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Post archiviati nella categoria 'Cinema'

30/09/2003

Buonanotte ai sognatori

di Antonio Sofi, alle 12:21

The Dreamers di Bernardo BertolucciThe Dreamers (scheda e sito ufficiale), di Bernardo Bertolucci, è stato presentato fuori concorso alla 60° mostra del cinema di Venezia. Il film, che uscirà nelle sale il dieci ottobre, ha fatto registrare pareri discordi, che si sono posizionati piuttosto pigramente all’interno di una curva gaussiana classica, tra gli estremi del sontuoso capolavoro e dell’emerita schifezza.
Un film costruito e comunicato per far parlare di se’: il maggio francese, il ritorno nella Parigi di Ultimo Tango, triangoli amorosi e ricordi, il mitico sessantotto. Mitico o mitologico. Leonardo, con qualche ottima ragione, ha, per esempio, sostenuto che il ’68 ci ha strasfracellato i coglioni: è seguito dibattito. Ma anche perchè è un film di un grande regista, geniale, disarmante, forse antipatico. In attesa di vedere il film nelle sale, un pezzo in tre parti (Rossellini Redux, Notizie dai fronti, Cinema del presente) di Enrico Bianda che ricostruisce la carriera ed il pensiero del regista parmense attraverso le suggestioni di The Dreamers.
Continua domani e dopodomani, segue una chiacchierata con la stampa svoltasi a Fiesole il 7 luglio, in occasione della consegna del Premio Fiesole e di una retrospettiva a lui dedicata (qui un mp3 con uno stralcio di intervista).
The Dreamers: buonanotte ai sognatori?

24/09/2003

Bellocchio all around

di Antonio Sofi, alle 12:15

Bellocchio radiofonico.
Speciale radiofonico su Buongiorno Notte, a cura di Palumbo e Bianda, ascoltabile dal sito di Controradio (necessita real player: qui la prima parte e qui la seconda parte ). Interviste a Marco Bellocchio, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzca, spezzoni e musiche del film. Un film così, in radio, mette i brividi. Sia detto per inciso: qui si difende il film. La non aderenza alla verità storica restituisce una verità più profonda.

Bellocchio blog.
Non si può certo dire che sia stato un film passato senza lasciar traccia. O che non si lascia commentare, tra aspettative politiche e riflessioni artistiche. Anche sui blog. Qua le recensioni “serie”, da Google e di seguito una lista, certamente incompleta, dei post dedicati a Buongiorno Notte. Per semplicità di consultazione li divido, quando il giudizio mi pare evidente, in giudizio positivo e giudizio negativo, (e dubbiosi o neutrali).

Giudizio positivo: Zitti al cinema, GialloDiVino, Pick Pocket, Minima Moralia, Robba, Seconda Visione, Il nido del cuculo (9 sett.), Barsauro, Gepsblog, Tentativi di fuga, Ibrab, StanleyKetchel, Aleph, Miic, Fuori dal coro
Negativo: Brodo Primordiale, Tribook, Braind (8 sett.), Diciassette Pollici
Dubbiosi o neutrali: Gokachu, Mappamondo, Sergio Maistrello, Wittgenstein (15 e 9 sett), Quattro e un quarto, Leonardo

22/09/2003

Il cinema è un campo di battaglia

di Enrico Bianda, alle 12:25

Lontano dalle mistificazioni di massa, le visioni della guerra da insegnare sono poche. Piccola guida all’incontro con quattro film di guerra contro la guerra.

1. La guerra come gioco: Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick (1957)
Kirk Douglas in Orizzonti di GloriaFrancia, 1916, prima guerra mondiale. Al colonnello Dax (Kirk Douglas) viene ordinata dai suoi superiori, la conquista del “Formicaio”, l’avamposto chiave della difesa tedesca schierato davanti alla trincea del suo reggimento. La missione è quasi impossibile, i suoi uomini sono pochi, in pessime condizioni, ed il numero delle vittime stimate è estremamente elevato. Il puro assurdo. Stanley Kubrick con il suo primo film di guerra, abbracciando il genere come avrebbe fatto anche in seguito, affronta la guerra consapevole del suo fascino, della sua assurda bellezza. Una guerra senza nemico, combattuta all’interno di un solo esercito in una sola nazione. I soldati si ritrovano davanti a nemici che avevano i loro medesimi volti, così il nemico, di cui tanto si parla (“pronto ad uccidere altri tedeschi?“) e per il quale ci si prodiga mirando a sconfiggerlo, non appare una sola volta in tutto il film, in una “guerra che pare astratta” Quello che conta, per Kubrick, non è solo l’antimilitarismo del racconto, dove non ci sono eroismi possibili, ma solo la paura, e la rassegnazione di una morte da percentuale, ma conta anche il meccanismo della guerra, il gioco, da svelare nella sua assurda fascinazione che può solo produrre morte.

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19/09/2003

A che serve l’intervallo

di Antonio Sofi, alle 12:13

Un tic dirimente. L’intervallo tra il primo e il secondo tempo. In molti cinema lo hanno ormai abolito, resiste in qualche sala, ricordo di interminabili fruizioni artistiche, dalle tragedie greche che duravano intere giornate alle opere teatrali ottocentesche in cinque corposi atti. In quei casi l’intervallo era misura di sopravvivenza, e spesso occasione di mondanità. Ormai un film che dura più di due ore e mezzo è considerato morbosamente lungo, una sorta di tentato omicidio lucidamente organizzato. La tendenza è verso la definizione di un nuovo linguaggio cinematografico, una sorta di “cinema breve”. Mario Verdone azzarda un cinema Internet: il linguaggio “internauta” – in cui la brevità è legge, e una fruizione troppo lunga ingenera impazienza e stanchezza – influenza il linguaggio filmico.
E l’intervallo? Persa la funzione di mera sopravvivenza, non può nemmeno essere, per brevità, un momento minimo di socializzazione. I più, ormai, aspettano pazienti, cercando di non lasciarsi sfuggire le scie mnemoniche (quanto assomigliano ai sogni!) dell’ultimo fotogramma. Rimane l’omino dei popcorn e delle bomboniere, sempre più curvo e sempre più vecchio (non ci deve essere molto ricambio generazionale). Ma, pare, il 62% degli spettatori non acquista nulla durante l’intervallo (certo, dico io, li si spenna all’ingresso con i pop-corn giganti – ma li croccano con lamine d’oro?).
E poi: proiettare pubblicità non puoi o, giustamente, ti sbranano. Insomma a che serve? Come scrive Marquant in un bel post sull’argomento: “Magari a qualcuno l’intervallo piace, perché serve a tirare un po’ il fiato. Ma è un film, dio santo, mica una partita di pallone.”

18/09/2003

XXX

di Antonio Sofi, alle 12:12

XXX di Rob Cohen con Vine Diesel e Asia ArgentoAnche solo per un titolo così, che profuma di pagine di porno scadente, per cui s’avvampa bimbini e che si raccoglie nelle solatie strade, tra i lerci rovi, meritava la visione. Come anche la presenza di Asia Argento, una donna per cui diventerei Gengis Khan, per visitarne e predarne il nome e il cognome. Nomen omen d’altronde, vietati i reclami. Scelgo una multisala attrezzata di dolby surround ultima versione, quella che se l’attore pesta per sbaglio una formica si sente il rantolo del cadaverino da sotto il sedile. Non mi frena nemmeno la presenza di un losco figuro dal nome di una benzina che campeggia sul manifesto, questo per dire quanto la voce di una donna che pare comporre le parole attraverso il fumo di una sigaretta, e anche quando non fuma, possa influenzarmi.

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17/09/2003

La Mandrakata in periferia

di Antonio Sofi, alle 12:11

Ovvero: cicabum-cicabum-cicabum
Febbre da Cavallo, Steno, 1976Venerdì primo novembre, anno duemiladue, giorno festivo, Roma.
Piove: saltata la scampagnata progettata per il lungo ponte, i cinema vengono presi d’assalto da famigliole in crisi da eccesso di tempo libero. Mamma, papà, figlioletti schiodati a fatica dalla playstation. Scelgo un cinema periferico, uno dei pochi rimasti a non essere afflitti dal virus dei multi-cinema, piccole sale infrequentabili da ipermetropi. Questo è evidentemente un vecchio teatro riadattato, 1000 posti, enorme, spesso vuoto, un audio che è sempre buona accortezza supportare da orecchie terze (“che ha detto?”, “non ho capito nemmeno io”, “chiedi un po’ alla signora avanti“), poltrone nelle quali ho visto soccombere diversi artritici.
Faccio la fila, era da Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno che non si vedeva una fila in quel cinema. Il film inizia con 10 minuti in ritardo, il tempo di smaltire la coda. Il film, al primo giorno di programmazione, è Febbre da Cavallo – La Mandrakata, regia di Carlo Vanzina, remake dell’omonimo film del padre Steno, girato nel 1976, e che ha registrato una sorta di successo ritardato, sotterraneo, dagli anni ’90 in poi, e specialmente tra i giovani (giovani?) capitolini. Protagonista, allora come ora, è Mandrake, ovvero Gigi Proietti.
Uno sguardo panoramico sulla platea mi permette di distinguere senza alcuna difficoltà i veri aficionados dalla gleba del tempo libero. Hanno gli occhi luccicanti, e il pensiero perso a compitare mentalmente le battute più memorabili dell’originale. Ad uno di loro squilla il cellulare e la musichetta è cicabum-cicabum-cicabum, e a molti spuntano sorrisi sinceri, della stessa qualità dei lucciconi spontanei.

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16/09/2003

La città ritrovata

di Enrico Bianda, alle 12:26

Un passato ricco di riferimenti, un cinema politico molto legato alla dimensione urbana. Poi la scomparsa della città come spazio del conflitto sociale e politico. Oggi il cinema italiano guarda alla città con uno sguardo nuovo, trasformando la dimensione urbana in spazio narrativo. (>>>)

Velocità Massima di Daniele VicariRossellini, Pasolini, Fellini a Roma. Visconti a Milano. Rosi, Martone e Lattuada a Napoli. Amelio e Calopresti a Torino. E altre città raccontate dal cinema italiano negli anni, dal neorealismo alla fine degli anni sessanta. La città rivestiva un ruolo centrale nel racconto della trasformazione sociale del paese tra conflitto e sviluppo incontrollato. La città della violenza, della povertà, protagonista dei sogni di un paese che cambiava. La dimensione urbana segno della modernità che stentava a trovare una sua dimensione.
Poi il silenzio: il cinema sembrava essersi trasferito in città senza una memoria, che vivevano nelle case dei protagonisti, negli appartamenti tre-stanze-ed-una-cucina-abitabile-con-il-tavolo-di-formica.

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15/09/2003

Cinetitoli, again

di Antonio Sofi, alle 12:08

Le regole sono semplici: stravolgere i titoli dei film sostituendo, aggiungendo o eliminando una lettera, ed inventare una trama plausibile che si adatti al nuovo titolo. Abbiamo iniziato a giocarci in questo post, e in questa pagina, per facilitare la consultazione, sono raccolti i contributi di blogger (tanti e bravi). Unica regola nuova, per evitare sovrapposizioni o “già letti”, è prendere in considerazione solo film usciti dopo il 2000. Secoda manche, quindi.

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14/09/2003

Cine-archeologia

di Antonio Sofi, alle 12:07

Il poster rinvenuto di ProfanazioneLa Profanazione, regia di Tiziano Longo, Italia 1974, interpreti principali: Jean Sorel e Antonella Simonetti. Conoscete? La trama racconta di qualcosa in più della simpatia che lega tacitamente il dottor Massimo Banti, chirurgo in un ospedale, e una delle sue monache infermiere suor Angela. Sopraffatta dalla tentazione, costei, una sera gli cede. A prima lettura non un film da Oscar. Si sa per certo che il film, almeno a Firenze, andò nelle sale, forse proprio 20 anni fa. Il poster (qui per vederne una foto) è infatti rispuntato casualmente pochi giorni fa dallo strappo di manifesti cinematografici in Piazza della Repubblica. La prova è nella pubblicità del Bacardi. Il risultato inaspettato e non voluto è, però, al livello del migliore Mimmo Rotella. Se qualcuno l’ha visto, il film, si faccia avanti, che non diciamo niente a nessuno.

12/09/2003

Che fine ha fatto Augusta Terzi, uccisa da un innocente

di Antonio Sofi, alle 12:05

Volontè in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio PetriIo ti ammazzerei con le mie mani”, a parlare è il capo della squadra omicidi di un’Italia livida e surreale, ammuffita, raccontata in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, dall’iconografia poliziottesca straniante, se confrontata alle fiction in divisa degli ultimi anni. Augusta Terzi, la bella amante che non porta lingerie, così risponde: “Bel coraggio, sei tu che conduci le indagini”.
Augusta Terzi, interpretata da una scintillante Florinda Bolkan, nel film fa la vittima. Il ruolo è quello classico della vittima: far compiere l’inevitabile. Di lei non si è mai parlato molto. E non è certo l’amore il tema di questo film.

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10/09/2003

L’epica quotidiana

di Enrico Bianda, alle 12:28

La 25° ora: come tradurre in epica un’esistenza mediocre
Riflessioni in forma di guida sul mito nel cinema americano

La 25° ora di Spike LeeLo sguardo corre virato in blu elettrico sulle rovine dolenti di Ground Zero. Si sofferma su quanto resta in piedi della struttura in cemento armato delle Twin Towers. Totem megalitico su di una collina degli stivali post nucleare. E’ una sequenza di un film magnifico di Spike Lee, La 25° ora, primo film a fare i conti veramente con quanto resta dell’invincibile America, rovinata tra i fumi tossici all’amianto e le fiamme dell’attacco fantascientifico alle torri gemelle. Spike Lee guarda e ci lascia guardare attraverso il vetro di un appartamento downtown di Wall Street quello che resta tra le macerie. E lo fa con un’indulgenza che sorprende: quasi una celebrazione inaspettata da parte di un regista antagonista.
Ma proprio in questo suo indulgere eloquente sulle rovine dell’ex Impero americano ci fa capire che lui lavora sulla natura stessa del mito americano: ci guida alle radici, all’origine del processo di produzione culturale del mito, strumento fondante della cultura americana, collante indebolito della natura stessa del melting pot americano. Li, tra quelle macerie, si svela il meccanismo che tiene unita l’America: trasformare tutto quello che accade in mito, leggere attraverso lo specchio deformante dell’epica tutto quello che accade all’uomo americano.

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09/09/2003

Sale cinematografiche

di Antonio Sofi, alle 12:02

A margine di un post sui tic partecipativi o meno dei cinespetattori, due bei ricordi sulle sale cinematografiche, com’erano, un po’ di tempo fa.
Maria scrive di incitamenti ad entrare (buttadentro ante-litteram?) e “vari tempi” senza chiasso: “…vorrei descrivere una sala cinematografica di un paesino della Calabria di 50 anni fa quando io piccolina con i miei genitori andavo quasi ogni settimana a vedere un film. Era una sala bellina su due piani con un dislivello di due scalini, in basso i bambini e sopra gli adulti, durante la proiezione non c’era chiasso, mi ricordo un silenzio assoluto. La cosa che ricordo è che non c’era un orario preciso: si incominciava quando la sala era quasi piena e anzi noi bimbi andavamo fuori per incitare la gente a camminare più veloce e non fermarsi a parlare. Un’altra cosa che ricordo è che spesso se ne andava la corrente elettrica ed era difficile che tornasse per cui ce ne andavamo per poi tornare un altro giorno e la stessa cosa succedeva quando, molto spesso, si spezzava la pellicola e per aggiustarla ci voleva molto tempo, quindi a volte si vedeva a vari tempi, non avevamo fretta, si doveva passare la serata.[…]”

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08/09/2003

Il cinegioco dei titoli

di Antonio Sofi, alle 12:01

Il gioco, ancorché sdoganato da un bel libro scritto da gente dotta e degnissima (Sfiga all’Ok Corral di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, ospiti d’onore, Umberto Eco, Paul Auster, Roberto Benigni e altri) fa comunque parte del bagaglio standard di molti giochi adolescenti, spesso dettati dalla noia, e tra banchi di scuola.
Il meccanismo è semplice: stravolgere i titoli dei film (ma anche dei libri, o delle canzoni). Con alcune regole: si sostituisce o aggiunge o elimina una lettera, e si inventa una definizione, una trama plausibile. Molti, negli anni, ci hanno giocato, anche pubblicamente (io stesso): anche se è difficile essere del tutto originali, e sempre incerta rimane l’attribuzione. Meglio provarci con quelli recenti.

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06/09/2003

Silenzio, siamo al cinema

di Antonio Sofi, alle 11:58

Mi raccontano che c’erano una volta le vecchie sale. In parte parrocchiali ma anche no. Quelle in cui si poteva far di tutto: commentare ad alta voce, mangiare, fischiare durante le scene un po’ spinte, urlare incitamenti ai protagonisti, sghignazzare ad improbabili dialoghi, suggerire svolte filmiche. La nuvola di fumo, una nuvolaglia densa come smog, come nebbia, pare non mancasse mai, e rumori vari, di dubbia provenienza, e sedie di legno, scomode e scricchiolanti. Un caos. Mi raccontano che andare al cinema fosse un divertimento non solo per lo spettacolo sullo schermo ma anche per quello che accadeva nella sala. Credo che molti dei film del padre di questa blogger fossero visti così. Un caos così diverso dalle sale di oggi, dove vigono chiesastico silenzio, riverente attenzione, e lussuose poltroncine di velluto.
Silenzio o caos, quindi? C’è chi (come Gaia) pretende il primo, e chi, come chi mi ha raccontato, rimpiange il secondo.
Ho una proposta: e se qualche furbo gestore di multisala pensasse ad una sala apposita dove sia possibile commentare ad alta voce, fumare, urlare incitamenti, fare la ola? D’altronde anche nei ristoranti c’è la sala riservata ai fumatori: sarebbe una sala riservata ai commentatori (e se non una sala, un giorno della settimana, l’ultima proiezione, insomma qualcosa).

03/09/2003

Preferisco il rumore del cinema

di Enrico Bianda, alle 12:30

Appunti per una fono-patologia filmica
Marathon di Amir NaderiShhhhhnnnn. Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare, recita una poesia di Dino Campana, che poi è finita delicatamente a fare da titolo ad un film di Mimmo Calopresti. Abituati come siamo al Digital Sound o al Dolby Surround di qualche anno fa, che ancora oggi abita i salotti di qualche patito, non percepiamo se non malamente il suono sporco, analogico, della presa diretta con microfoni d’annata… Come faceva il protagonista del film di Wim Wenders in Lisbon Story: raccoglieva schegge di suoni, frammenti di vita sonora in una città straniera, perché il suono ha una sua personalità, e identità. Il DS appiattisce le identità filmiche trasformando tutto in una melassa magmatica a-sensoriale, laddove proprio il rumore vorrebbe fondersi con le immagini alterando la dimensione claustrofobia e rassicurante al contempo della sala cinematografica. Wsshhh, shuuuuwwnn. Preferisco il rumore del cinema.

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