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Post archiviati nella categoria 'Cinema'

30/08/2009

Il listone di fine estate (mi rifiuto di usare «staycation»)

di Enrico Bianda, alle 18:57

Ora così a memoria non mi sembra che su queste pagine si sia mai fatto una cosa tipo “ho letto questo libro ve lo consiglio, ho viaggiato qui andateci, uso questo cellulare” eccetera eccetera. Ma quando hai passato tutto agosto a lavorare e qualche giorno tra un turno e l’altro l’hai trascorso a casa a fare quello che i giornali oggi chiamano «staycation» spuntano come foruncoli sul viso di un adolescente le voglie di dir finalmente qualcosa (e ogni tanto mi appoggio, da buon adolescente, ai video di YouTube).

Ho guardato spesso su Youtube il corto Hotel Chevalier, prologo al film The Darjeeling Limited, che è un cortometraggio ambientato in una stanza d’albergo in Francia, dove si consuma la fine di un amore. C’è Natalie Portman e questo basterebbe. Spassoso e tenero, perfetto. Anche per l’estate, ma andrebbe meglio d’autunno. E secondo me, che sono un ottimista, non si consuma la fine di un amore, ma al contrario, si accetta il fatto di non poter stare lontani.

Se c’è una cosa che ho capito è che l’America si capisce bene, o meglio, se si ascoltano i Wilco. E’ una band che ascolto ormai dal lontano 2001, o 2002, a partire da un album trovato per caso e ascoltato molto, intitolato Yankee Hotel Foxtrot. In Italia sono passati a suonare nel 2007 a Torino per il festival Traffic. Sono molto bravi, fanno rock con qualche venatura folk, sono completamente americani, hanno nel DNA la storia della musica popolare, non sono country, anzi, non mancano incursioni rumoristiche, dovute probabilmente a Nels Cline (chitarrista sperimentale notevole) o a Jim O’Rourke, che con loro ha suonato per due dischi. Da poco si trova in giro anche Ashes of American Flags, DVD di una lunga tournée nel cuore degli USA. Anche questo ha fatto l’estate, e con lui l’ultimo CD intitolato semplicemente WILCO.


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19/03/2005

Corpi Estranei II – «L’origine du monde»

di Enrico Bianda, alle 23:50

anatomie_de_lenfer02.jpgC’è il viso iconizzato di Rocco Siffredi che scruta da in mezzo alle gambe di una ragazza quanto di più intimo vi possa essere.
Guarda, con occhio indagatore, sul set di un nuovo film di Catherine Breillat, che sempre con Siffredi girò Romance – il film del primo sdoganamento?
Si intitola, apprendo, Anatomie de l’enfer, nuova variazione sui fantasmi di Rocco e forse anche nostri: «una donna che paga un uomo per farsi guardare dove non è guardabile».

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30/10/2004

Il mito del giornalismo nel cinema

di Antonio Sofi, alle 16:28

Orson Welles in Quarto potereLi chiamano newspaper movie, con una definizione forse un po’ troppo riduttiva. Sarebbe piĂą appropriato qualcosa tipo media movie, perchè spesso non solo di quotidiani trattano, ma anche di televisione, radio, editoria, fotogiornalismo. Sono i film che hanno come oggetto il giornalismo e l’attivitĂ  giornalistica. Sempre piĂą numerosi, sebbene solo ad uno sguardo compiacente costituiscano un genere cinematografico con tutti i crismi di quelli classici. Film che raccontano storie di giornalisti in contesti di pace e di guerra, alle prese con le logiche perverse delle redazioni e con gli effetti (voluti, involontari) del proprio lavoro, a confronto con dissonanze etiche e diversioni politiche. Film in cui i mass media si fanno luogo narrativo per eccellenza, un pretesto per mettere in scena l’intricatezza tutta moderna della classica tensione tragica tra vero e falso. Cos’è vero? Cosa non lo è? La pervasivitĂ  filosofica di questo dilemma si rafforza con la presenza dei media moderni, dove spesso questa distinzione si fa tenue, leggera, impalpabile, si stempera in verosimile e falsificabile.
Diventa narrazione per antonomasia, con il suo bel contorno di buoni e cattivi, speranza e cinismo, eterodirezione e intenzionalitĂ .

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12/04/2004

Respiro naturale

di Enrico Bianda, alle 15:45

Sguardi, luoghi e orizzonti del cinema western

Clint EastwoodA scavare nella mia personale e corrotta – si ricorda bene de Il grande uno rosso di Fuller e male di Solaris di Tarkovsky – memoria filmica, credo che le immagini che restano attaccate agli anni della mia infanzia appartengano indissolubilmente al genere del western.
E ancora oggi, quando capita – sempre più raramente – che qualcosa di quell’epopea filmica venga programmata in televisione mi incanto di fronte ai dialoghi e ai visi dei protagonisti, eroi prima e anti-eroi dopo, alla musica e ai cavalli.
Ancora più forte nella memoria resta però una sensazione quasi percettiva ancor prima che visuale: il movimento in rapporto al paesaggio.
E’ il respiro del cinema.

In quei film nasce la capacitĂ  di legare gli uomini al paesaggio, nasce il respiro del cinema americano, cuore pulsante della tradizione e motore per altri generi.
Sentieri selvaggi (John Ford, 1956), Il cavaliere della valle solitaria (George Stevens, 1953) e L’uomo che uccise Liberty Valance (John Ford, 1962). La lista potrebbe continuare a lungo incontrando attori e storie che rileggono la storia di un paese, la interpretano, ne fanno certo l’elegia, ma la contestano anche, indubitabilmente con Un uomo chiamato cavallo (Elliot Silverstein, 1970), Piccolo grande uomo (Arthur Penn, 1971), Soldato Blu (Ralph Nelson, 1970).
Il western come genere è la solenne celebrazione dello spazio da conquistare, anche a costo della vita. Il respiro, una cognizione del dolore eroico, strumento estetico per costruire l’epica dello sguardo e della conquista.
Per quanto ridondante, le retorica della frontiera ha costituito e alimentato tutto il cinema americano. Con il western come genere nasce e si alimenta anche l’altro topos cinematografico statunitense, il noir, che rilegge l’epica dello scontro tra il bene e il male aggiornandola al post moderno, che, progressivamente affrancandosi come linguaggio funzionale alla costruzione dell’identità, faceva nascere un ibrido narrativo e visuale nella figura dell’antieroe.

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22/03/2004

Lo spazio de-flagrante

di Enrico Bianda, alle 08:59

“Non si dovrebbe mai dare un “noi” per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri” Susan Sontag – e.b.

“20.49”, Madrid, stazione – foto di e.b. (clicca per ingrandire)
20.49, Madrid, Stazione - foto di Enrico Bianda C’è un prima e un dopo, nelle immagini degli eventi tragici che sconvolgono le nostre città. C’è la stazione di Madrid, una delle sue stazioni, che, intera, attraversata da una luce serale, l’ultimo sole, mostra la sua eleganza imperiale. C’è un dopo, a colori, in un silenzio rarefatto, tra macerie e corpi rimessi a terra, avvolti in teli colorati e sguardi in silenzio.
Mi sono tornati in mente alcuni film, in questi giorni passati a guardare le immagini della morte trasmesse dalla televisione. La deflagrazione non è mai palese, è sentita, ma non è vista, è percepita nel silenzio appena precedente e nel rombo successivo, ma non si vede. La sentiamo perché passa attraverso gli occhi di chi la vive, di chi se la vede passare sopra.
E’ così che ho immaginato le deflagrazioni del massacro di Madrid. Ho visto passare gli scoppi negli occhi di immaginari attori, sul set di una città intera, colpita e sfregiata.
C’è un prima e un dopo, manca il durante. La mia – forse la nostra – immaginazione esclude il momento della flagranza. Passa come una narrazione, nella stanza accanto, come un suicidio avvertito, un urlo lontano che ci fa correre un brivido lungo la schiena. La morte arriva per differita, la sentiamo intensa, ma non la vediamo. In una societĂ  dove tutto è provvisto della sua immagine, dove tutto è vedibile, la morte passa inosservata. Tornano a mente i versi di una poesia di Pavese: “VerrĂ  la morte e avrĂ  i tuoi occhi”. E con lei le fotografie di una serie di Mario Giacomelli, scatti di volti di anziani, sui quali passa la morte ma non si ferma, non ancora.
Come la morte anche la storia – che è fatta spesso di morte – ci passa accanto. Passa accanto nelle immagini cui ci siamo affezionati de La meglio Gioventù, passa intorno e attraverso nei film di Almodovar, Carne tremula, con la notte in una strada di Madrid, nel silenzio di un coprifuoco. Ma quella è la storia, anche se non la guardiamo negli occhi.
“Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

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18/02/2004

Parental advisory: explicit lyrics

di Carnefresca, alle 11:21

tipperprince4.jpgMe ne sono fatta una ragione io quindi deve per forza essersene fatto una ragione lui.
Voglio dire, tra tutte le donne che deve aver incontrato Prince, The Artist Formerly Known As Prince, ovverosia 0{+>, ovverosia di nuovo Prince, quella che maggiormente ha lasciato il segno, se non nella sua biografia almeno nella storia del rock, risponde al nome di Tipper Gore. ‘Gore‘ nel senso di moglie di Al Gore.
E dove potè Tipper Gore non poterono nè Courtney Love nè Pamela Anderson nè Nancy Spud: senza commettere nemmeno adulterio o fumarsi uno spinello ha lasciato un segno inequivocabile su tutta la produzione rock dal 1985 ad oggi: un adesivo. E una scritta che ormai è slogan: parental advisory, explicit lyrics.

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13/02/2004

Mississipi Adventure

di Antonio Sofi, alle 12:16

macchio2.jpg Piero/Leibniz un po’ di tempo fa scriveva che ci sono 150 film chiamati “Crossroads” e solo uno che valga la pena vedere. Il film in italiano è tradotto “Mississipi adventure“; d’altronde “Incroci” suonerebbe come un film didattico sulla sicurezza stradale, non certo come un road movie di formazione sul blues. Gli scrissi subito, quasi sorpreso che qualcuno ricordasse questo film del 1986, diretto da Walter Hill, interpretato da un Ralph Macchio (quello di Karate Kid) piĂą pischello del solito.
Personalissime e non sempre lineari sono le strade che portano a scovare le proprie passioni: questo film fu il mio modo di scoprire la musica blues. GiĂ . Oggi ho realizzato di non essere il solo, e sono uscito allo scoperto.
«I think Ralph Macchio turned me on to the blues.» – Jerry Cantrell, Alice in Chains
Tiè.

Alla fine del film Ralph Macchio, ovvero Eugene Martone, si scontra in una memorabile sfida all’ultimo assolo con il diabolico Steve Vai, fu chitarrista di Zappa, David Lee Roth, ex Whitesnake (ahaha), virtuosone della chitarra elettrica, e lo beffa eseguendo un pezzo classico. Non avendo il film sottomano, e forse solo per questo, mi è venuta voglia di risentire almeno quel pezzo. Ho cercato su internet. E questa ricerca è diventata esemplare di come può essere una ricerca su internet. Almeno per me. Con una morale finale: sempre meglio andare a cercare prima nel posto piĂą semplice.

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01/12/2003

La vendetta è un piatto che si consuma freddo

di Enrico Bianda, alle 20:21

…o della persistenza (cinematografica) della memoria
Kill Bill Volume 1, di TarantinoQuattro anni di coma, solo qualche frammento di vissuto percepito al di la delle palpebre abbassate. Il silenzio di una stanza d’ospedale. Poi il risveglio improvviso, trattenendo il fiato come dopo uno spavento. Black Mamba-Uma Thurman inizia così il suo recupero di coscienza e vita progettando una vendetta sanguinosa che consumerà quasi religiosamente, con serenità e consapevolezza. La tranquillità che le permetterà di essere pressoché invincibile maneggiando sapientemente una spada in acciaio finissimo e resistentissimo.
E’ la vendetta che si trasforma in arte e segreto di auto-rappresentazione e significazione; vendetta come processo di costruzione di una propria consapevolezza, strumento analitico di appropriazione di un super-io perduto.
Black Mamba sa attendere, come deve saper attendere un buon samurai, che cura i suoi strumenti fino a farne un’ossessione quasi terapeutica.
La sua vendetta è una vendetta compiuta, mai rapace, ma che si gusta lentamente come un piatto che, come detto, va consumato freddo: un sushi analitico ed emotivamente contenuto.
Il guerriero freddo e calcolatore, il tema della vendetta perseguita con tenacia torna al cinema, guarda al suo passato cinematografico con lucidità e spirito citazionistico e smuove le sue membra annichilite da un politically correct prolungato.

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21/10/2003

Cagata-grandissima-cagata

di Antonio Sofi, alle 23:32

Ugo Tognazzi amava cucinare. Non solo: per lui la cucina era arte, passione, ossessione. Alcuni dicevano che amasse il cibo più del cinema, e vi dedicasse più tempo e attenzione. Cuoco esperto e apprezzato, amava sperimentarsi in piatti e ricette di sua creazione, e spesso proponeva istrionici menù ad amici e conoscenti, che li accoglievano con giudizi positivi. Beh, non sempre.
Così lo ricorda Carlo Verdone su Repubblica di oggi.
«Tognazzi non è stato meno grande di Sordi (concordo, ndr) […] Ugo è stato il primo a complimentarsi con me. Mi accolse nella sua congrega dei dodici apostoli che dovevano assaggiare i suoi piatti. Terribile. Le votazioni prevedevano: ottimo, molto buono, buono, discreto, e cagata-grandissima-cagata. Monicelli sempre così. All’inizio ero rispettoso ma poi è arrivato a cose allucinanti. Una sera c’erano delle cotolette strane. Ci facciamo coraggio e chiediamo: balena, dice. Tutti a tirare fuori la magnesia bisurata. Lui si incazzò a morte. È stata la penultima cena, l’ultimo menù fu “ovaie di pernice in salsa di mirtillo”: a quel punto Ferreri o forse Benvenuti insorse: stasera, Ugo, spaghetti burro e parmigiano e non rompere. Lui mandò la tavola all’aria e offeso se ne andò. Noi ci facemmo una spaghettata.»
Menù istrionici. O meglio: a supercazzola brematurata.

05/10/2003

Titoli di coda

di Antonio Sofi, alle 23:47

Una cara amica, con la sincerità che si ottiene, spesso senza pretenderla, solo dalle vere amicizie, (e per di più blogger, in parte per colpa mia: il rimorso già mi attanaglia), mi ha detto una settimana fa: «Quand’è che cambiate tema? Il cinema mi ha stufato». In realtà non ha detto esattamente così, ma i patti amicali non esigono citazioni inappuntabili.
Quindi cambiamo tema, rispettando la natura cangiante che ci siamo dati, ma con la minaccia di ritornare al più presto da queste cinefile parti.
A mo’ di titoli di coda, un sintetico sommario dei post dell’ultimo mese.

Film: Sesso Matto, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La 25° Ora, Mandrakata, XXX, Buongiorno Notte (con una lista delle recensioni dei blogger), The Dreamers;

Varie: Cinearcheologie, Cine(o)filo, Varie critiche, “Grazie” invece di “Stop”, Due sceneggiature al femminile, Un silent party alla notte bianca, Bud Spencer e il suo pugno che ridicolizza;

Giochi: Il cinegioco dei titoli (1, 2, 3) e la pagina conclusiva con tutti i contributi dei blogger;

Articoli: Fonopatologie filmiche (ovvero si stava meglio quando si stava peggio), L’epica del cinema, La città ritrovata, Il cinema è un campo di battaglia (quattro film di guerra contro la guerra), Il museo nazionale del cinema di Torino (by Proserpina), Intervista a Bernardo Bertolucci (prima, seconda, terza parte);

Proposte: una lobby per i cineblog (sono pochini, bravissimi, ma meno coesi, per esempio, di quelli che si occupano principalmente di musica: anche grazie a questo post, simpatiche e utili comunelle cominciano a prendere forma in molti blogrolling tematici), una sala per non-silenti (il diritto di commentare ad alta voce – con due bei ricordi), un intervallo che non serve (da sostituire con un buffet socializzante di almeno 20 minuti).

02/10/2003

Bud Spencer non è grasso, non odia nessuno, e ogni tanto sbuffa

di Antonio Sofi, alle 23:50

“Non voltarti, ma ce n’è uno che ti sta fissando”.
“E cos’ha da fissarmi?”
“Non lo so. Forse non gli sei simpatico”.
“(sbuffa)”.
Leonardo scrive un delizioso ritratto di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, un eroe forte e barbuto con un pugno che ridicolizza. Il mio primissimo eroe cinematografico. Non mi posso lamentare, o forse, solo cosi si spiega tutto. Con le parole di Leonardo, che meglio proprio non saprei.
C’è una scena, di un film abbastanza tardo (Banana Joe), che non riesco a dimenticare. Nella giungla brasiliana Bud ha davanti a sé un piccolo giapponese incazzato. Assiste senza fiatare a tutta la manfrina marziale: le mosse, le contromosse, gli urletti, ecc.. Quando non ne può più, lo abbatte con un pugno solo. In quel pugno c’era uno stile di vita: non importa quanto cattivi fossero i nostri nemici, e quanto tempo impiegassero ad assumere le loro pose, a variarle, a studiarci, a impaurirci. Dentro di me ho sempre pensato che alla fine sarebbe bastato un solo colpo, non cattivo, ben assestato, per sistemarli per sempre e non pensarci più. Il pugno di Bud Spencer.

02/10/2003

Bertolucci, dreamer

di Enrico Bianda, alle 00:37

Parte tre: Cinema del presente
(prima parte e seconda parte)
Un fotogramma da Il ConformistaIl bisogno di non sentirsi diversi, di essere come tutti gli altri. E’ questo che accade ne Il conformista, girato a cavallo tra il ’69 e il ’70. Bertolucci ambienta il suo film, tratto da un romanzo di Moravia, nel 1937, in epoche di censure e purghe politiche, di caccia alle streghe in un paese, L’Italia, dilaniato dai delatori e dai collaborazionisti. All’epoca Bertolucci sapeva bene che quel film era un film sull’Italia delle stragi. E così è stato quasi sempre nel suo cinema, un occhio al passato, remoto o prossimo, la lettura del presente – e del futuro – in prospettiva: Prima della rivoluzione (’64), Partner (’68), Strategia del ragno (’70), Il conformista (’70) e Novecento (1976). Rivedere Il conformista oggi ci imprigiona in un sospetto, in un timore: l’Italia del ’37 quanto è diversa dall’Italia del 2003?

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01/10/2003

Bertolucci, dreamer

di Enrico Bianda, alle 00:42

Parte due: Notizie dai fronti
(prima parte qui)
Prima della rivoluzione“The Dreamers… I sognatori…”, così lo traduce con disarmante semplicità lo stesso regista. E’ il suo nuovo film, di cui parla malvolentieri, non perché non ne sia orgoglioso. Anzi. Ha solo difficoltà a raccontare un lavoro che scava così in profondità nel suo animo, nella sua memoria, nella nostra memoria di società complessa e malamente riconciliata. The Dreamers è una nuova incursione nella storia del Maggio parigino, il ’68, l’anno degli Stati generali del cinema, delle manifestazioni e degli scontri. E’ un ritorno. Il ‘68 era già nel cinema di Bertolucci.
Almeno in Partner, girato in quei giorni convulsi, di notizie dal fronte, che era Parigi, ancora in Italia niente, o poco.
“Purtroppo il ’68 non l’ho vissuto da ventenne… ne avevo 27. Ero a Roma e giravo Partner. Che era un film proprio su quello che stava accadendo, con Pierre Clementi come protagonista che tutti i venerdì sera correva a Fiumicino, prendeva l’aereo per Parigi e la domenica sera tornava. Lo aspettavamo, spesso lo andavamo a prendere, e ci raccontava quello che aveva visto sabato e domenica: gli Stati generali del cinema, i nuovi slogan, “Sous le pavé la plage”, sotto il pavé la sabbia, che è vero… C’è la sabbia sotto il pavè che ricopre ad esempio gli Champs Elysées. Ogni volta tornava con delle notizie fresche, era come l’ispirazione del lunedì mattina: le cose freschissime da Parigi raccontate da qualcuno che in effetti avrebbe voluto essere li, e viverle.”

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01/10/2003

La mole del cinema

di Webgol, alle 00:17

Viaggio dentro il museo nazionale del cinema di Torino.
di Proserpina

Se siete appassionati di cinema, o semplicemente vi piace perdervi nei musei, c’è qualcosa che fa per voi. Si tratta del Museo Nazionale del Cinema di Torino, allestito permanentemente nella Mole Antonelliana. Si tratta oggettivamente di un’esperienza incredibile, che avvolge e coinvolge.
Il Piano di Accoglienza del Museo, attivo da quest’anno, è un’area ad ingresso libero che ospita caffetteria, bookshop, uno spazio dedicato a mostre temporanee e una biglietteria informatizzata.
Le sale di esposizione si aprono con l’Archeologia del Cinema, ovvero le tappe che ne hanno segnato l’evoluzione. Dalle ombre cinesi alla lanterna magica, dalla camera oscura alla cronofotografia. Tutto quello che gli inventori del cinema (ma anche i profeti, i maghi, i folli) hanno saputo inventare per trasformarlo da idea a vera e propria arte. E divertimento.

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30/09/2003

Bertolucci, dreamer

di Enrico Bianda, alle 12:23

Parte uno: Rossellini Redux

Bernado BertolucciIl rapporto di fedeltà stilistica, amicizia e rispetto tra Bernardo Bertolucci e la generazione della Hollywood anni ‘70 inizia in modo squilibrato: il regista italiano a 21 anni ha già girato un grande film, La commare secca, Scorsese e Coppola lo guardano un po’ con invidia e un po’ già con rispetto. Sarà lo stesso Martin Scorsese a confessare che durante una proiezione del film Dopo la rivoluzione al Lincoln Center di New York, vide passare quello che per lui era il giovane regista italiano che aveva già fatto tutto.
Ad unire queste personalità, cui vanno aggiunte probabilmente anche quelle di Spielberg, Lucas e Cimino, un amore indistruttibile e insostituibile per il cinema di Roberto Rossellini. E sarà proprio grazie a questi registi, attraverso l’opera di riscoperta critica, quasi celebrativa dei Cahiers du cinéma, che Rossellini tornerà ad essere il maestro, dopo essere stato sostanzialmente dimenticato nel corso di tutti gli anni ‘50. Rossellini andata e ritorno, il titolo, ipotetico, immaginifico, di un film collettivo girato dal terzetto Bertolucci-Scorsese-Coppola.

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