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27/07/2010

L’onda video di Italia Wave

di Antonio Sofi, alle 14:28

Stiamo completando di mettere online su youtube gli ultimi video girati e montati a Italia Wave (insieme ai bravissimi componenti della squadretta eclettica e multimediale che abbiamo messo su: Cristiana, Matteo, Antonio). In tutto saranno una ventina, tutti disponibili sul canale youtube di Italia Wave.

Ho già segnalato il racconto, emozionante, del migrante Sayed raccontato da Laura Boldrini durante un incontro in Fortezza Vecchia, sede di Cult Wave – sezione musical/culturale del festival di Livorno.

Mi fa piacere segnalare anche, per esempio, il video dell’incontro del 22 luglio 2010 con Giancarlo Caselli per la presentazione del libro “Di sana e robusta costituzione” – in cui il procuratore capo della Procura di Torino legge alcuni passaggi del libro (e discorsi di Calamandrei) con in sottofondo l’accompagnamento al pianoforte di Boosta (e accanto, dal punto di vista sonoro: i tuuuu insistente delle macchine motori delle navi del porto di Livorno, e i gabbiani che passano in alto).

Ma abbiamo anche raccontato la musica, per esempio il concerto notturno di Brunori, iniziato alle una di notte in una Fortezza che via via si riempie degli spettatori del Main Stage appena concluso in cerca di altra musica, fresco e qualcosa da bere. Brunori parla della sua “azienda” musicale, tra target eterogenei, marketing d’impresa e management all’italica (che trova sempre il modo di fregare i poveri risparmiatori) (e riproducendo la stanchezza post concerto e la luce e il cuore che c’era, senza filtri)

Oppure un video corale di una bella iniziativa trasversale agli eventi, Facedraw – con un bell’esercito di disegnatori e illustratori (Diavù, AlePOP, Massimo Giacon, Alberto Corradi, Ale Giorgini, Alberto Ponticelli tra gli altri, introdotti da Luca Valtorta, direttore di Repubblica XL) a disegnare live un racconto su Elvis…

Tra gli altri video, tutti disponibili su YouTube: il concerto di Mannarino e quello dei My Awesome Mixtape al Psycho Stage; l’intervista a Boosta e Michele Dalai sulla nuova casa editrice e quella a Toldo, Flutti e Prasic sul progetto Intercampus; l’intervista “solo” a Giancarlo Caselli e quella a Roberto Calabrò, autore di un bel libro sugli anni ’80 alla ricerca di vent’anni prima.

Lunga vita insomma al festival di Italia Wave. A parte la musica e il personale divertimento (per esempio nella mitologica ormai redazione web), c’è cuore, persone, contenuti, qualità, allegria – che abbiamo voluto raccontare e portare dentro i nostri video in modo visibile grazie a escamotage creativi che hanno coinvolto anche i partecipanti agli eventi (la ormai famosa lavagnetta più gessetti colorati). E Livorno poi: una città spettacolare, incredibile, libeccia e motorinata, accogliente e indifferente allo stesso tempo: salata e libera, non so dirla meglio…

04/05/2010

Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto

di Antonio Sofi, alle 10:09

Sono stato la prima volta a L’Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte – da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell’Abruzzo. Gente dei “comitati”, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all’unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (parte 1 e parte 2) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da più di 40 artisti aquilani, Domà (spettacolare parodia di quella di Jovanotti & Friends imposta dall’alto delle stelle gentili). Non c’era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c’è uno striscione che recita: “Riprendiamoci la città“.
Glielo auguro di cuore.

Storie d’oro e di fango. Valeria Gentile tra l’Abruzzo e il Vaticano

Questo ebook (scaricabile in pdf, 16 mega), della giovane reporter Valeria Gentile è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po’ dimenticato, perché spesso si dimenticano le cose che fanno male e perché raccontata all’esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E’ un racconto militante e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede…

SCARICA: Storie d’oro e di fango (pdf, 16 mega ca)

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L’introduzione

Di seguito la mia perdibile introduzione

Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità.

Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli?

Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualità vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono – e diventa inevitabilmente predica.

Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.

“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta.

In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso – incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.

Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “Altri Occhi” (vincitrice anche di una edizione di Bloglab, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni).

Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterà impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai.

Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).

Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei.

Buona lettura.
Antonio Sofi

23/12/2009

Ebook fotografico dall’India. Lo sguardo ondavè, a mezz’aria.

di Antonio Sofi, alle 16:43

E’ il Natale dei libri elettronici – e questa cosa non mi può che far felice.
(Ovviamente più per la parola “libri” che per quella “elettronici” – considerazione che è un po’ la figlioccia un po’ bastarda e retroversa di quel consiglio ormai proverbiale sul giornalismo e i newspaper che verranno: che vorrebbe una maggiore attenzione alla parola “news” più che a quella “paper”).

E sono appunto contento che siamo dentro l’onda di piccoli grandi editori come Simplicissimus (prima di altri sul pezzo) e Apogeo che stanno investendo su e di amici che hanno avuto la stessa idea e stanno pubblicando in queste ore ebook-strenne, ciccia per letture vacanziere: dal PslA di cui abbiamo scritto all’astronomico Keplero, dalle frasi storiche di Buoso al neodistruzionista Eio.

Ondavè, ebook fotografico su India e dintorni

Ondave, di Bianda e Ladu Qui accanto c’è l’ebook che abbiamo pensato con Enrico Bianda, storico socio – come strenna natalizia per i lettori di Webgol e come primo di una serie dedicata ad altri simili racconti che hanno trovato spazio in questi anni (sono quasi sette) di vita del blog che state leggendo.

Qui accanto, scaricabile in pdf (in mancanza di meglio, decentemente visualizzato sia su ebook reader che su smartphone) c’è Ondavè – racconto fotografico su India e dintorni.

SCARICA: PDF, 4,2 mega circa.

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Prefazione

Di seguito la mia perdibile prefazione (giusto perché mi diverte il genere)

Questo non è un libro sull’India.
La divinazione ieromantica di un paese che è la pancia del mondo, che esibisce pornografico viscere retroverse (morbide dentro, ruvide fuori), è una scelta rischiosa – più o meno quanto quella di calzare gli infradito tra le strade di Calcutta.
Questo non è nemmeno un libro su chi vive in India.
Nelle pagine che seguono le persone scorrono veloci come comparse dietro il finestrino sgangherato degli Apecar, dentro città mantici dal respiro affannoso.
Questo è un libro che non sta nell’alto di cieli macro-economici (da cui tutto è inevitabile formicaio) né rasoterra, dall’inutilissimo basso del coinvolgimento indulgente e amuchino.
Se devo dire, tra le tante cose, cosa davvero mi è piaciuto delle pagine che seguono, scritte da Enrico Bianda e fotografate da Manuela Ladu, è proprio questo sguardo a mezz’aria, uno sguardo ondavè: on the way – in cammino. In equilibrio fromboliere tra il ricordo lattiginoso e non sequenziale dei risvegli post-sbronza e la potenza impietosa e senza scampo delle immagini.

01/12/2009

est Berlin /3. Fotoricordo

di Urri, alle 02:21

[Dopo le ostalgie di Enrico Bianda, le riflessioni di Urri, berlinese dell’Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno (tra tg stupiti e penne rosse), e le differenze di un unico popolo (ma diverso), un gioco di specchi di foto. Storie di chi lì c’era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

«Perché non aggiungi qualche foto al post? Una foto di Berlino Est, qualcosa che ricordi il passato?». Infatti, perché no. Sfoglio le pagine degli album fotografici dell’epoca. Strano, però. Berlino Est non si vede. Non c’è. Nel senso che non c’è neanche una foto che mostri uno scorcio della città, un panorama architettonico o semplicemente gente in strada. Solo foto della famiglia e degli amici; in casa o in giardino; e poi feste, vacanze, mare. Il solito. Ma Berlino non c’è. E’ invisibile.

No, non era vietato fotografare la città – a parte proprio davanti al muro, ovviamente – ma andare in giro a scattare foto a Berlino Est non era neanche una cosa normalissima. Nel peggiore dei casi poteva essere visto come un atto sospetto, una critica o addirittura spionaggio.

Perché fotografa questo negozio?
Per mandare la foto a un quotidiano dell’Ovest e illustrare la pochezza della scelta possibile e gli scaffali mezzo vuoti?
E questa triste facciata grigia? Per caso vuole criticare la situazione economica del Paese?
Come mai una foto a questa piazza? Non starà mica elaborando un piano di fuga tramite un tunnel da scavare?

E così via. Sembra esagerato. E forse la scelta di non fotografare la città non era neanche una scelta consapevole. Ma una regola non detta che istintivamente tutti seguivano. Poi c’erano le storie. Storie in cui la realtà superava la fantasia – e diventava quasi un film.

Come per esempio quel giorno a metà degli anni ’60 quando nell’ufficio di mio nonno si presentarono alcuni agenti della Stasi. Erano convinti che lui lavorasse per il Bundesnachrichtendienst: insomma che fosse una spia dei servizi segreti della Germania Ovest. Da quel giorno mio nonno è stato sotto controllo: per anni, di fronte alla casa, c’era una macchina con due agenti (che ogni tanto cambiavano). Mia madre se la ricorda bene. Lo seguivano ovunque, anche a piedi o sul treno. E sicuramente controllavano anche lettere e telefonate. Un giorno la macchina non c’era più. Forse smisero di controllare, probabilmente no. Ora mio nonno ne ride, prima non so.

Nelle foto di me bambina, ci sono io che gioco sulla spiaggia.

1981, Mar Baltico
1981, Mar Baltico

23/11/2009

est Berlin /2. Nessuno è davvero un altro popolo.

di Urri, alle 23:38

[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, le riflessioni di Urri, berlinese dell’Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno, tra tg stupiti e penne improvvisamente rosse, le differenze tra Est e Ovest – a partire dal giorno dopo. In 20 anni abbiamo un po’ dimenticato le storie dalle esse minuscole – eppure dannatamente importanti – di chi lì c’era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

Insomma, come sono quelli dell’Est? Sono diversi da quelli dell’Ovest?
E quindi si capisce da dove uno viene? Beh, spesso sì. Un indizio facile è il dialetto, ovviamente. Si sente se uno viene dalla Sassonia o dalla Baviera. E dicono anche che quelli di Berlino Est parlano con un accento diverso da quelli di Berlino Ovest. Eppure non è questo il punto. Molti tedeschi sia dell’Est che dell’Ovest – e spesso anche quelli nati dopo il 1989 – sono convinti che ci siano differenze che vanno molto oltre.

Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri
Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri

Per il ventennale della caduta del muro qualcuno ha creato questo poster che cita la famosa frase delle manifestazioni dell’autunno del 1989: Wir sind ein Volk. Ma è stata aggiunta una seconda frase con la quale il senso diventa il contrario: Noi siamo un popolo. Und ihr seid ein anderes. E voi siete un altro.

Nei primi anni dopo la caduta del muro, quando mi chiedevano da dove venivo, non era mai sufficiente rispondere “da Berlino” perché seguiva automaticamente la domanda “Est o Ovest?”. Una domanda a cui ho sempre risposto senza farmi problemi, senza alcun motivo né di esserne fiera né di vergognarmene. Naturalmente con gli anni la domanda si sentiva sempre meno. E non è che se uno mi diceva “Ciao, sono di Amburgo, e tu?” mi mettevo a puntualizzare “Ciao, sono di Berlino, però di quella parte lì, che 15 anni fa si chiamava Berlino Est, e ora sta ancora all’est ma forse si direbbe nordest, se parliamo dei punti cardinali”.

Fishes in Berlin, foto di Urri
Fishes in Berlin, foto di Urri

E però. Mi è successo tante volte – sia con amici tedeschi della Germania Ovest che con stranieri, spesso italiani – di menzionare casualmente di essere nata a Berlino Est, e di sentirmi rispondere “Ma dai, davvero? Non l’avrei mai detto, pensavo fossi dell’Ovest”. E io ci rimanevo sempre un po’ così, senza sapere bene cosa rispondere. Da una parte ero contenta perché era una specie di complimento, che voleva esprimere la sensazione che non ero diversa e che sembravo una di loro. Ma dall’altra parte quella reazione mi ha sempre un po’ offesa, proprio per il retropensiero che quelli dell’Est – insomma noialtri – saremmo diversi.

Superfluo dire che se poi chiedevo “Ma dai, davvero? E come mai?” nessuno riusciva mai a darmi una spiegazione soddisfacente. E che nessuno dei miei amici dell’Est mi ha mai detto “Ma tu sembri una dell’Ovest”. Ero e sono anche una di loro. E forse qualcuno, molto più straniero di me, mi potrebbe prendere per italiana. Forse è che nessuno è davvero un altro popolo.

11/09/2009

Dopolavoro (non ferroviario ma genovese e democratico)

di Antonio Sofi, alle 19:59

E’ bellissima Genova – una città che un po’ si nasconde, camuffa la sua bellezza, s’infratta tra le cose e le case, come la sua architettura carruggia. Da quel poco (ahimè) che ho avuto modo di vedere in quasi due settimane che ho messo lì le tende – a dare una mano a Diego Bianchi per il Dopolavoro Democratico, una specie di dopocena festaliero con dibattito, video e chiacchiera che ha avuto un certo apprezzamento anche come trasmissione tv (ma non doveva esserlo, all’inizio), e che si è svolto appunto a margine della Festa Democratica nazionale – c’è una parte antica di Genova che è una specie di pentola a pressione di persone ed etnie, di odori in combutta e sguardi d’intesa. Un micromondo dal cuore deandreiano (facile ma sorprende sia proprio così: speziato, struggente) che potrebbe esplodere in ogni secondo, e proprio per questo in perfetto equilibrio.

Uno dei momenti più attesi: l'ingresso in scena con lettura di Noi
Uno dei momenti più attesi: l'ingresso in scena con lettura di Noi

Sul sito della Fondazione Daje, per chi avesse curiosità, c’è una pagina apposita dedicata al Dopolavoro Democratico – con (più o meno) tutto dentro: tutte le 16 puntate in video (con ospiti da Sergio Cofferati a Michele Romano della friggitoria dei frisceu di Sampierdarena, da Debora Serracchiani a Francesca opinionista con il cappello bianco, da Enrico Mentana e Walter Veltroni a Valentina camallo che contestava sbattendo il cappello da operaia sul palco), le foto delle serate, i dovuti e sentiti ringraziamenti, oltre che il link ad un fogliaccio dajista che abbiamo ivi diffuso e si chiama Pattuja: Dopolavoro Democratico

15/07/2009

The doctor is in

di Antonio Sofi, alle 02:29

Parlo con chiunque, di qualunque cosa. Gratis“. Il cartellone steso davanti ad un banchetto improvvisato fatto con uno stendino per i panni e dotato di due sedie scalcinate, dice già abbastanza. Poi, il post che Giovanni ha scritto dopo aver passato quasi due ore domenica scorsa a Piazza del Popolo e dopo aver parlato con quattordici gruppi diversi che si son lamentati che non aveva portato abbastanza sedie, dice anche molto e altro – le storie veloci e bellissime di chi a quelle sedie s’è seduto.

Il banchetto allestito da Giovanni Fontana a Piazza del Popolo
Il banchetto allestito da Giovanni Fontana a Piazza del Popolo

Giovanni, che qualche tempo fa era uno dei pochi a raccontare la Palestina da dentro con cronache calde e coraggiose, voleva dimostrare che non è vero che “non si parla più”. A me ha dimostrato che si possono fare ancora cose piccole e poetiche che commuovono – dentro e fuori i blog.

01/07/2009

Infodiversità dal cuore tragico degli eventi. Dall’Honduras a Viareggio.

di Antonio Sofi, alle 10:44

[Il post che segue, qui con qualche aggiunta, è stato pubblicato su Dnews di oggi]

I nuovi media sono spesso come il medico presente in sala prima che arrivi l’ambulanza, che senza volerlo si trova ad affrontare situazioni di emergenza. In alcuni casi tragici e terribili – come l’esplosione che due notti fa ha squassato vite umane e palazzi a Viareggio – i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a videocamere digitali o smartphone sempre connessi. E’ il cosiddetto “citizen journalism”: giornalismo da strada alimentato dalle nuove tecnologie.

L'incendio a Viareggio, dopo l'esplosione. Foto di Alberto Macaluso da Flickr
L'incendio a Viareggio, dopo l'esplosione. Foto di Alberto Macaluso da Flickr

Ma non è solo questione di tecnologie. È questione di persone. Che non fanno di mestiere i giornalisti, ma che “abitano” i luoghi che raccontano. In senso letterale e culturale. Ovvero conoscono storie e personaggi, contesti e sottotesti, tutto quello che c’è e che c’è stato. Il loro racconto è meno professionale, spesso confuso e pasticciato, ma immensamente vivido – come dovette ammettere il New York Times già nel 2004 riguardo alla copertura web dello tsunami nel sud-est asiatico.

Non un racconto dall’esterno, ma una testimonianza dal cuore degli eventi. Ad alto rischio emotività ed inesattezza, certo. Eppure i contributi che vengono “dal basso” creano una sorta di “infodiversità” utile a ricostruire il contesto generale: più occhi, più penne, più cellulari permettono una sorta di controllo incrociato che scongiura bufale, disinformazione, leggende.

Il racconto degli eventi non è più un postumo “cosa ha provato in quel momento?” (magari chiesto da un inviato piombato pochi secondi prima da altrove) ma un immediato e personale “ho provato questo”. È un cambiamento profondo di prospettiva. Forse anche un inizio di circolo virtuoso tra media diversi (tra persone diverse) alla ricerca della verità dei fatti.

Le strade adiacenti alla stazione di Viareggio, il giorno dopo. Foto di Alberto Macaluso, da Flickr
Le strade adiacenti alla stazione di Viareggio, il giorno dopo. Foto di Alberto Macaluso, da Flickr

È successo ieri a Viareggio, dove Alberto Macaluso, giovane progettista web, dopo aver passato tutta la notte a scrivere su Facebook e Friendfeed quello che vedeva e pubblicare video e interviste, in mattinata scrive: «E adesso vado a letto, stanco morto e con le lacrime agli occhi». Dove «questa estate sarà diversa» come scrive Michele Boroni, che era appena partito per Milano, ha casa a qualche centinaia di metri dalla stazione e un blog.

È successo (con alcune ovvie differenze) in queste settimane in Iran, con Twitter e il resto del social web sotto censura (purtroppo sempre più efficace come racconta Zambardino) e i blogger arrestati. E sta succedendo in Honduras: i golpisti hanno interrotto le comunicazioni, e le uniche informazioni provengono ora (anche se con difficoltà) dal web.

11/05/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (IX parte). Questo è un finale.

di Enrico Bianda, alle 18:07

Intanto si pensa a Mumbai. Ci si pensa davvero, un martelletto continuo che scava, lentamente, inconsciamente, predispone, allevia, anestetizza, e carica, spinge, incuriosisce. L’altalena di sentimenti, odio amore, attrazione repulsione, si è sciolta in un convincimento arreso: amuchina e Mumbai, si può fare, fuor di retorica – indosserò pantaloni leggeri-tecnici, niente cavigliera né braccialetti colorati, ma alla fine si partirà, presto spero. E’ certo che tutto ci sovrasterà, investiti dal dolore e dall’allegria, dallo sfruttamento e dalla furbizia, dalla meschinità e dall’indolenza inaccettabile. Ma ora, almeno, sappiamo appena quel che ci aspetta.

Ondavè finale, foto di Manuela Ladu
Ondavè finale, foto di Manuela Ladu

Quel che resta intanto di ondavé sono le scimmie, le vacche, la merda, i sapori, le mangiate, l’attrazione per il cibo di strada, il pane insaporito di spezie e burro, i sughi da impazzire, morbidi, cremosi, piccanti; la terra nei piedi, la polvere che ti prende la gola, le fogne che scorrono accanto a te, le stanze d’albergo con le lenzuola macchiate di tutto, sangue cenere escrementi insetti, il rumore tra le pareti leggere, una coppia di giapponesi assatanata di sesso la notte in un albergo vicino al Taj Mahal; un treno fermo un giorno a poche decine di chilometri da Delhi, arresosi per la nebbia; due vecchi a piedi con la bicicletta accanto nella luce chiara del mattino umido a Varanasi; la melma attorno alle gambe nel Gange, un branco di cani selvaggi nella boscaglia, un bambino che piange abbracciato a Camilla, volontaria italiana in un ashram; il caffè nero lungo caldo la mattina, un vento tiepido di pomeriggio, i menu israeliani nei caffè, la torta di mele con il gelato alla crema di nuovo a Varanasi, guardando il fiume, e ridendo di una musica estenuante.

Questo è un finale, avrebbe detto Sergio Caputo, tanti anni fa.

28/04/2009

Otra Mirada /6. A land down under.

di Enza Reina, alle 09:36

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

A Colonia del Sacramento ci arrivo triste. E’ l’ultima tappa prima di tornare a Buenos Aires e quindi in Italia. E’ sempre così per me: la malinconia la vivo sempre in anticipo. La rumino, la predigerisco al punto che poi quando sono dentro gli addii, mi sembra già di averli vissuti.

Colonia del Sacramento è un pezzo di Caribe preso e trasportato sul Rio de la Plata. L’Unesco ci ha piantato il suo vessillo (giustamente): il suo barrio storico coloniale è quello meglio conservato in Uruguay. E’ una località turistica del tempo che fu, ideale per gli innamorati e per chi è alla ricerca di un ricordo-cadeau dal sapore cinematografico.

Rio della Plata, Colonia del Sacramento
Rio della Plata, Colonia del Sacramento

Sotto il sole, dentro l’atmosfera placida e ovattata del presto pomeriggio, mi rimane una sensazione di stordimento – un po’ come se fossi in barca. Ovunque, intorno, una distesa infinita di acqua dorata abbraccia il mio orizzonte. C’è chi si fa il bagno, lontano.

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10/04/2009

Otra Mirada /5. Per il mattino a Montevideo (e per un sorso di mate).

di Enza Reina, alle 18:23

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

Montevideo ha il fascino di certi cugini di secondo grado. Di quelli che vai a trovare solo se sei costretto, e solo dopo ti accorgi di quanto siano interessanti.

Insomma decido di andare in Uruguay, quasi solo perché è vicino a Buenos Aires. Ci arrivo con il traghetto: prassi comune, per raggiungere il paese.

Dal porto di Colonia del Sacramento, dove sbarco, mi aspetta ancora un’ora di bus prima di arrivare nella capitale. Sonnecchio sui sedili mentre davanti ai miei occhi scorrono i pascoli verdi della Nueva Helvecia, una zona colonizzata da pionieri d’oltralpe che sono riusciti a renderla una succursale della valle Engandina con le mucche pezzate che pascolano placide e le fattorie che vendono zoccoli di legno. L’effetto complessivo è un po’ buffo.

Plaza Independencia, Montevideo
Grattacielo a Plaza Independencia, Montevideo

All’orizzonte grattacieli e la torre Antel fatta a forma di cuneo. L’atmosfera è quella un po’ scarrettata e decadente di chi non s’affanna troppo per le umane cose. L’Uruguay è il paese più piccolo di lingua spagnola del continente: schiacciato sul mare dalla grandeur dei cugini porteños che stanno sulla sponda opposta del Rio de la Plata. Sento nell’aria più coscienza e attivismo, meno sorrisi ed un rifiuto molto urlato a modelli liberisti (Montevideo è sede del Mercosur, di fatto unica alternativa sudamericana al Wto).

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16/03/2009

Otra Mirada /3. Mi Buenos Aires Querido

di Enza Reina, alle 08:46

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

La Boca

Sono a la Boca, uno dei quartieri più famosi di Buenos Aires. Caminito, la via più famosa del barrio raggomitolato su Riacuelo, un fiumiciattolo quasi immobile, è un patchwork di colori, lamiere ondulate e mattoni dai colori improbabili. Ci sono arrivata a piedi una domenica mattina che più luminosa non si poteva. Attraverso strade deserte e a vecchie sedi chiuse del partito justicialista, via via le avenidas ampie si restringono. Gente di fronte alle panetterie aperte: medialunas fragranti, pane e cotolette gigantesche già impanate e fritte.

Le case che danno su Caminito, nel quartiere di La Boca a Buenos Airos
Le case che danno su Caminito, nel quartiere di La Boca a Buenos Airos

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12/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VII parte). La città brucia

di Enrico Bianda, alle 15:23

“Mahaprasthan… The beginning of what wich never was… Il mahaprasthan è l’inizio di un processo ma anche la fine di qualcosa. E’ ‘il grande viaggio’. La fine che coincide con la partenza. Anche la cremazione di un corpo è mahaprasthan.” (Giuseppe Cederna, Il grande viaggio)

Varanasi. Lentamente, cullati dallo sciabordio dei remi che incontrano la resistenza dell’acqua attraversiamo il lontano echeggiare degli armonium. Nasce nello sfavillio di migliaia di lampadine e girandole infuocate la cantilena salmodiante cui si aggiungono le tablas e la voce. Seguiamo la corrente lungo questa città messa a fuoco. Sulle rive, lungo i Gath, si accendono da ore i roghi per i morti. Si riconoscono tra le fiamme, deposti su pire perfettamente calibrate nel peso, i corpi rigidi avvolti in poveri sudari ormai carbonizzati.

River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Nel rosso del fuoco da lontano si indovinano solo i piedi , immobili, innaturalmente attaccati a gambe magre. Bruciano i corpi dei morti. Brucia tutta la città.

Attracchiamo lontano da riva, ad un’imbarcazione a due piani. Le luci, la musica e le centinaia di persone trasformano i Gaht di Varanasi in un circo devoto al sole che se ne va. Un circo stancamente festoso, in contrasto con il rumore crepitante delle decine di roghi che avvolgono i morti portati qui per mettere fine alla trasmigrazione delle anime. Morire a Varanasi, sulle rive del Ganga, è per sempre.

Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Alba. L’aria umida, con tonalità di pastello, rosa, celeste chiaro, verde acqua. Osservo rapito un’operazione umile, dolente. Si raccolgono le ceneri dei roghi della notte. Ossa, terra, carboni, resti di sahari, ghirlande di fiori arancioni, vasi di terracotta: tutto riunito, raccolto in cesti di palma da operai seminudi. Sono l’ultima ruota del carro di questa industria della morte che anima i vicoli dietro l’Harischandra Ghat, il Ghatcrematorio. I cesti vengono immersi in acqua, ricolmi di umili resti.

Tutto viene sciolto nel Ganga, che li accoglie nella sua lenta putrefazione. Fiume di morti, di escrementi, di batteri, di liquami. Fiume sacro e purulento, come una lunga, inguaribile ferita.

07/03/2009

Otra Mirada /2. La strada d’acqua (senza musica latina).

di Enza Reina, alle 12:45

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città  decadente, la Località  Turistica. In mezzo, la Strada. Anzi le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

Per andare dall’Argentina in Uruguay c’è un traghetto. Nella stessa area del terminal degli omnibus a Retiro, Buenos Aires. Tutto, di là, diparte.

Salgo sul traghetto, e a causa della mancanza di posti in classe turistica, finisco stropicciata nella “prima classe special” nel bel mezzo di un gruppo di elegantoni argentini. Sono diretti a Punta de l’Este, la Saint Tropez del Sud America – centro nevralgico della vita estiva sulla costa nord orientale, buen ritiro di modelle e imprenditori, a tutti gli effetti enclave argentina in terra uruguayana (ma non va detto). Ci sono anche molti vip italiani, da queste parti. Almeno così dicono.

Barche sul Rio de La Plata
Barche sul Rio de La Plata

A contorno, una serie di catafalchi anglofoni affollano il duty free all’interno del traghetto facendo incetta di ammennicoli esentasse.

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05/03/2009

Otra Mirada /1. La strada rossa per Puert Iguazù

di Enza Reina, alle 12:34

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, la Strada. Anzi le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

3500 km in 12 giorni. Pullman, traghetti, bus, taxi, metropolitane e gambe. Le distanze, fuori dalle ristrettezze europee diventano pura convenzione, spalmate sulle migliaia di km di un paese che dall’Equatore tocca il Polo Sud.

Per strada, c’è di tutto: famiglie, persone sole, ragazzi giovani, anziani. La mancanza di una rete ferroviaria capillare ha decretato la supremazia numerica dei mezzi su ruote che attraversano questo pezzo di Sud America tra Argentina e Uruguay. E quindi viaggiano in tanti. Anzi, viaggiano tutti.

Il terminal degli Omnibus della stazione di Retiro a Buenos Aires è un edificio su tre piani che ospita uffici e sportelli di più di cento compagnie di trasporti. Punto nevralgico, di passaggio e smistamento di una buona parte di coloro che attraversano il Sud America.

In alto i grandi schermi appesi che alternano le previsioni meteo alle domande con risposta multipla modello “Chi vuol esser miliardario”. Il flusso umano è continuo, straniante.

Gente in attesa in uno dei terminal sulla strada che da Buenos Aires porta a Puert Iguazù
Gente in attesa in uno dei terminal sulla strada che da Buenos Aires porta a Puert Iguazù

Fuori, le piazzole numerate. Almeno sessanta.

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