26/05/2010
John Berger e l’urgenza della vita nel disegno
di Enrico Bianda, alle 11:16
Disegnare chi è morto implica un senso di urgenza molto forte. Nell’intero corso del tempo, passato e a venire, è un momento unico: l’ultima occasione di disegnare quel che non sarà mai più visibile, né da te né da nessun altro – che si è manifestato un tempo e non si manifesterà mai più.
Ho un po’ parafrasato, ma in sostanza queste sono le parole di John Berger, critico d’arte, disegnatore e storyteller – come a lui piace definirsi. Racconta questa cosa in un libro tutto dedicato al disegno che si intitola Sul disegnare (edito dai tipi della Scheiweller). E lo fa ricordando una serie di disegni che aveva fatto ritraendo il volto del padre, morto, nella bara. C’è, nel ricordo di questo volto, l’urgenza di fermare i lineamenti in un ricordo persistente.
Il disegno – l’atto stesso del disegnare – manca di quella sfumatura macabra che avrebbe avuto invece un ritratto fotografico. A fare la differenza è il tempo trascorso. Trascorso ritraendo. Guardando intensamente la forma e la vuota espressione del viso. Berger infatti dice di aver fatto vari disegni. C’è evidentemente uno sforzo per fissare quell’immagine fissa di per se. Quel corpo è fisso, lo è per sempre. Ma ancora per poco nella sua visibilità. Ecco l’urgenza, evidente, e la sfida, del riuscire a ritrarre quel viso nel tempo concesso.
Alla fine il disegno è un atto che da macabro diviene coraggioso. Sfida il tempo e il mutamento. Il tratto della matita fissa su carta i lineamenti per l’ultima volta. E’ l’ultimo istante di forma umana, ancorché svuotata di vita. Ma la vita sta nello sforzo del disegno.
Quello di Berger mi sembra un supremo gesto d’amore, commovente.




Devo alla parrucchiera il mio stato confusionale e un impressionante calo dell’autostima. Lo devo a lei e alla sua passione per i tagli alla moda desunti direttamente dai cataloghi che le spediscono da Milano – perché lì se ne intendono di moda. 
Apprendere che il corpo di Maria Sharapova, la dea del tennis, nell’ultimo anno si è allungato di 12 centimetri mi ha fatto lo stesso effetto – di sorpresa, sollievo, fiducia nella vita – di quando (molto) sporadicamente trovo nella cassetta delle lettere l’assegno circolare con cui l’Agenzia delle Entrate mi rifonde dei miei eccessivi contributi di lavoratore dipendente.
Vorrei dirlo, scriverlo, raccontarlo, elencarlo, sussurrarlo a qualcuno che in silenzio annoti, ricordi, e conservi in un cassetto, in sottili e fitti appunti su un quadernetto, una moleskinfagia attenta e rara, fatta di attacchi compulsivi di voracità intellettuale e rigetto bulimico. 



