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Post archiviati nella categoria 'Fotografia'

12/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VII parte). La città brucia

di Enrico Bianda, alle 15:23

“Mahaprasthan… The beginning of what wich never was… Il mahaprasthan è l’inizio di un processo ma anche la fine di qualcosa. E’ ‘il grande viaggio’. La fine che coincide con la partenza. Anche la cremazione di un corpo è mahaprasthan.” (Giuseppe Cederna, Il grande viaggio)

Varanasi. Lentamente, cullati dallo sciabordio dei remi che incontrano la resistenza dell’acqua attraversiamo il lontano echeggiare degli armonium. Nasce nello sfavillio di migliaia di lampadine e girandole infuocate la cantilena salmodiante cui si aggiungono le tablas e la voce. Seguiamo la corrente lungo questa città messa a fuoco. Sulle rive, lungo i Gath, si accendono da ore i roghi per i morti. Si riconoscono tra le fiamme, deposti su pire perfettamente calibrate nel peso, i corpi rigidi avvolti in poveri sudari ormai carbonizzati.

River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Nel rosso del fuoco da lontano si indovinano solo i piedi , immobili, innaturalmente attaccati a gambe magre. Bruciano i corpi dei morti. Brucia tutta la città.

Attracchiamo lontano da riva, ad un’imbarcazione a due piani. Le luci, la musica e le centinaia di persone trasformano i Gaht di Varanasi in un circo devoto al sole che se ne va. Un circo stancamente festoso, in contrasto con il rumore crepitante delle decine di roghi che avvolgono i morti portati qui per mettere fine alla trasmigrazione delle anime. Morire a Varanasi, sulle rive del Ganga, è per sempre.

Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Alba. L’aria umida, con tonalità di pastello, rosa, celeste chiaro, verde acqua. Osservo rapito un’operazione umile, dolente. Si raccolgono le ceneri dei roghi della notte. Ossa, terra, carboni, resti di sahari, ghirlande di fiori arancioni, vasi di terracotta: tutto riunito, raccolto in cesti di palma da operai seminudi. Sono l’ultima ruota del carro di questa industria della morte che anima i vicoli dietro l’Harischandra Ghat, il Ghatcrematorio. I cesti vengono immersi in acqua, ricolmi di umili resti.

Tutto viene sciolto nel Ganga, che li accoglie nella sua lenta putrefazione. Fiume di morti, di escrementi, di batteri, di liquami. Fiume sacro e purulento, come una lunga, inguaribile ferita.

02/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VI parte). Le quattro Indie

di Enrico Bianda, alle 13:18

Le persone che incontro da qualche tempo si dividono in diverse categorie, che vorrei provare ora riepilogare, più per ordine mentale mio che per altro.

1. Il Survivor Intanto c’è naturalmente chi è tornato dall’India, e si affretta a raccontarti l’India che ha visto lui, che più che poter essere condivisa, va battagliata. La sua – di India – è di certo diversa dalla tua: più eccentrica, radicale, estrema, straziante, sporca, violenta, pericolosa, povera. Una gara a chi ha dormito negli alberghi più scalcinati, con più scarafaggi, urla, sporcizia, acqua fredda e lenzuola insanguinate. Lui è un sopravvissuto, un segnato, un eletto, un vaccinato, un eroe, un missing in action salvato dalla morte.

2. Il Mai-Tornato C’è poi chi non è mai tornato. Nel senso che dentro di lui è rimasto laggiù, la sua anima gentile ha messo le radici lungo la riva del Gange, ha trovato la pace e se può ogni anno torna a visitare una regione diversa, a piedi, in Tuk Tuk, in Rickshaw, in treno, in cammello, in bicicletta. Insomma la vita non è più la stessa e l’India è il paradiso, la quiete, la salvezza, l’orientamento e la bussola insieme, perdersi e ritrovarsi continuamente cercando se stessi.

Varanasi
Varanasi, foto di Manuela Ladu

3. Il Virtuale Incontro spesso anche chi non è mai partito, ma in realtà è già laggiù da tempo, anela partire e perdersi, legge e ascolta sitar elettrici, mangia in ristoranti etnici, beve lassi mango e vorrebbe tanto lasciarsi andare alla serenità ayurvedica, tra verdi palme e scorrer di fiumi meditativi. Affrontano il lungo percorso della cucina macrobiotica e si sperimentano nella riflessologia, ipotizzano check up con medici ayurveda, e vorrebbero tanto lavarsi i denti con il dentifricio Vicco.

4. L’Amuchino C’è chi non vorrebbe mai esser partito, nonostante tutto è andato, un po’ Brancaleone un po’ Mister Bean, armato come fosse un corso di sopravvivenza con bidéportatile in neoprene nero (esiste). Hanno il terrore di essersi presi la malaria ceppo Plasmorium Falciparum, sono partiti con 7 flaconcini da viaggio di Amuchina che usavano per ingerire massicce dosi di Malarone.

Leggi anche: prima, seconda, terza, quarta parte e guarda l’intervista live, e quinta parte

15/01/2009

Photoshoppare la guerra

di Antonio Sofi, alle 17:45

Proprio in questi giorni discutevo di come il nome di un software di grafica (nel caso specifico “Photoshop“) sia di fatto diventato sinonimo di “fotoritocco”. Di una foto troppo bella, si dice sempre più spesso: è “photoshoppata”.

Sopra la foto originale, sotto quella pubblicata su Il Giornale (via FPA e Mantellini)

A monte ovviamente alligna il concetto stesso di fotoritocco, operazione fino a pochi anni fa ammantata di sintomatico mistero e fuori dalla portata dei non professionisti della chimica, da relativamente poco diventato di uso comune, pienamente popolarizzato nel gergo e nella pratica al rimorchio della prepotente diffusione della fotografia digitale*.

Non certo per fare di questa nuova tecnica pratica culturale, però, che i fotoeditor de Il Giornale hanno pubblicato due foto chiaramente ritoccate (o “tarocche” o “photoshoppate”) delle operazioni militari a Gaza. Una il 30 dicembre 2008, l’altra il 5 gennaio di quest’anno.

Alle foto originali sono stati aggiunti elicotteri in volo, razzi in fase di lancio e tutto l’armamentario della iconografia (oserei dire cinematografica) della guerra spettacolo. Scrive Matteo Bergamini in una lunga e dettagliata analisi sul sito della Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine «[Il Giornale] ha “arricchito” arbitrariamente le fotografie eliminando gli elementi che riteneva “di disturbo” e aggiungendo elementi estranei alla situazione reale, facendo un’opera di fotomontaggio che attiene all’illustrazione e non alla cronaca. Tutto ciò senza avere il pudore di dichiararlo e tentando di cammuffarlo con didascalie descrittive ma fuorvianti». In più non è stata citata la fonte, nè la didascalia originale, né – ovviamente – vi era alcuna indicazione del fatto che la realtà fotografica era stata alterata.

Il tutto è stato documentato con ampie prove prima-e-dopo dalla FPA (Fotoreporter Professionisti Associati) e ripreso da molti altri (SocialDesigZine, Wittgenstein, Mantellini e altri).

La foto ritoccata de Il Giornale. Da Fotoinfo

Paolo Ferrandi, nell’annotare la scarsa cultura dell’immagine del giornalismo italiano e non certo per assolvere, suggerisce l’unica scusante possibile “tanto mica era una foto. Era un infografico“. Peccato che non fosse specificato da nessuna parte che di infografico si trattava. Gennaro Carotenuto inoltre segnala che l’Ordine dei Giornalisti di Milano si occuperà del fatto – e sinceramente spero che venga una condanna chiara di queste pratiche ambigue di manipolazione delle immagini di reporting giornalistico. La fiducia di chi legge nella veridicità di cio che è pubblicato è il vero unico core business del giornalismo così come lo conosciamo – carta o non carta, Internet o non Internet.

Personalmente applaudo all’attività di watch-dog delle due associazioni di settore (Fotoreporter Professionisti Associati e Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine nel caso specifico – ignoro ne esistano altre). E’ un bell’esempio di come dovrebbero funzionare le cose: le associazioni di settore fanno le pulci all’attività dei colleghi al fine di far rispettare le regole del gioco, preservando così la qualità reale e percepita del proprio campo professionale. Senza le tipiche ambiguità intrallazzanti e piene di scusanti così tipicamente italiane.

15/08/2008

La bellezza che manca III. Il disordine dei confini.

di Enrico Bianda, alle 11:15

In questi giorni di guerre caucasiche, scossi dalla vicinanza e prevedibilità di un conflitto che covava chissà da quanto, vale davvero la pena di leggere con attenzione quanto scrive Paolo Rumiz nel suo
L’Altra Europa, che proprio tra quei confini si muove.

La sottotraccia di ogni puntata ci racconta dell’inutilità dei confini, o della loro inconsistenza e superamento. L’antropologo Marino Niola, in questi giorni impegnato in alcuni saggetti dedicati ai nuovi miti che potete leggere su Repubblica ogni lunedì e di cui abbiamo già scritto, sollecitava un annetto fa una riflessione sullo slittamento delle soglie.

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09/08/2008

La bellezza che manca II. Il giardino dell’anima

di Enrico Bianda, alle 09:05

D’estate l’aria rarefatta schiaccia tutti i colori in un lieve crepitio di rami e foglie, e fili d’erba alta mossi dal vento. Mi piace molto il rumore dei passi nell’erba secca dell’estate, le graminacee che sollevano al passo i semi sopra la terra arsa, le spaccature tra i sassi bianchi bollenti. Se poi tutto capita tra luglio ed agosto naturalmente le cicale ti riversano addosso qul loro canto insistente che riverbera nel vento caldo e secco.

Installazione di Daniel Spoerri a Seggiano
Installazione di Daniel Spoerri a Seggiano

A Seggiano, versante grossetano dell’Amiata, un pezzo di Toscana tra Siena e Grosseto, appunto, c’è un magnifico giardino nato dalla follia benevola e generosa di un artista, Daniel Spoerri. In questo giardino, che in realtà è un parco di alcuni ettari, in parte coltivati ad oliveto, in parte lasciati a bosco selvaggio, i parte pascolo ed infine giardino. Una vasta area dove da una decina d’anni Spoerri, magnifico scultore artista e scultore pazzo, dissemina le sue opere stravaganti, in ferro roccia cemento oggetti sassi rete bronzo tutto insieme a raccontare di un mondo interiore fatto di personaggi stralunati ibridi molestatori del buon senso.

Insieme ai suoi lavori, si trovano poi quelli lasciati dai suoi amici collaboratori che negli anni sono passati da quella terra o che si sono affacciati al suo ristorante in Germania. Tra questi anche delle vere star come Jean Tinguely o Arman. Come in una spensierata caccia al tesoro ci si aggira per ore tra i campi e le colline alla ricerca di sculture ed interventi lasciati nella natura che si muove attorno alle opere, vivendo ed integrando lentamente quanto lasciato dall’uomo. La natura che si anima e si muove, ad abbracciare l’uomo.

VEDI: il sito di Daniel Spoerri
LEGGI anche: la prima puntata

05/08/2008

La bellezza che manca I. L’iPod di Ghirri.

di Enrico Bianda, alle 11:26

[Ritorna tra le pagine di Webgol, l’amico e sodale Enrico Bianda – dopo mesi di corteggiamenti e vili ricatti. Come sempre è un piacere: Webgol è nato e vissuto nei primi anni dalla spinta propulsiva delle nostre colazioni di cazzeggio prima del lavoro. Ho chiesto ad Enrico una rubrica estiva, con una indicazione invero piuttosto costringente: “scrivi quello che vuoi”. Questo post andava in realtà qualche giorno fa, il ritardo è colpa mia. as]

Mi dice scrivi, se puoi. Questa estate. Posso faccio io, e scrivo. Poi mi chiedo di che cosa? Domanda da estendere a molti: di che cosa scrivi, se puoi? Di tutto, se posso. Certo. Di troppo, pure. L’ambizione, mia, sarebbe quella di scrivere di immagini, di immagini belle e di contesti, di cornici estese che ci facciano sentire sempre a casa. E sentire bene.

Foto di Luigi Ghirri
Foto di Luigi Ghirri

Miti sempre più contemporanei

In questi giorni sto leggendo sempre con attenzione la pagina dei miti contemporanei su Repubblica. La prima puntata era dedicata ad iPod e Youtube. Mi sembrava una bella idea, non del tutto originale ma certo non era colpa di Marino Niola, ottimo antropologo che rimpiange l’antropologia quando era solo antropologia. Né urbana né del cibo, figuriamoci delle immagini o del paesaggio.

Chi ha negli anni seguito questo blog lo sa: dopo Roland Barthes, di miti contemporanei hanno scritto in molti. Ne scriveva bene e “con piglio speculativo” (mi cito), per esempio, Le nouvel observateur quasi quattro anni fa. Raccogliendo splendide monografie su miti contemporanei senza l’ipocrisia del quotidiano romano. Tra i miti i francesi ci mettevano anche la pornografia, la doppia penetrazione ed il preservativo. E altro ancora.

C’è chi ha sfottuto Niola per il linguaggio (per esempio le Vespe sul Sole 24 Ore di due domeniche fa): scrive di oggetti di tutti i giorni, che ci fanno anche “sentire bene”, come l’iPod, e ne scrive con il taglio che è suo. Lui scava nella storia dei comportamenti e delle parole. Cerca di capire perchè un oggetto si chiama in un modo e prova anche a mettere in relazione il nome con l’uso che se ne fa. Non è colpa sua: deve riempire molte battute, una pagina intera. Va a finire che meglio Baricco e i barbari. Cioè che tornino, ma non a colonizzare le pagine di un quotidiano.

La bellezza che manca

Perchè per esempio non parlare di luoghi e mancanze di bellezza? Perchè non andare a cercare belle cose e frasi immobili nelle emozioni di molti?

Immagini. Scrivere di immagini. C’è per esempio Ghirri Luigi (detto così come al militare): fotografo inclassificabile, esteta della sospensione temporale, dei colori pastello dati dagli anni 70 direttamente sulle stampe.

Ricordo persistentemente le immagini del lido di Ravenna, mai più ritrovate se non in una mostra non ricordo più dove. Adesso finalmente un libro raccoglie le meraviglie di questo enorme straordinario fotografo italiano che ha dato voce con la sua macchina fotografica, alla rarefazione dell’aria che viviamo nelle province e nel camminare (Bello qui, non è vero? Fotografie di Luigi Ghirri, Contrasto 2008). Ghirri scattava anche da dietro un pannello di vetro smerigliato di una fermata di autobus. Un corpo appoggiato al vetro visto di spalle con una giacca rossa segnava l’attesa nel grigiore di una giornata qualunque. Lui lo faceva e ci raccontava di luoghi e cornici di abitudine.

Bastava poco: invece che andare a cercare qualche bravo antropologo alle prese con temi impossibili. Basta mettere una immagine di un fotografo alla Ghirri. Lasciarle parlare. Lui si saprebbe sintetizzare bene il movimento. Lasciarle interpretare da chi guarda.
In silenzio. O con l’iPod alle orecchie.

27/02/2008

Il tank moment di Dukakis e Thatcher, quello (rischiato) da Obama

di Antonio Sofi, alle 20:02

Metto insieme alcune foto di copricapi politici (e vi evito la famosa bandana di Berlusconi). Nelle campagne americane c’è il terrore dei cappelli, o delle foto con i cappelli: non c’è niente di meno autorevole e presidential di un candidato con un cappello buffo.

Forse tutto è nato con la foto qui sotto. Il tank moment di Michael Dukakis durante le presidenziali del 1988 come nomination democratica. Più che un virile “Commander-in-chief” (comandante in capo delle forze armate), a causa dell’elmetto di varie misure più largo, sembrava più “Paperino-va-alla-guerra” (un’altra foto di quell’oggettivamente esilarante set fotografico).

Il tank moment di Michael Dukakis, nomination democratica alle presidenziali del 1988
Il tank moment di Dukakis, nomination democratica alle presidenziali 1988

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01/12/2007

Gli header di Webgol.it e la fotografia (di un luogo comune)

di Antonio Sofi, alle 13:21

L’header (la testata) di Webgol.it, fin dall’inizio, è stata dedicata a vetrina (più o meno) artistica.
Ogni tanto ce n’è una nuova – di foto, immagine, vignetta: ed è un modo per cambiare aria al blog.
Un po’ come disporre diversamente i mobili di casa: ti sembra per un po’ di stare in un posto nuovo.

Ma è anche talvolta l’opportunità di presentare il lavoro di gente in gamba. Come l’ultima in ordine di tempo: Roberta Ragona, alias Tostoini – il cui header autunnale m’è piaciuto tenere qualche mese.

Nel corso di (quasi ormai) 5 anni, abbiamo cambiato qualcosa come 130 header (o forse più). Alcuni sono su un set apposito di Flickr, altri (quelli con il template precedente) in una sezione di questo blog.

Oggi: cambio! E ne approfitto per metter su una foto di un fotografo giovanissimo e molto in gamba che si chiama Roberto Boccaccino (che ha il sito “flash & sfondo nero” marchio di fabbrica dei fotografi e collabora come fotoreporter per l’agenzia Grazia Neri). Tra le foto che mi ha mandato ne ho scelto due (non tutte si adattano a star in orizzontale in un header, pur se belle).

Questa che vede qui sopra (o qui se è già cambiata) è la prima (un’altra versione della stessa scena è questa qui sotto, meno headerizzabile)

[Foto di Roberto Boccaccino]
Notre-dame, Paris, Japan

E’ una foto che ha una bellezza d’altri tempi.

E’ una foto – mi scrive Roberto – che ho scattato a Parigi, di fronte a Notre-dame. Erano tutti giapponesi, vestiti uguali e si stavano fotografando a vicenda. Dopo aver passato qualche minuto a nutrire un certo risentimento fotografico nei confronti di quegli omini neri che stavano ovunque nell’inquadratura, ho deciso in quell’occasione (e successivamente anche in altre) di sfruttarli come soggetto.

Come dire? La fotografia di un luogo comune.
Tra qualche giorno (settimana?) si mette l’altra :)

04/06/2007

Lampredotto reloaded. Un fotoracconto dalle strade di Firenze

di Antonio Sofi, alle 22:29

Torna il lampredotto su questo blog (dovrei quasi farci una categoria). E’ come un vecchio amico, questo cibo di strada fiorentino.

Chi non lo hai mai assaggiato paga pegno, da queste parti (ma è pure vero che io ho un amore incontrollabile per qualsiasi cosa sia venduta in un baracchino di strada). Il lampredotto è una trippa. E questo fa scappare la metà delle persone. La metà che rimane però è una metà fortunata. Perché il lampredotto è una trippa morbida, una trippa ruminante, scura e odorosa, frastagliata come scandinavo fiordo, che s’usa spezzettare lessa nel pane bagnato e ricoprire di salsa verde dalla segretissima ricetta. Così si mangia a Firenze.

Lampredotto, foto di Valeria

Il lampredotto è un vecchio amico perché fu protagonista del post (forse) più commentato all’epoca in cui questo blog stava ancora alle prime armi, e su splinder (correva l’anno 2003).

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12/05/2007

Barcamp a Matera

di Antonio Sofi, alle 11:55

Sono riuscito a postare tutte le mie foto scattate al MateraCamp (na faticaccia). Ne aggiungo altre anche qui nel post – oltre a quelle di ieri, messe al volo durante la mattina. Ne approfitto per ringraziare Giovanni Calia, che si è fatto un mazzo così, ospitale e generoso.

Altre foto stanno su flickr con il tag barcampmatera, altri post su Blogbabel.

La prima foto appena arrivato, intorno a noi la gola del Cavesano il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano: sono rimasto a bocca aperta per 20 minuti circa.
Matera Camp

Sole cocente, mattina, sembra estate: meglio sotto i salvifici ombrelloni
MateraCamp

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31/07/2006

Mamuthones. Sangue, sudore e campane.

di Enrico Bianda, alle 07:25

[foto di Enrico Bianda]
mamuthonesLa fatica risuona di campane percosse da un osso di pecora. Con salti mossi e ordinati, a coppie in un corteo spaventoso, fatto di maschere e occhi scuri, pelo di montone e gesti autoritari. I mamuthones si muovono all’unisono, saltano insieme, diretti con orgoglio da un issokadore che si muove attraverso le bestie-uomo con circospezione, come un domatore, attento a non distrarsi mostrandosi al contempo coraggioso.
Sono usciti verso le 3 del pomeriggio, dopo la vestizione, chiusi nelle stanze della vecchia casa padronale nel centro del paese. Dal cortile si leva il fumo del fuoco pubblico. Uno dei tanti che da ieri sera illumina le strade di Mamoiada.

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09/05/2006

Un mullet tira l’altro

di Antonio Sofi, alle 16:36

mullet.jpg Poche cose come il tipo di capigliatura assurgono a fattore distintivo di un’epoca: molto più degli abiti (che, prima o poi, ritornano, sotto forma di costosissimo vintage), molto più dell’architettura o delle canzoni (che ritornano anche loro, copiate). Ma la capigliatura no, quella non mente.
La capigliatura è la concretizzazione visibile (la si indossa, la si porta addosso) di una serie di mediazioni socioculturali complicatissime e trasversali in equilibrio tra accettabilità, riconoscibilità e devianza sociale: il sentimento di una stagione, spesso irripetibile, tradotto in capelli (non lo dite ai parrucchieri).
Con una forte valenza identitaria, tanto da diventar, spesso, sineddoche, una parte per il tutto: pensare a “i capelloni” degli anni ’60, gli skin head, o i rasta.

Poi ci sono i mullet. Che sono tutt’altra cosa.

Il mio primo mullet lo intravidi più di una dozzina di anni fa.
Ad Hampstead, ridente località britannica nota per aver dato i natali ad A.A. Milne, creatore di Winnie The Pooh (da cui, credo, l’italico gruppo – tra l’altro mullet anch’essi: tutto torna) tra torpidi approcci alle ragazzine svedesi e caramelle gommose trafugate con destrezza negli store.
Me lo fece notare un mio amico inglese, con lo stessa accortezza che si userebbe nell’indicare l’ultimo esemplare vivente di upupa imperiale: voce bassa e movimenti controllati, altrimenti scappa via.
Un esemplare meraviglioso, nel suo genere.
Sopra capelli a spazzola, corti, normali, e poi, sotto, lunghi, giù fin sulle spalle.
Sopra corti, sotto lunghi. Facile.

Un virus tricotico trasversale ai generi (sostanzialmente unisex), all’età (viste intere famiglie mullet, bimbo massimo treenne compreso: un’esperienza da far tremare i polsi, che non consiglio a nessuno), alle classi sociali, dalle origini ancora oscure alla scienza positivista (perché? PERCHE’?).

Quell’estate la passammo cercando mullet in mezzo alla gente.
Tanto tempo dopo scoprii, per caso, di non essere il solo affascinato da questi strani esseri a capigliatura dissonante. Come si legge su uno dei tanti siti a loro dedicati (il più famoso è mulletsgalore e merita un’attenta consultazione) dire che i mullet sono semplice capigliatura è rimanere alla superficie del fenomeno: the mullet is a way of life, it is a state of mind, it is every person who wears it.

Io vi avverto, fate attenzione con i mullet: provocano dipendenza.

(Antonio Sofi, 14/06/2003)

07/05/2006

Che foto mettiamo oggi?

di Antonio Sofi, alle 19:25

ansablogger.jpgNon è facile, lo capisco. Trovare una foto da associare ad un pezzo sui blog. E in generale su internet, chè di meno fotografabile della Rete c’è solo la nebbia quella fitta.
Va molto la tastiera, o un monitor illuminato, o un essere umano di spalle pensoso davanti ad una tastiera, o ad un monitor, o ad entrambi, spesso con una penna tra le mani, o una sorta di internet point (spesso con computer dell’anteguerra) piena di persone ipnotizzate da ciò che vedono. Quell’internet point, poi, diventa ogni anno più vecchio (o siamo noi che andiamo avanti, non mi è chiaro questo passaggio).
Ogni tanto, poi, c’è anche il tentativo di percorrere strade inconsuete, in cui si sperimenta altra libertà associativa.
Come in questo caso, una breve sulla previsione che in Cina ci saranno, alla fine del 2006, 60 milioni di blog, data dall’Ansa: la foto mostra giovani preti cattolici con gli occhi a mandorla di cui uno fotografa con una macchina digitale.
Un riferimento al religious blogging?

20/02/2006

E-lettori

di Antonio Sofi, alle 09:20

L’apertura ai citizen photographer è realtà ampiamente sperimentata nei giornali on line anglosassoni – con sezioni permanenti che seguono passo passo, e dal basso, le notizie del giorno più fotografabili.

In Italia si arranca e si sperimenta.
Quado capita. Nel ghetto dell’emergenza, o di eventi straordinari.
Morte del papa, per esempio, un po’ le olimpiadi.

[A proposito delle olimpiadi, La Stampa, quotidiano di Torino, dedica una sezione “le vostre foto olimpiche” nella sezione speciale dedicata alle olimpiadi. Nella quale ci sono anche i blog di alcuni volontari – in collaborazione con 006.it. Uno sguardo al retroscena olimpico, molte foto, pochi post.]

L’idea era nell’aria, insomma.
Eccola applicata alla campagne elettorali.

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03/01/2006

La neve, il tempo, le foto on line

di Antonio Sofi, alle 13:56

[Neptune, originally uploaded by Ben Hammersley]

Torno dalla neve vera, e mi accorgo di essermi perso una nevicata di quelle che a Firenze, dove per la verità il freddo di per sè non è mai timido, capitano una volta ogni tanto. Da 20 anni, dicono.

Non per ritornare sulla questione delle risorse fotografiche on line, su cui ho scritto qualche giorno fa (in realtà facendolo), ma anche la nevicata fiorentina è un caso di emergenza notiziabile (qui e qui, per sapere cosa intendo con questa definizione). Emergenza (per fortuna blanda come qualche fiocco di neve) che, data la presenza di nuove tecnologie di pubblicazione on line, più di altre occorrenze “giornalistiche”, rimette in gioco e in discussione alcuni processi informativi consolidati. Specie per quanto riguarda le foto.

In questo caso, infatti, avevo voglia di vedere qualche foto di Firenze sotto la neve. Ho fatto una veloce ricerca nei giornali on line, nelle fotogallery professionali, e ho trovato ben poco – non so se per mia incapacità. Non dubito che quotidiani nazionali, e soprattutto quelli locali, abbiano pubblicato bellissime foto sul piccolo grande evento di cronaca bianca.
Il giorno stesso, o il giorno dopo.
Ma cosa ne rimane on line una settimana dopo?

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