alle 12:54

Un po’ di segnalazioni in “diretta” e altre che mi erano rimaste sulla tastiera nei giorni scorsi

Gatti docet
Sulla lunga scia dell’ormai famoso reportage di Fabrizio Gatti sugli ospedali italiani, reportage in cui il giornalista dell’Espresso ha adottato con efficacia e notiziabilità (come segnalato anche all’epoca) una strategia crossmediale con video e foto, segnalo l’inchiesta di Attilio Bolzoni sul tribunale di Roma pubblicata in questi giorni su Repubblica, e arricchita on line da video da lui girati.

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19/01/2007

Nun gliel’ha fatta

di Antonio Sofi, alle 20:26

Zoro, dico.
A star lontano dal Gf (Grande Fratello, ovviamente).

E s’è inventato la cronaca del Gf via videocast – dopo anni di splendidi lunghissimi post verbosi, molto web 1.0.

Questa qui sotto è la genesi, che spiega il tutto.
Sul suo blog anche la vera e propria videocronaca.
Fossi in voi non la perderei. Lui lo odia, questo, ma va detto: tocca vedersi il Gf per apprezzare meglio. Applausi.