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04/05/2010

Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto

di Antonio Sofi, alle 10:09

Sono stato la prima volta a L’Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte – da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell’Abruzzo. Gente dei “comitati”, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all’unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (parte 1 e parte 2) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da più di 40 artisti aquilani, Domà (spettacolare parodia di quella di Jovanotti & Friends imposta dall’alto delle stelle gentili). Non c’era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c’è uno striscione che recita: “Riprendiamoci la città“.
Glielo auguro di cuore.

Storie d’oro e di fango. Valeria Gentile tra l’Abruzzo e il Vaticano

Questo ebook (scaricabile in pdf, 16 mega), della giovane reporter Valeria Gentile è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po’ dimenticato, perché spesso si dimenticano le cose che fanno male e perché raccontata all’esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E’ un racconto militante e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede…

SCARICA: Storie d’oro e di fango (pdf, 16 mega ca)

SFOGLIA e ingrandisci cliccando sul flash qui in basso

L’introduzione

Di seguito la mia perdibile introduzione

Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità.

Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli?

Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualità vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono – e diventa inevitabilmente predica.

Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.

“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta.

In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso – incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.

Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “Altri Occhi” (vincitrice anche di una edizione di Bloglab, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni).

Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterà impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai.

Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).

Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei.

Buona lettura.
Antonio Sofi

21/01/2010

Sandwich digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica.

di Enrico Bianda, alle 19:29

Sandwich Digitale. La vita segreta dell'immagine fotograficaFino ad oggi non mi era capitato di leggere qualcosa di convincente sull’avvento e sulla diffusione universale delle fotocamere digitali. Adesso c’è, semplicemente. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di impressioni personali, e insieme tentativo di sintesi di una pratica più che decennale, da parte di un fotografo che si chiama Paolo Rosselli. Ha pubblicato un libro intitolato “Sandwich Digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica” con l’editore Quodlibet. La cosa mi ha incuriosito, per molti motivi, tra questi, ammetto, l’autorevolezza della casa editrice, che ha fatto si che partissi con il piede giusto.

Tokyo. Foto di Paolo Rosselli
Tokyo. Foto di Paolo Rosselli

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15/01/2010

Viande. La natura sovraesposta.

di Massimo Di Terlizzi, alle 08:49

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo che un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna durato 40 giorni. Questa è la sesta e ultima puntata – c’è anche la prima notturna, la seconda fredda e bollente, la terza di persone capodanne, la quarta naturale senza sforzo, la quinta di notte flessibile. Alla prossima]

Pinguino di Magellano

E’ una natura buffa, meravigliosa, eccessiva – è come fosse sovraesposta. Genera insieme tenerezza e euforia: un divertito spettacolo.

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07/12/2009

Viande. I frutti del cactus e la notte flessibile

di Massimo Di Terlizzi, alle 09:59

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo che un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna durato 40 giorni. Questa è la quinta puntata – c’è anche la prima notturna, la seconda, fredda e bollente, la terza di persone capodanne, la quarta naturale senza sforzo. as]

Frutto del Cactus, foto di Massimo Di Terlizzi
Frutto del Cactus, foto di Massimo Di Terlizzi

Viene raccolto la mattina prima dell’alba quando le spine sono piu morbide. Quando la notte le ha rese flessibili (di giorno invece, oltre una certa ora, pare sia impossibile raccoglierlo). Dentro è gelatinoso, ha semi come il kiwi, l’odore dell’aloe e viene servito con una spolverata di zucchero a velo.

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25/11/2009

Viande. La natura è un pianeta lontano, una stanchezza senza sforzo.

di Massimo Di Terlizzi, alle 21:32

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo che un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna durato 40 giorni. Questa è la quarta puntata, dedicata al verde e al rosso di una natura che si fa pianeta lontano – c’è anche la prima notturna e la seconda, fredda e bollente, la terza di persone capodanne. as]

La Puna andina, altopiano. Foto di Massimo Di Terlizzi
La Puna andina, altopiano. Foto di Massimo Di Terlizzi

L’altopiano è il luogo infinito del vento che tutto muove e che modula la luce in modi sconcertanti. Si avverte un malessere per l’altezza eccessiva che è come una stanchezza senza sforzo, una spossatezza dolce e sonnolenta – sognante. (MDT)

Parco Nazionale Pan De Azuc. Foto di Massimo Di Terlizzi
Parco Nazionale Pan De Azuc. Foto di Massimo Di Terlizzi

13/11/2009

Viande. Capodanno, all’altro mondo.

di Massimo Di Terlizzi, alle 13:13

[Viande ̬ un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo, che un anno fa ̬ partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna, durato 40 giorni. Questa ̬ la terza puntata, dedicata alle persone, in bilico tra vecchio e nuovo anno Рla prima ̬ qui e la seconda, fredda e bollente, qui. as]

Viande. L'alba a Valparaiso, il giorno di Capodanno. Foto di Massimo Di Terlizzi
Viande. L'alba a Valparaiso, il giorno di Capodanno. Foto di Massimo Di Terlizzi

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06/11/2009

Viande. Vapore bollente e azzurro vibrante di freddo

di Massimo Di Terlizzi, alle 17:00

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante, parola viaggiante per antonomasia. Le foto sono di Massimo Di Terlizzi: un amico e un fotografo di viaggio dall’obiettivo leggero e ispirato, che sta dentro e intorno alle cose. Un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna, durato 40 giorni: «Viaggiare porta sempre all’eccesso di realtà». Questa è la seconda puntata, dedicata ai freddi bollori del mare della Patagonia – la prima è qui. as]

Viande. Ghiacciaio, parco nazionale Torres del Paine, Chile. Foto di Massimo Di Terlizzi
Viande. Ghiacciaio, parco nazionale Torres del Paine. Foto di Massimo Di Terlizzi

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01/11/2009

Viande. Un viaggio fotografico in Cile e Patagonia

di Massimo Di Terlizzi, alle 16:47

[Questo non è un blog fotografico. Ma chi scrive – e il sodale Enrico Bianda a maggior ragione – da tempo anche qui pubblica di fotografia e reportage fotografici, in ambito giornalistico e non solo. Massimo Di Terlizzi è un amico, e un fotografo di viaggio che ha l’occhio leggero e ispirato di chi fa vivere le cose dentro un obiettivo, e contemporaneamente riesce a suggerire quello che ci sta oltre – dote narrativa come poche altre in questo mestiere. Poco meno di un anno fa, Massimo è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna, durato quasi un mese. Qui sotto, e nelle prossime settimane, una selezione in cinque puntate del suo racconto per immagini. (Viande perché è via (le) Ande, e quasi viandante, parola viaggiante per antonomasia). as]

Viande. Mezzanotte a Punta Arenas. Foto di Massimo Di Terlizzi
Viande. Mezzanotte a Punta Arenas. Foto di Massimo Di Terlizzi

19/09/2009

Scrittura con luce, che prevede. Cinque film sui fotografi italiani.

di Enrico Bianda, alle 11:33

E va bene. Visto e considerato che Antonio mi solletica con le parole dedicate a Berengo Gardin, colgo l’occasione per segnalare una fantastica iniziativa di un pugno di coraggiosi autori. Cinque dico cinque notevolissimi documentari dedicati ai cinque grandi della fotografia italiana. Si intitola semplicemente Fotografia Italiana.
Qui sotto, il video-trailer di presentazione.

Nell’ordine, senza voler fare classifiche, ne sono protagonisti il nostro Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Ferdinando Scianna, Franco Fontana e Mimmo Jodice. Insomma a ben vedere ci sono tutti, quelli storici. Portatori di estetiche non sovrapponibili, amanti di luoghi e momenti diversi, fotografi che hanno percorso strade diverse, usato strumenti distinti. Li si vede in queste belle storie scritte e condotte da Alice Maxìa e dirette da Giampiero D’Angeli, raccontarsi seduti ad un tavolo, scorrere le immagini di una vita, camminare incontro alla luce, tra le ombre e il movimento – farsi insomma narrazione sul filo della memoria. Arte e storia della fotografia.

Per chi ama la fotografia è semplicemente meraviglioso vedere Jodice aggirarsi per gli scavi romani di Ercolano, alla ricerca di un cono di luce giusto, con in mano una delle sue Hasselblad. Oppure osservare il reticolo che spezzetta l’immagine in un banco ottico prima dello scatto di Gabriele Basilico.

I documentari durano tutti e cinque quasi un’ora, molto ben girati, avvicinano lo spettatore e l’appassionato al cuore della pratica fotografica dei protagonisti. E’ un’indagine intima nelle scelte e nelle motivazioni, un raro esempio di documentazione su un patrimonio umano straordinario che in Italia, come spesso accade, viene naturalmente sottovalutato.

16/09/2009

All’anima di ANIMAls /4

di Antonio Sofi, alle 16:45

E’ da qualche settimana in edicola il quarto numero di ANIMAls, e ormai ho preso il ritmo e il piacere di darne segnalazione qui.

La cover del quarto numero di ANIMAls
La cover del quarto numero di ANIMAls

Devo dire che Laura Scarpa e gli altri stanno facendo un ottimo lavoro: c’è una nuova grafica per lo spazio della Posta, con camei di Scòzzari e aumentata di una pagina (giusto: è fondamentale per riviste di questo tipo – penso all’amatissimo spazio di Totem Comic, curato da Massimiliano Bruno e per un periodo Monica Cardona, che era una specie di blog ante-litteram e valeva da solo il prezzo della rivista), continuano le 5 pagine 5 di Gipi e l’amor fou per Bastien Vives (piano piano mi convinco, eh – ma bella l’impaginazione delle pagine di moleskine disegnate), poi ci sono i fumetti di Emile Bravo, Gregory Panaccione, Lewis Trondheim, Davide Toffolo e Paolo Bacilieri, i soliti gioielli iperrealisti di Mannelli, otto pagine di Marco Makkox Dambrosio (c’è bisogno che aggiunga aggettivi? lui ci ha fatto un fumetto), un racconto inedito di mr. Paolo Nori con disegni di Marco Petrella, qualche strip d’autore (deliziose quelle di Lorena Canottiere, sul baby-talk, potremmo dire).

Poi, l’intervista più azzeccata dei primi 4 numeri (per me, ovviamente). A quello che considero (per fortuna non unico) il più grande fotografo italiano di tutti i tempi: Gianni Berengo Gardin. Una sua mostra antologica, ormai un po’ di tempo fa, mi ha fatto per la prima volta capire la magia narrativa che può nascondersi tra le pieghe di luce di una foto – prima la fotografia mi aveva sempre annoiato, limite mio. Una fotografia, quella di Gardin, che è spesso nel non-fotografato. Perché i grandi fotografi questo hanno di speciale – se ne fottono del recinto dell’inquadratura, che è conventio ad excludendum solo per chi non sa: nelle mani di uno come Berengo Gardin diventa in un attimo maggioranza assoluta, convergenza parallela, un intero pentapartito di opportunità. (Per dire, di quando ne scrissi nel 2004, di uno splendido libro su Cinisello Balsamo – dico Cinisello Balsamo: che tutti sono bravi a scattar belle foto a New York).

C’è un libro-intervista, di Silvana Turzio, che prenderò. Nello specifico dell’intervista, ho apprezzato molto il passaggio sul paratesto, e sull’ombra umana anche nelle foto delle cose, delle case – a partire da un libro meraviglioso, del ’77 “Dentro le case”, e questo di seguito:

Il bello della fotografia è che ogni situazione è diversa dalle altre, e quindi è un piacere, un divertimento, una ricerca di un qualcosa che sia specifico della persona e di quella situazione. Delle volte si passa in un luogo dove si sente che potrebbe venire una bella fotografia, però non è il momento. Poi si aspetta, basta che ci sia un’ombra, un colombo, una cosa che fa sì che la fotografia scatti improvvisamente.

[Ps.: per chi ha voglia e domani è a Roma, segnalo un evento Animals alla galleria Tricromia in via di Panico 35. Dalle ore 20, dovrebbero esserci alcuni tra autori e facitori di Animals, più chiacchiere e aperitivo. Se riesco faccio un salto anche io]

21/08/2009

Per favore non mordermi sul collo V. Il gonzo della politica.

di Enrico Bianda, alle 12:57

[«Ovunque vedo denti aguzzi dietro labbra pallide. Nei romanzi, nelle serie Tv, al cinema, nella politica, tra le pagine dei quotidiani. Ne provo a mettere insieme i segni che trovo, e la fascinazione antica»: Enrico Bianda danza intorno a vampiri e dintorni, un vecchio tema che continua a rimanere incistato dentro la modernità. Leggi il prologo sul Nachzeherer che non tramonta, la 2a puntata sulle coppie di vampiri che infestano le trattorie fritto mare, la terza sui sogni divoranti delle escort, la quarta su Zora la vampira. as]

Continuano a pubblicare quella fotografia sgranata della D’Addario, di cui già ho scritto. Il sentimento permane, con l’aggiunta di qualche dettaglio. Restano quegli occhi segnati dal nero, tragici. Anche se di tragico tutta questa storia non ha nulla. Salvo il destino di chi in questo paese ci vive.

Ma restiamo ai nostri temi. Le chiacchiere da porno-salotto, o porno-piscina, o ancora da porno-colazione, post coitali, post surreali, rimandano in modo macchiettistico, senza una briciola di umorismo, per l’appunto, alle chiacchiere senza senso ai margini di un set porno, mentre qualcuno si trastulla per mantenere un’erezione – come nel bellissimo Boogie Nights. Una chiacchiera qui – oggi mi hai fatto male; una chiacchiera lì – non venire in fretta la prossima volta.

“Del resto la mancanza di senso dell’umorismo, universale e istituzionalizzata, è la linfa vitale del porno” – Mertin Amis, Uno sporco lavoro.

Gore Vidal diceva che la cosa peggiore del porno è che potrebbe piacerti. Lo guardi con l’ansia che possa rapirti: in un misto di curiosità e bramosia. Una sorta di vampirismo delle emozioni: vampirizzati i consumatori finali e quelli che il porno lo fanno: uno sporco lavoro come scrive Martin Amis in un suo reportage pubblicato qualche anno fa in un libro di Stefano De Luigi intitolato Pornoland.

Pornoland, di Stefano De Luigi
Pornoland, di Stefano De Luigi

Il gonzo della politica allora, o gonzo politik, dove nulla è scritto, dove tutti fanno tutto, senza copione, senza montaggio.
E’ definitivamente la pornografizzazione della realtà e della politica: il non senso, o il super senso.

20/05/2009

Lo “scatta e scappa” del fotografo disintermediato

di Antonio Sofi, alle 23:55

Dura la vita del fotogiornalista ai tempi del digitale. Assediato dalla moltitudine scattante di amateur dotati di reflex e teleobiettivi, in competizione con le migliaia di scatti che inondano i social network e taggano l’universo intero – con i fotografati che invece di stare fermi in posa sempre più spesso tirano fuori una compatta dalla borsa e diventano fotografi a loro volta. La fotografia si è “popolarizzata”, come è accaduto negli ultimi anni a molte altre tecniche e arti: c’è poco da lamentarsi in tal senso. Ma se poi anche le istituzioni remano contro, il povero fotografo rischia la depressione professionale.

Uno screenshot del video girato dai fotografi alla Casa Bianca (da Lens)
Uno screenshot del video girato dai fotografi alla Casa Bianca (da Lens)

Per esempio. Sapete quanto tempo è concesso ai fotografi ufficialmente accreditati alla Casa Bianca per scattare una foto a Barack Obama in riunione ufficiale con altri capi di stato? Una ventina di secondi, più o meno. Bisogna scattare al volo, e sperare che la foto sia venuta bene: non è concessa una seconda chance. A raccontare impietosamente l’andazzo, grazie anche al supporto di una telecamera nascosta, Stephen Crowley su Lens, il blog di “visual journalism” del New York Times: «Aspettiamo tutti fuori dallo studio ovale, anche per un’ora. Quando la riunione sta per finire, partiamo di corsa: abbiamo giusto il tempo di fare un paio di scatti e poi defluire velocemente dalla stanza».

Ogni tanto c’è il contentino di una battuta pietosa del presidente all’indirizzo dei fotografi velocisti: «Spero che almeno una di queste sia venuta bene». E il bello è che non è la prima volta che lo staff di Obama si scontra con chi di mestiere racconta per immagini. La prima gaffe risale al primo giorno di lavoro del 44° presidente degli Usa. È il fotografo dello staff a scattare le prime foto, tradizionalmente concesse ai fotografi delle agenzie come gesto di buon vicinato mediatico. Ed ecco che infatti e foto fatte in casa vengono prontamente rispedite al mittente dalle agenzie stesse, con tanto di motivazione piccata: «Non vorrete mica raccontare tutto da soli? O fate entrare i nostri fotografi o nisba».

Una delle prime foto di Obama alla Casa Bianca, scattate dal fotografo 'di casa'
Una delle prime foto di Obama alla Casa Bianca, scattate dal fotografo 'di casa'

Secondo il giornalista Mario Tedeschini Lalli che è stato tra i primi a commentare il caso è tutta una questione di inesperienza: «Obama e il suo staff sono notoriamente all’avanguardia nell’uso degli strumenti di comunicazione web. Cioè sono all’avanguardia nella comunicazione disintermediata — quella che fa a meno dell’Associated Press, come del New York Times. Evidentemente è meno a suo agio con la comunicazione mediata da professionisti». L’equilibrio è difficile: se le foto sono scattate internamente, rischiano di essere troppo propagandistiche – senza mai uno sguardo esterno che possa mettere le cose in prospettiva. Se i fotografi sono lasciati liberi e freschi, troveranno di certo la smorfia che fa da sola la didascalia, e mette in secondo piano la notizia. L’equilibrio trovato finora è lo “scatta e scappa” che racconta il New York Times. Chissà se reggerà.

[Una versione ridotta di questo pezzo è stata pubblicata oggi su Dnews]

10/04/2009

Otra Mirada /5. Per il mattino a Montevideo (e per un sorso di mate).

di Enza Reina, alle 18:23

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

Montevideo ha il fascino di certi cugini di secondo grado. Di quelli che vai a trovare solo se sei costretto, e solo dopo ti accorgi di quanto siano interessanti.

Insomma decido di andare in Uruguay, quasi solo perché è vicino a Buenos Aires. Ci arrivo con il traghetto: prassi comune, per raggiungere il paese.

Dal porto di Colonia del Sacramento, dove sbarco, mi aspetta ancora un’ora di bus prima di arrivare nella capitale. Sonnecchio sui sedili mentre davanti ai miei occhi scorrono i pascoli verdi della Nueva Helvecia, una zona colonizzata da pionieri d’oltralpe che sono riusciti a renderla una succursale della valle Engandina con le mucche pezzate che pascolano placide e le fattorie che vendono zoccoli di legno. L’effetto complessivo è un po’ buffo.

Plaza Independencia, Montevideo
Grattacielo a Plaza Independencia, Montevideo

All’orizzonte grattacieli e la torre Antel fatta a forma di cuneo. L’atmosfera è quella un po’ scarrettata e decadente di chi non s’affanna troppo per le umane cose. L’Uruguay è il paese più piccolo di lingua spagnola del continente: schiacciato sul mare dalla grandeur dei cugini porteños che stanno sulla sponda opposta del Rio de la Plata. Sento nell’aria più coscienza e attivismo, meno sorrisi ed un rifiuto molto urlato a modelli liberisti (Montevideo è sede del Mercosur, di fatto unica alternativa sudamericana al Wto).

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26/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VIII parte). Mangiare bere sognare

di Enrico Bianda, alle 10:41

Siamo scesi dall’aereo da poche ore, frastornati camminiamo lungo una via di cui non sappiamo nulla, polvere, vacche, smog, luce accecante, traffico, clacson, i primi tuk tuk, la frenesia dei rickshaw, la facce, gli occhi con lo sguardo nero di domande e indifferenza. Siamo a Delhi, avvolti in una sensazione inedita, di scoperta, di angoscia, di incertezza, di curiosità e di insofferenza: vorremmo essere ovunque e sapere già, conoscere.

Titu guida un’ape, il taxi tipico di tutto il sud est asiatico. Titu è silenzioso e pieno di riguardo. Titu è sikh, porta un turbante e lo sguardo è severo. Ci colpisce e ci convince. Partiamo in cinque, veloci nel traffico, con gli autobus vicini, che ci sfiorano, curve e rettilinei. Titu spiega tutto e racconta, e come prima cosa, vuole portarci al tempio sikh di Delhi, la sua casa.

Sikh Temple
Le cucine di un tempio Sikh a Delhi, foto di Manuela Ladu

Il primo impatto con il cibo, con la cucina indiana avviene proprio qui, tra queste costruzioni, dove una folla febbrile si muove scalza e ornata di turbanti o semplici fazzoletti a coprire il capo. Lunghi capelli mai tagliati e corpi in acqua, parlano e si lasciano andare alle offerte. Nel tempio le tablas e alcuni armonium suonano: anche questo è il primo impatto con la musica di qui.

Ci porta a visitare la cucina del tempio. Il primo impatto con l’India e le sue moltitudini avviene in questa grande cucina, dove immensi calderoni in ferro battuto, neri di fuliggine e fumanti, cuociono il cibo per centinaio, migliaia di pellegrini sikh, di membri della comunità, in visita e locali. Vengono, mangiano disciplinatamente, seduti a terra, in fila, e poi si alzano e se ne vanno. A turno c’è chi si occupa di servire, distribuire, e lavare. Pulire e rifornire, offrire soprattutto. Chiunque può sedersi qui e mangiare un piatto di riso, verdure al curry e nan, il pane senza lievito di questa terra.

Sikh Temple
La cucina di un tempio Sikh a Delhi. Si cucina e si mangia senza tregua. Foto di Manuela Ladu

Intanto alcuni cuochi si muovono tra i grandi immensi pentoloni che fumano di verdure gialle: peperoni e patate, e poi il riso e altre pietanze.

Cucinano senza tregua, tutto il giorno. Poco più in la alcune decine di donne impastano la farina con l’acqua e stendono la pasta sulla roccia: preparano il pane per tutti, una catena di montaggio comunitaria, felice, sostenibile.

Parte qui il desiderio di cibo buono che mi accompagnerà tutto il viaggio, con il naso nei padelloni dei fritti per strada, sognando cavolo e cipolle fritti nella pastella dei pakora, pani con le erbe e il burro, riso, salse, montone, pollo, tandoori. Nascerà qui, in questa cucina chiassosa e sorridente, l’illusione della dimensione comunitaria dell’India: forse i sikh sono così, fraterni e solidali. Altrove regna l’indifferenza, alleviata dalla speranza di una vita migliore, dopo la morte.

16/03/2009

Otra Mirada /3. Mi Buenos Aires Querido

di Enza Reina, alle 08:46

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

La Boca

Sono a la Boca, uno dei quartieri più famosi di Buenos Aires. Caminito, la via più famosa del barrio raggomitolato su Riacuelo, un fiumiciattolo quasi immobile, è un patchwork di colori, lamiere ondulate e mattoni dai colori improbabili. Ci sono arrivata a piedi una domenica mattina che più luminosa non si poteva. Attraverso strade deserte e a vecchie sedi chiuse del partito justicialista, via via le avenidas ampie si restringono. Gente di fronte alle panetterie aperte: medialunas fragranti, pane e cotolette gigantesche già impanate e fritte.

Le case che danno su Caminito, nel quartiere di La Boca a Buenos Airos
Le case che danno su Caminito, nel quartiere di La Boca a Buenos Airos

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