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	<title>Webgol, a cura di Antonio Sofi &#187; Corpi</title>
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	<description>Web, politica, giornalismo</description>
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		<title>John Berger e l&#8217;urgenza della vita nel disegno</title>
		<link>http://www.webgol.it/2010/05/26/john-berger-e-lurgenza-della-vita-nel-disegno/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 09:16:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Disegnare chi è morto implica un senso di urgenza molto forte. Nell’intero corso del tempo, passato e a venire, è un momento unico: l’ultima occasione di disegnare quel che non sarà mai più visibile, né da te né da nessun altro &#8211; che si è manifestato un tempo e non si manifesterà mai più.
Ho un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Disegnare chi è morto implica un senso di urgenza molto forte. Nell’intero corso del tempo, passato e a venire, è un momento unico: l’ultima occasione di disegnare quel che non sarà mai più visibile, né da te né da nessun altro &#8211; che si è manifestato un tempo e non si manifesterà mai più.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.librischeiwiller.it/default.php?idnodo=81"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/suldisegnare.png" alt="" title="" width="210" height="240" class="alignleft size-full wp-image-3908" /></a>Ho un po&#8217; parafrasato, ma in sostanza queste sono le parole di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Berger"><strong>John Berger</strong></a>, critico d’arte, disegnatore e storyteller &#8211; come a lui piace definirsi. Racconta questa cosa in un libro tutto dedicato al disegno che si intitola <strong><a href="http://www.librischeiwiller.it/default.php?idnodo=81">Sul disegnare</a></strong> (edito dai tipi della Scheiweller). E lo fa ricordando una serie di disegni che aveva fatto ritraendo il volto del padre, morto, nella bara. C’è, nel ricordo di questo volto, l’urgenza di fermare i lineamenti in un ricordo persistente.</p>
<p>Il disegno &#8211; l&#8217;atto stesso del disegnare &#8211; manca di quella sfumatura macabra che avrebbe avuto invece un ritratto fotografico. A fare la differenza è il tempo trascorso. Trascorso ritraendo. Guardando intensamente la forma e la vuota espressione del viso. Berger infatti dice di aver fatto vari disegni. C’è evidentemente uno sforzo per fissare quell’immagine fissa di per se. Quel corpo è fisso, lo è per sempre. Ma ancora per poco nella sua visibilità. Ecco l’urgenza, evidente, e la sfida, del riuscire a ritrarre quel viso nel tempo concesso. </p>
<p>Alla fine il disegno è un atto che da macabro diviene coraggioso. Sfida il tempo e il mutamento. Il tratto della matita fissa su carta i lineamenti per l’ultima volta. E’ l’ultimo istante di forma umana, ancorché svuotata di vita. Ma la vita sta nello sforzo del disegno. </p>
<p>Quello di Berger mi sembra un supremo gesto d’amore, commovente. </p>
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		<title>Per favore non mordermi sul collo V. Il gonzo della politica.</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 10:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[[«Ovunque vedo denti aguzzi dietro labbra pallide. Nei romanzi, nelle serie Tv, al cinema, nella politica, tra le pagine dei quotidiani. Ne provo a mettere insieme i segni che trovo, e la fascinazione antica»: Enrico Bianda danza intorno a vampiri e dintorni, un vecchio tema che continua a rimanere incistato dentro la modernità. Leggi il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.webgol.it/index.php?s=Per+favore+non+mordermi+sul+collo"><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/collo_logo.jpg" alt="" title="" width="100" height="88" class="alignleft size-full wp-image-2945" /></a><font size="-2">[«Ovunque vedo denti aguzzi dietro labbra pallide. Nei romanzi, nelle serie Tv, al cinema, nella politica, tra le pagine dei quotidiani. Ne provo a mettere insieme i segni che trovo, e la fascinazione antica»: Enrico Bianda danza intorno a vampiri e dintorni, un vecchio tema che continua a rimanere incistato dentro la modernità. Leggi il prologo sul <a href="http://www.webgol.it/2009/06/30/per-favore-non-mordermi-sul-collo-prologo/">Nachzeherer che non tramonta</a>, la 2a puntata sulle <a href="http://www.webgol.it/2009/07/04/per-favore-non-mordermi-sul-collo-2-come-un-riccio-di-mar/">coppie di vampiri che infestano le trattorie</a> fritto mare, la terza sui <a href="http://www.webgol.it/2009/07/15/per-favore-non-mordermi-sul-collo-3-la-manutenzione-di-un-dolore-artificiale/">sogni divoranti delle escort</a>, la quarta su <a href="http://www.webgol.it/2009/07/27/per-favore-non-mordermi-sul-collo-4-zora-la-vampira">Zora la vampira</a>. as]</font> </p>
<p>Continuano a pubblicare quella fotografia sgranata della D’Addario, di cui <a href="http://www.webgol.it/2009/07/15/per-favore-non-mordermi-sul-collo-3-la-manutenzione-di-un-dolore-artificiale/">già ho scritto</a>. Il sentimento permane, con l’aggiunta di qualche dettaglio. Restano quegli occhi segnati dal nero, tragici. Anche se di tragico tutta questa storia non ha nulla. Salvo il destino di chi in questo paese ci vive. </p>
<p>Ma restiamo ai nostri temi. Le chiacchiere da porno-salotto, o porno-piscina, o ancora da porno-colazione, post coitali, post surreali, rimandano in modo macchiettistico, senza una briciola di umorismo, per l’appunto, alle chiacchiere senza senso ai margini di un set porno, mentre qualcuno si trastulla per mantenere un’erezione &#8211; come nel bellissimo Boogie Nights. Una chiacchiera qui – oggi mi hai fatto male; una chiacchiera lì – non venire in fretta la prossima volta.</p>
<blockquote><p>“<em>Del resto la mancanza di senso dell’umorismo, universale e istituzionalizzata, è la linfa vitale del porno</em>” – Mertin Amis, Uno sporco lavoro.</p></blockquote>
<p><strong>Gore Vidal</strong> diceva che la cosa peggiore del porno è che potrebbe piacerti. Lo guardi con l’ansia che possa rapirti: in un misto di curiosità e  bramosia. Una sorta di vampirismo delle emozioni: vampirizzati i consumatori finali e quelli che il porno lo fanno: uno sporco lavoro come scrive <strong>Martin Amis</strong> in un suo reportage pubblicato qualche anno fa in un libro di <strong>Stefano De Luigi</strong> intitolato <a href="http://www.contrastobooks.com/cultura/LibriDettaglio.asp?idlib=1139">Pornoland</a>. </p>
<div class="img alignnone size-full wp-image-3110" style="width:400px;">
	<img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/pornoland3.jpg" alt="Pornoland, di Stefano De Luigi" width="400" height="400" />
	<div>Pornoland, di Stefano De Luigi</div>
</div>
<ul>
	<a href="http://gallery.panorama.it/gallery/fotografia_pornoland_reportage_fotografico_nel_mondo_dellhar/27209_pornoland_reportage_fotografico_nel_mondo_dellhard.html">Una galleria di &#8220;Pornoland&#8221; su Panorama</a>
</ul>
<p>Il gonzo della politica allora, o gonzo politik, dove nulla è scritto, dove tutti fanno tutto, senza copione, senza montaggio.<br />
E’ definitivamente la pornografizzazione della realtà e della politica: il non senso, o il super senso.</p>
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		<title>Lo sconfinamento nel corpo</title>
		<link>http://www.webgol.it/2009/02/11/lo-sconfinamento-nel-corpo/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 15:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi guasti giorni è apparso a più riprese un fantasma, uno spettro che mi angoscia, che schiaccia contro un muro, nel silenzio colpevole di molta politica, di tutta la politica. Lo spettro è quello più spregevole dell&#8217;uso politico del corpo, dell&#8217;abuso ideologico del corpo, come la propaganda che parlava attraverso le caricature arroganti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi guasti giorni è apparso a più riprese un fantasma, uno spettro che mi angoscia, che schiaccia contro un muro, nel silenzio colpevole di molta politica, di tutta la politica. Lo spettro è quello più spregevole dell&#8217;uso politico del corpo, dell&#8217;abuso ideologico del corpo, come la propaganda che parlava attraverso le caricature arroganti di nasi e labbra carnose.</p>
<p>L&#8217;uso sfacciato di un corpo, in presenza e in <a href="http://www.unita.it/news/81331/la_foto_che_manca">assenza</a>.</p>
<p>E&#8217; la recrudescenza della peggior biopolitica, insieme agli sconfinamenti evocati da un bell&#8217;articolo di Bruno Accarino, apparso ieri sulle <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090210/pagina/03/pezzo/241765/">pagine del Manifesto</a>: quella che si descrive tra le righe è una vera e propria psicopatologia del potere, cangiante e pervasiva, capace di penetrare tutti i luoghi dello spazio sociale. </p>
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		<title>La barba di Eco (Carrère au contraire*)</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 11:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[O l&#8217;eco della barba, nel senso che della di lui barba si sono perse le tracce, ne resta un ricordo, un&#8217;eco visiva, e basta. Che effetto vedere l&#8217;icona Umberto Eco senza barba, ma con i baffi, solo quelli, marroni e folti, belli polposi, simpatici. Ma l&#8217;icona funziona? Gli occhiali sul naso, la faccia tonda, senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>O l&#8217;eco della barba, nel senso che della di lui barba si sono perse le tracce, ne resta un ricordo, un&#8217;eco visiva, e basta. Che effetto vedere l&#8217;icona <strong>Umberto Eco</strong> senza barba, ma con i baffi, solo quelli, marroni e folti, belli polposi, simpatici. Ma l&#8217;icona funziona? Gli occhiali sul naso, la faccia tonda, senza barba allenta la tensione di venerazione e accondiscendenza che in noi sgorgava al solo sentir pronunciare il suo nome, brand di cultura totale, dilagante, pervasivo e italianissimo.</p>
<p><img src="http://www.webgol.it/wp-content/uploads/umbertoeco_senzabarba2.jpg" alt="" title="" width="300" height="248" class="alignnone size-medium wp-image-1916" /></p>
<p>Ora Umberto Eco somiglia molto al caro <strong>Manuel Vasquez Montalban</strong>, caro lui, morto qualche anno fa: gli assomiglia, su, siamo sinceri, quasi una meraviglia veder la sintesi di due personaggi così cari a molti, simbiotici, sintetici, uniti dal baffo e dal buongusto per la cucina, evidente, nella posa e nell&#8217;occhio.<br />
Ne vien fuori un&#8217;ode scalza al pelo perduto, che muoveva i sentimenti miei, devoto barboso. Di fatto la prima volta che incontrai Montalban rimasi un poco deluso, mi aspettavo una montagna di risate e bontà, di gusto e piacere, mi ritrovai un uomo serio, piccoli passi e eloquio calmo, sereno, occhi bassi a pensare e baffi scuri sotto gli occhiali.</p>
<p><font size="-2"><em>* Il riferimento del titolo è al libro di Emmanuel Carrère, Moustache (<a href="http://www.anobii.com/books/Baffi/9788845246906/01be861626ac875519/">Baffi</a>, in italiano). ndas</em></font></p>
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		<title>I mullet e la capigliatura dissonante (yet to come)</title>
		<link>http://www.webgol.it/2008/01/03/i-mullet-e-la-capigliatura-dissonante-yet-to-come/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jan 2008 01:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni segnali, già da qualche anno, lo fanno sperare. Che nell&#8217;eterno ciclo e riciclo della storia e delle mode musicali, ritorni anche un taglio di capelli che è stato fulgore periferico del anni 80-90, ossimorica filosofica gioia in una sola parola piena di poesia: Mullet.
[Qui sotto uno splendido esemplare di Mullet felice]

Ne avevo scritto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni segnali, già da qualche anno, lo fanno sperare. Che nell&#8217;eterno ciclo e riciclo della storia e delle mode musicali, ritorni anche un taglio di capelli che è stato fulgore periferico del anni 80-90, ossimorica filosofica gioia in una sola parola piena di poesia: <strong>Mullet</strong>.</p>
<p><font size="-2">[Qui sotto uno splendido esemplare di Mullet felice]</font><br />
<img src="http://www.webgol.it/images/mullet.gif" alt="Ecco uno splendido esemplare di Mullet" align="left" hspace="5" vspace="5" /></p>
<p>Ne avevo scritto a giugno del 2003 agli albori di questo blog (che sta per compiere ben cinque anni, e che appunto all&#8217;epoca si occupava di questioni importanti), in un post dal titolo <a href="http://www.webgol.it/mullet/">Un mullet tira l’altro</a> &#8211; che riporto anche qui sotto, liberando (e finalmente) una così aurea tematica dal silenzio indotto di una pagina statica.</p>
<blockquote><p><strong><a href="http://www.webgol.it/mullet/">Un mullet tira l’altro</a></strong></p>
<p>Poche cose come il tipo di capigliatura assurgono a fattore distintivo di un’epoca: molto più degli abiti (che, prima o poi, ritornano, sotto forma di costosissimo vintage), molto più dell’architettura o delle canzoni (che ritornano anche loro, copiate). Ma la capigliatura no, quella non mente.<br />
La capigliatura è la concretizzazione visibile (la si indossa, la si porta addosso) di una serie di mediazioni socioculturali complicatissime e trasversali in equilibrio tra accettabilità, riconoscibilità e devianza sociale: il sentimento di una stagione, spesso irripetibile, tradotto in capelli (non lo dite ai parrucchieri).<br />
Con una <strong>forte valenza identitaria</strong>, tanto da diventar, spesso, sineddoche, una parte per il tutto: pensare a “i capelloni” degli anni ‘60, gli skin head, o i rasta.<span id="more-1084"></span></p>
<p><strong>Poi ci sono i mullet</strong>. Che sono tutt’altra cosa.</p>
<p>Il mio primo mullet lo intravidi più di una dozzina di anni fa.<br />
Ad Hampstead, ridente località britannica nota per aver dato i natali ad A.A. Milne, creatore di Winnie The Pooh (da cui, credo, l’italico gruppo &#8211; tra l’altro mullet anch’essi: tutto torna) tra torpidi approcci alle ragazzine svedesi e caramelle gommose trafugate con destrezza negli store.<br />
Me lo fece notare un mio amico inglese, con lo stessa accortezza che si userebbe nell’indicare l’ultimo esemplare vivente di upupa imperiale: voce bassa e movimenti controllati, altrimenti scappa via.<br />
Un esemplare meraviglioso, nel suo genere.<br />
Sopra capelli a spazzola, corti, normali, e poi, sotto, lunghi, giù fin sulle spalle.<br />
<strong>Sopra corti, sotto lunghi. Facile</strong>.</p>
<p>Un virus tricotico trasversale ai generi (sostanzialmente unisex), all’età (viste intere famiglie mullet, bimbo massimo treenne compreso: un’esperienza da far tremare i polsi, che non consiglio a nessuno), alle classi sociali, dalle origini ancora oscure alla scienza positivista (perché? PERCHE’?).</p>
<p>Quell’estate la passammo cercando mullet in mezzo alla gente.<br />
Tanto tempo dopo scoprii, per caso, di non essere il solo affascinato da <strong>questi strani esseri a capigliatura dissonante</strong>. Come si <a href="http://www.mulletmadness.com/mullet-news.php">legge</a> su <a href="http://www.ratemymullet.com/">uno</a> dei tanti <a href="http://www.mulletlovers.com/">siti</a> a loro <a href="http://www.mulletjunky.com/">dedicati</a> (il più famoso è <a href="http://www.mulletsgalore.com/">mulletsgalore</a> e merita un’attenta consultazione) dire che i <strong>mullet</strong> sono semplice capigliatura è rimanere alla superficie del fenomeno: <em>the mullet is a way of life, it is a state of mind, it is every person who wears it</em>.</p>
<p>Io vi avverto, fate attenzione con i mullet: provocano dipendenza.</p></blockquote>
<p>Ora. Dopo aver incocciato per caso una <a href="http://paulthewineguy.tumblr.com/post/22835788">tumblata</a> con un esemplare d&#8217;annata, ed essermi quindi ricordato del mio post perduto, mi sono reso conto di un paio di cose.</p>
<ul> <strong>1.</strong> che non tutti (specie i più giovani) sono a conoscenza del fenomeno;<strong>2.</strong> che dei cinque siti che avevo segnalato all&#8217;epoca solo uno ha gettato la spugna ed è finito preda dei cercatori di siti abbandonati. Gli altri non hanno fatto una piega al passare degli anni e sono ancora vivi e pugnaci a difendere la fortezza bastiani dell&#8217;ideologia Mullet &#8211; in attesa della rivincita che un giorno verrà (e intanto dandosi delle gran gomitate dal ridere con l&#8217;aiuto di marchingegni social del tipo &#8220;<strong><a href="http://www.ratemymullet.com/">rate-my-mullet</a></strong>&#8220;);</p>
<p><strong>3.</strong> che il fenomeno mullet è nel frattempo dei cinque anni diventato a tutti gli effetti <em>enciclopedico</em>, e ora può vantare <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mullet_(haircut)">una splendida pagina su Wikipedia</a> &#8211; che, voglio dire, proprio non vi serve altro. Per dire, ho scoperto che esistono anche i <strong>Frullet</strong> (ovvero &#8220;front mullet&#8221; &#8211; terribilmente vicini alla moda &#8220;emo&#8221;, da cui la speranza che ci si trovi ad un passo da ritorno), il Tropical mullet (con i dread), la <strong>Femullet</strong> e il <strong>Chullet</strong> (di cui parlavo anche nel post, rispettivamente donna e bimbo e soprattutto il temibile <strong>Skullet</strong> (non metto foto né descrizioni, lo faccio per voi);</p>
<p><strong>4.</strong> ah, a proposito, buon anno! :)</ul>
]]></content:encoded>
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		<title>Freud, Nuccia e le parrucchiere</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/06/21/freud-nuccia-e-le-parrucchiere/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2005 10:46:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Santa Di Pierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[[Foto di Santa Di Pierro]
Devo alla parrucchiera il mio stato confusionale e un impressionante calo dell’autostima. Lo devo a lei e alla sua passione per i tagli alla moda desunti direttamente dai cataloghi che le spediscono da Milano – perché lì se ne intendono di moda. 
Faccio io? &#8211; chiede lei appena mi accomodo sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Foto di Santa Di Pierro]</font><br />
<img alt="Nuccia, foto di Santa Di Pierro" src="http://www.webgol.it/images/santaweb.jpg" width="200" height="150" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">Devo alla parrucchiera il mio stato confusionale e un impressionante calo dell’autostima. Lo devo a lei e alla sua passione per i tagli alla moda desunti direttamente dai cataloghi che le spediscono da Milano – perché lì se ne intendono di moda. </p>
<p><i>Faccio io?</i> &#8211; chiede lei appena mi accomodo sulla sedia. Sventurata rispondo sì, ogni tanto è piacevole sapere che qualcun altro sta scegliendo per me. Sono lì tranquilla e fiduciosa, mentre lei, <i>Pinuccia detta Nuccia</i>, armeggia tra le mie ciocche bagnate. Le tira su, osserva, taglia, scala, sfoltisce, modella. E parla. <i>Pinuccia detta Nuccia</i> è la parrucchiera di fiducia della mia famiglia, colei che ha visto crescere generazioni di ciocche del mio nucleo parentale in linea femminile. </p>
<p>Ora, però, devo esorcizzare un istinto <i>tricocida</i> nei confronti suoi e del suo taglio alla milanese. Un taglio che dopo il primo shampoo ha assunto una forma ingestibile. Ora non faccio altro che pregare affinché i capelli crescano in fretta. Devo rimediare al risultato di una micidiale miscela: la mia debolezza e la voglia di creatività di <I>Pinuccia detta Nuccia</i>, parrucchiera di provincia.<br />
<span id="more-452"></span><br />
La prima parrucchiera che ricordo è la <i>signora Maria</i>. Aveva il suo <i>Da Maria</i> in un locale a piano terra nel vecchio quartiere dove sono nata. La signora Maria era bionda tinta ed io ero poco più di una bambina. Erano i primi anni ’80, mi ricordo ancora quella piccola stanza divisa dalla cucina da un tenda a strisce di plastica colorate: bastava attraversare quella strana tenda ed eri o nella sua cucina o nel suo negozio.<br />
La figlia più grande preparava il caffè per le clienti e tra odori di shampoo, lacca, acidi per la permanente e aroma di caffè si consumavano intere sedute di terapie di gruppo, sapientemente orchestrate da lei, dalla Signora Maria. Io e Antonella, la mia amica di giochi, entravamo dalla porta d’ingresso del negozio, rubavamo i bigodini rossi e gialli dal cestello, attraversavamo la tenda magica e la cucina per uscire poi, correndo, dalla porta del retro sempre aperta.</p>
<p>Il punto è che la parrucchiera, specie nel Sud Italia, non è mai <i>solamente</i> una parrucchiera.<br />
Fa i capelli e fa le veci. Degli analisti freudiani, dei giornalisti, dei confessori. Sono maestre di intrighi e di femminismi, le parrucchiere. </p>
<p><font size="-2">[Foto di Santa Di Pierro]</font><br />
<img alt="Forrbici, foto di Santa Di Pierro" src="http://www.webgol.it/images/santaweb2.jpg" width="200" height="150" border="0" hspace="5" vspace="5" align="right">Anche se a questo punto urge fare una distinzione. Tra i coiffeur per signore del Nord e quelli del Sud, tra piccoli e grandi centri, tra città e paese. </p>
<p>Ho vissuto a Milano alcuni anni.<br />
E a Milano, per esempio, ho sentito dire <i>vado dal parrucchiere</i> anche se poi chi lava e taglia i capelli è una donna. Oppure <i>vado da Jean Luis David</i>, come se poi non si trattasse di un <i>franchising</i> con saloni senza un’identità precisa, dal design essenziale e freddo. Posti in cui devi scrivere il nome sul foglietto d’attesa. </p>
<p>Al Sud no. Se devi annunciare che stai andando da una parrucchiera la chiami col suo nome di battesimo. Il negozio, infatti, non avrà mai un’intestazione astratta, come ad esempio <i>Il paradiso dei capelli</i> oppure </i>Centro Benessere Capelli</i>. Sarà sempre, invece, il nome proprio della parrucchiera: <i>da Maria</i> o <i>da Mary</i>, <i>da Giusy</i> oppure semplicemente Angela. La scelta di attribuire il nome proprio al negozio crea le premesse per un rapporto di fiducia personale tra la cliente e la titolare. </p>
<p>Una donna, così, non dirà mai <i>vado dal parrucchiere</i>, ma <i>vado da Mary</I>, <I>da Angela</I>. O <i>da Nuccia</i>, appunto. Quasi a dire a casa di, perché il clima che crei con la tua lei di fiducia è un rapporto d’amicizia, di pettegolezzo, di intimità. Un conforto sotto l’egida di un’acconciatura.</p>
<p>A Milano puoi trovare i <i>quick service</i> creati apposta per la donna che lavora e dedica la pausa pranzo all’acconciatura settimanale. Senza perdere troppo tempo in chiacchiere, ti fanno una messa in piega in una ventina di minuti. Il tutto a prova d’orologio.<br />
Al Sud no. Quando la moglie dice al marito <i>vado da Nuccia, da Angela o da Maria</i>, il marito sa che la moglie non tornerà prima di due ore. E che si potranno sfiorare le tre ore se è sabato o il giorno dopo c’è qualche festa canonica.</p>
<p>Nelle grandi città, infine, si possono trovare veri e propri saloni di bellezza del capello, dove ti fanno la manicure mentre aspetti sotto il casco che il colore si fissi sulle 250 ciocche sapientemente impacchettate nella carta stagnola, dove ti propongono acconciature così complesse che un ingegnere si confonde. Spesso però l’ambiente è impersonale, la chiacchiera scarna. </p>
<p>In provincia, invece, il ruolo della parrucchiera è di quelli socialmente utili. Esagero? Forse, ma spesso un taglio di capelli in una donna è riflesso di qualcosa di molto più profondo di una semplice esigenza estetica. Quasi tutte le donne, per esempio, almeno una volta nella vita hanno deciso di tagliarsi i capelli per dare un taglio netto ad una storia d’amore finita male. Una specie di cambiamento radicale, un gesto tra il pubblico e il privato. Convincersi e insieme comunicare agli altri che, da quel momento, sei una persona nuova, più forte. </p>
<p>La parrucchiera, specie nei piccoli centri, ha contribuito nel tempo all’evoluzione del gusto, della moda. Ha svecchiato l’idea di bellezza della donna di paese. Anche perché, la parrucchiera, la donna del Sud, la vuole <i>aggiornata</i>. E la professionista del capello di provincia frequenta corsi a Bologna o a Milano, per imparare nuove estetiche dell’apparire. </p>
<p>Loro, le parrucchiere di paese, non vedono l’ora di tornare a casa per applicare le tecniche apprese. Ma questo, ovviamente, non possono farlo sulle signore. Il target preferito è costituito da ragazze o giovani donne che non hanno ancora rinunciato all’idea che le cose non possono cambiare con un semplice cambio di look. </p>
<p>Appena una giovane figura femminile varca la soglia del negozio, la titolare e le sue assistenti in pochi attimi riconoscono la sagoma in controluce, processano i precedenti, sanno se vive fuori casa o è stanziale, per esempio. Nel primo caso, infatti, ci sono buone possibilità che sia più aperta a nuove esperienze estetiche. O magari sanno anche che la poveretta sta passando un momento, come dire, <i>di passaggio</i> (lo sanno perché la zia, l’amica, la nonna, la mamma e la sorella della vittima sono già andate nei giorni precedenti a <i>farsi i capelli</i>). A questo punto si lanciano uno sguardo d’intesa tra di loro e  sorridono. </p>
<p>E su questa consapevolezza la parrucchiera infierisce. Arriva subito la proposta più o meno esplicita di un bel taglio fresco e giovane. Basta con questi capelli lunghi, basta con questi tagli corti che non hanno forma, basta ad aver paura di mostrarsi intraprendenti.<br />
<i>Non ti preoccupare, mia cara, faccio io</i>.</p>
<p>Ed eccola, la moglie di Figaro, che si isola dal chiacchiericcio, si concentra e si sfoga finalmente sulla sua cliente ideale: indecisa, giovane, idealista. Ci vuole un taglio scalato, certo, molto scalato, sì, poi con questa bella fronte, è evidente, quello che ci vuole è un taglio che metta in risalto lo sguardo. Lo sguardo. In breve ti convinci che lei ha ragione e che il tuo aspetto può, deve, migliorare. Tra le sue mani la tua testa sembra perfetta. Paghi soddisfatta, esci a testa alta e fiera. Ma è tutto un trucco: al primo shampoo casalingo la testa non sarà più come prima. </p>
<p>Ci hai creduto, che le cose potessero cambiare con un bel taglio, un po’ di gel e un colpo di phon. Forse è questa la cosa importante: averci provato e creduto. Il resto appartiene ai cataloghi di moda e a chi crede che andare dalla parrucchiera di fiducia sia soltanto un semplice gesto di vanità.</p>
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		<title>Dolore che vieni dolore che vai</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/06/16/dolore-che-vieni-dolore-che-vai/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2005 11:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Proserpina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[[foto di Proserpina]
- Disturbo?
- No, tranquillo, sto solo cercando di suicidarmi.
Quando Air mi si avvicina sono con il polso sinistro vicino alla lampada, armeggiando con l’altra mano.
No. Non mi sto suicidando sul serio, quello che tento di fare questa sera è fotografare le mie vene. Il mio sangue. Sto, ovvero, tentando di fotografare il dolore.
Air [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[<a href="http://www.flickr.com/photos/proserpina/9808007/">foto</a> di <a href="http://www.pproserpina.net">Proserpina</a>]</font><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/proserpina/9808007/"><img alt="Corpiabbracci, foto di Proserpina" src="http://www.webgol.it/images/abbraccio02piccolo.jpg" border="1" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>- Disturbo?<br />
- No, tranquillo, sto solo cercando di suicidarmi.</p>
<p>Quando Air mi si avvicina sono con il polso sinistro vicino alla lampada, armeggiando con l’altra mano.<br />
No. Non mi sto suicidando sul serio, quello che tento di fare questa sera è fotografare le mie vene. Il mio sangue. Sto, ovvero, tentando di fotografare il dolore.</p>
<p>Air l’ho conosciuto un paio d’anni fa. Evito di raccontarvi i particolari, vi sia chiaro comunque che è la persona imprescindibile della mia vita. Quella che il giorno in cui sparirà mi avrà sulla coscienza per sempre. E’ la mia minaccia. Io lo chiamo Air, anche se un nome ce l’ha, ma non complichiamo le cose.<br />
<span id="more-451"></span><br />
Air si siede sul letto accanto a me, dice che vuole parlarmi.<br />
- Dimmi pure – gli dico io, continuando ad armeggiare con la digitale e il polso. &#8211; Hai finalmente capito che sono la donna della tua vita? – lo anticipo, sperando che quell’espressione sobria che s’è portato appresso presupponga un discorso serissimo come la nostra vita assieme.<br />
- Ho da scrivere un pezzo, ma non so da dove cominciare – mi dice lui, distruggendo ogni mia speranza.<br />
Ecco la faccia funebre. Non sa come fare e chiede aiuto a me.<br />
Smetto l’impresa di fotografare il sangue e il subbuglio che ho dentro, e mi volto.<br />
- E di che cosa parla questo pezzo?<br />
- Del dolore.</p>
<p>Ora, voi dovete sapere che io sono una donna incapace di provare il dolore. Una donna che sta passando i suoi migliori anni nel tentativo di capire cos’è il dolore, di comprenderlo. Una donna che della sofferenza ha fatto conquista, che coccola le ferite e alimenta le malinconie, e sorride e si fa beffe del dolore che riesce a provare.</p>
<p>- Il dolore? Lo vieni a chiedere a me?<br />
- Sì, a te.<br />
- Iniziamo dal principio. Per cosa devi scrivere, quanto lungo, e soprattutto a chi è indirizzato il pezzo?<br />
Lui sbuffa. Crede sempre che io debba sapere subito tutto, come se non valga la pena stare lì seduto vicino a me, sul mio letto eternamente disfatto, e sforzarsi di dirmi di cosa si tratta.<br />
- Devo parlare del dolore del corpo, per uno speciale sul corpo.<br />
Non mi torna qualcosa. – Devi parlare del dolore in uno speciale sul corpo?<br />
- Sì, sei diventata scema?<br />
No, caso mai scemo lo è diventato lui, Air. Se lo speciale ha come centro il corpo, perché a me chiede di parlargli del dolore?<br />
- Sì, certo – riprende lui nel bel mezzo dei miei pensieri – a te può sembrare illogico, però è un gran problema. Se bastasse parlare del corpo in quanto corpo sarebbe semplicissimo. Ma parlare del <i>dolore</i> del corpo non è la stessa cosa. Tu, ad esempio, come definiresti in tre parole, e solo tre!, il dolore del tuo corpo?<br />
Ci ha messo 19 secondi a fregarmi. Li conto sempre. Di solito ha una media di 36, ma oggi ha battuto ogni record. Mi legge nei pensieri e poi non vuole neanche accettare che sia io la donna della sua vita.<br />
- Tre parole – inizio a mordermi un labbro – tre parole&#8230; le prime che mi vengono in mente sono: incontrollato, localizzato &#8211; Ma non finisco di parlare che già mi interrompe.<br />
- Cazzate.<br />
Quando fa così lo amo. Ma tanto. Solo che non posso dirglielo, se un giorno dovessi esordire a metà di un discorso con “ti amo”, sverrebbe dalla paura. In fondo non vuole ancora accettare che io sia la donna della sua vita. Figuriamoci tutto il resto.<br />
- Vero – torno indietro nei miei pensieri che è una meraviglia.<br />
- Non è incontrollato, perché tu puoi <i>somatizzare</i> qualsiasi cosa e quindi provocarti determinati dolori, volontari, in precisi momenti. Questo esclude anche imprevedibile, perché tutti i dolori che puoi provare esistono. Io escluderei anche impossibile, figurati incontrollato.<br />
- E posso anche controllare un dolore – continuo io &#8211; la mente è un’arma potentissima. Anche localizzato è una falsa affermazione, perché il dolore del corpo può essere anche totale, in diversi casi, soprattutto quando strettamente collegati con uno stato psicologico.<br />
- Andiamo avanti, Mì – mi dice lui. Quando mi chiama Mì, che è solo un risparmio di sillabe del mio nome, so che sto per cacciarmi in una miriade di guai.<br />
- Andiamo a farci un caffè – rispondo.<br />
- Il caffè, fa male al corpo?<br />
- Allo stomaco, se eccessivo o se intollerato.<br />
- Allora il dolore al corpo può essere volontario. Abbiamo corpi volontariamente dolorosi. Ti fa male troppo caffè, Mì. Che ne dici di un cioccolato?<br />
- Fa male a te. </p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/proserpina/9808006/"><img alt="corpiabbraccio, foto di Proserpina" src="http://www.webgol.it/images/abbraccio01piccolo.jpg" width="170" height="128" border="1" hspace="5" vspace="5" align="right"></a>In cucina ho due giorni di piatti da lavare. Lui neanche se ne accorge, si siede, tira fuori un taccuino, una matita e inizia a scrivere.<br />
- Senti – gli dico – vuoi capire cos’è il dolore per il corpo, quando il corpo prova dolore o come il corpo prova dolore?<br />
Alza la testa e mi fissa con uno sguardo illuminato. E’ fatta, penso io, ha capito che mi vuole per sempre vicino a lui. Corpo a corpo.<br />
 &#8211; Partiamo dall’ultima. Come prova dolore il corpo?<br />
Ha capito un emerito… è meglio che mi rassegni, questa sera sarà molto <i>dolorosa</i>.<br />
- Il corpo prova dolore con segni evidenti, ferendosi. O lo prova con segni interni, con malesseri solo <i>provabili</i>, non visibili. I feel, hai presente?<br />
- Andiamo avanti. Quando prova dolore il corpo?<br />
Ora, vorrei rispondergli. Ora prova dolore il mio corpo se non mi accarezzi subito, se non mi dici che hai capito che sono io che vuoi accanto a te, e che se un giorno dovessi dirti quel che non si dice, non andrai via.<br />
- Il corpo prova dolore quando subisce dei traumi esterni, ma lo prova anche quando ha reazioni interne.<br />
- Parlami di quest’ultime.<br />
“Hai presente quando tu mi presenti una tua donna, o quando mi dici una bugia che scopro in 7 minuti, o quando io provo quella sensazione di nausea e soffocamento quando tu non sei con me, quel senso di debolezza che mi fa piegare sulle ginocchia, e girare la testa quando ti vedo? Ecco, quello è il dolore fisico, che nasce dallo psichico”.<br />
- Ci sei?<br />
- Sì sì – mi risveglio. Devo smetterla con certi pensieri.<br />
- Allora?<br />
- Allora un dolore psichico che si ripercuote sul corpo può essere la gastrite nervosa. O la nausea. Lo stress provoca dolori corporali. Anche l’ansia, la tachicardia.<br />
- Ma non c’è ferimento.<br />
- A livello esterno penso che l’unica causa di evidenti conseguenze sul corpo di agitazioni interne siano i brufoli.<br />
- Sei agitata tu?<br />
Ecco, ricomincia a prendermi in giro.<br />
- No. Il brufolo che ho sulla guancia è colpa della cioccolata.<br />
- Peggio.<br />
Chiedermi perché mangio cioccolata è eccessivo, vero? Peccato. Avevo già pronta la risposta: perché ho bisogno di affetto. Del tuo affetto.<br />
- Infine.<br />
- Infine cosa?<br />
- L’ultimo parametro del dolore del corpo. Cos’è.<br />
- Questo non lo so.<br />
- Scarsona.<br />
- Dimmelo tu cos’è, allora.<br />
- Sei tu quella che deve aiutarmi, mica io.<br />
- Ma tu sei quello che deve scrivere il pezzo. Cos’è il dolore del corpo?<br />
- Quando non sei vicino a me e sento la tua mancanza?<br />
Ora potrei morire e sarei la donna più felice del mondo.<br />
- Il dolore del corpo è una mancanza?<br />
- Il dolore del corpo è un eccesso.<br />
Mi ha già fregato di nuovo. 7 secondi, ormai migliora a vista d’occhio.<br />
- Facciamo una cosa? – azzardo furbetta.<br />
- Paura di te…<br />
- Io ti faccio male e tu mi dici cosa provi, come lo provi e soprattutto cos’è che provi.<br />
Almeno un po’ di esitazione in questi casi è da copione. Non si può subito accettare una proposta del genere. Ma questo qui che ho di fronte è Air, mica un marcantonio qualunque (che si sa, sono solo uomini sottili, ed io che me ne faccio?)<br />
- Ci sto.<br />
Mi alzo, gli prendo le mani, avvicino il mio corpo al suo, la mia bocca a sfiorargli il collo, una mano che gli accarezza la schiena, l’altra che gli sferra un pugno in piena pancia, mentre sussurro “se non ti muovi a convincerti che sono la donna della tua vita, me ne vado”.<br />
Lui cade a terra in ginocchio, mi guarda e mentre striscia verso il bagno lo sento biascicare: “ahia”.</p>
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		<title>12 centimetri in un anno</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2005 08:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Settore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
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		<description><![CDATA[Apprendere che il corpo di Maria Sharapova, la dea del tennis, nell’ultimo anno si è allungato di 12 centimetri mi ha fatto lo stesso effetto – di sorpresa, sollievo, fiducia nella vita – di quando (molto) sporadicamente trovo nella cassetta delle lettere l’assegno circolare con cui l’Agenzia delle Entrate mi rifonde dei miei eccessivi contributi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="sharapova2.jpg" src="http://www.webgol.it/images/sharapova2.jpg" width="115" height="200" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">Apprendere che il corpo di <b>Maria Sharapova</b>, la dea del tennis, nell’ultimo anno si è allungato di 12 centimetri mi ha fatto lo stesso effetto – di sorpresa, sollievo, fiducia nella vita – di quando (molto) sporadicamente trovo nella cassetta delle lettere l’assegno circolare con cui l’Agenzia delle Entrate mi rifonde dei miei eccessivi contributi di lavoratore dipendente. </p>
<p>Da un mese Maria è diventata maggiorenne ed ora posso coltivare i miei pensieri sconci in assoluta libertà, senza che la polizia postale rovisti nel mio cervelletto alla ricerca di file riguardanti sportive in età acerba. Come tutte le ragazze alte, belle, bionde, altere e profondamente gnocche, Maria ispira un tasso di antipatia direttamente proporzionale alla sua fighitudo. Ma a differenza della sua antenata <b>Kournikova</b>, che sfoderava quel corpicino da Barbie perversa e poi vinceva solo in doppio, la maestosa Maria si sta avviando ad un futuro radioso e perciò fascinoso.<br />
<span id="more-429"></span><br />
Una che vince Wimbledon, diciamolo, la tromberei a priori, anche se fosse un cesso immane e solo per il gusto di chiederle cosa si prova a stringere la mano alla duchessa di Kent, a baciare il piattone d’argento e a sentire il profumo dell’erba quanto ti inginocchi ad esultare, perché a Wimbledon da quando è esistito <b>Borg</b> per esultare ci si inginocchia. Figurarsi quante e quali cose avrei da chiedere all’antipatica ma clamorosa Maria il sabato sera della vittoria a Londra, in un stanza del Savoy, nella penombra lussuosa e con la guardia del corpo che origlia dal corridoio. </p>
<p><i>La guardia.<br />
Del corpo.</i> </p>
<p>Un corpo che si è esteso per altri 12 centimetri di totale gnoccaggine negli ultimi 12 mesi, un centimetro al mese, che straordinaria precisione. La guardia del corpo – il corpo di Maria &#8211;  avrà certamente chiesto un adeguamento del salario dovendo difendere 12 centimetri in più, che non son pochi. Io, a Maria, chiederei una notte – una notte sola – per esplorare questo nuovo territorio (con pudore evito di definirlo vergine). Ipotizzando venti minuti a centimetro, in ossequio a una meticolosità sessuale che mi imporrei data l’importanza dell’evento, le chiederei quattro ore di assoluta libertà nella contemplazione attiva di questa distesa siberiana che ogni anno cresce e si muove, come un iceberg però caldo. Poi, in piena notte, bussando la porta dal di dentro e mandando un cenno d’intesa alla guarda del corpo – il corpo di Maria, beato lui, anzi lei, la guardia – uscirei dal Savoy e mi farei portare direttamente all’aeroporto di Stansted, dove alle prime luci dell’alba uno spartano volo low-cost mi riporterebbe a Malpensa. </p>
<p>Avrei tutto il tempo per pensare ai 12 centimetri nuovi e a tutti quelli vecchi ma ugualmente esplorabili – oh, sì -, distratto solo dal continuo passaggio delle hostess che cercano di farti pagare la consumazione.</p>
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		<title>Stasera devo andare a danza</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2005 07:56:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Monica Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[[Il 16 agosto dell'anno scorso, il tema era sport: Monica scrisse un post sulla sua storia personale di giovane ginnasta ispirata da Nadia Comaneci, l'atleta dei tutti dieci. In tutti questi mesi, il post, seppur disperso negli archivi, ha continuato a ricevere commenti, di ragazze provenienti da google, che raccontavano la loro storia. Ho chiesto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Il 16 agosto dell'anno scorso, il tema era <a href="http://www.webgol.it/archives/cat_sport.html">sport</a>: Monica scrisse <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">un post</a> sulla sua storia personale di giovane ginnasta ispirata da <b>Nadia Comaneci</b>, l'atleta dei tutti dieci. In tutti questi mesi, il post, seppur disperso negli archivi, ha continuato a ricevere commenti, di ragazze provenienti da google, che raccontavano la loro storia. Ho chiesto a Monica se le andava di rimettere insieme in qualche modo queste piccole grandi storie, e questo è il risultato. Grazie a lei. as]</font></p>
<p>Da ieri sera mi fa male una caviglia, improvvisamente, come spesso mi accade da tempo. Credo che capiti a chi ha usato e riusato i propri tendini. Tendo, rilasso, stendo, tiro, piego alla ricerca della forma perfetta di un piede, di un braccio, di una gamba, di una figura.<br />
<span id="more-427"></span></p>
<blockquote><p>Quando avevo 12 anni ho fatto l&#8217;errore di smettere per due anni. Ora ne ho 18 ed ripreso da 5 anni. Il fisico è cambiato, mi faccio male molto spesso ma non smetterò mai di riuscire in qualunque attrezzo mi cimenti. C&#8217;è chi lo considera masochismo,chi invece mi dice che sono matta, ma io preferisco definirla passione. [...] Penso che non bisogna mai arrendersi e bisogna lottare per realizzare i nostri sogni. (Mary, dai commenti a <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">questo post</a>)</p></blockquote>
<p>Tesa, nell’ambizione del movimento perfetto. Ogni tanto qualcosa, lì sotto la pelle, si infiamma, sembra accavallarsi, poi, un’altra mattina, non si sa bene come, tutto torna a posto. Ogni anno che passa è più dura, le gambe sono più pesanti, i muscoli sembrano accorciarsi ogni giorno di più, eppure dentro la mia testa è tutto come prima. </p>
<blockquote><p>Sono sempre stata terrorizzata dai salti, pensavo troppo, non sono portata. mi ricordo l&#8217;ultimo, era doppio, prima sulla cavallina e poi sull&#8217;asta. sono caduta male sul materasso, non mi è successo niente se non un gran dolore e la paura. dopo un po&#8217; ho smesso, di quegli anni porto i segni sui muscoli della gambe, che sono rimasti forti, e i ricordi di quanto era bello. (Carnefresca dai commenti a <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">questo post</a>)</p></blockquote>
<p>Lei, la mente, non ha limiti, conosce la tecnica, il movimento, il passo. Non ha incertezze. Lui, il corpo, alle volte la segue, sorprendendomi. Altre volte no, resta lì rigido e goffo.<br />
E’ un allievo incostante e capriccioso. </p>
<p>Ci penso rileggendo i commenti che sono seguiti a <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">diventare una ginnasta</a>, dagli entusiasmi di Ilaria Visentin e della sua amica, corpi ancora da plasmare con il lavoro e la disciplina. </p>
<blockquote><p>sono ilaria e ho 12 anni [...] ho iniziato a fare ginnastica a 9 anni poi ho smesso ma adesso voglio riprendere anche se ho 12 anni perche mia mamma mi ha fatto scoprire nadia comaneci lei e perfetta e adesso il mio sogno nel cassetto e di conoscerla e di diventare come lei tanto come ben dice l&#8217;adidas nulla è impossibile. (Ilaria, dai commenti a <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">questo post</a>)</p></blockquote>
<p>Corpi traditi da un movimento sbagliato, da una caduta. </p>
<blockquote><p>Ho praticato per 7 anni la ginnastica artistica, ho iniziato all&#8217;età di 9 anni ed ho terminato a 16. Vi racconto in breve la mia adolescente da ginnasta: il mio sedicesimo compleanno l&#8217;ho trascorso in un poliambulatorio per effettuare dei raggi alla schiena. Per colpa di uno stupido dottore, che non ha subito riconosciuto ciò che avevo alla schiena, tre anni fà ho subito un intervento di 14 ore all&#8217;ospedale C.T.O. di Torino. Ho rischiato in tutti i sensi, ma la passione per questo sport mi porta a dire che se tornassi indietro lo rifarei senza ombra di dubbio (&#8230;) (di Alcadia, dai commenti a <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">questo post</a>)</p></blockquote>
<p>Corpi delusi, nel cuore, da un’insegnante amata che se n’è andata via. </p>
<blockquote><p> Ciao a tutti sono eva quando avevo circa 4 anni ho praticato ginnastica artistica ma l&#8217;ho dovuta abbandonare perchè la mia istruttrice si era trasferita (&#8230;); da allora sono ferma perchè purtroppo la palestra ancora non è stata aperta comunque io non mollo xkè x mia fortuna ho un carattere molto testardo piango spesso ma voglio coltivare questa mia grande passione anche se per me non è per niente semplice stare ferma&#8230;  (Eva, dai commenti a <a href="http://www.webgol.it/archives/000530.html">questo post</a>)</p></blockquote>
<p>L’ineluttabilità dei limiti va accettata; non sempre si superano. A distanza di anni, quando mi trovo con la faccia nell’erba di un parco cittadino nel tentativo di mostrare un’ uscita dalla trave con salto teso, non posso che riderci su ed accarezzare quella parte di me che almeno per un momento, veloce come un battere di ciglia, ha pensato veramente di potercela fare.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Corpo inadatto (ma ci lavora bene)</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/05/06/corpo-inadatto-ma-ci-lavora-bene/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2005 18:35:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte, durante le telecronache, a Sandro Piccinini scappano frasi tipo: &#8220;&#8230;.lavora bene con il corpo&#8221;. Lui sta parlando di Gattuso o magari di Nedved, ma a noi viene subito in mente (con rimpianto) Moana Pozzi. Eppure ha ragione Piccinini, malgrado appaia banale: nel calcio e nello sport il lavoro con il corpo è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte, durante le telecronache, a <b>Sandro Piccinini</b> scappano frasi tipo: &#8220;&#8230;.lavora bene con il corpo&#8221;. Lui sta parlando di <b>Gattuso</b> o magari di <b>Nedved</b>, ma a noi viene subito in mente (con rimpianto) <b>Moana Pozzi</b>. Eppure ha ragione Piccinini, malgrado appaia banale: nel calcio e nello sport il lavoro con il corpo è la cosa da guardare, è la cosa di cui stupirsi. </p>
<p>Soprattutto quando il corpo è inadatto, quando combatte la forza di gravità e lascia le sue impronte, indelebili come quelle di <b>Armstrong</b> sui Pirenei (o era sulla Luna?). Sarà perché nel football non importa essere grassi magri alti o bassi, se sei buono sei buono, il piede comanda e il resto è al servizio. Capita che uno ti dica: ho smesso presto, non avevo il fisico. Balle. <b>Zico</b> non aveva il fisico, gliel’hanno costruito, senza flebo, a furia di impastarlo. E alla fine non è mica venuto granchè. Ma a Zico per devastare la partita serviva giusto la forza dei 90 minuti.<br />
<span id="more-426"></span><br />
<b>Marco Van Basten</b>, detto il <i>Cigno di Utrecht</i>, aveva un fisico da indossatrice nordica. Culo alto, gambe chilometriche. Eppure lo guardavi e ti chiedevi il senso degli altri, degli avversari. Ma di testa, pur essendo un palo della luce, mica ci prendeva tanto. <b>Gerd Muller</b>, alto la metà di Van Basten, era dotato di un’elevazione prodigiosa. I suoi gol, più ancora del suo fisico, erano scherzi della natura. La biomeccanica è la meno esatta delle scienze. Altrimenti non si spiegherebbe perché un un discobolo ciccione ukraino di un quintale e mezzo, se messo sui blocchi di partenza dei 100 metri, brucerebbe <b>Maurice Green</b>. Certo, al ventunesimo metro cadrebbe sulla pista creando un immenso cratere, ma in quei 20 metri nessun uomo da 10 secondi lo batterebbe.<br />
La biomeccanica sostiene anche l’impossibilità di ottenere risultati decenti correndo impettiti a busto rigido. Vaglielo a spiegare a <b>Michael Johnson</b>: negli ultimi cento di un 400 gli avversari annaspano, lui procede a velocità di crociera: quella di un off-shore.</p>
<p>Il corpo di un atleta è una macchina  misteriosa, il corpo inadatto di un atleta è la correzione di un cromosoma che, visto al microscopio, supera in dribbling l’occhio della scienza.</p>
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		<title>Sono quello che divoro, e da cui mi astengo</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2005 14:09:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cibo e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto quello che fa bene al mio corpo.
E poi tutto quello che fa male al mio corpo. 
Vorrei dirlo, scriverlo, raccontarlo, elencarlo, sussurrarlo a qualcuno che in silenzio annoti, ricordi, e conservi in un cassetto, in sottili e fitti appunti su un quadernetto, una moleskinfagia attenta e rara, fatta di attacchi compulsivi di voracità intellettuale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto quello che fa bene al mio corpo.<br />
E poi tutto quello che fa male al mio corpo. </p>
<p><img alt="vol au vent" src="http://www.webgol.it/images/volauvent.jpg" width="100" height="110" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">Vorrei dirlo, scriverlo, raccontarlo, elencarlo, sussurrarlo a qualcuno che in silenzio annoti, ricordi, e conservi in un cassetto, in sottili e fitti appunti su un quadernetto, una <i>moleskin</i>fagia attenta e rara, fatta di attacchi compulsivi di voracità intellettuale e rigetto bulimico. </p>
<p>Annotare per ricordare quello che voglio adesso e quello di cui non potrò più fare a meno, oppure segnare con attenzione tutto quello che so che fra poco non potrò più avere e di cui il mio corpo si nutre e si è nutrito per anni.<br />
Sono quello che divoro ma sono anche quello da cui mi astengo, mi disegno all’interno dello spazio sociale che abito attraverso le smorfie all’odore pungente di bruciato catramato che esala dalla cucina della mensa che qualcuno tra queste pagine ha già incontrato.<br />
<span id="more-421"></span><br />
Ma non mi assolvo perché oggi ho mangiato dei <i>vol au vent</i> eruttanti una crema pisellosa e funghettina, e so, davvero so, che non mangerò più <i>vol au vent</i> che non siano quelli fatti da me e riempiti di quaglie cotte arrosto con la salvia e la pancetta.</p>
<p>Ma non fanno bene al mio corpo, mentre pare faccia bene al mio corpo il nuoto, in una piscina comunale svizzera, dove incontro pesci slabbrati con cuffia e occhiali, di una certa età, di molte religioni che nello spogliatoio si svelano lontano dalle bollicine dello stile libero a bracciate disordinate. </p>
<p>Ma mi fa bene, anche incontrare quell’uomo anziano che in fondo alla vasca si tocca sotto le mutande, attaccato al bordo, con occhiali da aviatore stretti che schiudono in una fessura quegli occhi che volteggiano tra le teste dei ragazzini urlanti di felicità che imparano a nuotare. </p>
<p>Non mi fa bene, e nuoto a testa bassa tra i flutti, bracciata dopo bracciata, e poi una capriola a fine vasca e via per altre quaranta oggi almeno, dai.</p>
<p>Ma mi fa bene invece il <i>birchermuesli</i> con il latte e il pappone macrobiotico e la ciliegia zuccherosa di un impossibile ed eterno rosso rossetto svagato, su, in cima al mucchio color sabbia e consistenza franata, smossa rigetto. <i>Mascé</i> l’avrebbe chiamato mio nonno che dava questo nome a ttto quelo che veniva macinato e lui mangiava voluttuosamente, e a me faceva voglia di dire che sembrava <i>masticato</i>, ruminato, digerito e rimesso in libertà.</p>
<p>Ma mi fa bene anche l’acqua della cannella, dai sapori lontani di roccia e ferro, piombo e trota, tiepida anche dopo dieci minuti di scroscio paziente con il bicchiere in mano.</p>
<p>E poi mi fa sicuramente bene il tè bianco, verde, bergamotto nero e rosso, alla frutta e al sesamo, carcadè, banana e trifoglio, timo e finocchio, salvia e frutti di bosco, lipton o twinings, bustina o seta, di carta che si strizza da se o che non si strizza mai, che lascia il bordo nero sulla tazza da tè, che mi hanno regalato a Natale le ragazze di là, nella stanza del tè, la redazione, il bollitore che annebbia l’ambiente, verde che si pulisce con l’aceto, sbianca, diluisce e rigenera la resistenza che scalda l’acqua miasma dalle 10 alle 5 di pomeriggio.</p>
<p>E’ una lista lunga estenuante, di cose alle quali mi sottopongo ogni giorno in cui voglio fare cose che mi fanno bene. Ecco, io sono tutte queste cose, mi distinguo per l’odio che provo per tutto quello che forse mi fa bene ma che non mi piace fare.</p>
<p>Il <i>moleskine</i> è pieno, lo guardo io e lo guarda il mio ipotetico compilatore che sorride. Biscotti al cioccolato e caffè senza zucchero: mi pacifico ora, equilibrio psico-gustativo.<br />
Domani forse correrò.</p>
<p><i>Ps: <b>Tommaso Pincio</b> ha scritto ieri sul Manifesto una <a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/27-Aprile-2005/art97.html ">recensione</a> dell’ultimo libro di <b>Rick Moody</b>, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2057&amp;c=FDXG1Z2250PQO">Il velo nero. Memoir con digressioni</a>, in uscita in Italia per Bompiani &#8211; bellissima, vorace e piena di cose belle. Questa lista di cose mi è venuta in mente leggendola. E leggerò quindi anche Moody.</i></p>
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		<title>Corpi disabitati</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/27/corpi-disabitati/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 Apr 2005 18:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Esther Grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Di lavoro tocco corpi.
Non sono concubina, né prostituta, né trucco i morti prima dell’ultimo saluto.
Toccando, ascolto vite scorrere sotto le mie dita, universi sommersi con cui entro in contatto, silenziosamente.
Una comunicazione diretta, ancestrale, per niente prosastica, ossuta e morbida, sanguigna e benefica di linfa.
Ascolto, e ancora mi meraviglio.
Da qualche tempo, tocco corpi abitati che desiderano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di lavoro tocco corpi.<br />
Non sono concubina, né prostituta, né trucco i morti prima dell’ultimo saluto.<br />
Toccando, ascolto vite scorrere sotto le mie dita, universi sommersi con cui entro in contatto, silenziosamente.<br />
Una comunicazione diretta, ancestrale, per niente prosastica, ossuta e morbida, sanguigna e benefica di linfa.<br />
Ascolto, e ancora mi meraviglio.<br />
Da qualche tempo, tocco corpi abitati che desiderano antetempo una spoliazione, una distanza.<br />
Corpi affogati nel grasso, che il mondo è pericoloso e le barriere devono essere ben spesse, se non si vuole soffrire.<br />
Corpi erosi, svuotati, trasparenti che quasi ne puoi spiare i moti interiori.<br />
<span id="more-420"></span><br />
Corpi che staccano la spina, corpi che non vogliono essere corpi, perché nel corpo esiste il dolore, anche il piacere talvolta ti può sopraffare.<br />
Corpi nemici, corpi battaglia, corpi sterminio, guerre inutili, che la regola del gioco è chiara: bisogna avere un corpo per vivere.<br />
Alcuni corpi scelgono questo limbo tumultuoso.<br />
Chi non ce la fa, muore.<br />
Il capolinea è uguale per tutti. Qualcuno, però, corre più in fretta.<br />
Tocco con le mie mani i movimenti della fuga incessante.<br />
Ascolto quotidianamente ciò che fa fatica ad ascoltarsi.<br />
Tocco l’intoccabile.<br />
Difficile non essere scambiata per una violazione.<br />
Sono in guerra, e lo so. Devo accettare le perdite.<br />
Non è facile accettare le libertà individuali che portano destini ad annientarsi.<br />
Intanto, io ci sono, e tocco la vita, che, pur in briciole, è ancora vita, e vuole scorrere.<br />
Il mio lavoro è aiutare la vita a scorrere.<br />
Sovente ho in cuore tutto l’urlo di Giobbe.<br />
Anche il dolore volontario ha diritto d’essere ascoltato e toccato. Lenito, quando è possibile.<br />
A volte capita che lembi d’anima ricomincino ad aderire al corpo.<br />
Che ci si possa permettere ancora di sentire, il bene come il male.<br />
Allora c’è da godere di una nascita, volontaria stavolta.<br />
Qualcuno ha molti compleanni da festeggiare.<br />
Posso toccare corpi segnati, mutilati di capelli e di denti, dagli intestini assenteisti, dalle ulcere perforate come feti mai nati.<br />
Posso sentire pelli arrese al vuoto o al troppo, ossa della densità del cristallo, ventri che rifiutano il mestruo come tracce sporche di femminilità, cicatrici dove sono passate forbici ad aiutare a sgorgare il dolore.<br />
Posso ascoltare le aritmie del cuore, l’aria che quasi non arriva ai polmoni, i muscoli arresi allo stillicidio costante, le labbra rotte ai baci mai dati, le unghie fagocitate da una rabbia che mangia.<br />
Ascolto la ribellione sui corpi.<br />
Intanto tento una congiunzione.<br />
Perchè il corpo e chi lo abita si incontrino, si annusino, si conoscano, magari s’innamorino, che l’amore nasce dalla frequentazione.<br />
Ma  non sono io che provo.<br />
Sono i corpi che desiderano essere abitati, anche attraverso me.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corpofagie</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/26/corpofagie/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2005 09:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcune corporee segnalazioni al volo, in attesa di tempi migliori (in realtà volevo scrivere di Baccini &#38; Dolcenera, come esempio fragoroso e idealtipico di rapporto amoroso da commedia dell&#8217;arte, in cui un corpo somatizza e s&#8217;affloscia e l&#8217;altro, come preciso pendolo, avvicina e allontana con atavico e crudele istinto &#8211; ma sarebbe cosa lunga e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune corporee segnalazioni al volo, in attesa di tempi migliori <i>(in realtà volevo scrivere di Baccini &amp; Dolcenera, come esempio fragoroso e idealtipico di rapporto amoroso da commedia dell&#8217;arte, in cui un corpo somatizza e s&#8217;affloscia e l&#8217;altro, come preciso pendolo, avvicina e allontana con atavico e crudele istinto &#8211; ma sarebbe cosa lunga e articolata)</i></p>
<p><b>*In corpore scrivo*</b><br />
<a href="http://narrazioni.blog.excite.it/">Francesca Mazzucato</a> dà alle digitali stampe <a href="http://www.kultvirtualpress.com/opere.asp?book=980">Corporeità dell&#8217;oggi</a>: fra arti visive, merci e letteratura, i fondamenti della letteratura erotica nel contemporaneo. Una cavalcata generosa da Segal a Nimmo, dai blog a Cantat, da Gina Pane ai Corpi Castorama. Con tredici storie finali con tanti piccoli corpi narrativi depurati da stereotipi, disseminati nelle cose che accadono come molliche di pollicina (al femminile, al femminile). Da seguire con spirito saltellante. Edito in e-book scaricabile da <a href="http://www.kultvirtualpress.com/">kultur virtual press</A>.<br />
<span id="more-419"></span><br />
<b>*in-corporeo*</b><br />
- <a href="http://herzog.splinder.com">Herr Effe</a> si esibisce in <a href="http://herzog.splinder.com/1113809451#4560533">Le corps</a>, racconto splendido e surreale, dai profumi tardo-ottocenteschi &#8211; su un uomo senza corpo, e su un corpo senza uomo:</p>
<blockquote><p>Quel mattino si alzò pertanto in silenzio ma con movimento rapido come uno strappo, lasciando il proprio corpo ancora addormentato nel lettuccio della camera ammobiliata. <a href="http://herzog.splinder.com/1113809451#4560533">continua a leggere</a></p></blockquote>
<p><b>*im-mobili-tà*</b><br />
<a href="http://stellefilanti.splinder.com">Stellefilanti</a>, un corpo immobile alle prese con un naufragio volontario <a href="http://stellefilanti.splinder.com/1089810679#2558572">in compagnia di un vecchio grammofono</a>. Quando non vuoi altro che stare fermo e zitto, e aspettare che passi.</p>
<p><b>*reale/virtuale*</b><br />
<a href="http://bakis.splinder.com">Bakis</a>, e un corpo che si dissolve, lentamente (inesorabilmente?) in parole fatte a pixel (<a href="http://bakis.splinder.com/post/4263786">myself in flatland</a>). </p>
<blockquote><p>[...] Sbranato dalle mie stesse parole.<br />
Nella mia mansarda sarà tutto stranamente in ordine. In studio anche.<br />
Io sarò già altrove, e dove non importa.<br />
L’importante è che continuerò a dire e comunicare, perché la comunicazione si, prescinde dall’essenza. Non come il corpo che necessita di quelle ormai obsolete categorie dei qui e ora, che arriva sempre in ritardo ed è così fastidiosamente ingombrante. (<a href="http://bakis.splinder.com/post/4263786">continua a leggere</a>)</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Non so rinunciare ad un pasto gratis</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/22/non-so-rinunciare-ad-un-pasto-gratis/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2005 00:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro Gasparini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[[Posso dire che quest'uomo ha un grande talento e che meriterebbe altro che webgol? Posso dirlo? Come dici? L'ho detto? Ah. Buona lettura. as]
[Madame, shut up, by drjoanne]
S’inarca, è lì lì per venire, ma non riesce a dare sfogo alla voce che le rimbalza violenta nel petto. Ho la bocca stanca, le spalle indolenzite, già [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Posso dire che quest'uomo ha un grande talento e che meriterebbe altro che webgol? Posso dirlo? Come dici? L'ho detto? Ah. Buona lettura. as]</font></p>
<p><font size="-2">[<a href="http://www.flickr.com/photos/drjoanne/9600035/">Madame, shut up</a>, by <a href="http://www.flickr.com/photos/drjoanne/">drjoanne</a>]</font><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/drjoanne/9600035/"><img alt="Madame, shut up, photo by drjoanne" src="http://www.webgol.it/images/You_were_good_Check_please.jpg" width="180" height="135" border="1" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>S’inarca, è lì lì per venire, ma non riesce a dare sfogo alla voce che le rimbalza violenta nel petto. Ho la bocca stanca, le spalle indolenzite, già da qualche minuto è diventata una questione tecnica. Un piccolo sforzo e ci siamo, eccola, <i>sguish</i>! Il medio nel culo, su, fin dove arriva, lei ricade sul letto da dove era volata, ansima, ho bisogno d&#8217;aria, rotolo via cercando di non soffocare, un pelo incastrato tra le tonsille.</p>
<p>Sul comodino ci sono le sigarette che fanno ciao ciao con la manina, ma si aspetta che fumi solo quando vengo, così adesso sarà lei ad occuparsi di me. Ripiego sulla mezza Guinness sopravvissuta ai ripetuti attentati subiti nell&#8217;impeto del primo approccio; scivola densa nella gola e si porta via anche il pelo. Come ho fatto a pensarla un ripiego?<br />
<span id="more-417"></span><br />
Appena in tempo: tocca a me, macchina indietro, dissolvenza… magari dissolvenza! Sarebbe come dire che riesco a staccare la spina e a godere di quello che sento. Niente. Com’è possibile? Devo scacciare il demone guastafeste e riassumere: sono con una donna che negli ultimi dieci anni mi sono solo sognato, perché non è solo bella, che male non fa, ma soprattutto è alta, cosa alla quale non ho mai saputo resistere. E non è solo alta, ma ha degli occhi neri enormi e ipnotici, bocca grande e labbra carnose, un culo da sambodromo, due gambe più lunghe di quelle della Barbie. Non solo, ma crede che io sia l’uomo della sua vita, crede nell’oralità del sesso e nel sesso orale. E in tutti gli altri. Com’è possibile che nel mio lungo cammino di fame inestinguibile, una volta trovata la risposta a tutte le volte in cui mi chiedevo se la mia carnalità fosse destinata a mortificazione perpetua, proprio adesso che Lei è qui, sopra di me, intenta a saziarmi di un desiderio mai davvero appagato, sia sufficiente sentire la sua lingua sulle mie palle per desiderare di essere tartaruga e potermi ritirare al minimo sfioramento? Mi manca il desiderio? Al tatto direi di no, anzi, è più urgente che mai. E ho più fame che mai, la sento ovunque. Sono troppo teso, devo rilassarmi, pensare (anche se dopo solo tre notti insieme mi pare eccessivo) che quella, che questa è la mia donna e che è una vita che l’aspettavo. Mollo la briglia al pensiero, vai caro, galoppa da qualche parte e lasciami godere.</p>
<p>Tre contropensieri sfrecciano rettilinei nella nebbia in cui cerco di dissimularmi:<br />
<i>seppelliamo i resti dei nostri cari come i gatti seppelliscono i loro escrementi<br />
sono ostaggio del mio corpo, dei suoi inappagabili appetiti poiché non esiste rapporto tra corpo e spirito<br />
Non so rinunciare ad un pasto gratis</i></p>
<p>Eccolo. Lei si è lamentata che il suo fidanzato precedente se la sbrigava troppo in fretta, mi chiedo quando comincerà a stancarsi stanotte…</p>
<p>La chiave è un pasto gratis. L’ha detto George Michael, quando gli hanno chiesto come fosse andata la volta che lo avevano arrestato per atti osceni mentre faceva sesso nei bagni di un cinema. Lui si è dichiarato dispiaciuto per il suo compagno, per il suo partner occasionale, per i suoi genitori, però… la verità era che non aveva mai saputo rifiutare un pasto gratis.<br />
Non so lui come la pensi, ma all’improvviso voglio capire qualcosa per me. Perché anche adesso ho fame. Non riesco a pensare a nient’altro che alzarmi e andare in cucina a mangiare qualcosa, ho lo stomaco al livello delle molle del letto. L’uccello è oltre il muro dello stomaco, se ne sta lì a inumidirsi, ma l’emergenza e l’urgenza sono altrove. Eppure non posso togliermi adesso. Non mi sono mai alzato da tavola lasciando qualcosa nel piatto. Non capirebbe.</p>
<p>Ho perso la cognizione del tempo, per fortuna è buio e le finestre sono alle mie spalle. Le luci della strada bastano appena ad illuminare lei e il suo meraviglioso corpo che sembra ignorare il vuoto bruciante che ho nella pancia. Fame. Il pensiero focalizzato sulla fame. Terry Schiavo a cui viene tolto il sondino di alimentazione per darlo al Papa. Lei nel limbo con un corpo affamato, lui lucido in un corpo morto. Dov’è lo spirito? Si riduce tutto a corpo/cibo. Togli il cibo e il corpo e lo spirito divorziano nel giro di un mese.</p>
<p align="right"><font size="-2">[<a href="http://www.flickr.com/photos/drjoanne/9769726/">You were good. Check, please!</a>, by <a href="http://www.flickr.com/photos/drjoanne/">drjoanne</a>]</font>
<p>
<a href="http://www.flickr.com/photos/drjoanne/9769726/"><img alt="You were good. Check, please! photo by DrJoanne" src="http://www.webgol.it/images/madameshutup.jpg" width="200" height="133" border="1" hspace="5" align="right"></a>«ti piace amore?» secondo me un po’ ansima. Già?<br />
«non smettere adesso, ohh, ti prego» ipocrita e vigliacco. Però ansima. E mi è limpido e chiaro che non ci sarà un’altra volta con lei. Se lo capisce, capace che mi sputtana come un maledetto Don Giovanni, uno che voleva solo una botta e via.</p>
<p>Continua a rilassarti. Dov’ero? Ah sì, Don Giovanni. L’unico mito moderno da Cristo in qua. In meno di quattrocento anni riletto almeno da seicento autori diversi. Non tutti l’hanno capito, ma questo succede ai miti. Sono miti anche per questo. Come chi crede che il Don Giovanni sia corpo/sesso. E invece? È corpo/cibo. Sacrosanto.<br />
<i>Non hai un inconscio, hai un carro attrezzi</I>. È la fame.<br />
Cosa vuole Don Giovanni se non vuole scopare? Vuole irridere. Vuole profanare quel valore sacro che è la verginità o, peggio ancora, il vincolo ancora più sacro del matrimonio. Provoca Dio per dirgli chiaro e tondo una cosa: <i>non ho bisogno di te, sarò l’artefice della mia salvezza. La mia carnalità farà ciò che è necessario a salvarmi perché la mia vita comincia e finisce con il mio corpo</i>. Non c’è redenzione, non c’è vita separata dal corpo. Insomma, uno dei pochi che ha capito in origine la potenza del suo mito è stato Mozart, non quegli altri, quelli invidiosi di Casanova. È corpo e ha fame, Leporello lo sa e ne prova orrore, una roba tipo:</p>
<p><i>Ah che barbaro appetito!<br />
Che bocconi da gigante!<br />
Mi par proprio di svenir.</i></p>
<p>A vederla dalla parte di Mozart, Don Giovanni non scopa mai. Però mangia. Lui. Con tutto che <i>a cenar teco m’invitasti e son venuto</i>… che a me basta un panino, e non vorrei nemmeno che si pentisse. Che poi lui il padre morto lo vede in forma di statua, pronto a riprenderselo come aiutante nell’aldilà, mentre il mio si chiamava come il Papa e come il Papa ci aveva fatto sapere per tempo che a lui stava bene tutto, anche appeso a un chiodo, ma vivo e finché era vivo gradiva la nostra compagnia, non voleva stare solo. Se ne è stato aggrappato alla vita anche quando l’ascensore della coscienza non riusciva più a tornare al piano terra da quel fondo in cui si era arenato; ho immaginato per giorni il suo inconscio che ringhiava per riuscire a prendere un altro respiro. Credeva anche lui che fosse tutto in gioco lì, tra corpo e cibo.</p>
<p>Dovrei togliermi da sotto. Magari buttarla in ridere, ma non ne sono geneticamente capace. E poi lei qualcosa ha capito, magari solo che la sto spingendo a colpi di bacino a finire in fretta. E rallenta. Indugia. Disponibile a rullare finché non è sicura che ci sia un vero, indimenticabile, devastante decollo. Sono troppo vecchio per quel sentimento inorridito dell’adolescente con dei valori, o meglio ancora, della fidanzata infedele che si è giocata la briscola sulla propria virginalità, e nemmeno ho quel minimo di autostima che mi servirebbe per farla finita. Mi affascina il velo di sudore che le copre il fondoschiena, ammiro la mappatura in rilievo che la sua lingua riesce a ricavare da un semplice uccello. E allora fingo, per gradi, come ogni buon fingitore. </p>
<p>È sicuramente la genetica di cui parlava Freud. <i>Alla fine si arriverà a ricondurre tutto alla genetica</i>. Parevano balle, ma tutto riesce a plasmare il corpo: l’ambiente, il clima, l’alimentazione, l’educazione sentimentale. Tutto riesce a incidere sulla formazione dei nostri neuroni, compresa l’ereditarietà. Tutto, spirituale o meno che sia, concorre a diventare corpo. Quel corpo che senza cibo muore. Il corpo che sa diventare ostile a se stesso. Quel corpo che adesso urla il suo godimento e ringrazia la testimonianza delle proprie secrezioni. Vengo.<br />
A sbugiardarmi c’è solo la mia erezione intatta. Tuttavia è un bene che ci sia chi ancora ritiene che l’orgasmo sia un fenomeno umido. Sta già dormendo. Sono le quattro passate. Finisco la prima sigaretta e intanto che attacco la seconda passo in cucina. Potrebbe non essere stata una notte da buttare via. Ho capito un sacco di cose che in fondo sapevo già, ma che avevo dimenticato. Come milioni di miei simili ho reagito con passione alla vista di un corpo nudo, l’unico in grado di competere con la fascinazione di un corpo morto, e ho agito secondo quanto è impresso nella mia memoria emotiva perché quella memoria è scritta chimicamente da qualche parte nella mia testa. Negli intervalli di pensiero ho perfino sentito che cosa vorrei, quale sentimento avrei voluto avere nel petto stanotte, è stato bello sentirlo, poco probabile, ma bello. La prossima volta devo innamorarmi prima.</p>
<p>Ho tutto: affettati, formaggio, pane, mozzarella, patatine, crostini, birra e maionese. Troppo di tutto, eppure per le cinque resteranno solo i vuoti per la pattumiera. La prossima volta devo innamorarmi prima.<br />
Man mano che lo stomaco si riempie questo pensiero sbiadisce.<br />
Chissà se anche stavolta svanirà col primo rutto.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corpus non datur, ovvero del corpo assente</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/18/corpus-non-datur-ovvero-del-corpo-assente/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2005 07:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorella Cedroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>

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		<description><![CDATA[[È  davvero un enorme piacere pubblicare questo pezzo di Lorella Cedroni, che mi onora da tempo della sua amicizia e dei suoi consigli. Lorella Cedroni insegna Scienza Politica all'Università La Sapienza di Roma e si occupa, tra le altre mille cose, di comunicazione politica e tematiche di genere. as]
Corpus non datur.
C’è un grande assente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[È  davvero un enorme piacere pubblicare questo pezzo di <b>Lorella Cedroni</b>, che mi onora da tempo della sua amicizia e dei suoi consigli. Lorella Cedroni insegna Scienza Politica all'Università La Sapienza di Roma e si occupa, tra le altre mille cose, di comunicazione politica e tematiche di genere. as]</font></p>
<p><i>Corpus non datur</i>.<br />
C’è un grande assente in questo dibattito sul <i>referendum</i> che riguarda la legge 40 sulla fecondazione assistita: il <b>corpo</b>. Per l’esattezza: il <b>corpo della donna</b>.<br />
Si parla di embrioni, di materia vivente (o inerte), di esseri umani, di persone, individui, soggetti, ma non si parla di corpi.<br />
Tra fede e ragione, etica e diritto, vita e morte, il corpo è obliterato. <i>Tertium non datur</i>.</p>
<p>E non è per caso che si tratti proprio del <b>corpo</b> della donna.<br />
Il suo corpo quando non mercificato o non corrispondente a quell’immagine stereotipata della donna volitiva e sensuale, da vedere e da godere, sempre giovane e carina, tutta sesso, casa e chiesa, allora non esiste.</p>
<p>In questo dibattito il corpo della donna è diventato <i>tabù</i>, ridotto a contenitore da riempire, una <b>machina</b> allegorica e barocca, in cui innestare materia vivente per generare vita.<br />
Questa obliterazione è aberrante.<br />
<span id="more-414"></span><br />
Nessuna donna, nessun uomo ha posto l’accento su quell’unico punto nevralgico del discorso che è la sperimentazione su corpi viventi (umani), sessualmente selezionati: le donne. Sono le donne, infatti, ad essere cavie (e vittime) di questa sperimentazione che le sottopone a cure ormonali i cui effetti non sono (tutti) immediatamente visibili, che impone ai loro corpi stress defatiganti (mortificanti) a cui seguono gestazioni (spesso) interrotte. E, paradossalmente l’istinto di maternità si frange sulle soglie della mortalità, della nostra umana finitezza, dei nostri limiti psicofisici che continuiamo a non voler accettare.</p>
<p><b>Giovanni Sartori</b> sulle pagine del Corriere della Sera (sabato 16 aprile, si può leggere <a href="http://www.dsmilano.it/html/Pressroom/2005/04/cor5_0416_sartori-etica-e-referendum.htm">qui</a>) è tornato a parlare, con il suo consueto tono laico manicheo, sempre proteso tra fede e ragione, ancora una volta, dell’embrione (appunto!).<br />
Ma questa volta lo ha fatto richiamando la “dottrina del corpo e dell’anima” di San Tommaso che <b>Umberto Eco</b> sull’Espresso del 17 marzo scorso <a href="http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=o&amp;m2s=null&amp;idCategory=4789&amp;idContent=858449">riassumeva così</a>:</p>
<blockquote><p>Dio introduce l&#8217;anima solo quando il feto acquista, gradatamente, prima anima vegetativa e poi anima sensitiva. Solo a quel punto, in un corpo già formato, viene creata l&#8217;anima razionale (&#8217;Summa Theologiae&#8217;, I, 90).</p></blockquote>
<p>Ecco il punto: un <i><b>corpo</b> formato</i>. L’anima ha bisogno di un corpo per “installarsi”. E anche chi crede nell’esistenza dell’anima non può fare a meno di considerare dignitosamente il corpo.</p>
<p>Quando andavo a catechismo mi dicevano che il corpo è la casa dell’anima e che quindi bisognava mantenere integro questo rifugio. Oggi lo scientismo assoluto – anche di quegli scienziati che si professano cattolici – ha profanato il corpo &#8211; la casa dell’anima – e qui non è questione di <i>privacy</i>, con buona pace di <b>Francesco D’Agostino</b>, Presidente del Comitato di bioetica. Sul Supplemento “Io Donna” del Corriere della Sera della scorsa settimana (8 aprile), egli ha infatti introdotto il concetto-principio di diritto dell’embrione, parlando addirittura di <i>privacy</i>.</p>
<p>Queste sono assurdità, si dirà, perché l’embrione <i>non</i> è una persona, ma “semplicemente” vita. Già, è vita! E come poter pensare questa vita sganciata dal corpo della donna!<br />
Non serve qui dilungarci per appurare se l’embrione o il feto siano da considerarsi persone e, come tali, titolari di diritti. Basterà solo ricordare che l’embrione e il feto sono <i>vita</i> – e non <i>materia</i> vivente – incorporata (appunto) al corpo della donna. E che la vita umana <i>è</i> (anche) vita animale! E’ vita e basta. E questo dovrebbe essere sufficiente – senza perderci nei meandri di ragionamenti intellettualistici &#8211; perché tale “diritto”, come noi umani lo chiamiamo, possa essere rispettato in tutte le sue forme.</p>
<p>Sono pertanto dell’idea che andare a votare – per tornare ai nostri fatti mondani – possa essere l’unico modo per far sentire che <i>esistiamo</i> in <b>corpo</b> (ed anima).</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corpografie [III]</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/15/corpografie-iii/</link>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2005 17:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Mazzucato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>

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		<description><![CDATA[[Corpografie precedenti: donna/amante, nel buio/s'annulla]
Corpo in viaggio.
Di che colore è un paese? No seriamente, di che colore è? Può essere grigio o anche arancione, può avere colori di Provenza, pesanti sfumature del Tirolo. In viaggio. Assaggio di treni che puzzano, di stantuffi, di vesti rosate da bambine perbene, di pacchi appoggiati da saltare a piedi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Corpografie precedenti: <a href="http://www.webgol.it/archives/000693.html">donna/amante</a>, <a href="http://www.webgol.it/archives/000700.html">nel buio/s'annulla</a>]</font></p>
<p><b>Corpo in viaggio.</b><br />
Di che colore è un paese? No seriamente, di che colore è? Può essere grigio o anche arancione, può avere colori di Provenza, pesanti sfumature del Tirolo. In viaggio. Assaggio di treni che puzzano, di stantuffi, di vesti rosate da bambine perbene, di pacchi appoggiati da saltare a piedi pari. Corpo rannicchiato. Tu accanto. Tu sdraiato approfitti di assenze non previste. Crediti, premi, mi sfiori, non voglio, di che colore, avanti, gingilli con cui masturbarsi i nervi, i tuoi libri, i tuoi oggetti, anche la tua mano, mi tocca ma piano, mi tocca come non voglio, con perbenismo, da grande Kermesse, con autismo da Convention, nel letto improvvisato di un vagone con i buchi, la carrozza del menefreghismo.<br />
<span id="more-413"></span><br />
Quando viaggio è il mio corpo stesso, lo diventa, sfreccia insieme all’insipienza di parole che rappresentano un amore che non sappiamo più inventare. Non è l’arrivo che mi preme, ma la rotaia stridente e il campo stracciato dal sole, il bambino che stringe le gambe al peccato mal detto del suo mondo disfatto (si vede, si sente, lo accarezzo), il finestrino bagnato, il borbottio incessante dei nuovi arrivati, per fortuna i nostri corpi salvati da sguardi estranei, da consolazione. Io gioco. Per una necessità che mi ruba il tempo e si dà forma e si sforma ogni volta, si porta contorta quando tutto sembra non essere sembiante, quando l’arena è cangiante. Mi tocchi, ancora, la tua mano sempre più sola, niente risposta, niente ripresa, soltanto gioco e attesa. Gioco nel giocare, apro le pagine per restarci, accordo lo strumento per l’inizio, un suono di liuto, i capelli che splenderanno per altri, i seni sotto la camicia che ad altri regaleranno il succo. Il corpo in viaggio riprende il suo vantaggio.</p>
<p align="center"><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/9493034/"><img alt="Diott(r)ica: Do throw glances out of the window, di Antonio Sofi" src="http://www.webgol.it/images/fromatrainpiccola.jpg" width="200" height="150" border="1" /></a><br /><font size="-2"><i><a href="http://www.flickr.com/groups/dioptric/">Diott(r)ica</a></i>: Do throw glances out of the window<br />foto di A. Sofi</font></p>
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		<title>Corpi Estranei IV &#8211; Tempo da perdere</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/14/corpi-estranei-iv-tempo-da-perdere/</link>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2005 15:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Le fratte me le ricordo. Le fratte ci sono ancora in realtà, ma non le frequento più. Non che prima le frequentassi, ma la strada era diversa, la città era diversa, e avevamo più tempo da perdere. 
Le fratte erano molte cose, un cancello chiuso, di ferro, molto alto che nascondeva un giardino inselvatichito. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.webgol.it/archives/000701.html">Le fratte</a> me le ricordo. Le fratte ci sono ancora in realtà, ma non le frequento più. Non che prima le frequentassi, ma la strada era diversa, la città era diversa, e avevamo più tempo da perdere. </p>
<p>Le fratte erano molte cose, un cancello chiuso, di ferro, molto alto che nascondeva un giardino inselvatichito. Una curva di una stradina ombrosa di campagna, dove il vento portava le foglie a morire definitivamente. Una siepe di bossolo infestata da pidocchi neri lungo il mare in Versilia, piantata chissà come tra l’asfalto grosso misto a pietrisco ed una striscia di terra secca e crepata dal sole. Il cortile di un palazzo eppena fuori il centro della città, terra smossa e sassi, uno stenditoio in acciaio e filo di plastica slentato. Una curva di un quartiere residenziale, appena sotto una collina, dove si parcheggia facilmente e tra un preservativo usato ed una siringa da insulina svolazza appesantita una pagina di carta patinata.<br />
<span id="more-412"></span><br />
A distanza di tanti anni, perché quello é un paesaggio andato, appartiene alla cultura urbana degli anni settanta, massimo anni ottanta, mi domando ancora chi era, anzi perché, e semmai come facesse, quel signore che se ne andava la mattina presto a distribuire scientificamente pagine strappate dai giornali osè a colori o altri fogli ancora, più poveri, in bianco e nero, da scaffale polveroso dell’armadietto della caserma. E noi giovani ragazzini, o bambini, che distrattamente si passeggiava armati di bastoncino lungo e fino, e che ci si chinava bisbigliando, guardandoci intorno. </p>
<p>Una miniera di scoperte, un apprendistato da immaginario sessuale decomposto e svogliato, una pagina a metà, la metà sbagliata, buttata via da qualcuno. Poi il tempo contribuiva a sbiancare e ad irrigidire quelle pagine, gonfiandole di bolle d’umido che deformavano quei corpi assurdi, rigidi e poveri.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Bello dentro</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2005 08:34:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Cossu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[[Hung, photo by Kren]
- Ho inghiottito lo specchio, dottore. No, non scherzo. Non sente che voce stridola? Tutto per colpa di quello stupido starnito. E’ fastidioso e anche la u s’inceppa, ogni tanto. Proprio la vocale che uso di più, maledizione.
- Non dica sciocchezze. Cosa c’è, mi dica, una tonsillite? Apra la bocca&#8230; oh cazzo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[<a href="http://www.flickr.com/photos/kren/7903832/">Hung</a>, photo by <a href="http://www.flickr.com/photos/kren">Kren</a>]</font><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/kren/7903832/"><img alt="hung, by kren" src="http://www.webgol.it/images/hungkren.jpg" border="1" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>- Ho inghiottito lo specchio, dottore. No, non scherzo. Non sente che voce stridola? Tutto per colpa di quello stupido starnito. E’ fastidioso e anche la <i>u</i> s’inceppa, ogni tanto. Proprio la vocale che uso di più, maledizione.<br />
- Non dica sciocchezze. Cosa c’è, mi dica, una tonsillite? Apra la bocca&#8230; oh cazzo, ma che ha fatto?<br />
- Mi guardavo a fondo dottore, oltre l’esteriorità del mio corpo. Sono un po’ narciso.<br />
- Devo mandarla al piano di sopra, mi dispiace, dal mio collega, al tredicesimo piano.<br />
- Sì, ma prima mi estragga questa roba dalla gola o mi metto a ololare come un lopo, come in lapo… vabbè ha capito.<br />
- E’ più urgente che lei vada su. Venga l’accompagno.<br />
<span id="more-411"></span><br />
Ci dirigiamo dal dottor Guardalben, lo psichiatra, che per cinque minuti parla fitto fitto con il medico della gola, in disparte. Poi mi fa stendere sul lettino. </p>
<p>- Mi parli della sua bellezza. Quando l’ha scoperta?<br />
- Guardi che è una storia longa, dottore.<br />
- Cosa fa, parla in latino?<br />
- Semmai in sardo, è che…<br />
- Vabbè, vabbè, mi dica dunque, l’ascolto.  </p>
<p>Non sapevo proprio che cazzo dire, cosa inventare. </p>
<p>- Beh…ecco, io sono cresciuto con l’idea di essere bello dentro.<br />
- Appunto, mi racconti dal principio. Cosa ricorda della sua infanzia?<br />
- Ricordo ancora quel giorno che mia madre me lo disse per la prima volta.</p>
<p>Una lunga pausa, non avevo voglia di rievocare il mio passato. </p>
<p>- Bene, vada avanti.<br />
- Mentre facevo i compiti, la mamma sferrozzava vicino al caminetto, un punto al dritto uno al rovescio. Trasformava un gomitolo di lana gialla in una di quelle orribili cuffie che mi costringeva a portare anche d’estate. Sollevai lo sguardo dal quaderno pieno di vocali, che cercavo di ripetere, tutte uguali, dentro le righe, per chiederle se la O aveva la gambetta all’insù o all’ingiù. Invece, non so perché, le domandai:<br />
- Mamma perché a tutti gli altri bambini dicono che sono belli e a me no?<br />
- Perché tu sei bello dentro figlio mio &#8211; mi rispose, guardandomi con occhi amorevoli.<br />
Mi accarezzò i capelli e mi diede un bacio sulla fronte, facendomi sentire l’omino più felice del mondo. Quell’affetto e quella “verità” mi ripagavano di tutte le lacrime versate a scuola, ogni volta che i miei compagnetti mi chiamavano “Conchimanno” e “Caraebozza”.<br />
Dopo qualche tempo cominciai ad interrogarmi sul significato della sua risposta.<br />
Ogni volta che andavo in bagno, mi mettevo davanti allo specchio e spalancavo la bocca più che potevo, nell’inutile tentativo di vedere oltre le tonsille. Oppure, utilizzando lo specchietto della trousse di mia sorella, con un gioco di riflessi e controriflessi, scandagliavo dentro le narici o in fondo alle orecchie. Mi guardavo dentro, arrivando ad indagare anche sulle parti più recondite del mio corpo, ma non trovavo niente di bello.<br />
Finché un giorno decisi di far uscire quella cosa che si nascondeva sotto la pelle: se ero bello dentro, volevo che la parte migliore di me si potesse vedere anche all’esterno, per mostrarla a tutti, almeno una volta.<br />
Presi il coltello più affilato, quello del salame di mio padre &#8211; non che mio padre fosse un salame, avrei potuto dire prosciutto ma c’è la u- e uscii in giardino.<br />
Sollevai la manica della camicia, chiusi gli occhi e feci scorrere la lama sul polso.<br />
Un urlo di dolore accompagnò la mia cadota su una pianta di gerani, rossi come quel sangue che usciva a fiotti dal mio braccio ciccioso. </p>
<p>Mi risvegliai in ospedale, circondato da strane apparecchiature, infermieri, parole dolci e caramelle.<br />
Dopo due giorni tornai a casa. Vennero a trovarmi tutti i compagni di scuola, la maestra, i cugini, gli zii, i nonni, don Pietro, suor Concettina, Polanca e persino Laura, la bambina più bella del paese, che non mi aveva mai degnato neanche di un sorriso. Ognuno portò con sé un piccolo regalo. Non capivo tutte quelle attenzioni, non le avevo mai ricevute, neppure quando mi ero ammalato di morbillo.<br />
Poi arrivò Stefania, la psicologa. Mi mostrò degli strani disegni, me ne fece fare degli altri in decine di fogli, mi chiese di parlare dei miei genitori e infine mi domandò:<br />
- Perché volevi morire? Cosa ti ha spinto a usare quel coltellaccio?<br />
- Ma io non volevo morire, volevo guardare dentro il mio corpo. Volevo far vedere alla mamma un po’ della mia bellezza.<br />
- La tua mamma vede quanto sei bello anche se ti copri fino alle orecchie.<br />
- Anche con le cuffie di lana gialla?<br />
- Sì, anche così. Posso darti un bacio? </p>
<p>Era la seconda volta che una donna mi baciava. In quel momento credetti che Stefania mi avesse svelato un grande segreto. Aveva delle gambe bellissime.<br />
Da quel giorno mia madre smise di fare a maglia e, due volte la settimana, mi accompagnò da lei, per gli anni che seguirono. Stefania continuò a farmi disegnare e scrivere. Mi parlò della sensibilità, dell’amicizia, forse anche di Dio e dell’Inter. E mi convinse che il mio aspetto fisico non contava un bel niente, che presto tutti si sarebbero accorti della mia bellezza.  </p>
<p>Arrivarono gli anni dell’adolescenza, gli ormoni bastardi. Una bruttissima peloria comparve sulla faccia, accompagnata da decine di brifoli schifosi che spuntavano come brufoli, nonostante le pomate puzzolenti prescritte dal dermatologo.<br />
Diventai più alto, più nero, più brutto: il mio corpo andava per cazzi suoi. Furono anni terribili. Le pulsioni sessuali e la scoperta dell’amore fecero il resto.<br />
Le ragazze del liceo cominciarono a provocarmi dei turbamenti che diventarono, presto, vere e proprie ossessioni. Mi innamoravo due volte al giorno, sognavo di uscire con loro, fantasticavo romantici corteggiamenti, baci appassionati in riva al mare. Ogni notte, una di loro diventava protagonista dei miei sogni erotici e ogni mattina diventavo paonazzo di vergogna, se qualcuna incrociava involontariamente il suo sguardo con la mia timidezza.<br />
Certo non potevo aspettarmi che fossero loro a prendere l’iniziativa. Ero cosciente del mio aspetto respingente e vedevo come tutte ronzavano intorno ai più “fichi” dell’istituto.<br />
Non potevo far altro che sperare nella previsione di Stefania: dovevo nutrire il cuore, sempre di più.<br />
Mi buttai a capofitto nella lettura di decine di romanzi, cominciai a scrivere poesie d’amore, ad imparare a memoria Prevert e Nerada, a cantare le canzoni di De Andrè e Claodio Lolli -quello sfigato- a studiare come un matto, fino a diventare il più bravo in tutte le materie. </p>
<p>Qualcosa accadde. Un giorno, alla fine delle lezioni, Laura, quella bellissima bambina, diventata una strafica da sballo, mi bloccò alla fermata dell’autobis.<br />
- Ciao, senti posso chiederti una cosa? Mi vergogno molto ma sei l’unico che può aiutarmi. Mancano due mesi all’esame di maturità e se non rimedio a quei voti in latino e greco non verrò neppure ammessa. I miei mi vogliono mandare a ripetizione ma io ho promesso di farcela da sola. Posso venire a studiare da te? </p>
<p>In quel momento avrei avuto bisogno dei sali. Cominciò a girarmi tutto intorno e sentii una vampata di caldo salirmi alla testa. Balbettai che sì, si poteva fare, che a casa mia non c’era problema, che anzi sarebbe servito pure a me, che doveva solo portare i suoi vocabolari.<br />
Da quel giorno io e Laura diventammo amici. Ogni pomeriggio, chiusi nella mia cameretta, fra un aoristo irregolare e una consecotio temporam, parlavamo di tutto. Per ore ci confidavamo i nostri più intimi segreti, costruivamo insieme i nostri mondi fantastici.<br />
Persi la testa. Mi innamorai follemente. Quando la guardavo sentivo crescere il mio cuore, fino a scoppiare. Sentivo che dentro ero Rodolfo Valentino.<br />
Una sera di maggio, poco prima che andasse via, dopo aver bevuto di nascosto mezza bottiglia di Long John, le chiesi di baciarmi.<br />
Mi guardò stranita, come se le avessi chiesto le proposizioni comparative.<br />
- Non voglio rovinare la nostra amicizia. E poi la parte che più mi piace non posso baciarla, è dentro il tuo corpo. </p>
<p>Mi strinse la mano e scappò via. Non la vidi più, mai più.<br />
Nella mia vita, quella frase, formulata con altre parole, l’ho sentita ripetere da altre donne, tutte innamorate del mio “dentro”.<br />
Da allora, ringrazio Dio di avermi dato un cuore così. Delle narici così. E una gola così.<br />
E’ che ogni tanto mi viene voglia di specchiarmi.</p>
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		<title>Corpi Estranei III &#8211; Tra le foglie, nelle fratte</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2005 09:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho ritrovato in questi giorni una pagina di Alias di qualche mese fa, che avevo lasciato da parte; e una recensione di Emanuele Trevi, un critico che scrive benissimo e che leggo sempre, alle prese con un volume dedicato alla storia della fotografia pornografica a cura di Ando Gilardi. Mi aveva molto colpito, per l’incipit, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho ritrovato in questi giorni una pagina di <i>Alias</i> di qualche mese fa, che avevo lasciato da parte; e una recensione di <b>Emanuele Trevi</b>, un critico che scrive benissimo e che leggo sempre, alle prese con un volume dedicato alla <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=602&amp;c=MHIGWGLNNQKST">storia della fotografia pornografica</a> a cura di <b>Ando Gilardi</b>. Mi aveva molto colpito, per l’incipit, che portava il lettore a svolazzare in luoghi che conosco bene, che tutti credo conoscano bene.</p>
<p>Una panoramica sensibile e intima nei luoghi della memoria, lungo le autostrade, da bambini per fare pipì, oppure lungo i sentieri appena fuori la città, per le colline, in zone d’ombra, accanto a cancelli chiusi per sempre, sotto le foglie bagnate. Ci avvicinavamo, un po’ vagamente, e gettavamo uno sguardo in basso, per cogliere anche solo un frammento di pagina…</p>
<p>Ma lascio a Trevi, ringraziandolo, il piacere dello svelamento.<br />
<span id="more-410"></span></p>
<blockquote><p>Si tratta di un’usanza di cui non sono mai riuscito a capire la motivazione, né dal punto di vista antropologico, per così dire, né da quello di psicologia individuale. Ma non sarò certo il solo ad averne conservato la memoria. Comunque sia, nei primi anni settanta, bastava aggirarsi per qualunque non- luogo urbano (ancora non si chiamavano così, ma già come luoghi, erano assolutamente “non”), e guardare a terra, per trovare un tipo particolarissimo di immondizia. Nei parcheggi semivuoti, negli squallidissimi cortili sul retro delle scuole, nei settori più incolti dei giardini pubblici (le famose “fratte”), in tutti gli spiazzi desolati dove la città sembrava finire per fare sazio a chissà cosa, svolazzavano nei mulinelli di vento, o giacevano gonfi di umidità, innumerevoli e multicolori frammenti stracciati delle mitiche riviste zozze di quei tempi: “Le Ore”, “Cronaca italiana”, “Caballero”.</p></blockquote>
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		<title>Corpografie [II]</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2005 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Mazzucato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>

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		<description><![CDATA[[Corpografie precedenti: donna/amante]
Corpi nel buio.
Barcollanti, ancorati alla terra, corpi nel buio vi muovete al sicuro, vi stringete le mani siete corpi antropomorfi, corpi del domani, corpi senza identità conosciute, corpi nel buio preferite angiporti ad antiche volute a cattedrali barocche, corpi con nocche rovinate da pugni malpresi, corpi ripresi a morsi lasciati andare i segni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Corpografie precedenti: <a href="http://www.webgol.it/archives/000693.html">donna/amante</a>]</font></p>
<p><b>Corpi nel buio.</b><br />
Barcollanti, ancorati alla terra, corpi nel buio vi muovete al sicuro, vi stringete le mani siete corpi antropomorfi, corpi del domani, corpi senza identità conosciute, corpi nel buio preferite angiporti ad antiche volute a cattedrali barocche, corpi con nocche rovinate da pugni malpresi, corpi ripresi a morsi lasciati andare i segni, lenite le tumefazioni, corpi di metalliche esibizioni anche falliche anche a pezzi che irritano, a lame che infliggono qualcosa simile a punizioni, corpi nel buio dall’apparenza ladroni, briganti dalla speranza impaziente, corpi nel buio a scovare i brillanti dal niente.</p>
<p align="center"><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/8859906/"><img alt="Diott(r)ica: La chanson des vieux amants, di Antonio Sofi" src="http://www.webgol.it/images/amantipiccola.jpg" width="113" height="150" border="1" /></a><br /><font size="-2"><i><a href="http://www.flickr.com/groups/dioptric/">Diott(r)ica</a></i>: La chanson des vieux amants, <br />foto di A. Sofi</font></p>
<p><span id="more-409"></span><br />
<b>Corpo che si annulla.</b><br />
Il desiderio acuto, lo cancello, lo sputo. Il corpo si annulla ma prima si trastulla, ritorna nel baule delle cose dell’infanzia, quattro lacrime d’ordinanza, e poi la solita stravaganza di avvertire gli amici su cosa fare in caso di evento irreparabile, in caso di dolore irreversibile, in caso di funerale. Corpo che si annulla, non esce non si lava la mano diventa schiava di una bottiglia e un vecchio sogno resuscitato al bisogno, non suonate a quel maledetto campanello, lancio una scarpa, saltello, andate via, lasciatemi morire e così sia, morire a quella ipocrisia della merce fasulla che mi vende ogni mattina, che mi sistema sotto la pensilina, morire all’idiozia di chi dice che un amore finito si può dimenticare e invece lascia ferite destinate a durare. Quando la musica finisce si spengono le luci, ma dai ma davvero, è da natale che mi porto dietro una sola lampadina, quando salterà sarà buio totale. Mi taglio i capelli senza una forma, una testa rotonda che circonda uno specchio, mi ferisco ad un dito, perfetto, la bottiglia, tranquilla che nessuno la piglia, ancora lacrime d’ordinanza, poi tutte le possibili scelte irreversibili, immarcescibili e definitive. Intanto la televisione. Accesa senza rumore, nervosa senza calore, la mano scivola fra le gambe a cercare se almeno un po’ è possibile da trovare.</p>
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		<title>Il buio, una guardia svizzera, un flash inaspettato</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2005 08:51:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora sulla morte del papa, e sulle foto.
Un evento così speciale, una partecipazione così massiccia (come è anche in casi di crisi, di emergenza, o di impatto trasversale sulla vita delle persone) genera
inevitabilmente flussi di informazione diffusa.
Che altri direbbero rumore.
Che in altri tempi sarebbe rimasto chiacchiera da bar, e che ora, grazie ad alcune convergenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.repubblica.it/2003/e/gallerie/esteri/rofoto/esterne061834140604183438_big.jpg"><img alt="foto di lettore su repubblica.it" src="http://www.webgol.it/images/papabasilica.jpg" width="134" height="100" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>Ancora sulla morte del papa, e sulle foto.<br />
Un evento così speciale, una partecipazione così massiccia (come è anche in casi di crisi, di emergenza, o di impatto trasversale sulla vita delle persone) genera<br />
inevitabilmente <i>flussi di informazione diffusa</i>.<br />
Che altri direbbero <i>rumore</i>.<br />
Che in altri tempi sarebbe rimasto chiacchiera da bar, e che ora, grazie ad alcune <i>convergenze</i> tecnologiche (internet, ovviamente, ma anche la popolarizzazione delle tecniche fotografiche) <i>emerge</i>, in qualche modo, come <i>informazione</i>. Perchè si fa pubblica, e trova accoglienza (se ne accorge anche <a href="http://www.comesifaunblog.it/?p=309">Sergio</a>) nelle home page di siti quali <a href="http://www.repubblica.it">La Repubblica</a> e <a href="http://www.corriere.it">Il Corriere</a> (ma anche per esempio <a href="http://www.db.avvenire.it/avvenire/index.jsp">L&#8217;Avvenire</a>). I quali, per esempio, pubblicano gallerie di foto mandate dai lettori.<br />
<span id="more-408"></span><br />
Prendiamo le foto quindi.<br />
La facilità d’uso delle nuove macchine digitali, il prezzo relativamente basso nonchè l’azzeramento dei classici costi “produttivi” (rullino, stampa) e &#8220;cognitivi&#8221; (tempo di latenza, una certa scarsità del supporto) tipici delle “vecchie” camere analogiche, ha una prima macroscopica conseguenza.<br />
Porta a scattare di più, più frequentemente, in modo più continuo e quotidiano.<br />
Quando poi la fotocamera si integra con un bene di uso continuo come il cellulare, l&#8217;atto del fotografare perde quasi del tutto quello <i>stato di separazione dal quotidiano</i> che aveva prima. Quando si fotografava solo (ci avete mai fatto caso sfogliando vecchi album?) viaggi, compleanni, foto in costume sulla spiaggia, eventi particolarissimi. Oggi si fotografa di più, e quindi si racconta di più. La popolarizzazione delle tecniche fotografiche genera <i>un ampliamento del potere di segnalazione</i> del reale, e quindi <i>un allargamento del raccontabile, del fotografato</i>. </p>
<p>La fotografia amatoriale entra in una certa <i>competizione</i> con il fotogiornalismo professionale. Ancora, forse, non dal punto di vista economico, ma di certo da quello <i>cognitivo</i>.<br />
Nella galleria di foto on line dei lettori c&#8217;è di tutto. Vecchie foto del papa vivo, scannerizzate; foto di questi giorni, scattate da tutti i punti di vista. Ecco un piccolo segnale dell&#8217;<i>allargamento del campo giornalistico</i> del quale da tempo andiamo cianciando (e non certo solo io o io per primo, ma altri prima e molto più autorevolmente di me). </p>
<p>Se nei primissimi giorni entrambe le gallerie on line dei due maggiori siti d&#8217;informazione italiani (che amorevolmente si copiano in questa <i>apertura</i>) cadevano in quella che io chiamo &#8220;sindrome da popolo della rete&#8221;, e pubblicavano le foto dei lettori rigorosamente anonime, da ieri molte foto sono accompagnate da nome e cognome e, in alcuni casi, da un breve commento del fotografo.</p>
<p>Concorrenza cognitiva, scrivevo.<br />
Perchè le foto comunicano a prescindere dal fatto che siano pagate o meno; e a prescindere dal fatto che siano professionali possono diventare <i>centri di gravità</i> intorno a cui vortica il senso di un evento e si dispongono i ricordi personali. </p>
<p>Nella galleria dei lettori di Repubblica, ho appunto trovato <a href="http://www.repubblica.it/2003/e/gallerie/esteri/rofoto/esterne061834140604183438_big.jpg">una foto</a> incredibile, scattata appunto <a href="http://www.webgol.it/archives/000698.html">all&#8217;interno della basilica</a>, una foto fortunosa, forse sbagliata, una foto che parla, che non si dimentica. Il papa morto, nel buio del catafalco: accanto una guardia svizzera e un flash inaspettato, rubato ad un volto sorpreso.</p>
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		<title>Ciò che hai negli occhi non basta più</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/05/cio-che-hai-negli-occhi-non-basta-piu/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2005 14:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è una immagine, tra le tante di questi giorni, che non riesco a togliermi dalla testa.
Che si è insediata da qualche parte nel mio cervello e da quella piccola trincea mnemonica fa a mitragliate per ottenere la mia attenzione.
Una immagine tra le tante, di questi giorni che hanno segnato la morte di Giovanni Paolo II. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/04_Aprile/05/papa_foto.shtml"><img alt="foto al papa con il telefonino, fonte: corriere.it" src="http://www.webgol.it/images/telefoninipapa2.jpg" width="130" height="101" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>C&#8217;è una immagine, tra le tante di questi giorni, che non riesco a togliermi dalla testa.<br />
Che si è insediata da qualche parte nel mio cervello e da quella piccola trincea mnemonica fa a mitragliate per ottenere la mia attenzione.<br />
Una immagine tra le tante, di questi giorni che hanno segnato la morte di <b>Giovanni Paolo II</b>. Una immagine &#8211; ma forse sarebbe meglio dire molte immagini: diverse eppure simili.<br />
Di persone che <i>scattano foto al corpo morto del papa</i>.</p>
<p>Alcune foto sono sinceramente stranianti.<br />
Decine e decine di <a href="http://www.corriere.it/gallery/noads/2005/04_Aprile/processione/1/7.jpg">mani alzate</a>, sguardo fisso al display a cristalli liquidi, telefonino o digitale in pugno al passaggio del catafalco portato a spalla dai sediari. Decine e decine di mani alzate.<br />
<span id="more-407"></span><br />
Alzare le mani, esistono gesti che hanno più significati?<br />
Una, due, tre, quattro dita, il pugno serrato: mi arrendo, sono felice, ho vinto, saluto, protesto, devo andare in bagno, voglio parlare, abbraccio tutti. Le mani alzate: ferme, che si muovono, da destra a sinistra, da sopra a sotto, mani che roteano, che si muovono nell&#8217;aria, si stringono a vicenda. <b>Che scattano foto.</b></p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/2003/e/gallerie/esteri/papaltare/ap60441680404214541_big.jpg"><img alt="foto al papa con il telefonino, fonte: repubblica.it" src="http://www.webgol.it/images/telefoninopapa3.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="right"></a>Ma c&#8217;è dell&#8217;altro.<br />
Ci sono <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/04_Aprile/05/papa_foto.shtml">foto</a> che si riferiscono <a href="http://www.corriere.it/gallery/noads/2005/04_Aprile/processione/1/7.jpg">al passaggio</a> della salma in P.za San pietro, portato a spalla dai sedieri dalla sala Clementina fino all&#8217;interno della basilica per consentire il saluto dei fedeli. E ci sono foto che invece <a href="http://www.repubblica.it/2003/e/gallerie/esteri/papaltare/ap60441680404214541_big.jpg">si riferiscono</a> all&#8217;interno della basilica, dove il corpo del papa è disposto sulla scala regia come morto frangiflutto all&#8217;incessante fluire dei fedeli, che, indirizzati e pungolati incessantemente da inservienti vaticani, si dividono in duplice estuario. E lì dentro, ai fedeli (almeno per quanto riportato sui giornali) è fatto esplicito divieto di fermarsi, inginocchiarsi, e, appunto, <i>far foto alla salma</i>. </p>
<p>Ebbene, per quel poco che ho potuto vedere dalle dirette che mostravano l&#8217;interno della basilica, ho visto pochi esimersi dall&#8217;imbracciare furtivamente il telefonino o la macchina digitale per scattare velocemente.<br />
<b>Nonostante il divieto</b>, nonostante il contesto, c&#8217;era molta gente che scattava foto.<br />
Come per rubare un pezzo di quel corpo, lacerarne la carne e riportarne un brandello &#8211; <i>un&#8217;istinto antropofagico sublimato in pixel colorati</i>.</p>
<p>***</p>
<p>Mentre scrivo queste parole, trovo un bel pezzo di <b>Mauro Covacich</b> sul Corriere, intitolato <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/04_Aprile/05/papa_foto.shtml">Un rito antico. Con i videofonini</a>.<br />
Il pezzo è breve e denso, il titolo è quantomeno ambiguo (un rito antico scattar con i videofonini?). Ne riporto un pezzo. </p>
<blockquote><p>Ecce homo, dice il corpo del Papa che passa. Non è la metafora, non è il simbolo della carne: è la carne stessa, materia di cui anche tu sei fatto, è l’ostensione sacra della più propria delle nostre esperienze, la morte. Ma tu che non sei morto, tu che non sei finto, tu che sei nell’attimo forse più vivo della tua vita, alla visione di quella che Heidegger chiamava l’esperienza costitutiva dell’Essere-nel-mondo frapponi il tuo cellulare. Tu, testimone oculare dell’Evento, non puoi fare altro che inquadrare bene, creare una nuova cartella e salvare con nome.</p></blockquote>
<p><i>Ciò che hai negli occhi non basta più</i>, <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/04_Aprile/05/papa_foto.shtml">scrive</a> Covacich, il quale quindi argomenta e spiega:</p>
<blockquote><p>Eppure&#8230; eppure devi scattare, devi fotografare e poi inviare, in una parola condividere questa occasione unica, eccezionale in ogni senso, per poterla vivere davvero come solo tua. [...] l’inevitabile contraddizione di un’epoca che sente, sente con le più sofisticate terminazioni nervose, solo quando traduce in immagine la propria emozione, solo quando è capace di rendere il fuoco rovente del reale nei riverberi videotrasmessi di ciò che brucia.</p></blockquote>
<p>Non mi basta, però.<br />
Perchè non è solo una questione di <i>cristallizzazione di una emozione</i>, di &#8220;un&#8217;epoca che sente&#8221; attraverso le immagini, per usare le parole di Covacich &#8211; ma di <b>&#8220;un&#8217;epoca che ricorda&#8221; attraverso le immagini</b>. </p>
<p>Mi aiuta <b>Susan Sontag</b>. Nel suo  <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=569&amp;isbn=8804518049">Davanti al dolore degli altri</a> scrive che <i>le fotografie oggettivizzano: trasformano un evento o una persona in qualcosa che può essere posseduto.</i> </p>
<p>Che sia forse quell&#8217;istinto <i>antrofotofago</i> che ho visto come un lampo negli occhi delle persone che rubavano immagini sgranate di un corpo morto?<br />
Forse.<br />
Sta di fatto che se è possesso non è epidermico sentire &#8211; <b>è memoria</b>.</p>
<p>La fotografia, anche prima dell&#8217;avvento del digitale, ha sempre avuto un potere peculiare, che non ha perso nell&#8217;orgia multimediale dei giorni nostri.<br />
Scrive sempre Sontag in <i>Davanti al dolore degli altri</i>:</p>
<blockquote><p> L&#8217;incessante susseguirsi delle immagini (televisione, streaming video, film) domina il nostro ambiente, ma quando si tratta di ricordare la fotografia è più incisiva. La memoria ricorre al fermo-immagine; la sua unità di base è l&#8217;immagine singola. In un&#8217;epoca di sovraccarico di informazioni, le fotografie forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare. Una fotografia è simile a una citazione, a una massima o a un proverbio.</p></blockquote>
<p>Che male c&#8217;è a voler ricordare, dunque? Come se rispondesse, la Sontag, <a href="http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=ARKINT&amp;TOPIC_TIPO=I&amp;TOPIC_ID=26407">in una intervista</a> di quasi due anni fa:</p>
<blockquote><p>Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell’immagine; se uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura.</p></blockquote>
<p>Ora quelle mani alzate, non so più cosa siano.<br />
Cosa sia quella prepotenza dello scatto lesto e truffaldino finchè non ti scoprono.<br />
Non so più se scattar foto al papa morto sia un segno di estrema sintomatica maleducazione, o di estremo amore.<br />
Segno dei tempi irrispettosi, digitali che vogliono solo ricordare.<br />
O commiserevoli, ancora analogici, che vogliono capire &#8211; attraverso un&#8217;immagine che <i>si è fatta grammatica</i> perchè così diffusa e quotidiana. </p>
<p>Cosa sia quel ricordo lacerato, esatto, sbranato, quello sguardo decentrato sui display, forse non so più, non capisco &#8211; <i>non mi piace</i>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sì, questo è il mio corpo</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/01/si-questo-e-il-mio-corpo/</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2005 12:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Via Lipperatura, trovo un eccezionale pezzo di Giuseppe Genna su Carmilla on line dal titolo Questo è il mio corpo?, in cui il miserabile scrittore affronta un &#8220;tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo, e l&#8217;esito di questo dono&#8221;, mettendo in relazione Wojtyla, Terry Schiavo, e Ranieri di Monaco.
Per Genna il punto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Via <a href="http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/20050401#20050491121133">Lipperatura</a>, trovo un eccezionale pezzo di <b>Giuseppe Genna</b> su <a href="http://www.carmillaonline.com">Carmilla on line</a> dal titolo <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2005/04/001303.html">Questo è il mio corpo?</a>, in cui <a href="http://www.miserabili.com">il miserabile scrittore</a> affronta un <i>&#8220;tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo, e l&#8217;esito di questo dono&#8221;</i>, mettendo in relazione <b>Wojtyla</b>, <b>Terry Schiavo</b>, e <b>Ranieri di Monaco</b>.</p>
<p>Per Genna il punto di crisi (che affetta la Chiesa, e non il Papa) è la progressiva <b>incomprensione del metafisico</b>.<br />
La <i>metafisica</i>, continua Genna più avanti, non ha nulla a che fare con la <b>commozione</b> (ovvero con la religione, un muoversi verso e insieme), nè con l&#8217;<b>emozione</b> (che pertiene, seguendo l&#8217;intuizione di Genna, alla sfera <i>politica</i>, ad un sussulto di fragile cittadinanza):<br />
<span id="more-406"></span></p>
<blockquote><p>L&#8217;ondata emotiva che ha cominciato a montare, e che raggiungerà culmini mai registrati quando il Papa sarà deceduto, è la coerente fotografia di uno stato di fatto: l&#8217;emozione è ormai l&#8217;unica sfera di azione con cui la gerarchia cattolica intrattiene un rapporto con la realtà. Essa suscita emozione. [...] <b>Non ci sarà differenza, se non quantitativa, tra l&#8217;emozione suscitata dalla morte del papa e quella sollevata dal decesso di Agnelli.</b></p></blockquote>
<p>Genna tocca, a mio parere, il nervo scoperto &#8211; il piccolo cadavere di senso intorno a cui girano, come in una indimenticabile vignetta di <b>Andrea Pazienza</b> dedidata alla morte di <b>Guttuso</b>, i piccoli o grandi moschini mediatici, alla ricerca di qualcosa di inoccupato sul quale posarsi. </p>
<p>Più avanti (sempre grassetto mio): </p>
<blockquote><p>Il paradosso è questo: nel momento in cui il Papa mostra tutto a tutti, mostra eroicamente la vita corrosa da una morte che viene predicata come non definitiva (ma soltanto in una logica mediatica; non c&#8217;è nulla di eroico nel morire), <b>egli mostra la carne e non mostra lo spirito</b>. Il Papa sta mostrando il mostrabile, non lo spirituale.</p></blockquote>
<p><img alt="Papa Wojtyla" src="http://www.webgol.it/images/papamani.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">Va letto tutto, comunque.<br />
Le cose che scrive Genna, come tutte le vere provocazioni, sono profondamente <i>moraliste</i> &#8211; e d&#8217;altronde è vero che i moralisti sono gli unici veri provocatori (anche se a Genna manca l&#8217;afflato visionario, terribile, mefistofelico, del <b>Leon Bloy</b> delle <i>Esegesi dei luoghi comuni</i>).<br />
Le cose che scrive Genna sono esemplari di un grido di dolore, un <i>horror vacui</i> che scompensa, terrorizza &#8211; laddove crollano le <i>magistrali metafisiche</i>, niente da distruggere, e quindi niente da creare. </p>
<p>Io non sono, ahimè, un provocatore.<br />
Non piango la caduta della <i>metafisica</i>, ché mai mi è riuscito di trovar consolazione nelle sue liberanti costrizioni (e non è un ossimoro).<br />
Nè mi commuovo di fronte all&#8217;attenuarsi della commozione (e non è una ripetizione).<br />
Piango invece <b>il primato delle emozioni</b>, la volgare prepotenza dell&#8217;ondata emotiva di cui anche tu scrivi, caro Genna.</p>
<p>Perchè proprio quel primato è conseguenza di <b>una terribile incomprensione</b> &#8211; di quelle che, come scriveva proprio Bloy più di cent&#8217;anni fa, <i>gridano vendetta al cielo</i>. </p>
<p>Perchè è proprio in quel corpo che si fa umano doloroso morente, in quel corpo malato esibito pubblico, in quella mano appoggiata sulla testa nello sforzo inane di spiccicar parola che si nasconde il mistero insondabile.<br />
Proprio lì, laddove sembra che questo mistero si annulli nel suo più acerrimo contrario, nel dolore di un fisico che non funziona più, è proprio lì, in tutta la sua illuminante verità &#8211; <b>qualcosa che trascende</b>. </p>
<p>Il mio pianto è che forse se ne accorgeranno in pochi (religiosi, cattolici, credenti compresi &#8211; e penso che questo fosse il tuo <i>punto</i>) &#8211; sommersi come sono, come tutti siamo, da bollettini medici, breaking news e specifiche farmacologiche dei possibili trattamenti sanitari per infezioni urinarie.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il corpo morente del Papa</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/04/01/il-corpo-morente-del-papa/</link>
		<comments>http://www.webgol.it/2005/04/01/il-corpo-morente-del-papa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2005 10:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina, su Rai Uno, ascolto basito parole di questo tenore: che Dio sta togliendo al Papa i suoi doni in un percorso di purificazione, ecco perchè soffre così tanto.
Interpretazioni bizzarre, specie per un Papa che ha fatto della sofferenza una dolce arma di evangelizzazione; la verità è che la morte è l&#8217;ultimo vero tabù, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina, su Rai Uno, ascolto basito parole di questo tenore: che Dio sta togliendo al Papa i suoi doni in un percorso di purificazione, ecco perchè soffre così tanto.<br />
Interpretazioni bizzarre, specie per un Papa che ha fatto della sofferenza una dolce arma di evangelizzazione; la verità è che la morte è l&#8217;ultimo vero tabù, un fantasma che terrorizza, che la religione riesce ormai ad esorcizzare a stento. </p>
<p>Intanto che tremo al pensiero dei coccodrilli già scritti, ripenso ad un bellissimo documentario visto nei giorni scorsi, putroppo con poca attenzione.<br />
Ma una scena la ricordo bene.<br />
C&#8217;era il Papa ancora in forze, davanti ad una folla plaudente. Si avvicina al microfono e comincia a far versi come un cantante rock al sound check. Va avanti per un po&#8217;, la folla in delirio.<br />
Alla fine prende il microfono e dice qualcosa del genere: &#8220;<b>That&#8217;s a carismathic approach!</b>&#8220;, giocando ovviamente con i due significati &#8211; fortemente secolarizzato uno, fortemente teologico l&#8217;altro &#8211; del concetto di <i>carisma</i>.<br />
La migliore immagine che io (cattolico non praticante, laico non praticante) possa trattenere di questo straordinario Papa sincretico, moderno, morente. </p>
<p>Altro, mi dispiace <a href="http://minchiate.splinder.com/post/4426727">Mariano</a>, hai ragione, ma proprio non so.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corpografie (I)</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2005 08:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Mazzucato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>

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		<description><![CDATA[[Iniziamo un piccolo gioco corpografico con Francesca Mazzucato, che credo davvero non abbia bisogno di alcuna presentazione - e che, tra le altre mille cose, cura un bel blog proprio sui corpi. Corpografie sono brevi ritratti sensuali, tipologie di corpi sussurrati. Accompagnati da miei scatti, della serie Diott(r)ica, perchè il desiderio è sfalsato, e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Iniziamo un piccolo gioco <i>corpografico</i> con <b>Francesca Mazzucato</b>, che credo davvero non abbia bisogno di alcuna presentazione - e che, tra le altre mille cose, cura un <a href="http://narrazioni.blog.excite.it/">bel blog</a> proprio sui corpi. <i>Corpografie</i> sono brevi ritratti sensuali, tipologie di corpi sussurrati. Accompagnati da miei scatti, della serie <i><a href="http://www.flickr.com/groups/dioptric/">Diott(r)ica</a></i>, perchè il desiderio è sfalsato, e le cose desiderate sono doppie, e una è sempre sfocata. as]</font></p>
<p><b>Corpo di donna</b>.<br />
Fluttuante sinuoso, dobbiamo parlare, lasciati toccare, l&#8217;ho fatto per te, vestito lanciato, seno scoperto, capezzolo appuntito cibo intrecciato alle gambe, alla pelle, profumo di magnolia, incensi, una storia dei sensi nelle mani che toccano emozioni che bloccano, polpose sorelle di frutta attentamente pelata le cosce, e poi la lingua che si avvicina alle mie, che lentamente sale e segue l&#8217;Antica Strada del Sale, corpo di donna corpo di esploratrice i peli mordicchiati alla radice e intanto io l&#8217;aspetto, l&#8217;aspetto e la blocco, il piacere un rintocco, ritardare lo sblocco.</p>
<p align="center"><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/7962028/"><img alt="Diott(r)ica: donna sotto la doccia, di Antonio Sofi" src="http://www.webgol.it/images/livpiccola.jpg" border="1"></a><br /><font size="-2"><i>Diott(r)ica</i>: donna sotto la doccia, foto di A. Sofi</font></p>
<p><span id="more-403"></span><br />
<b>Corpo di amante.</b><br />
Vergognosamente distante in questo momento in parte ti sento, ti guardo mi pento, mi allargo, ci pensa la mano, agisce il pensiero, sei vero, son vera. Le tue mani parlano argomenti lontani, ma le sento le mani ci passo attraverso, pensiero perverso succhiare, il pollice, l&#8217;indice e anche l&#8217;anulare, corpo di amante stretto forte fra le luci della morte del giorno e le insegne contorte e la speranza del ritorno, le tue gambe strette, le mie agganciate, corpo di amante fra le risate lo sfregamento, il desiderio che sale di nuovo, la mancanza di tempo, il tormento.</p>
<p><font size="-2"><i>(continua&#8230;)</i></font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un macello insostenibile</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2005 11:24:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Radio]]></category>

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		<description><![CDATA[Raramente mi è capitato di leggere un testo, di qualsiasi genere, che risultasse ai miei occhi quasi insostenibile.
Qualche tempo fa, una raccolta di poesie ha avuto questo effetto. Il titolo: Macello, l&#8217;autore: Ivano Ferrari (ne abbiamo scritto proprio su queste pagine tra i commenti qualche settimana fa), edito da Einaudi.
Un reportage poetico, o meglio un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&amp;c=BULJ5ADJF7YKC"><img alt="macello di ivano ferrari - einaudi" src="http://www.webgol.it/images/macello_ivano_ferrari.jpg" width="111" height="157" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>Raramente mi è capitato di leggere un testo, di qualsiasi genere, che risultasse ai miei occhi quasi insostenibile.<br />
Qualche tempo fa, una raccolta di poesie ha avuto questo effetto. Il titolo: <b><a href="http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880616024&amp;ed=87">Macello</a></b>, l&#8217;autore: <b>Ivano Ferrari</b> (ne abbiamo scritto proprio su queste pagine tra i commenti qualche settimana fa), edito da Einaudi.<br />
Un reportage poetico, o meglio un reportage in forma di poesia, che ci porta dentro un macello, ce lo mostra e ce lo fa vivere in modo inaudito. </p>
<p>Finalmente ce l&#8217;ho fatta, ho raggiunto Ferrari al telefono, abbiamo fatto una veloce chiaccherata radiofonica sulla sua poesia e su questo lavoro.<br />
<span id="more-402"></span><br />
Non arriviamo per niente primi nè secondi: molto prima sono arrivati, tra quelli letti da me, <b><a href="http://www.miserabili.com/archives/2004/09/il_macello_di_i.html">Giuseppe Genna</a></b> e Nazione Indiana con <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000650.html">Antonio Moresco</a> <i>(che, detto tra parentesi, è un autore davvero eccezionale, tra i pochissimi credo, ad essere citati dalla <a href="http://www.raffaellosanzio.org/"><b>Sociètas Raffaello Sanzio</b></a>, che di solito adotta il criterio: o sono morti da millenni o ciccia. Io poi li adoro, e quando ho potuto ho visto tutto di loro, facendomi anche diverse centinaia di chilometri per raggiungerli, realizzando anche un documentario radiofonico dedicato al loro <b>Celine</b>)</i>.</p>
<p>Però questa settimana radiofonica dedicata agli <i>ibridi</i> mi pareva potesse accogliere le sue poesie: Ferrari riesce a farci comprendere in che modo un luogo come un macello non sia in realtà altro che <b>l&#8217;unione tra uomini e bestie</b>.<br />
Il macello è un luogo di sintesi, <i>molto di più di un interregno</i>, come dice giustamente <b>Moresco</b>.<br />
Il macello di Ferrari è un luogo inconcepibile dove si definisce e si celebra la produzione di materia per alimentare l&#8217;uomo.<br />
E questa fabbrica si nutre del dolore e del sangue, dell&#8217;incredulità e dello sperma &#8211; come dice Ferrari &#8211; <b>delle bestie che sanno di dover morire</b>.<br />
In questo spazio chiuso da pareti bianche, <i>una scatola scenica</i> si direbbe proprio da Raffaello Sanzio, si mette in scena il dramma della sopravvivenza e della sopraffazione.<br />
L&#8217;uomo esegue un rito millenaristico, e la bestia lo guarda negli occhi &#8211; finchè <b>il suo corpo diventa quarti di carne e mucchietti di ossa</b>.</p>
<p><font size="-2"><u>Radio</u><br />
- &#8220;Ibridi&#8221; (settimana partita con una lunga intervista a Massimiano Bucchi, e tra letture di Wells, Caronia, Perniola) ascoltabile via streaming su <a href="http://www.rtsi.ch/prog/Rete2/welcome.cfm">Rtsi2</a>; dalle 6 alle 7 del mattino fino a venerdì, chiacchierate al telefono con <b>Ivano Ferrari</b> </font></p>
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		<title>Ibrido naturale e ibrido sociale</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/03/29/ibrido-naturale-e-ibrido-sociale/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2005 09:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Porte automatiche che si aprono solo con un badge aziendale, la mucca pazza o l’AIDS, tecnologie ergonomiche, kit tecnologici, fibre mutanti e giacconi multitasking, simulatori vocali e decoder universali, la casa intelligente e il digitale terrestre.
La tecnologia modifica la percezione dello spazio e del tempo, ma senza non avrebbe molto senso vivere. Non perché necessaria, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>Porte automatiche che si aprono solo con un <i>badge</i> aziendale, la mucca pazza o l’AIDS, tecnologie ergonomiche, kit tecnologici, fibre mutanti e giacconi multitasking, simulatori vocali e decoder universali, la casa intelligente e il digitale terrestre.</i></p>
<p><img alt="nokia closeup, di antonio sofi" src="http://www.webgol.it/images/nokiapiccolo.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">La tecnologia modifica la percezione dello spazio e del tempo, ma senza non avrebbe molto senso vivere. Non perché necessaria, ma perché irrinunciabile. Non mi lamento, ma una chiacchierata recente con <b>Massimiano Bucchi</b>, sociologo della salute, mi ha aperto, se non spalancato all’improvviso scenari alla <b>Ballard</b> o alla <b>Cronenberg</b>. Non mi spingo alla fantascienza sfrenata e storicizzata, ma almeno un <b>Douglas Adams</b> potrebbe aiutarci. La nostra vita sarebbe animata e abitata in pianta stabile da ibridi. Anzi.<br />
<i>L’ibrido si è insediato in noi e tra di noi</i>, nelle nostre case e per le nostre strade, nell’uso quotidiano della tecnologia e nella costruzione continua di senso e appartenenza.<br />
<span id="more-401"></span><br />
Senza scomodare toni millenaristici da apocalittico, la convergenza comunicazione-tecnologia ha fatto si che l’ibrido generalizzato innervasse i luoghi della nostra vita, senza scomporci ne azzopparci di identità, ma è un fatto, che a ben guardare quanto ci circonda può essere ricondotto ad una dimensione di <i>ibrido naturale</i>.<br />
Le protesi tecnologico ergonomiche di cui ci dotiamo alterano progressivamente quanto di umano resta in noi: sfogliando <b>la Repubblica</b> di domenica 27 marzo leggo di una statistica sull’uso dei cellulari in Italia, dove in sintesi ogni italiano ha almeno un telefono cellulare, quando non due, riuscendo in questo a porci in testa alle classifiche europee. </p>
<p><a href="http://www.stelarc.va.com.au/photos/02.html"><img alt="stelarc - involuntary body - clicca per ingrandire" src="http://www.webgol.it/images/stalrc_involuntarybody.jpg" border="0" hspace="5" align="right"></a>Francamente me ne infischio di quanti cellulari abbiamo. E’ l’aspetto fisiologico che mi interessa, la modifica quasi genetico-funzionale che ha attirato la mia attenzione. Nel mondo dell’arte contemporanea, quell’universo bizzarro dei performer estremi, c’è un artista australiano, credo, <b><a href="http://www.stelarc.va.com.au/">Stelarc</a></b>, che già da tempo ha attivato dentro di se la vita extra umana: si è fatto impiantare dapprima un braccio bionico, perfettamente funzionante, collegato al sistema nervoso, e quindi in grado di svolgere le funzioni di braccio…<br />
Dopo qualche anno, attraverso una nuova operazione, ha fatto in modo che venissero alloggiati dentro di se alcuni piccoli oggetti biomeccanici, piccoli robot, microscopici automi che una vota all’interno dello stomaco hanno cominciato ad interagire con l’organismo, vivendo in simbiosi tecno-digestiva con l’ospite. </p>
<p>Ibrido estremo, l’idea della <b>gemmazione tecnologica</b> possiamo forse estenderla allo strumento telefonico nella sua dimensione sociale. L’atto di telefonare, da gesto se vogliamo privato, non intimo, ma quanto meno isolato, è passato ad essere un atto totalmente pubblico.<br />
Questo passaggio spaziale credo si porti dietro anche un passaggio di carattere fisiologico. L’essere collegati, attraverso telefonia mobile tecnologicamente più o meno avanzata, ci mette nelle condizioni di <i>ibrido sociale</i>.<br />
Umano connesso a dimensioni socialmente costruite, mediate dalla tecnologia. </p>
<p>Queste condizioni non sono esterne a noi, ma condizionano oggettivamente l’agenda del nostro vivere e pensare, determinano lo status del nostro esserci e relazionarci con l’altro da noi. Ne deriva uno spostamento semantico non indifferente, dove l’individuo è tale se connesso e nella possibilità di comunicare con l’altro, legittimando il proprio esserci in una dimensione comunicativa allargata, in movimento, dove umano e tecnologico sfilano uniti, ibridati.</p>
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		<title>Il corpo animato dell&#8217;ospedale</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/03/21/il-corpo-animato-dellospedale/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2005 15:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariano Grifeo Cardona di Cani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[[Riceviamo un pezzo dall'adorato Mariano, che così giustifica il non uso del siciliano "mi dispiace di non avere usato la mia lingua matri. ma così sinne uscì dalla mia testa e così la scrissi: in taliano". Le foto, invece, purtroppo, sono mie. as]
Di notte, ronfa come un asmatico che respira male e russa. 
Si sentono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[Riceviamo un pezzo dall'adorato <a href="http://minchiate.splinder.com">Mariano</a>, che così giustifica il non uso del siciliano <i>"mi dispiace di non avere usato la mia lingua matri. ma così sinne uscì dalla mia testa e così la scrissi: in taliano"</i>. Le foto, invece, purtroppo, sono mie. as]</font></p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/7019308/"><img alt="Scaffolding, foto di as" src="http://www.webgol.it/images/scaffolding01piccolo.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>Di notte, ronfa come un asmatico che respira male e russa. </p>
<p>Si sentono fiati e si vedono sbuffi. Perchè esiste un sistema arterioso fatto di larghi tubi d’acciaio che corrono nei sotterranei, e lungo i tetti. Aria, refrigerazione, ossigeno, riscaldamento, puzze e scarichi.<br />
Un ospedale è un corpo animato, assai complesso. </p>
<p>Quando sei vecchio – come me &#8211; speri che quel corpo sappia accoglierti nel migliore dei modi, rimetterti in sesto e lasciarti uscire di nuovo.  Dentro di te, però, corre in sottofondo il basso continuo del tuo inconscio, al quale lasci il compito ingrato di riflettere sul fatto che tu &#8211; da quel corpo &#8211; potresti anche non uscirne più. Restarci intrappolato, conoscerne viscere e sistema nervso, centrale e periferico. Per settimane e mesi. O altrimenti per sempre.<br />
<span id="more-399"></span><br />
Finire la vita in una corsia d’ospedale non è bello. Io, che sono vecchio, spero sempre di poter crepare nel mio letto. Col panorama consueto del palazzo di fronte, visto da basso, le lenzuola impregnate del mio sudore, e una porzione di cielo alla quale sono ormai affezionato, prima di chiudere le palpebre per sempre.</p>
<p>Il San Camillo ha arti nuovi, lucidi e verniciati di fresco, e ha anche braccia vive e gambe in cancrena, lasciate ad ammuffire.<br />
Fai conoscenza con questo grande corpo quando ci entri dentro. E capisci subito che è anima viva che nasconde virus e cellule, microbi e molecole.<br />
Alla sera, il brusio continuo del gigante assume un tono rassicurante: ronfa perché così noi – noi essere umani &#8211; viviamo. Ma può anche assumere un’aria sordida, quando noti le tapparelle sfasciate e storte, le finestre buie di una palazzina disabitata.<br />
Chi si aggira per le corsie di un reparto in disarmo?<br />
Esistono i fantasmi dei malati che lì hanno patito? Anime in pena che ciabattano ancora – di notte – lungo corridoi deserti di uomini in carne e ossa?</p>
<p>Sono andato un po’ a spasso per quel corpo.</p>
<p>Quando passi di fronte al reparto di rianimazione ascolti il respiro delle macchine, non quello degli uomini. Ti sollevi sulle punte, e da una finestra scorgi lo scenario che Crichton ha descritto in Coma profondo. Ma se pensi che sei sulla circonvallazione Gianicolense, l’alone di mistero evapora, l’atmosfera da thriller svanisce. Un’infermiera esce da una porta laterale e fuma una sigaretta appoggiata alla parete: si guarda la punta dello zoccolo di plastica che sta per rompersi. Il mondo di chi sopravvive addormentato è separato dal mondo dei vivi e basta, da una porta dove sta scritto: si prega di spegnere i cellulari.<br />
Dentro, l’alta tecnologia è applicata all’esistenza: un computer sorveglia e restituisce uno specchio di vita o morte, sotto forma di linee curve o desolatamente piatte.<br />
Da dove m’alzo io, noto solo un paio di uomini, sovrastati da tutte queste macchine.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/7019309/"><img alt="scaffolding 2, foto di as" src="http://www.webgol.it/images/scaffolding03piccolo.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="right"></a>Ma il corridoio – una lunga trachea nelle viscere del corpo ospedaliero &#8211; non finisce alla rianimazione. Un braccio si apre sull’ascensore “pulito”, proprio così, “pulito”. Un altro sull’acensore dei rifiuti, lo sporco. Separazione necessaria in un ospedale.<br />
Quel corridoio sbuca in chirurgia generale. Le infermiere e i medici si muovono come sangue e cellule, sono sempre in circolo. Spingono veloci i carrelli che portano minestrine in brodo e mele rachitiche, soluzioni e siringhe. E poi ci stanno i pazienti: potranno somigliare ai virus? A cellule che hanno qualcosa che non va?<br />
Nel grande corpo trovano posto anche simpatici parassiti, come i tossici che cercano 5 euro per “la miscela”, zingarelle che raccattano due lire per il bambino che tengono in grembo, e forse – chissà &#8211; fanno da pali per compari che sfilano portafogli.<br />
Un organismo è una faccenda complessa, immagino sia anche bello se visto da dentro.<br />
Non credo, però, che gli esseri umani siano illuminati – al loro interno &#8211; dagli stessi neon tristi che danno luce alle corsie, pur nuove, dell’ospedale. Oppure, che le nostre pareti corporee, e i tessuti siano dipinti con le stesse tonalità di grigio scelte per il San Camillo. I corridoi sanno di pulito, ma deprimono. </p>
<p>A spasso per l’ospedale. Fuori del cunicolo dove non i cellulari vanno spenti per non interferire con le macchine, sbuchi sulla palazzina della maternità. Giusto con un volo della fantasia possiamo pensare a quel reparto come al sistema linfatico nel corpo dell’ospedale.<br />
Maternità è scalcagnata, l’intonaco risale a una vita fa. Nè depressa, nè pulita, non ci sono i toni di grigio tristi. E’ solo che il reparto dove si nasce è proprio vecchio e cadente.<br />
Immagini le corsie dense di puerpere, i respiri ritmati di chi ha le doglie, le ostetriche che volano da una sala parto all’altra. Il chirurgo che dice a una donna già in lacrime, <i>“signora dobbiamo tagliare. Dobbiamo fare il cesareo, mi spiace”</i>. E lei che inizia a piangere, non si dà pace. Le lacrime s’appoggiano e dondolano sulla parte basse dell’occhio, prima di rigare la guancia e scendere giù, sul camice bianco. L’ostetrica asciuga tutto e sussurra all’orecchio: <i>“non devi piangere, non è colpa tua”</i>. </p>
<p>C’è un corpo che nasce.</p>
<p>La malattia, nel luogo che le malattie invece le cura, prende la forma di un reparto disabitato che cade a pezzi. Oltre ai fantasmi dei malati morti e impazziti, dei pazienti che hanno lasciato il loro spirito in pigiama vagare per i corridoi, più prosaicamente quella palazzina oggi sarà popolata di sorci. Toponi allegri che finalmente possono andarsene a zonzo senza il timore di incappare nelle spire di una derattizzazione omicida. E insieme a loro insetti, blatte e tutta una popolazione, altrimenti esclusa, dalle supreme ragioni sanitarie che governano il corpo, nel quale sono a passeggio.</p>
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		<title>Corpi Estranei II &#8211; «L&#8217;origine du monde»</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/03/19/corpi-estranei-ii-lorigine-du-monde/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2005 22:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è il viso iconizzato di Rocco Siffredi che scruta da in mezzo alle gambe di una ragazza quanto di più intimo vi possa essere.
Guarda, con occhio indagatore, sul set di un nuovo film di Catherine Breillat, che sempre con Siffredi girò Romance &#8211; il film del primo sdoganamento?
Si intitola, apprendo, Anatomie de l’enfer, nuova variazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="anatomie_de_lenfer02.jpg" src="http://www.webgol.it/images/anatomie_de_lenfer02.jpg" width="120" height="80" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">C’è il viso iconizzato di <b>Rocco Siffredi</b> che scruta da in mezzo alle gambe di una ragazza quanto di più intimo vi possa essere.<br />
Guarda, con occhio indagatore, sul set di un nuovo film di <b>Catherine Breillat</b>, che sempre con Siffredi girò <a href="http://www.imdb.com/title/tt0194314/"><i>Romance</i></a> &#8211; il film del primo sdoganamento?<br />
Si intitola, apprendo, <a href="http://www.imdb.com/title/tt0348529/"><i>Anatomie de l’enfer</i></a>, nuova variazione sui fantasmi di Rocco e forse anche nostri: «una donna che paga un uomo per farsi guardare dove non è guardabile».<br />
<span id="more-397"></span><br />
Personalmente <i>Romance</i> mi era piaciuto, per quell’approccio femminista e quasi intimo alla sessualità pubblica. Forse andrò a vedere anche questa nuova <i>anatomia</i>, non lo so, ma leggo ugualmente con interesse l’intervista che Siffredi ha rilasciato a <b>Cristina Piccino</b> su <i>Alias</i>, supplemento del Manifesto (purtroppo non on line, ma ho trovato <a href="http://www.url.it/donnestoria/film/storia/rsbreillat.htm">un&#8217;intervista  della stessa Piccino alla Breillat</A> risalente a più di un anno fa, sempre sul Manifesto).</p>
<p>Per molti immagino che Siffredi sia una specie di mostro, per altri ancora un vero idolo, un eroe, o – come sta scritto nella sua biografia, “un eroe italiano” con  sete di avventura (celebrata, scopro, in un <i>Tarzan X</i>, firmato <b>Joe D’Amato</b>).<br />
Siffredi ama il cinema di <b>Monteiro</b> e <b>Pasolini</b>, e racconta di essere rimasto profondamente scioccato dalla visione delle <i>120 giornate di Sodoma</i>. Mi piace, mi pare sincero e sinceramente desideroso di confrontarsi con altro che non siano <i>blowjob</i> (nell’intervista Siffredi lo dice proprio in inglese, e strizzando un occhio a Google lo riporto pari pari…) e altre pratiche da retrocopertina DVD.</p>
<p>«Una donna che paga un uomo per farsi guardare dove non è guardabile», ci ripenso, è una frase che ribalta, e quindi simbolizza per contrasto, tutto ciò che ruota attorno all&#8217;erotismo, dove invece è l&#8217;uomo che paga la donna e così via. Ma visto che è <i>dentro il film</i> che la donna paga un uomo per farsi guardare dove non è guardabile, allora ci saranno uomini che pagheranno per vedere <i>al cinema</i> una donna che paga un uomo per farsi guardare dove non è guardabile &#8211; un gioco di desideri, di scatole cinesi che stordisce.</p>
<p><font size="-2"><i>(continua&#8230;)</i></font></p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;uomo che scambiò il suo corpo per un pollo</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/03/17/luomo-che-scambio-il-suo-corpo-per-un-pollo/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2005 11:16:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[[foto di A. Sofi, clicca per ingrandire]
Corpo e pensiero. Il secondo controlla il primo. Di solito.
Accade talvolta che il corpo si ribelli, e i pensieri ne prendano possesso.
Somatizzare, dicono si dica, quando il corpo si trasforma in una marionetta dei pensieri. Incontrollati.
Spesso blandamente, come piccoli tic che sfuggono &#8211; ravvivare i capelli, toccarsi il naso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="-2">[foto di A. Sofi, clicca per ingrandire]</font><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/webgol/6712512/"><img alt="chicken's eye, di antonio sofi - clicca per ingrandire" src="http://www.webgol.it/images/chicken03piccolo.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left"></a>Corpo e pensiero. Il secondo controlla il primo. Di solito.<br />
Accade talvolta che il corpo si ribelli, e i pensieri ne prendano possesso.<br />
Somatizzare, dicono si dica, quando il corpo si trasforma in una marionetta dei pensieri. Incontrollati.<br />
Spesso blandamente, come piccoli tic che sfuggono &#8211; ravvivare i capelli, toccarsi il naso, mangiarsi le unghie. Spesso violentemente &#8211; rimane insuperata la performance di <b>Lino Banfi</b> in &#8220;Vieni avanti cretino&#8221; (chi ricorda/sa il nome del supervisore?), scena che non esiterei ad avvicinare al Chaplin robotizzato alla catena di montaggio. Forse un gradino più in basso, magari.<br />
<span id="more-396"></span><br />
Sì, la foto qui sopra è mia. E&#8217; che a me, i galli e le galline, son sempre piaciuti.  Le rare volte che mi capita di osservarli da vicino, resto come ipnotizzato dai movimenti ripetuti, randomizzati in imprescrutabili traiettorie, e da quegli occhi nevrili, perennemente preoccupati (e bisognerebbe capire perchè &#8220;sei una gallina&#8221; è un&#8217;offesa, e &#8220;sei un gallo&#8221; no). </p>
<p>Tutto questo per segnalare (e vorrei farlo con altri in queste settimane), come da titolo, un bel post di <a href="http://carnefresca.splinder.com"><strong>Carnefresca</strong></a>, su un <a href="http://carnefresca.splinder.com/1110734102#4287310">uomo che scambio il suo corpo per un pollo</a>, mimando ad un Mc Donalds la sua ordinazione.</p>
<blockquote><p>[...]lui protende il collo in avanti, come dal guscio una strana tartaruga, tira su il mento e dice: &#8216;pollo&#8217;. pollo. e io li realizzo, capisco. voleva il pollo, ed esattamente come me che pensavo al deluxe lui stava pensando al pollo, che voleva ordinare pollo, e lo pensava così intensamente che l&#8217;ha dovuto letteralmente fare. la schiena, le braccia, il collo, gli scatti, era piegato in quel modo perchè stava pensando a una gallina. mimava la sua lista della spesa. niente confine tra il pensiero e il manifesto. la cassiera comincia a sciorinare le varie opzioni di mc chicken, menù, panino, pezzettini, sempre come stesse parlando a un cretino. lui la guarda, e il concetto è quello della pazienza, la mitezza, consapevole che ordinare un pollo rende le persone disturbate, e dice soltanto &#8216;ho bisogno di pollo&#8217;, ondeggiando la testa come a beccare. [<a href="http://carnefresca.splinder.com/1110734102#4287310">leggi tutto</a>]</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Corpi estranei I &#8211; Sinceramente non mi pare uno scandalo</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/03/16/corpi-estranei-i-sinceramente-non-mi-pare-uno-scandalo/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2005 22:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bianda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Personalmente sono sempre stato attratto dalla dimensione pubblica dell’atto sessuale. In altri termini sono attratto da quanto si nasconde dietro il mondo della pornografia, che in realtà altro non è che la rappresentazione pubblica di un atto privato, che si alimenta del suo essere rappresentato e moltiplicato, nei gesti, nei volti e nei luoghi. 
Qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Personalmente sono sempre stato attratto dalla dimensione pubblica dell’atto sessuale. In altri termini sono attratto da quanto si nasconde dietro il mondo della pornografia, che in realtà altro non è che la rappresentazione pubblica di un atto privato, che si alimenta del suo essere rappresentato e moltiplicato, nei gesti, nei volti e nei luoghi. </p>
<p>Qualche anno fa mi divertii a definire il complesso dei luoghi e dei personaggi (e quindi anche l’industria che muove questo universo) come “<i>sguardo svelato</i>”, intendendo la qualità flagrante dell’azione sottoposta allo sguardo pubblico, cui, sempre all’epoca, contrapponevo l’altro universo, parallelo forse, che collocavo nella dimensione dello “sguardo velato” : l’attrazione per una dimensione chiusa del sesso in un contesto di scambio e confronto.<br />
<span id="more-395"></span><br />
In altre parole da una parte c’era l’industria del porno, e dall’altra quella dello <i>scambismo di coppia</i> in luoghi chiusi, in ville o parcheggi, ma pur sempre controllati e ad economia vigilata. Tutto questo stava in due piccoli documentari radiofonici che si alimentavano vicendevolmente, dove il primo (dedicato ad una villa delle colline romane) viveva probabilmente grazie al motore emotivo del secondo, ambientato nei teatri e sui set di produzioni hard.</p>
<p>Insomma quella curiosità è restata, nel frattempo sono successe parecchie cose, e i limiti o i confini di questi strani universi si sono ulteriormente persi o assottigliati. I gesti pubblici del consumo di pornografia si sono rarefatti, trasformando il rito riproducendolo all’infinito attraverso un semplice click del mouse navigando con l&#8217;adsl. Tutto e subito direttamente alla scrivania, spendendo poco o nulla, rischiando per lo più qualche virus elettronico.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corpi</title>
		<link>http://www.webgol.it/2005/03/15/corpi/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2005 12:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Webgol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Credo che webgol (cioè noi due, Antonio e Enrico) abbia un particolare talento nell&#8217;andare in cortocircuito dissonante con qualsiasi ipotesi, più o meno condivisa, di agenda pubblica.
Dopo alcuni mesi di Polis (politica + città), la smettiamo qui, e proprio quando le elezioni regionali entrano nel vivo.
Corpi è il nuovo tema, è il risultato di vari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="occhio destra" src="http://www.webgol.it/images/occhiodsn.jpg" width="150" height="76" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left">Credo che webgol (<i>cioè noi due, Antonio e Enrico</I>) abbia un particolare talento nell&#8217;andare in cortocircuito dissonante con qualsiasi ipotesi, più o meno condivisa, di agenda pubblica.<br />
Dopo alcuni mesi di <i>Polis</i> (<a href="http://www.webgol.it/archives/cat_politica.html">politica</a> + <a href="http://www.webgol.it/archives/cat_citta.html">città</a>), la smettiamo qui, e proprio quando le elezioni regionali entrano nel vivo.</p>
<p><a href="http://www.webgol.it/archives/cat_corpi.html"><b>Corpi</a> è il nuovo tema</b>, è il risultato di vari compromessi tra declinazioni più marcate.<br />
Nel tempo della velocità, della globalizzazione cognitiva, di una virtualità spesso citata a sproposito, il corpo diventa una specie di <b>fardello identitario</b>, spesso dimenticato, considerato ininfluente, scacciato alle periferie del nostre priorità; quindi incluso a forza, ma come eviscerato della sua tridimensionalità inevitabilmente imperfetta, ridotto a standard di bellezza, di forma &#8211; piatto come una foto ritoccata. <b>Come tolto di vita</b>.<br />
<span id="more-394"></span><br />
Spesso le immagini di corpi che ci restano nella mente, e che scolpiscono la percezione che abbiamo del momento che viviamo, sono <b>immagini di immobilità</b>: corpi fulminati e ritratti. <i>[Ci sono i corpi che come i marinai di Elliot, mangiati dal mare e dai gabbiani, stanno gonfi sulla battigia, con il costume della vacanza, fiori di loto in un fermo immagine paradossale]</i>. Non riusciamo a coglierne la dinamicità, il movimento, la trasformazione. Eppure proprio sul corpo passa e si scrive la nostra storia. Cambiamo, ci vestiamo, corriamo, ci muoviamo, mutiamo, abbellendoci, smagrendoci o ingrossandoci, inanellandoci e tatuandoci. <i>Il nostro corpo parla per noi, spesso, e racconta di come e di cosa siamo diventati</i>. </p>
<p>La moda, i tatuaggi, la chirurgia estetica, i manifesti politici con il faccione del candidato, il sesso, l’erotismo, internet, la pornografia, il voyerismo, il gesto e la posa, la fotografia. Un dualismo che difficilmente ci riesce di risolvere, di cogliere: <b>è il movimento a definire il nostro tempo</b>, eppure restiamo incantati davanti alla fissità di corpi immobili, bloccati dalla morte, oppure fissati in un’eterna giovinezza fatta di botulino e silicone, oppure invisibilizzati da un mondo che si vorrebbe solo e sempre <i>connesso</i>.</p>
<p><img alt="occhio dx" src="http://www.webgol.it/images/occhiodx.jpg" width="150" height="77" border="0" hspace="5" vspace="5" align="right">Già qualche settimana fa ci fermavamo a riflettere, con una provocazione in realtà ripresa da un atteggiamento speculativo del <b>Nouvel Observateur</b>, su quelli che possiamo considerare i nuovi miti della contemporaneità, considerato che i classici miti su cui aveva lavorato <b>Roland Barthes</b> hanno subito gli effetti del tempo e sono stati sostituiti da altri luoghi della produzione di senso per le comunità di appartenenza. Oggi – ci fa notare sempre il N.O. – occorre che ci si soffermi su miti che apparentemente si sottraggono ad una valutazione attenta: se noi, un po’ provocatoriamente ci soffermammo sulla <a href="http://www.webgol.it/archives/000629.html">doppia penetrazione</a>, oggi, con più cautela, scorriamo quelle pagine e troviamo voci interessanti, sulle quali vorremmo approfondire il discorso: la pornografia, Kate Moss, il piercing, il preservativo, il grasso, Matrix (o della rappresentazione del corpo), la depressione. Tutti luoghi profondamente ancorati ad un’idea di <b>corpo in trasformazione</b>, che ci mostrano il corpo come spazio per l’immagine, dove radicalizzare l’ibridazione, dove uomo, corpo, mondo, tecnologie parlano – spesso non capendosi – ma comunque dando luogo a prodotti dell’immaginario che trasformano progressivamente il nostro rapporto con lo spazio e con il linguaggio.<br />
Qualche piccola progetto di rubrica c&#8217;è già &#8211; il resto (è il bello di avere un blog e non dover aver già tutto preparato) verrà <i>blog facendo</i>.</p>
<p>Lasciando lo spazio, magari, anche alle nostre piccole manie o nevrosi, cercando di tracciare un minimo e incompleto quadro di quello che ci circonda e ricorda questo tema &#8211; in modo obliquo, mettendo insieme alto e basso (porno e sociologia, per dire: e bisogna capire cosa è l&#8217;uno e cosa è l&#8217;altro), <b>cose serie ed emerite stupidaggini</b>.<br />
Più le seconde che le prime, come al solito.</p>
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