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Post archiviati nella categoria 'Giornalismi'

01/08/2011

Le case (multimediali) degli spiriti. Rumiz alla ricerca del paese perduto

di Antonio Sofi, alle 12:43

E’ quasi un rito estivo – non solo ovviamente il viaggio di Paolo Rumiz su Repubblica ma anche un post che qui lo annunci e ci ricami un po’ sù, legittimati dagli anni di fanship rumizzeide, e dei tanti post che abbiamo dedicato negli anni ai lavori del triestino adunco qui su Webgol (e addirittura di un ebook tratto da un testo accademico e firmato da Enrico Bianda sulle pratiche giornalistiche del giornalista errante: M’è dolce questo narrar).

Il viaggio di Rumiz di quest’estate si chiama Le case degli spiriti ed è un viaggio alla ricerca del paese perduto, tra ruderi, paesaggi dimenticati, luoghi abbandonati: prede del vento e della natura che se ne riappropria. 26 puntate fino a fine agosto – come appunto da tradizione. Il logo (in alto a sinistra) è come sempre disegnato da Altan, mentre i disegni all’interno son firmati da Carlo Stanga.

Illustrazione di Carlo Stanga per la prima puntata di Le Case degli Spiriti, Tratto da www.carlostanga.com

Il reportage promette assai bene.
In più, finalmente, dopo tanti anni che lo evocavamo (“Il reportage è colpevolmente nascosto sul sito di Repubblica, difficilissimo da trovare – per solutori web più che abili. Un prodotto come quello dell’inviato triestino dovrebbe essere più valorizzato – oltre ad una migliore visibilità da home page, basterebbe la metà della ottima grafica e composizione della pagina del cartaceo”) Repubblica allestisce una sezione multimediale a supporto del reportage cartaceo.

C’è un trailer video e un altro video a supporto della seconda bastianica puntata (e spero che i prossimi abbiano un po’ più di contenuti, ché tanti ce ne sarebbero e oltre la buona fattura).
C’è la mappa di Google con l’indicazione dei 26 luoghi del reportage, e c’è soprattutto la foto della mappa, bellissima: la MLP, la mappa dei luoghi perduti e da sola vale il prezzo della candela.

La mappa dei luoghi perduti, di Rumiz per Le case degli spiriti. Tratto da Repubblica.it

Sulla propensione cartografica di Rumiz abbiamo spesso scritto.
Le mappe per Rumiz non sono una soluzione facile ai problemi contingenti di orientamento, nè oggetti impolverati da tirar fuori quando proprio non si sa più che strada prendere. Sono strumenti di lavoro, feticcio transazionale per andare stando, ancòre multidimensionali per contrastare i marosi dello spaesamento temporale e spaziale che lo spostamento dalle rette vie spesso provoca. Sono atti distensivi: mostrarla equivale ad un patto.

Le mappe sono compagne di viaggio. Che accompagnano. Spesso vengono segnate dal viaggio e spesso diventano veri e propri co-protagonisti del racconto. C’è il viaggio lungo inedite direttrici verticali in L’Altra Europa e la mappa si trasformavano a seconda di lato e latitudine: quelle del nord perdono la forma quadrata e diventano trapezi isosceli – seguendo «i fusi orari che si restringono come gli spicchi di un’arancia». C’è il viaggio per mare sulla eterea scia della battaglia di Lepanto e una enorme mappa piena di appunti a margine faceva spesso capolino, incastrando come un puzzle temporale passato e presente. C’è la mappa sotterranea e invisibile del viaggio sottosopra che svela ciò che in superficie non si vede.

Perfetto esempio di ciò che la mappa è sempre: radar che mostra ciò che ad occhio nudo non si vede.

12/05/2011

L’Occidente estremo? Scilipoti, per esempio.

di Antonio Sofi, alle 14:10

Federico RampiniGli amici di Bol mi hanno chiesto se volevo intervistare Federico Rampini al Salone del Libro di Torino per la presentazione del suo “Occidente Estremo” – e io ho detto sì, con piacere: Occidente estremo è un libro importante, così come la sua esperienza comparativa di inviato tra Pechino e New York (ma io credo che gli chiederò, tipo, di Scilipoti).

L’appuntamento è, per chi ha voglia di perdersi tutto il resto, sabato 14 maggio alle ore 15.00, padiglione 2 stand H126-J125.

Segnalo anche, visto che ci sono, anche questa bella iniziativa a margine di, come si dice – perfetta per bibliofili listomani.

Si possono indicare i cinque libri della vita, c’è una classifica generale e la promessa di donare 4800 libri – immagino presi dalla classificona – a 4 biblioteche scolastiche di Milano, Napoli, Palermo e Torino.

Questa è la mia lista:

  • La scomparsa di Majorana, di Leonardo Sciascia
  • Maus, di Art Spiegelman
  • Tutto quello che fa male ti fa bene, di Steven Johnson
  • Baffi, di Emmanuel Carrère
  • Esegesi dei luoghi comuni, di Léon Bloy

[No, non era richiesta motivazione, ma qui la metto perché mi sono dato la regola di non sovrapporre “tipologie” di libri. E allora ho messo il meraviglioso saggio fictional – capostipite di un intero genere intergenere – di Sciascia, il romanzo a fumetti di Spiegelman, il saggio di struttura classica ma d’argomento digitale di Johnson per non essere troppo passatista come spesso ci si riduce in queste liste, fino al mio romanzo del cuore (Baffi, di Carrère) e al mio libro da comodino, come si dice, centenario ma modernissimo, che ha anche per me il titolo più bello della storia dei titoli: Esegesi dei luoghi comuni, di Leon Bloy].

15/04/2011

Festival di Perugia. L’occhio del ciclone del giornalismo

di Antonio Sofi, alle 11:58

Festival Internazione di Perugia, 13-17 aprile 2011Come ogni anno – e come ogni anno in ritardo (ma in anticipo per chi come me organizza il weekend un giorno prima del weekend stesso) segnalo anche qui il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia – che ha aperto i battenti il 13 e finisce domenica.

Questo il terzo anno che partecipo, volente e felice per l’atmosfera che aleggia in tutte le strade di una citt pacificamente invasa da ospiti, giornalisti, curiosi e i bravissimi volontari, per il programma monstre che ogni anno cresce come un suffl, per il piacere di vedere Arianna Ciccone e Christopher Potter in azione modalità force tranquille – ovvero una lectio magistralis vivente di come fare a mantenere la calma nel mezzo del ciclone.

Quest’anno replichiamo la rassegna stampa un po’ cazzarona dello scorso anno con Diego Bianchi: il sabato e la domenica , con colazione appunto aggratis, c’è lettura giornali, video e facezie. Dalle 10.30 nella sala Maggiore dell’Hotel Brufani.

Poi, sabato 16 alle 22.00 all’Hotel Brufani, una serata festivaliera di Tolleranza Zoro – una edizione specialissima a met tra cineforum, talk show e seduta di autocoscienza politica, con proiezione dei video più “d’inchiesta” di questa stagione zoriana, da Lampedusa a Terzigno, da L’Aquila a Manduria (con forse qualche inedito).

Infine, last but not least, sono con piacere a parlare di giornalismo e comunicazione politica in un panel intitolato “L’informazione politica nell’era dei media sociali” con insigni amici e colleghi: Dino Amenduni, Stefano Epifani, Sam Graham-Felsen, Alessio Jacona, Micah L. Sifry. Sempre sabato 16 alle 18.00, Sala Notari dell’Hotel Brufani.

E poi c’è davvero un sacco di roba interessante: date un’occhiata al programma.
E a ripensarci in effetti Perugia, in questi giorni, è proprio così: nell’occhio del ciclone del giornalismo.

27/03/2011

M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

di Antonio Sofi, alle 19:49

Per Paolo “Rummo” Rumiz, io ed Enrico Bianda, abbiamo una passioncella atavica, che abbiamo nutrito in tutti questi anni di Webgol.it con costanza saltuaria, scombinata e sorridente – seguendo i suoi reportage estivi, evocandolo come maestro quando abbiamo provato a immaginare giornalismi diversi, che s’arrotolavano intorno a idee nuove e spirose di approfondimento narrativo e digitale.

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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

In questo ebook dal titolo “M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico“, estratto e editato da un saggio più articolato e in occasione dell’insegnamento di Teorie e pratica del giornalismo a Scienze Politiche all’Università di Firenze, Enrico Bianda mette in fila alcune riflessioni sul giornalismo di Paolo Rumiz: un nuovo feuilleton giornalistico, un nè-nè (reportage o inchiesta) di zigrino dalla pelle cotognesca.

M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare
M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare

Indice

Sommario
Prefazione
La Cotogna Picaresca
Né Reportage Né Inchiesta
Il Processo Produttivo
La Dimensione Narrativa
Testimonianza e Fabulazione
Il Valore Epico del Viaggio
Identità Culturali
In Forma di Conclusione e di Confessione
Note al Testo

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

Introduzione di Enrico Bianda

Una parte dell’introduzione di Enrico Bianda…

Raccontare dunque, in modo molto sbrigativo, può essere assimilato a una funzione primordiale, fisiologica: a un bisogno fondamentale per la sopravvivenza. Anche soli al mondo, tradurremmo la realtà in un pensiero narrativo interiore: ricostruiremmo il mondo che ci circonda, ipotizzando un interlocutore.
Nel 1831 Balzac scrive un racconto, quasi una novella morale, interpretata da alcuni anche come un dispositivo narrativo. La trama è semplice. Un giovane ambizioso è spinto al suicidio dalla miseria, dal gioco d’azzardo e da una passione infelice. Dopo aver speso i suoi ultimi denari alla roulette si ritrova in una bottega d’antiquario. Il negoziante gli offre in dono un antico talismano, una pelle di zigrino, che ha la capacità di esaudire ogni suo desiderio. La pelle però ha un potere: si restringe ogni volta che viene esaudito un desiderio, accorciando l’esistenza del giovane. Dopo un primo momento di esaltazione, Raphael, il protagonista, si rende conto del potere distruttivo del talismano e delle sue nefaste conseguenze.
La novella mette in scena l’alternativa che gli uomini hanno sempre e comunque di fronte: una vita lunga ma tetra o una vita intensa ma breve.
Questo racconto di Balzac è una metafora del meccanismo compulsivo e fisiologico del narrare. Ossia che, malgrado tutto, saremo sempre portati a stabilire, con altri da noi, una relazione a carattere narrativo, un legame basato su di una narrazione. Costi quel che costi, ci dice Balzac.
Tra le tante interpretazioni della novella non manca quella freudiana. Se l’amuleto di Raphael – la pelle di zigrino – si restringe ad ogni desiderio soddisfatto, Freud lo assimila al pene post-coitale, che si restringe dopo il necessario inturgidimento. Soddisfatto il bisogno riproduttivo, concluso l’atto sessuale, il membro maschile si ritira. Il bisogno è stato calmato, il sesso è una necessità fisiologica, così come il narrare, sembra suggerirci Freud. Narrare e riprodursi: due bisogni primari dell’uomo. Con conseguenze che turbano l’equilibrio dell’individuo.
L’ho presa da lontano. Che c’entrano Rumiz e Freud? Balzac e il reportage?


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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

Grazie di cuore a Dario Agosta per il progetto grafico e l’impaginazione.

30/01/2011

Wikileaks e la trasparenza. Ovvero la politica che deve dir grazie ad Assange

di Antonio Sofi, alle 16:58

Julian Assange, in copertina sul TimeLo scorso 27 gennaio si è svolto a Roma una iniziativa dal titolo “Sette interrogativi su WikiLeaks. Una iniziativa di studio“, promossa da Università Roma Tre, IULM-Mediascapes, Premio Ilaria Alpi, Fondazione Ugo Bordoni, Isimm – per quel poco che ahimè sono riuscito a seguire molto interessante. A questa pagina il programma completo, le sette domande aperte e la relazione introduttiva di Menduni. Di seguito una bozza del mio intervento – ho rimesso insieme un po’ di cose che ho scritto nell’ultimo periodo…

Qualche giorno prima della fine dello scorso anno ci è capitato di giocare con ospiti, politici e cittadini collegati via web su chi fosse l’uomo politico dell’anno – un “gioco” televisivo che abbiamo messo in piedi ad Agorà su Rai Tre per chiudere simbolicamente l’anno politico con una specie di vincitore. Tra i candidati c’era l’onnipresente e onnipotente Berlusconi, Il poetico Vendola, l’unica donna Camusso, l’esterofilo Marchionne, il giovane Renzi, l’impegnato Saviano, i giovani intesi come molteplicità in marcia e in protesta, Fini lo sconfitto in zona cesarini, il re dei peoni Scilipoti. E poi Assange, appunto, misterioso australiano fondatore di Wikileaks, sito soffione di intermediazione giornalistica. Nella votazione in studio ha vinto Berlusconi, ca va sans dire. Io, pur potendo con il mio voto modificare l’esito finale, ho votato convintamente Assange: ed ecco perché mi fa piacere poter spiegare qui perché.

Una premessa: è pre (o post-) giornalismo

In molti hanno interpretato la creazione di Assange come fosse un quotidiano cartaceo, o un quotidiano online – con tanto di redazione, direttore responsabile (Assange appunto), pagine, aperture, editoriali ecc. Quello che Wikileaks fa, quasi come mission “aziendale”, è spostare sulla scena pubblica (e on line) un’operazione tipica del retroscena del giornalismo tradizionale: la ricerca delle fonti e la raccolta delle informazioni. Wikileaks è una modalità evoluta della disintermediazione giornalistica operata inizialmente dalla blogosfera e dal primo citizen journalism e irrorata dalla reticolarità dei social network: fa sì a meno degli articolati meccanismi tradizionali di previa validazione delle informazioni ma nello stesso tempo ne ha bisogno ex-post – prevedendo per esempio l’appoggio e la collaborazione con strutture giornalistiche classiche (vedi El Pais, Le Monde, ecc.), che forniscono la sintesi e la gerarchia delle informazioni necessari alla costruzione dell’agenda. Quando si dice – e si è detto – che Wikileaks ha fallito perché non ha dato notizie, quindi, si dice insieme una cosa forse vera e una cosa sicuramente falsa: la cosa sicuramente falsa è che il successo di Wikileaks dipenda dagli scoop che riesce a fornire (e in passato peraltro lo ha fatto). Il successo di Wikileaks è invece nell’aver messo sotto gli occhi di tutti informazioni che prima erano sotto gli occhi di pochi: aver reso trasparenti le stanze del potere con annnessi dispacci (da quanto non si sentiva in giro la parola “dispaccio”? roba che richiama grammofoni e poste pneumatiche). Ovvero, un successo per molti versi di una sorta di pre-giornalismo o post-giornalismo – un cambiamento di sistema, quasi delle regole del gioco.

Una mediasfera trasparente

Il punto più interessante, a mio giudizio, è proprio l’impatto che ha Wikileaks all’interno del sistema politico – del modo di concepire l’architettura delle già intricate relazioni (anche comunicative) tra politica, media e cittadini.
Dice: “Dittatura è quando il governo controlla il popolo, democrazia è quando il popolo controlla il governo”. Quindi ha fatto bene Assange a pubblicare quei documenti riservati – a prescindere dal fatto che dicessero cose risapute o banali? Il “popolo”, i cittadini devono poter vedere tutto ciò che concerne chi governa, o chi governa ha il diritto di tenere qualcosa nascosto per il bene dei cittadini stessi? Il punto è proprio questa benedetta trasparenza. La logica del web e delle tecnologie connettive ha messo in discussione i tradizionali separè che delimitano il pubblico e il privato degli affari di Stato – così come hanno sbrecciato la porta delle camerette di tutti noi, che stiamo sui social network con una simbolica webcam puntata in diretta sui cavoli nostri. Sotto lo scossone di una mediasfera che è insomma come quegli stracci supermoderni che s’infilano negli angoli e non lasciano sporco e inesplorato nemmeno un anfratto, la democrazia si è riscoperta essere una roba fragile. Dittatura è quando il governo se ne frega di quel che scopre il popolo, democrazia esattamente il contrario.

Wikileaks

Tutti controllano tutti, è una democrazia più forte

Però c’è un però. Al contrario di un passato in cui le guerre e i totalitarismi hanno rotto violentemente questa roba fragile in mille pezzettini acuminati, la fragilità che nasce dai milioni di occhi che controllano e dalle milioni di bocche che divulgano è invece un elemento di rinnovata robustezza del sistema. La democrazia 2.0 è robusta proprio perché fragile. Resiste bene proprio perché si vedono perfettamente i meccanismi interni e le linee di rottura – dove potrebbe essere infranta. Perché è trasparente, appunto. Un panopticon in fibra ottica, policentrico e con i muri di cristallo: dove tutti controllano tutti.
La trasparenza è a ben pensarci una buffa cosa, ontologicamente tremolante. Perché se una cosa è trasparente vuol dire che ci si può vedere attraverso: la trasparenza è un apostrofo traslucido tra il dentro e il fuori. Non si può guardare direttamente, la trasparenza: è sempre il mezzo e mai il fine dello sguardo (e del controllo). Forse anche per questo non è amata dalla politica egotica di questi tempi, che ama più i riflettori puntati sul palazzo che riflettere ciò che sta altrove. Dittatura è quando il governo non riflette, appunto.
La trasparenza è infine un’arma a doppio taglio: una lama è paura (che si vedano cose che non si dovrebbero vedere), una lama è fiducia (che non c’è nulla da temere a far vedere le cose che non si dovrebbero vedere). Però non può essere mai completa, assoluta: c’è sempre qualcosa in mezzo, per quanto lindo sia. La trasparenza assoluta è solo se non c’è niente in mezzo, ma se non c’è niente in mezzo non c’è la trasparenza: ovvero qualcosa che deve trasparire (e infatti è l’assenza il vero contrario della trasparenza). Traspare solo ciò che c’è. Ecco perché a Wikileaks, la politica, dovrebbe dire grazie.

31/12/2010

Uomo politico dell’anno? L’onnipotente peone digitale che si impegna verso sud.

di Antonio Sofi, alle 03:35

Come al solito e come è giusto (in fondo qualcosa s’ha da conservare esogeno in barba alla memoria fiacca che abbiamo, nell’illusione che attraverso la sintesi listante sia davvero possibile qualcosa salvare da un presente assassino e tritapassato) finisce l’anno e si sprecano classifiche, repertori, liste, best of. (Che poi, cos’è una lista? E’ una collezione di elementi diversi la cui relazione è definita dallo scopo della lista stessa. E’ insomma una scelta arbitraria tenuta insieme con lo sputo di un obiettivo colloso e preciso). Insomma, ne faccio una anche io e la faccio utilizzando una puntata di Agorà, una delle ultime dell’anno in cui abbiamo giocato a nominare l’uomo (la donna, il gruppo) dell’anno della politica italiana.

Questi qui sotto sono i video di presentazione delle nomination – che ho prodotto (il settimo è un servizio di Federico Ruffo) giocando con gli archivi, dentro il limite del minuto e cercando di profilare al meglio il nominato. E’ anche un modo per riveder che razza di anno (politico) è stato – e sperar di meglio.

Nomination numero 1. Berlusconi: l’onnipotente

Un anno in cui gli son capitate cose che avrebbero spazzato via chiunque, ma non lui – che è specchio riflesso, degli italiani. Parlano di lui, di Berlusconi – ma soprattutto lui, sempre più, parla molto di se stesso: discorsi che come boomerang tornano sempre addosso a chi li pronuncia, li lancia in aria. Il nostro è il miglior governo nella storia della Repubblica, sono un ospite straordinario, sono l’uomo che tutti vorrebbero sentire (detto da Nadia Macrì, in rappresentanza di tutta la sfilata di donne che hanno fatto la passarella intorno al premier, per tutto l’anno). Il politico che ha successo – dice lui – perchè è se stesso, nel bene e nel male. Appunto. Egolalico.

Nomination numero 2. Vendola: verso Sud.

Nichi Vendola, l’anno della conferma in Puglia – della conferma che è un politico ju-jitsu: più gli danno contro più si rafforza, raccogliendo consensi e attenzioni che spillano dalle misure colme degli avversari, degli alleati, dei cittadini annoiati dalla solita solfa. Vendola ha una doppia natura: speculare politicamente e geograficamente al mondo di Berlusconia, e insieme da molti accomunato per le due abilità comunicative (che lo stesso Berlusconi ammira). Un politico che ha il coraggio di recitare gli appellativi gay davanti a milioni di telespettatori, che va verso Sud, che grazie ad una narrazione che non vuole essere filosofica e poi lo è trapassa facile il burro del linguaggio banalizzato (anche se spesso poco capito) – senza le barzellette, che sono finite e mettono tristezza. Carismatico.

Nomination numero tre. Camusso: il lavoro è donna

Una donna che lavora, e che difende i lavoratori, da poco a capo del più grande sindacato italiano – contraltare di un’altra donna a capo degli imprenditori italiani (Emma Marcegaglia). Susanna Camusso è ancora poco conosciuta, ma già si è fatta notare per navigare controcorrente: per forma (controfasica a quelle dominanti, geisha o in carriera) e per sostanza, come dimostra la risposta alla richiesta degli studenti contro la legge Gelmini di uno sciopero generale. Una donna vera, che non sembra subire il fascino del compromesso – e in quanto donna anche poco facilmente paternalistica, appunto. Roccia.

Nomination numero quattro. Marchionne, il metalmeccanico

Un uomo, un modello (non di maglione, ma di auto). La sua dichiarazione sulla competitività della Fiat, e le polemiche intorno all’accordo di Pomigliano lo hanno messo al centro del dibattito politico – anche se lui si ritiene un “metalmeccanico” (l’interpretazione più generosa nei suoi confronti è che intendesse la frase all’inglese: nel campo della metalmeccanica…) e a entrare in politica non ci pensa. Ma la politica la fa. Metallurgico.

Nomination numero cinque. Renzi: il Leopoldo

Dalla Stazione Leopolda ad Arcore (anzi un caff̬ a Monza), un politico under 40 che, da sindaco di Firenze, prova a influenzare la politica nazionale e non le manda a dire ai leader del suo partito Рraccogliendo anche estimatrici inaspettate (Barbara Berlusconi). Rottamatore.

Nomination numero sei. Saviano: l’impegno

Dalla scrittura alla televisione senza perdere consenso e pubblico, il programma di Saviano e Fazio ha sbancato la tv italiana: monologhi, balletto, liste e benignate, l’impegno per l’Italia unita e per l’Aquila – va via o resta? Impegnato.

Nomination numero sette. Gli studenti: il futuro

In un servizio di Federico Ruffo, la manifestazione del 22 dicembre 2010 a Roma, con gli studenti pacificamente a occupare le strade e i cavalcavia di Roma – lasciando la zona rossa alla politica rinchiusa nel palazzo e raccogliendo inaspettatamente gli applausi delle auto in coda. L’immagine del cavalcavia della tangenziale e del sottopassaggio per l’autostrada (pezzi di strada qualsiasi, rappresentanti in forma di asfalto di una modernità incarognita dalle file e dalla fretta, solitaria e ingolfata) immobilizzati dagli studenti, resi per un attimo vivi e pulsanti e altro da sé è una immagine che rimarrà, e sorridente. Battaglieri.

Nomination numero otto. Fini: lo sconfitto.

Se l’anno fosse finito al 13 dicembre, prima del voto contrario del Parlamento alla sfiducia di cui si era fatto portabandiera e principale sponsor, forse avrebbe avuto qualche chance. In fondo ha dominato per un anno il dibattito politico, trasversalmente alle speranze politiche di chi non ne poteva più di Berlusconi e alle posizioni in emiciclo: da destra a sinistra passando per il centro. Un politico dalla doppia veste, istituzionale in quanto presidente della Camera e ribelle in quanto leader di Futuro e Libertà. Un gioco degli equivoci che per ora non ha pagato. Mister Hyde.

Nomination numero nove. Assange: il digitale

L’uomo misterioso e freddissimo venuto da lontano, l’unico straniero della lista, il fondatore di Wikileaks ha dimostrato che la politica mondiale può essere messa in ginocchio da un giornalismo grezzo e un po’ spione, che innova le pratiche tradizionali ed è alimentato da una rete di collaboratori in tutto il mondo. Assange è anche uno che alla domanda “Pensi di star cambiando il mondo” risponde, senza troppi imbarazzi, di sì. Alla faccia.

Nomination numero dieci. Scilipoti, il peone

Un personaggio – diciamo – difficile da definire, un antiberlusconiano che vota per Berlusconi (ed è decisivo per garantirgli sopravvivenza), un politico forse, un comico anche: un po’ De Vito un po’ commedia all’italiana con Alberto Sordi. L’emblema, in fondo vincente, di tutti i peones del parlamento – del peone che c’è in noi, della formica marchesiana che si incazza (e a maggior ragione se ha poche ragioni). Decisivo.

Sono curioso, ora: il tuo voto a chi andrebbe?

(Intanto e comunque ne approfitto, e auguro a chi passa di qua un felice anno nuovo!)

11/11/2010

Ona Italia. Giornalismo digitale (iper)locale.

di Antonio Sofi, alle 18:53

Ona ItaliaE’ stato un piacere vero aver contribuito (ben poco: di sicuro meno di quanto avrei voluto – tutti i meriti sono da attribuirsi agli altri promotori, ovvero Pier Vittorio Buffa, Carlo Felice Dalla Pasqua, Sergio Maistrello, Vittorio Pasteris e soprattutto Mario Tedeschini Lalli) all’organizzazione di un incontro che si svolgerà il 13 novembre a partire dalle 10.00 a Roma, presso la Vetreria Sciarra, dove ha sede il Digilab dell’Università La Sapienza (via dei Volsci 122).

E‘ un incontro informale di giornalisti digitali italiani, sotto gli auspici della Online News Association, che si occuperà di giornalismo locale e iperlocale con la partecipazione di giornalisti professionisti, free lance, part time, studenti e appassionati del mezzo. C’è un programma di massima e una pagina wiki dedicata cui iscriversi. Tutti sono benvenuti: tesserati e non tesserati, professionisti e non, studenti e studiosi.

L’argomento – come dimostrano gli archivi ormai troppo lunghi di questo blog e due saggi che ho scritto negli ultimi anni: Attraverso la Rete e L’informazione nell’era dei blog – mi interessa da sempre; i tempi poi sono brulicanti di novità, prove ed errori, un aggiornamento (e un’occasione di riannodare reti e conoscenze e esperienza) è sempre utile.
Poi, se la cosa funziona, stiamo già pensando ad altre iniziative – dal festival di Perugia in poi.

29/10/2010

La mosceria del Bunga Bunga

di Antonio Sofi, alle 13:56

Sintesi sintesi ad adesso per come la vedo io?
(Dico del Bunga Bunga di cui oggi abbiamo parlato quasi nolenti ad Agorà – ovviamente e prescindendo del tutto dal giudizio politico-etico-morale assolutamente negativo).

Repubblica & co, memori degli errori di forma gossippara prima del caso Noemi e poi di quello D’Addario, sono partiti con il freno tirato e con mille mani avanti: non intendiamo dire i nomi (ma che se sia chiaro il sacrificio visto che sono nomi che pesano) e non ci interessano i dettagli pecorecci. Il punto – emerge anche dalle ultime dichiarazioni – è l’abuso di ufficio e la ricattabilità del premier. Parliamo di questo, valutiamo il premier soprattutto su questo.

La risposta dall’altro campo sembra andare a segno. Con due palle nemmeno troppo effettate.

La prima è: ho aiutato una persona che aveva bisogno come farebbero tutte le persone di cuore. Che faresti tu, italiano medio, se ti dicessero che una tua conoscente è finita in prigione ed è sola e disperata e potessi tirarla fuori? – è l’argomentazione speciosa che s’evoca e che parla alla nostra panza familistica. Una palla alzata ieri en passant ad Acerra dal premier seduto accanto a Bertolaso a parlar di rifiuti, e chiusa oggi a Bruxelles: “Ci aveva raccontato una storia drammatica, era in difficoltà e ho fatto una telefonata per aiutarla”.
La seconda arriva per altri canali. Un esempio è il questore dell’epoca Vincenzo Indolfi, oggi intervistato su La Stampa, che conferma la telefonata ma smonta l’ipotesi dell’abuso: alla minore nessun privilegio, da Palazzo Chigi si raccomandavano solo che venisse trattata bene.

Rimarrebbe solo la questione di Mubarak, che oggi ha aperto i giornali e si è trovato in dote una nipote in più – ma è roba buona per le barzellette di Pierino.

E ora? A voler insistere (e come si fa onestamente a non?) ci sono due possibilità. O si insiste sull’abuso di potere (che rischia di essere oggettivamente debole), o si ritorna sul pecoreccio del rituale africano (che rischia di riproporre lo stucchevole gioco delle parti moralisti vs bon vivant già visto nei casi precedenti). Due colpi mosci, se son solo questi.

06/09/2010

Mentana, la mononotizia e la fine del Tg

di Antonio Sofi, alle 22:56

Terremoto tg: l’ingresso in campo di un nuovo concorrente altamente competitivo, come il TgLa7 di Enrico Mentana, cambia gli equilibri nell’informazione tv“, così scrive Aldo Grasso oggi sul Corriere, facendo una media degli ascolti della prima settimana.

Nella sua prima settimana, la testata giornalistica Telecom ha raggiunto almeno cinque risultati. Il primo consiste nel dato puramente numerico di spettatori: un dato che è andato aumentando nel corso della settimana, con un picco (giovedì) di quasi 1.700.000 spettatori (8,38% di share), e una media di 1.500.000 spettatori (7,61% di share). Se si considera che nel settembre dell’anno scorso la media era ferma al 2,33%, si comprende la soddisfazione della rete.

Soddisfazione aumentata certamente oggi, a guardare i dati auditel del telegiornale di ieri: con il traino della diretta integrale del discorso di Gianfranco Fini da Mirabello, ha superato – “per la prima volta” ha detto lo stesso conduttore ringraziando all’inizio dell’edizione del giorno dopo – la doppia cifra (10%).

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Il dato è significativo anche per un altro motivo. Mentana sta facendo un ottimo tg. Il Tg di ieri, invece, quello del record, era un non-Tg. Mentana infatti ha di fatto parlato solo di Fini e Mirabello – senza dare nessun’altra notizia. Tutto verticale sul discorso di Fini. Non avevo mai visto una cosa così. Ma i dati Auditel lo hanno premiato.

Mentana ha fatto una cosa da fuoriclasse. Ha sentito odor di ascolti come uno squalo sente il sangue, si è messo in scia dell’attenzione confluita intorno al discorso di Fini e ha deciso di giocarsi la credibilità ottenuta dal suo telegiornale nella prima settimana tra pubblico e addetti ai lavori per “piegare” il format classico del telegiornale in un vero e proprio talk show – allestito a pochi secondi dalla fine dell’evento.

Mentana ha diretto un tg mononotizia. Non c’erano titoli o altre news. C’era invece – oltre il prolugamento del dibattito con i finiani a Mirabello, Travaglio e Feltri – un collegamento in diretta con Casini quasi in ciabatte sotto casa, dichiarazioni di Bersani e Di Pietro girate durante il discorso e un paio di servizi di sintesi montati al volo.

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La stranezza del telegiornale post-Mirabello di Mentana è la rottura del rito (spesso vuoto, per carità) del telegiornale. Un Tg in cui c’è un solo argomento non è più un Tg: è approfondimento, è talk show appunto, è altro. Il punto semmai è: quanto si può stravolgere un Tg prima che non sia più un Tg?

Un telegiornale è tradizionalmente una selezione di fatti notiziabili e significativi per una comunità.
Se il bisogno informativo legato al telegiornale è quello di dare una priorità delle notizie, permettendo alle persone di sincronizzare l’agenda privata con quella pubblica, un Tg come quello diretto da Mentana dopo il discorso di Fini, questo bisogno lo soddisfa solo in parte – perché non racconta niente del resto del mondo. Non mette in ordine il mondo, ma si focalizza su un solo aspetto.

Certo: potrebbe anche essere che non ce ne sia più bisogno – di questo bisogno. Le notizie sono nell’aria (sul web?) e le persone sono sempre più autonome nel organizzare la propria agenda di priorità.
E’ l’inizio della fine dei Tg?

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

19/04/2010

Festival internazionale del giornalismo. A Perugia.

di Antonio Sofi, alle 12:33

Lo scorso anno andai a Perugia un po’ diffidente. Non verso il festival in generale, che non conoscevo se non di racconto altrui – ma verso questi eventi in generale, avendone negli anni frequentati diversi dai format disparati e eterogenee ambizioni. Ebbene, niente è comparabile con quello che accade a Perugia nei 5 giorni del Festival Internazionale di Giornalismo: una città che si lascia invadere e che apre i suoi spazi e i suoi luoghi, un programma pieno zeppo che si sdoppia e si triplica con plurimi eventi ogni ora, decine e decine di giovani volontari che animano una redazione pienamente crossmediale, una propensione a ragionare della professione giornalistica che va oltre gli angusti confini della riflessione accademica e si apre alle nuove tecnologie, alle sperimentazioni, alle nuove pratiche.

Avevo promesso ad Arianna Ciccone, che è il motore instancabile e sorridente del Festival, che sarei tornato l’anno dopo per fare qualsiasi cosa: e insieme a Diego faremo a colazione, il giovedì e il venerdi mattina alle 10.30, una specie di rassegna stampa politica e dajista, con la logica partecipata e dell’ammuina e con qualche video di Diego.

Se potete, fateci un salto (al festival, al festival).

22/02/2010

Sanremo sui socialcosi. Su DNnews di oggi

di Antonio Sofi, alle 17:52

Perché Sanremo è Sanremo pure sui socialcosi”. Così recita il sottotitolo di “Sanremolo”, uno dei molti gruppi di discussione online nati intorno al festival canoro. Perché Sanremo non è solo un festival. È innanzitutto un evento mediale come pochi ne sono rimasti nell’epoca dei video (e della musica) on-demand. Televisione allo stato puro – il cui successo è stato amplificato, in questa edizione, dalla conduzione nazionalpopolare della Clerici: un pizzico di paillettes e tagliatelle, una spruzzatina di polemica e il successo è servito. La natura intrinsecamente televisiva del festival ha da sempre stimolato la nascita di gruppi d’ascolto “popolari”: gruppi di amici che si riuniscono a casa di uno di loro e commentano la diretta.

Da alcuni anni questo fenomeno si è spostato sul web. Sui social network. Con una differenza importante. Se le cose dette nei gruppi d’ascolto vecchia maniera rimangono nel privato, le cose scritte su internet possono essere lette da tutti. E tutti possono commentare e partecipare. È un fenomeno parallelo alla crescita dei social network. Migliaia di persone hanno di fatto commentato online le serate in diretta dall’Ariston con status di tutti i generi: dai vestiti alle acconciature, dalle canzoni alle scelte registiche.

Internet è di fatto diventato un enorme divano a migliaia di piazze, in cui tutti hanno potuto sedersi accanto a tutti: al vicino di blog o all’amico dell’amico di Facebook che faceva lo spiritoso e qualcuna l’azzeccava. Alla fine le canzoni diventano un pretesto per scambiarsi opinioni sul mondo. E lo show ipercommentato perde un po’ la sua sacralità. Colpa di internet. E forse anche colpa di anni di televisione in cui l’audience parla ed è parte integrante dello spettacolo: partecipa, polemizza, fa voci dal loggione, interviene, tifa. Il pubblico di “Amici”, vociante e televotante, si ibrida con la logica dell’utente dei social network, che in fondo non fa altro che rispondere a tutti quegli strumenti che si affannano ogni volta a chiedere “Cosa stai pensando?”, “Cosa stai facendo?”.

E loro, se stanno vedendo il Festival e non gli piace, lo dicono. Con un effetto domino di ritorno: perché c’è chi magari accende il computer, si incuriosisce e poi accende la televisione – un po’ per partecipare alla chiacchierata collettiva e un po’ nel timore di perdersi qualcosa di cui i colleghi parleranno l’indomani davanti alla macchinetta del caffé.

Il risultato è un vocìo continuo e rumoroso intorno all’Ariston e a chiunque passasse dal palco: forche caudine digitali e implacabili. Dall’autore Luca Bottura, la cui battuta rimbalza veloce di profilo in profilo: “Dopo 64 anni, i Savoia traditi nuovamente dalle giurie popolari” alle battute sui laghi della canzone vincitrice, che vanno da “Every lake you take”, ogni lago che hai preso (con buona pace dei doppi sensi e della canzone dei Police) ad una fan page su Facebook dal titolo “Bonifichiamo i laghi in cui Valerio Scanu ha fatto l’amore”, con più di 3000 fan che si propongono volontari.

Sanremo è infine un simbolo. Della canzone italiana, ma non solo. Un simbolo inattaccabile e inavvicinabile. Ed ecco che il web, come in casi analoghi, funziona anche come canale per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Per fare una pernacchia liberatoria, e dire che il re è nudo. Tra le canzoni più bersagliate, quella di Pupo, Filiberto e Canonici. Da segnalare per creatività il generatore automatico di Metilparaben, dove basta ricaricare la pagina per avere una nuova versione del testo: “Io credo nella mia mistura / e nella mia balneazione / per questo io non ho paura / di far merenda col torrone”.

[da Dnews, 22 febbraio 2010]

21/12/2009

All’anima di ANIMAls /7. Pensa a Facebook il giorno di Natale

di Antonio Sofi, alle 10:44

La copertina (di Gipi) dell'ultimo numero di Animals
La copertina (di Gipi) dell'ultimo numero di Animals
Ho saltato la recensione di un numero, nemmeno ricordo perché. Ma riprendo a tener traccia con questo dicembrino – e parlo ovviamente dell’ultimo numero di ANIMAls in edicola, rivista eccetera eccetera curata con indefesso amor da Laura Scarpa e i tipi di Coniglio Editore.

Nel numero 7 animalesco, dal sapore vagamente natalizio, c’è la vox populi e i risultati del questionario sui lettori: tre pagine di dati su anagrafica e desideri (sarebbe un bel titolo di rubrica) di chi legge la rivista. Subito dopo (dopo un retrospettiva sui disegni di Fellini) una lunga storia del fumettaro più votato e apprezzato secondo il questionario stesso: Gipi. Sette pagine di una storia acquarellata verde alogena e notturna, disegnata bene e intitolata 2012 (peraltro seguita da una intervista a lui di persona personalmente su uno spettacolo teatrale ipreso dal suo “S.”). Poi c’è Blutch e Fabio Visintin con due storie di Natale. E poi il secondo tra i fumettari preferiti dai lettori: Makkox, con una storia intitolata “Doni”, una storia di ricordi e cene natalizie, di padri e di fratelli, di soldi e di tradizioni: una storia arcitaliana dallo sguardo basso e bimbo – pur se cresciuto. Poi c’è Trondheim, c’è una bella intervisa a Istvan Banyai, spettacolare copertinista del New Yorker, c’è Bacilieri e Mannelli, c’è Toffolo con Magnus e Pino Creanza. Poi il solito Vives.

Il Babbo Natale/Godzilla di Fabio Visentin
Il Babbo Natale/Godzilla di Fabio Visintin

Questo è invece il bellissimo Godzilla Natale di Fabio Visintin che è pure su Tumblr e che sta ad illustrar la rubrichetta mia, “Avatar Mundi”. Questo numero scrivo del Natale in salsa consumistica e della scomparsa delle ciaramelle, delle cartoline di auguri secolarizzate e del presepe brandizzato Hello Kitty. Ma un pensiero, ad un certo punto, voglio che anche qui risuoni, una intuizione, una orribile visione: “Questo sarà di fatto il primo Natale massicciamente 2.0. Pensa a Facebook il giorno di Natale. L’inferno. Roba da far rimpiangere gli sms degli anni scorsi, quelli standardizzati e senza firma mandati da numeri sconosciuti all’intera rubrica compreso te – quelli che ti interroghi sulla qualità delle tue conoscenze”

19/10/2009

Venice Sessions. Il futuro dei media (ma meglio puntare al viceversa)

di Antonio Sofi, alle 11:46

Martedì (ovvero domani) sarò a Venezia a seguire con piacere i lavori di Venice Sessions su un tema a me molto caro: Il futuro dei media nell’era digitale.
(E, giusto per accennare al titolo, ho sempre trovato affascinante parlare anche del viceversa: i media del futuro; di come gli strumenti, i luoghi, le tecnologie, le stesse relazioni che si stabiliscono dentro la rete sociale, creino nuove opportunità, anche giornalistiche, per raccontare le cose).

Il programma completo dovrebbe essere qui: da Martin Sorrell a David Weinberger (ma da quello che so ci dovrebbero essere più ospiti). Il tutto al Future Center (che non so dove sia) della città  più struggente che c’è (che è Venezia appunto, nessun problema nemmeno ad esser banali). Proverò a far cenno delle cose che si dicono, magari su Twitter.

La copertina di Ne approfitto, visto il tema, di segnalare (e come spesso accade per le mie cose, non l’ho fatto prima senza bene sapere perché), un lavoro uscito poco meno di un anno fa, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e miei (Antonio Sofi). Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità  giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani). Lo segnalo perché – con i miei tempi biblici – sto lavorando ad una versione pdf delle parti da me scritte, da scaricare: un anno di vita, da queste parti, vale per dieci, ma qualcosa di interessante credo ci sia, per gli appassionati.

05/04/2009

Webgol Live. Giornalismi a Perugia

di Antonio Sofi, alle 09:52

Verso le 11.30 (sempre se tutto funziona) diretta di Webgol Live con ospite Sergio Maistrello. Sempre se tutto funziona (l’avevo già detto?) proveremo a chiacchierare sui vari giornalismi e sul Festival di Perugia – che oggi si conclude con un MediaCamp (e proveremo a sentire qualche amico che sta là).

Update delle 13.45. Una diretta disastratissima dal punto di vista tecnico, con continui down di connessione. Anche una bella scusa: le parti migliori, i contenuti più entusiasmanti e innovativi, le battute più esilaranti, sono state fatte quando non ce ne accorgevamo ma non eravamo più in diretta. Sul resto – su ciò che è andato più o meno in onda – se riesco, proverrò a produrre un podcast nelle prossime ore. Intanto ringrazio, oltre Sergio che si è definito ostaggio del mio server, gli ospiti che abbiamo sentito al telefono: Carlo Felice Dalla Pasqua (giornalista del Gazzettino), Valeria Gentile (una dei 200 volontari provenienti da tutto il mondo) che ci ha passato il suo collega Ferdinando Piccolo, Massimo Mantellini che era appena arrivato a Perugia per il Mediacamp e poco ovviamente sapeva, Arianna Ciccone, sorridente organizzatrice di tutto l’ambaradam (che ha detto che il prossimo anno proverà ad innovare anche il format, immettendo più logiche web).