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05/02/2009

Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 08:06

Leggi: prima, seconda, terza parte

Ondavé. Già. Il senso del viaggio, della sorpresa e della meraviglia. E dell’indignazione, certo. Tradotto vuole dire On the way.

– Riusciamo a comprare un po’ d’acqua Kumar?
– Ondavé

Un mantra, forse.
Sguardi perplessi, sfogliar di guide, con il dito a seguire quella strada per Ajmer.

– Ma dove si trova Ondavé, Kumar?
– (Ride)

Sulla strada, un flipper, destra sinistra, corsia di sorpasso, strisce, cartelli, semafori, macché. Così come l’inglese di molti indiani è riassumibile con “parole a casaccio” così la guida degli indiani può essere descritta come un continuo “fate un po’ quello che vi pare”.

Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu
Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu

Lo so è banale, tutta roba che parrà normale a chi in India c’è stato, in passato, ma non siamo riusciti ad abituarci alla sensazione di minaccia continua che si prova lungo le strade, con enormi camion che trasportano grano in sacche che sembrano schiacciare il mezzo sull’asfalto, che spuntano all’improvviso contromano, ineffabili, e ci costringono ad improvvisi scarti fuori dalla carreggiata.

Ondavé. Suona profetico comunque. Ma dove sono stato?

Mi rigiro tra le mani un copricapo verde che ho comprato. Siamo ad Ajmer. Di fronte a noi la calca per entrare al Dargah, il Santuario musulmano costruito intorno il mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti, un derviscio che fondò in India l’ordine dei Sufi nel 1166.

L’islam di questa città rimanda apparentemente alla tradizione indonesiana. Questo piccolo copricapo verde, ha all’interno un’etichetta: Made in Indonesia. L’India produce tonnellate e tonnellate di tessuti.

Intorno, un fiume di persone, concitazione al limite dell’isteria, sguardi che penetrano, i colori predominanti sono il bianco delle vesti e il verde dell’Islam.

Prima di avvicinarmi all’entrata sorvegliata del Dargah ho camminato lungo le vie della città vecchia di Ajmer. L’impressione è che questa roccaforte islamica in India viva anche – non solo – dell’estremismo che si percepisce chiaramente seguendo i discorsi trasmessi dalle televisioni nelle botteghe: sono discorsi gridati, urlati con rabbia apparente, registrati e mandati in loop con le videocassette. Il gracchiare assordante riempie le strade, la devozione è forte, tutto ruota attorno al mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti. L’economia della città, le centinaia di botteghe che vendono fiori, soprattutto garofani rossi, il cui profumo acre ottura l’aria rendendola densa, le collane di cotone rosso-arancio, i dolci, oggetti devozionali da offrire presso la tomba.

01/02/2009

Ondavè (terza parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 18:51

Ma che ci faccio qui. Interrogativo retorico e consumato, alibi viaggiante, metafora consolatoria che alimenta taccuini Moleskine alla Chatwin. Eppure questa domanda me la sono fatta. Ce la siamo fatta noi che esterrefatti guardavamo l’umanità lasciarsi strapazzare dalla vita con rassegnazione orientale.
Che ci facciamo qui. Poi la domanda si trasforma in un ma chi me lo ha fatto fare?

Varanasi, foto di Manuela Ladu
Varanasi, foto di Manuela Ladu

Ma oggi, a distanza di qualche settimana già cresce in noi una sorta di nostalgia per la violenta sopraffazione esercitata dagli elementi, dal caos delle strade, dalle contraddizioni che a Varanasi, soprattutto li, città turistica che si nega con rabbia alla bellezza, trovano il loro compimento.

Varanasi, città sacra, santa, violata, morta, decomposta, bruciata, in rovina. Calamita per drop-out occidentali, italiani e israeliani, città mantice, respiro affannoso, città di nebbia e di luce abbagliante, d’acqua e di aria rarefatta, di vita e di deserto.

Estremo pornografico, dove in mostra è la morte, nelle case, per strada, sotto lenzuola sporche in attesa, dove anche chi dorme si veste di morte, con coperte fin sopra gli occhi, immobili nel movimento affannato dei vicoli.

Città industriosa nella dissoluzione, applicata, calcolatrice, efficiente nell’organizzare scientificamente la morte e la sua rappresentazione simbolica. La morte, qui, è quanto di più efficiente si possa osservare.

30/01/2009

Ondavè (seconda parte). Diario scomodo dall’India

di Enrico Bianda, alle 16:45

Allora iniziamo dall’inizio. Passo il viaggio seguendo la piccola sagoma dell’aereo che passa sopra territori sconfinati e bellissimi, intriganti: il Mar Nero e Odessa, dove anelo di andare da tre anni, l’Afghanistan, Peshawar, e altro ancora. Tutto sotto di noi, da qualche parte oltre il buio, oltre le nuvole.

Delhi by Manuela Ladu
Delhi by Manuela Ladu

Finalmente a Delhi, preparato a tutto, seguo dettagliatamente le indicazioni di un amico, e cerco un ufficio che ha un’insegna sgangherata: Pre-paid Taxi. 310 Rupie, esco nell’aria già calda del mattino, annuso per la prima volta l’aria e la luce. Perché a qui, in India, l’aria non solo si respira, a fatica, ma la si guarda, abbagliante.

E’ il “dolce aroma impregnato di sudore della speranza, che è l’opposto dell’odio; so che è l’aroma acre e soffocante dell’avidità, che è l’opposto dell’amore. E’ l’aroma di dei, demoni, imperi e civiltà che risorgono e decadono. E’ l’odore di sangue e metallo delle macchine. Fiuti diecimila ristoranti, cinquemila templi, chiese e moschee, un centinaio di bazaar dove si vendono profumi, spezie, incenso, fiori appena colti. Il peggiore buon profumo del mondo.”

Lo scrive Gregory David Roberts in Shantaram, e non poteva essere descritto meglio.

(leggi prima parte)

27/01/2009

Ondavè (prima parte). Diario scomodo dall’India

di Enrico Bianda, alle 10:44

Io, dal viaggio di due settimane in India, sono rientrato alla vita normale con una certa fatica; per la prima volta in vita mia con il desiderio di lasciare che i ricordi e le immagini riprendessero ad essere nitide, che gli odori si placassero, che finalmente anche le mie orecchie smettessero di sibilare senza tregua, assalite dai clacson assordanti.

Old Delhi. Foto di Manuela Ladu
Old Delhi. Foto di Manuela Ladu

Tra le cose più ridicole che ho visto in india, anzi forse tra le più ridicole in assoluto, vi è il campionario di amenità orientaleggianti degli occidentali che spiaggiano in India per qualche mese, per poi tornare spesso con la coda tra le gambe e qualche malattia infettiva di cui si libereranno a fatica.

    TOP FIVE delle sciocchezze occidentali in India
    5. indossare sui pantaloni tecnici da viaggio globale un Sari di seta colorata che scende oltre il ginocchio;
    4. smettere di lavarsi i capelli per vedere se con i dreadlocks ci si mimetizza meglio con gli autoctoni;
    3. fare finta di non sentire i liquami che passano tra le dita dei piedi e indossare le infradito anche tra le vie di Calcutta (dove 16 milioni di esseri umani grosso modo rilasciano le deiezioni in strada, sull’asfalto);
    2. dal primo giorno portare bracciali di tela pelle pietra di luna e argento, anche cavigliere, simboli Hindu colorati, non distinguere atti devozionali dal feticismo dell’oggettistica etnica;
    1. giocare a Badmington con un Sadu su un ghat di Varanasi

(continua…)

12/12/2008

Fiume di notizie

di Antonio Sofi, alle 12:01

Rischio piena per il Tevere, a causa delle forti piogge dei giorni scorsi. Problema analogo, ma in parte già rientrato, per l’Arno. Due grandi città, una eventualità che è tragica e che è notizia. Provo a vedere da qui come la raccontano le varie risorse online. [Nota bene: post in aggiornamento. Ultimo aggiornamento h. 1.30 del 13/12]

Hard news

La miglior risorsa per la diretta testuale e l’aggiornamento è Repubblica Roma, curata (leggo ora l’agiunta) da Danilo Fastelli.

  • [h. 1.30 del 13/12] E’ una piena Godot, che mai arriva e quasi attesa. Repubblica riporta la dichiarazione del sindaco di Roma: “Possiamo stare tranquilli”. Ci si è giocato forse troppo, con la paura della piena: tra media e politica. Ma ovviamente meglio così (che non sia arrivata ovviamente).
  • [h. 19.56] L’arrivo della piena arriverà intorno all’una di notte e andrà avanti fino alle prime luci dell’alba – è l’annuncio di Alemanno.
  • [h. 14.00] L’arrivo della piena è ora previsto per le 20.00 (prima si diceva mezzogiorno)

Corriere Roma

Ore 20.15. Il link alla “diretta” in hp del Corriere si è trasformato in un link ai “video”. E il player video, dopo aver mandato per pochi secondi l’intervista al consumatore natalizio che niente c’entrava con il Tevere, è diventato un monocolo fisso con fischio lancinante. Che sarà successo?

Ore 19.45: ritorna la diretta “dall’isola Tiberina, Ponte Milvio e Castel Sant’Angelo”. Per visualizzarla, essendo impossibile il deep link, dall’home page. E’ in effetti una “diretta” strana, se posso dire, ad un certo punto (alle 20.03 per essere precisi) è andata in onda all’improvviso una intervista sui regali di Natale, dopo alcuni secondi interrotta.

Ore 17.00: alle 15.30 la diretta è andata off line, e mi dicono non si è più ripresa. Ora che scrivo non è più nemmeno linkata dalla home page. Che non fosse vera diretta, come dicono alcuni che hanno visto “ripartire” il nastro? Problemi tecnici di trasmissione? Buio incombente? Di sicuro giornalisticamente mi sembra di poter dire che una diretta avrebbe ancora senso, visto che la piena è attesa per le 20.00, e che la realizzazione – aldilà dei dubbi che solo riporto e non posso confermare con i miei occhi – era molto efficace e mi sembra apprezzata.

Uno screenshot della diretta dal Tevere via webcam, Ore 14.30 - Corriere.it

Ore 14.00. Ora c’è (lo scrivevo qualche ora fa nei pensierini più giù come risorsa attivabile) una diretta webcam (è in realtà una vera e propria diretta tv – anche se c’è chi ha annotato delle incongruenze: “a me pare di rivedere un filmato in loop”)

Uno screenshot della diretta di Corriere.it. Ore 15.00 ca, Un barcone viene disincagliato.

Repubblica Roma

Concordo con Massimo Russo. Gran bel lavoro stanno facendo a Repubblica Roma nel “coprire” il rischio esondazione del Tevere a Roma. Ottime davvero le mappe, la diretta e l’apparato crossmediale a supporto.

Mappa del Tevere con zone a rischio (e video) - Repubblica Roma
Mappa del centro di Roma con le zone a rischio. Repubblica Roma

Update: il buon lavoro talvolta diventa un boomerang, a pochi minuti alle 12.00 – primo orario annunciato della piena – il sito è down. Dopo qualche minuto ritorna su, ma evidentemente molto rallentato dagli accessi.

Informazione diffusa

Le informazioni ai tempi dei social network viaggiano anche in maniera orizzontale. Validati dalle relazioni e dalle testimonianze personali.

    Su friendfeed

  • ROMA /6 (inizio 19.45 ca): “Arrivata a casa. Lungotevere completamente bloccato da metà in poi, ma in realtà il casino lo faceva più tutta la mareaaa di gente che guardava giù il tevere.” (link)
  • ROMA /5 (inizio 17.50 ca) “minchia, ma stanno sgombrando le persone nel mio municipio?”(link)
  • ROMA /4 (inizio 17.00 ca) – “Allora: ponte vittorio emanuele funziona, è pieno di curiosi che fotografano, la cosa impressionante è che per strada il 40% delle vetture che circolano sono della polizia/vigili del fuoco/ambulanze, tutti a sirene spiegate…” (link)
  • ROMA /3 – Fiume di notizie, discussione relativa a questo post
  • ROMA /2 (inizio 13.00 ca) – “Bollettino Sott’acqua: Chiudono piazzale flaminio?”; “ponte milvio è completamente coperto dall’acqua, mai visto una cosa simile in vita mia” (link)
  • ROMA (inizio 12.00 ca) – “Tutto regolare. Piazza Bologna è asciutta (si fa per dire). Almeno fino a stamattina.” (link)

    Su Facebook

    Alcuni status trovati (li metto anonimi, il più aggiornato in alto, visto che alcuni profili non sono pubblici, se qualcuno vuole attribuzione scriva nei commenti :)

  • si tiene saldamente alla zattera. (gc)
  • quando c’era Veltroni la grandine si trasformava in pop corn. (ec)
  • ha appena fatto avanti e indietro sui ponti di Roma e vorrebbe dirlo a chi gli ha detto che erano chiusi. (rl)
  • fa le foto al tevere (dal divano di casa così il sindaco è tranquillo). (fs)
  • “benedice il rischio d’esondazione, che ha incredibilmente sgombrato il GRA.” (am)
  • ..già 2 contrattempi x il lungo viaggio sottomarino roma-napoli. (ag)
  • si attrezza per la navigazione. (pa)
  • lo tsunami romano blocca PonteMilvio. (ls)
  • pensa che forse si stia un po’ esagerando… e che sarà mai.. un po’ d’acqua! (ags)
  • sta facendo i tonnetti a traina su Via Colombo.. (ba)
  • infreddolito dopo una mattinata sotto l’acqua. (ct)
  • torna a casa attraversando il ponte prima che scompaia nelle acque. (as)
  • va a vedere il Tevere straripare. (gs)
  • che scena! Centinaia di persone con fotocamere in attesa che il tevere straripi :-S. (dr)
  • è molto preoccupato per i lucchetti di Moccia a Ponte Milvio. Affogheranno? (mbg)
  • esondo ma non mollo. (ba)

Foto Roma su Flickr

Foto del Tevere di Felicia Ciupi su Flickr
Ponte Milvio con stadio Olimpico. Foto di Zef67 su Flickr
Isola Tiberina under water, foto di Grizabel su flickr
Isola Tiberina sotto l\'acqua. Foto di Giorgio Clementi su Flickr
  • Altre foto su flickr con tag: tavere

Video Roma su YouTube

Panoramica da Ponte Milvio. L’autore Fabior71 scrive: “L’altezza del fiume è di 13,20 metri, alle ore 13:30 del 12 dicembre 2008”

Foto Firenze su Flickr

Ponte Vecchio visto da Ponte alla Vittoria. Ieri a Firenze. Foto di Nina Camic su Flickr

Commenti e discussioni

Alberto Mucignat scrive nei commenti dell’utilità dell’informazione che circola:

mi pare che, a parte la webcam […], siano tutti dei tentativi senza un capo ne coda per riuscire a dare informazioni durante un’emergenza. Anche perché il problema vero è che molti romani come noi al momento stanno cercando di capire 2 cose: 1. posso andare a lavorare? 2. che percorso posso/devo fare?

C’è comunque una differenza tra “dare informazioni” e “messa in forma” delle stesse (la cosiddetta copertura giornalistica). Mi sembra ci sia, in questa occorrenza, un problema di chiarezza delle informazioni alla fonte, incrociato con una notevole confusione del rapporto comunicativo tra le mille autorità preposte e i media. La domanda alla fine è proprio questa: se questo tipo di copertura giornalistica online, ben organizzata, sia alla fine dei conti una risorsa e una utilità per il cittadino, coinvolto o non coinvolto negli eventi.

Alberto aggiunge altre interessanti considerazioni nei commenti, ne riporto un pezzo:

La cosa triste è che appunto la protezione civile e le unità di crisi sanno (o dovrebbero sapere) benissimo quali sono le esigenze e i bisogni, senza però riuscire a dare mai un servizio informativo efficace. Per fare un esempio, al momento i siti del comune di roma e della protezione civile non danno per niente informazioni utili, se non dei banali bollettini che non aiutano a capire esattamente cosa succede attorno a noi e se possiamo muoverci, quali sono i percorsi più affidabili, queli sono i mezzi che al momento funzionano meglio, etc. E non esiste un sito che dia lo stato del traffico “right now” in maniera puntuale ed efficace. almeno, io non l’ho trovato.

Pensierini (più o meno) finali

  • IN TEMPO REALE. Ad aprire il sito in mattinata ho sentito l’esigenza di lettore, cercavo e mi aspettavo una risorsa più live: tipo una diretta che mi facesse vedere in tempo reale, e con i miei occhi, quello che stava succedendo – il livello del Tevere nei punti critici. Non necessariamente con regia, non necessariamente “professionale”, non necessariamente televisiva: anche una webcam ben direzionata. E’ un bisogno giornalisticamente sensato e tecnicamente soddisfacibile, con un po’ di ingegno. L’unica diretta della giornata è stata quella messa in piedi da Corriere.it – ma saltellante e spesso down, e con qualche dubbio circa il fatto fosse davvero in tempo reale. Una occasione persa, a mio parere.
  • UN FORMAT EMERGENTE. Forse il passo successivo (ma è questione più generale dell’architettura delle informazioni, e non solo di questo caso) è pensare prima, e abitare giornalisticamente poi, un format che sia pienamente e consapevolmente a “dossier”. Un format “emergente”, buono per occasioni di emergenza diffusa e che sappia far “emergere” – appunto e giocando sui doppi sensi di questa parola – i contenuti molteplici e differenziati che provengono da più fonti e soggetti. Un formato che abbia la forza di accogliere rapidissimi aggiornamenti, incasellandoli nello slot giornalistico giusto, riconoscibile ed soddisfacente. Sia per il lettore che vuole la storia, e la notizia, e il contesto, sia per il lettore che vuole informazioni più stringenti e precise, e farsi una idea sensata per prendere decisioni operative (“quando uscire di casa”, “che strada prendere”, ecc.). Un format emergente che sia risorsa one-click dove trovare tutto e ben organizzato.

01/11/2008

L’Italia turistica dopo (e oltre e attraverso) Italia.it. Roberta Milano a Qdc.

di Antonio Sofi, alle 20:13

Nella puntata settimanale di Quinta di Copertina graditissima ospite è Roberta Milano, docente di Web Marketing all’Università di Genova e blogger attenta ai temi del turismo e della promozione del territorio.

Si parla di turismo nell’era del Web e di risorsa, mal sfruttata, per il sistema Paese. Lo spunto sono gli annunci plurimi da parte del nuovo governo di riprendere in mano uno dei più straordinari fallimenti che la storia italiana del Web turistico ricordi: quell’Italia.it che ci mise poco meno di 10 mesi a passare dal portalone multimilionario che avrebbe dovuto risollevare le sorti dell’Italia nel mondo, a sito criticatissimo da più parti, messo online tra il pubblico e più o meno digitale ludibrio (leggi i vari post su Webgol.it compresa una presentazione ad un convegno a Matera, o i siti dedicati come Scandalo Italiano e The Million Dollar Portal Bay).

Le slide sul caso Italia.it presentate al convegno di Matera

Ma appunto Italia.it (ma pare cambierà anche il dominio: italy.com o visitaly.com) è solo inevitabile pretesto per parlare di strategie di promozione del territorio così ricco e strano come quello italiano, così campanilista e burocratico – che poco investe su innovazione e nuove tecnologie. E appunto sul ruolo che il Web può avere.

Ascolta l’audio cliccando sulla freccia, o vai su Apogeonline.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Roberta è chiara e ha idee molto affascinanti. Io per conto mio non posso chieder di più; ho anche imparato due termini: destagionalizzazione e demarketing. :)

05/10/2008

Solo in Italia. Frank Pistacchio, Antonio Pascale e l’anatomopatologia degli umori

di Enrico Bianda, alle 16:18

“Frank Pistacchio si gratta il cacchio” e “Reggiseno”. Due titoli. Fermi nella memoria. Mixtape, nastroni. Li aveva fatti per me un amico di nome Assaf. Abbiamo frequentato i primi due anni di università insieme. Poi lui ed io abbiamo preso strade diverse. Resta una fotografia che ci ritrae tutti attorno ad un tavolo di sera a giocare a carte, fumando e bevendo.

Facevamo lunghe passeggiate insieme parlando di tutto, ma soprattutto di musica. A dire il vero era lui che faceva grandi passeggiate. Partiva dalla città, dalla periferia della città nella quale vivevamo e frequentavamo la stessa facoltà di scienze politiche e si avviava a piedi lungo il lago fino ad arrivare a casa mia. Saranno stati una decina di chilometri. Arrivava che faceva buio, di sabato e si cenava insieme ad altri amici.

Quella fotografia la guardo oggi, è la copertina di un mixtape che racconta bene quel periodo di sperimentazioni musicali. E di scoperte. Frank Zappa soprattutto. 10.000 maniacs. Living Colours. Fishbones. Altro rock bello. Io invece facevo mixtape di jazz. Chet Baker, Lingomania e Kenny Wheeler, Jazz Messengers, Davis

Inverno, di Francesco Cocco (da Soli in Italia)

Ho molti ricordi di quei due anni. Il primo seminario l’ho tenuto insieme a lui: era storia delle dottrine politiche. Scrivemmo non ricordo più che cosa ne a proposito di cosa. Ricordo solo che ad un certo punto uno di noi quattro ticinesi disse “Cazzo, Henry, aiutami, che dico?”. Lo disse forte abbastanza perché la prima fila di studenti francesi sentisse. Ecco, era iniziata l’università, noi eravamo reduci dal servizio militare ed arrivavamo con tre mesi di ritardo sui programmi, capendo poco della lingua e senza sapere dove diavolo sbattere la testa per i mesi successivi. Di quei due anni trascorsi sempre insieme ricordo soprattutto la sete di sapere, nonostante gli insuccessi dei nostri primi passi accademici. Ma intanto si scopriva come fare la pasta ai peperoni e come offrire – parlando francese – un nastrone ad una studentessa.

Solo in Italia, a cura di Antonio Pascale
  • Leggi la scheda del libro su Contrasto Books: Solo in Italia, di Antonio Pascale con le fotografie di Francesco Cocco, Lorenzo Cicconi Massi, Daniele Dainelli, Massimo Siragusa
  • Sfoglia qualche pagina del libro

E’ il tono di quelle conversazioni in quegli anni che ho ritrovato un libro che ho letto da poco: Solo in Italia, edito dai tipi di Contrasto.

Antonio Pascale, lo scrittore, ha quel tono quasi di amicizia che ti racconta come stanno le cose e tu lo stai ad ascoltare. E’ una specie di magia. Scrive come parlasse. O parla come scrivesse, non so. E racconta un viaggio durato un anno, quattro stagioni in Italia facendo incontri e guidando una Smart presa a noleggio.

La cosa buffa è che ti trovi – mi trovo – a condividere molte delle impressioni che Pascale ci racconta in questo bel libro. L’inverno delle comunità di immigrati, la primavera attraversando la periferia industriosa del centro sud, l’estate tra lungomari e esperienze pre mortem ed infine l’autunno verso sud, guardando un vecchio ulivo secolare andarsene in furgone a nord, in qualche giardino di villetta monofamiliare.

Antonio Pascale viaggia nell’Italia fuori dal clamore, lontano dalla politica della capitale e lontano dalla cronaca nera che pure in passato aveva raccontato, anche se con il suo tono leggero da anatomopatologo degli umori del ceto medio e della disperazione spicciola – vedi i fantastici racconti de La manutenzione degli affetti.

07/08/2008

L’Altra Europa su Repubblica e le mappe di Rumiz

di Antonio Sofi, alle 18:34

Prima la cosa più importante, per gli appassionati che seguono ogni giorno sulle pagine di Repubblica il viaggio estivo (è il sesto? o il settimo? ho perso il conto) di Paolo Rumiz, L’Altra Europa – viaggio verticale a cavallo del confine dell’UE.

E’ il link alle puntate pubblicate, su Repubblica: L’Altra Europa su Repubblica.it. Colpevolmente nascosto, difficilissimo da trovare – per solutori web più che abili (anche la ricerca “rumiz” dà come primo risultato un articolo del 2006, perché, a mio parere sbagliando, predilige come primo ordine quello della rilevanza). Un prodotto come quello dell’inviato triestino dovrebbe essere più valorizzato – oltre ad una migliore visibilità da home page, basterebbe la metà della ottima grafica e composizione della pagina del cartaceo.

L'Altra Europa, viaggio estivo di Rumiz. Logo di Altan
L'Altra Europa, viaggio estivo di Rumiz. Logo di Altan

Della ossessione di Rumiz per le mappe e la cartografia in genere sa bene chi lo segue da tempo. Nella puntata di oggi c’è un passaggio che mi ha continuato a risuonare in testa tutto il giorno.

Rumiz è a Murmansk, la più grande città sopra il Circolo Polare, accovacciata ai bordi di un fiordo che non ghiaccia mai, dai negozi psichedelici e dai mille strategici mari. Si reca in stazione a prenotare il biglietto per scendere giù, a rotta di collo gravitazionale verso il sud. E si rende conto delle distanze e dei tempi di percorrenza, enormi, niente è lontano meno di 30-40 ore: «Comincio a capire perché nessuno faccia questo viaggio “verticale”. Guardo la mappa e realizzo che se rovescio la Scandinavia verso il Mediterraneo facendo perno sulla Danimarca, arrivo fino oltre Tunisi»

Le mappe per Rumiz non sono una soluzione facile ai problemi contingenti di orientamento. Oggetti impolverati da tirar fuori dal cruscotto quando non si sa più che strada prendere. Le mappe sono compagni di viaggio. Che accompagnano. E spesso vengono segnate dal viaggio. (La leggenda narra di una enorme mappa cartografica usata da Rumiz per il viaggio in mare sulla eterea scia della battaglia di Lepanto, con tanto di appunti)

Sulle mappe un’altra curiosità. Quelle del nord perdono la forma quadrata e diventano trapezi isosceli – seguendo «i fusi orari che si restringono come gli spicchi di un’arancia».

10/03/2008

Negroponte, l’OLPC e le viti in sovrannumero

di Antonio Sofi, alle 19:35

Venerdì mattina nella sala di Lorenzo del comune di Firenze abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con Nicholas Negroponte, tecnologo illustrissimo e precursore, fondatore del MIT Media Lab a Boston e ora imbarcatosi nella avventura (difficile complicata ambiziosa) dell’OLPC (One Laptop Per Child): un laptop “ludico” a basso costo completamente open source e wifizzato, con l’obiettivo di alfabetizzare al computer i paesi in via di sviluppo (e non solo: questo il sito, merita una visita non banale).

L’occasione era l’annuncio dell’accordo raggiunto con il Comune di Firenze (con il tramite appassionato di un energico assessore dalle mille deleghe, Lucia De Siervo) per un centro di competenza chiamato OLPC-Italia, con il comune che si farà anche acquirente di un certo numero di laptop da smistare alle città gemellate – nella logica city-to-city che lo stesso Negroponte dice di preferire su tutte («con i governi è complicato parlare»). L’accordo raggiunto con il Comune è il primo del genere in Italia.

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27/12/2007

Il Natale di un killer occasionale

di Antonio Montanaro, alle 11:51

[Ai “vecchi” blogger, già le immagini dicono qualcosa. E la prosa del racconto, ovviamente. Che ho chiesto all’amico Antonio Montanaro con una specifica richiesta – di farmelo alla maniera del vecchio “Diario di periferia“, protagonista insieme ad altri della prima new wave narrativa underground, anno domini 2003-2004. Buona lettura! as]

Diario di periferia

L’aria umida della tangenziale entra nei polmoni, purificazione. La linea bianca delle corsie tratteggia il corso dei pensieri. Veloci, confusi. Sento il motore della Vespa che ringhia. Allo stesso ritmo dell’adrenalina che invade testa, stomaco, gambe. Non posso fermarmi. Non ora. E’ la sera della vigilia di Natale, per tutti. Non per me. Fuorigrotta, Vomero, Zona Ospedaliera. Mai vista questa strada così vuota. Nessun ostacolo davanti, nessuno che insegue. Solo le luci dei lampioni, arancioni, fioche di foschia. Devo far presto, arrivare in tempo. Evitare che qualcuno se ne accorga, subito.

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13/12/2007

Una nuova grammatica per il turismo

di Antonio Sofi, alle 14:56

Venerdì 14 dicembre sarò nella splendida Matera (l’ultima volta che ci son stato ne son tornato cotto: una città che ti rimane nel cuore) per un convegno promosso dall’Osservatorio Nazionale per il Turismo, la Regione Basilicata e l’APT e intitolato “La nuove grammatica digitale per comunicare la promozione del territorio“. Il sottotitolo è altrettanto impegnativo: “Dai linguaggi della rete all’esperienza di Second Life”.

Oltre indegnamente me (vorrei ripetere due cose circa il caso Italia.it) ci saranno tra gli altri Bruce Sterling, Derrick de Kerckhove, Giuseppe Granieri, Giovanni Boccia Artieri, Mauro Lupi, Sergio Maistrello e Roberta Milano.
(uff, ma quando inventano un link automatico e fisso al nome? Digiti il nome e puff! ecco il link associato – io ci sto) .

Clicca qui per altre informazioni

13/11/2007

Reti civiche, Tramvia e One Laptop Per Child

di Antonio Sofi, alle 23:53

Sabato scorso si è svolto a Firenze un incontro denominato Reti Civiche 2.0: l’evoluzione del rapporto tra cittadini, istituzioni e web. Un bel po’ di blogger invitati dal comune di Firenze per discutere su cosa farne del benedetto/maledetto sito del comune. Ospite attenta (rara avis tra i politici che spesso vogliono solo soluzioni preconfezionate) l’assessore Lucia De Siervo, assistita dal bravo Franco Bellacci. Sono uscite fuori alcune cose interessanti (ne scrive anche Sergio Maistrello), tra cui che non bisogna aver paura ad usare il Web sociale (“è buono!“, “non morde!“, “ad aver coraggio e fiducia ti ripaga con la sua amicizia!”).

Due cose divertenti. La prima è il case study sulla Tramvia fiorentina appassionatamente presentato da un consigliere comunale. E in particolare sulla disfida online tra i guelfi e i ghibellini, tra chi la aborre e chi la difende. Tra chi l’attacca a suon di forum e foto ritoccate e chi la difende, battagliando di retroguardia sui commenti di Grillo. Disfida con colpi più o meno bassi. Che origina, ahimè, da una comunicazione/informazione sul Web fin dall’inizio deficitaria da parte del Comune (che ora ovviamente si preoccupa perché c’è stato chi, invece, Internet l’ha usata – e dal basso). Ma ci devo tornare, ché ho un post che mi sta sul gargarozzo da settimane.

Paolo Attivissimo cerca di far comunicare l’OLPC e l’iPhone, con scarsi risultati :)
La triade magica

La seconda è il post-conferenza. Da cui tiro fuori questa foto di Paolo Attivissimo, colto in pieno momento dea-Kali-geek con in grembo un Mac, nella mano destra un iPhone funzionante (di Antonio “Emozioni AppleDini) e in quella sinistra il bellissimo OLPC (One Laptop Per Child) di Nicholas Negroponte. Ovvero, come in molti sapranno già, il portatile che costa 200 dollari pensato e prodotto per i paesi in via di sviluppo. Io me ne sono innamorato a prima vista: ci ho giocato un po’, e a parte la tastiera disagevole è macchina perfetta per quel che deve fare: connettersi ad Internet tramite wi-fi e orecchiette simil-Nabaztag, scrivere e comunicare. Date un’occhiata al sito, che merita: “It’s an education project, not a laptop project.

16/05/2007

Un futuro di mezze misure (e stagioni)

di Antonio Sofi, alle 12:46

[Una versione leggermente modificata di questo pezzo è stata pubblicata su Il Firenze di oggi. Il tema dei cambiamenti climatici è ben più importante di questo pezzullo, che si sofferma più sui giocosi paradossi di “denaturalizzazione” del clima – ma mi permette di segnalare (e rimandare) al gran bel lavoro di coverage blog a lunga durata che sta facendo Beppe Caravita da un bel po’ di tempo sul suo blog. Qui una selezione dei contributi, da compitare attentamente.]

In questi giorni in molte parti d’Italia il termometro è arrivato a sfiorare i 30 gradi. Da un giorno all’altro spuntano pantaloncini corti, magliette scollate e scarpe aperte (anche degli autoctoni, che i turisti in Italia si vestono così anche in inverno). Non ci sono più le mezze stagioni, insomma. C’è frase più “fatta” di questa?

Eppure qualcosa di vero c’è, a computare i dati comparati delle temperature stagionali. Una curiosa (è un eufemismo ovviamente) conseguenza della modernità che viviamo: senza spigoli e senza mezze misure. O estate, o inverno. O bianco, o nero. Con soluzione di continuità.

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11/04/2007

Siamo in grado di riconoscere il talento, anche quando è gratis e incongruo?

di Antonio Sofi, alle 11:02

E’ una bella storia, quella di Joshua Bell che fa il busker nella stazione Enfant Plaza di Washington tra l’indifferenza di molti (ricordo un esperimento analogo millantato da Sting qualche anno fa, ma di lui dopo le otto ore di sesso tantrico c’è poco da fidarsi; e – mi dicono dalla regia, grazie Francesco – analoghi esperimenti, pare, sono stati fatti anche da Claudio Baglioni, Syria, Badly Drawn Boy, Bon Jovi…). Una storia che ha prodotto un gran bel pezzo crossmediale del Washington Post pasquale, che consiglio di leggere in originale, guardando anche i clip video (ma c’è anche un lungo resoconto di Repubblica.it). Tanti gli spunti di riflessione possibili, ne ho scritto un piccolo commento su ilFirenze di oggi, che riporto di seguito un po’ modificato. E’ un tema che mi sta caro, anzi carissimo. Che in un certo senso riguarda il tema della meritocrazia evocato da Sir Squonk e rimbalzato su vari blog come quello di GG. Perché, a livello meno speculativo e più operativo, il concetto di meritocrazia è sia applicazione di standard oggettivi di valutazione, che capacità di riconoscere predisposizioni e talenti in fieri.

Joshua Bell busking at Washington Metro – Washington Post
Joshua Bell busking at metro - Washington Post

Della serie: come non riconoscere il talento. Nemmeno quando ti passa vicino. È successo qualche giorno fa nella capitale americana.

Il quotidiano Washington Post ha infatti proposto a Joshua Bell, violinista di fama mondiale, di suonare musica classica all’ingresso della metropolitana. Per vedere l’effetto che fa.

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26/03/2007

Un blogging tour estivo. Un blog per i piccoli comuni.

di Antonio Sofi, alle 20:49

Ape Blogging TourAi margini del CitizenCamp (bellissimo, meriterà altre riflessioni), stimolati da un bel talk di Gianluca Diegoli alias minimarketing, ecco che, complice Alberto D’Ottavi, esce fuori una idea piccola piccola. Il nome più idiota che viene in mente a me e ad Alberto per sintetizzarla è Ape Blogging Tour. L’idea dell’Ape Car con le ribaltine affascina prima di tutto noi, ma magari sarà più consigliabile qualcosa di più comodo. L’Ape rimarrà comunque come sintesi dell’approccio: piccolo e umano – come il blog, appunto.

Un (breve? lungo?) tour estivo per portare la cultura della conversazione via blog nei comuni piccoli o medi (meglio piccoli) che lo vorranno. Per le pubbliche amministrazioni e per semplici cittadini. Pacchetto completo: apertura di un blog (e vediamo cos’altro) e spiegazione di cosa diavolo farsene. Gratis ovviamente (gradita degustazione di cibo locale). Già cooptati virtualmente e senza impegno coloro i quali hanno avuto la sventura di sentircene parlare, Sergio, Nicola, lo stesso Gianluca, Diego– che potrebbe fare le riprese. Accettasi idee, sponsor e volontariato, ovviamente.

Perché come nel caso della piccola città del modenese, un piccolo banale sito internet può fare molto per raccogliere e dare senso ad informazioni, attivare conversazioni e proporre soluzioni ai piccoli grandi problemi della vita di tutti i giorni. Meglio partire dal basso, e dal piccolo. Da piccoli passi. Perché forse la vera partecipazione politica sulla Rete deve nascere dal vero basso di una comunità ristretta – più piccola e coesa possibile (segnalo anche questo bell’articolo di Sergio Maistrello di un po’ di tempo fa, che mi sembra andare in quella direzione). Comunità cittadine per le quali la Rete può essere piattaforma (piazza?) di discussione, dove le opinioni possano emergere dal chiacchiericcio futile e dalle segrete stanze e farsi trasparenti, ricercabili, commentabili.

Nicola Mattina ha appena pubblicato un video in cui Alberto ed io, tra altre cose, accenniamo all’idea. E nei commenti c’è già qualche auto-candidatura.

Il tempo di organizzarci, raccogliere idee e suggestioni e proponiamo qualcosa di più definito: qui non si scherza mica :)