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30/01/2011

Wikileaks e la trasparenza. Ovvero la politica che deve dir grazie ad Assange

di Antonio Sofi, alle 16:58

Julian Assange, in copertina sul TimeLo scorso 27 gennaio si è svolto a Roma una iniziativa dal titolo “Sette interrogativi su WikiLeaks. Una iniziativa di studio“, promossa da Università Roma Tre, IULM-Mediascapes, Premio Ilaria Alpi, Fondazione Ugo Bordoni, Isimm – per quel poco che ahimè sono riuscito a seguire molto interessante. A questa pagina il programma completo, le sette domande aperte e la relazione introduttiva di Menduni. Di seguito una bozza del mio intervento – ho rimesso insieme un po’ di cose che ho scritto nell’ultimo periodo…

Qualche giorno prima della fine dello scorso anno ci è capitato di giocare con ospiti, politici e cittadini collegati via web su chi fosse l’uomo politico dell’anno – un “gioco” televisivo che abbiamo messo in piedi ad Agorà su Rai Tre per chiudere simbolicamente l’anno politico con una specie di vincitore. Tra i candidati c’era l’onnipresente e onnipotente Berlusconi, Il poetico Vendola, l’unica donna Camusso, l’esterofilo Marchionne, il giovane Renzi, l’impegnato Saviano, i giovani intesi come molteplicità in marcia e in protesta, Fini lo sconfitto in zona cesarini, il re dei peoni Scilipoti. E poi Assange, appunto, misterioso australiano fondatore di Wikileaks, sito soffione di intermediazione giornalistica. Nella votazione in studio ha vinto Berlusconi, ca va sans dire. Io, pur potendo con il mio voto modificare l’esito finale, ho votato convintamente Assange: ed ecco perché mi fa piacere poter spiegare qui perché.

Una premessa: è pre (o post-) giornalismo

In molti hanno interpretato la creazione di Assange come fosse un quotidiano cartaceo, o un quotidiano online – con tanto di redazione, direttore responsabile (Assange appunto), pagine, aperture, editoriali ecc. Quello che Wikileaks fa, quasi come mission “aziendale”, è spostare sulla scena pubblica (e on line) un’operazione tipica del retroscena del giornalismo tradizionale: la ricerca delle fonti e la raccolta delle informazioni. Wikileaks è una modalità evoluta della disintermediazione giornalistica operata inizialmente dalla blogosfera e dal primo citizen journalism e irrorata dalla reticolarità dei social network: fa sì a meno degli articolati meccanismi tradizionali di previa validazione delle informazioni ma nello stesso tempo ne ha bisogno ex-post – prevedendo per esempio l’appoggio e la collaborazione con strutture giornalistiche classiche (vedi El Pais, Le Monde, ecc.), che forniscono la sintesi e la gerarchia delle informazioni necessari alla costruzione dell’agenda. Quando si dice – e si è detto – che Wikileaks ha fallito perché non ha dato notizie, quindi, si dice insieme una cosa forse vera e una cosa sicuramente falsa: la cosa sicuramente falsa è che il successo di Wikileaks dipenda dagli scoop che riesce a fornire (e in passato peraltro lo ha fatto). Il successo di Wikileaks è invece nell’aver messo sotto gli occhi di tutti informazioni che prima erano sotto gli occhi di pochi: aver reso trasparenti le stanze del potere con annnessi dispacci (da quanto non si sentiva in giro la parola “dispaccio”? roba che richiama grammofoni e poste pneumatiche). Ovvero, un successo per molti versi di una sorta di pre-giornalismo o post-giornalismo – un cambiamento di sistema, quasi delle regole del gioco.

Una mediasfera trasparente

Il punto più interessante, a mio giudizio, è proprio l’impatto che ha Wikileaks all’interno del sistema politico – del modo di concepire l’architettura delle già intricate relazioni (anche comunicative) tra politica, media e cittadini.
Dice: “Dittatura è quando il governo controlla il popolo, democrazia è quando il popolo controlla il governo”. Quindi ha fatto bene Assange a pubblicare quei documenti riservati – a prescindere dal fatto che dicessero cose risapute o banali? Il “popolo”, i cittadini devono poter vedere tutto ciò che concerne chi governa, o chi governa ha il diritto di tenere qualcosa nascosto per il bene dei cittadini stessi? Il punto è proprio questa benedetta trasparenza. La logica del web e delle tecnologie connettive ha messo in discussione i tradizionali separè che delimitano il pubblico e il privato degli affari di Stato – così come hanno sbrecciato la porta delle camerette di tutti noi, che stiamo sui social network con una simbolica webcam puntata in diretta sui cavoli nostri. Sotto lo scossone di una mediasfera che è insomma come quegli stracci supermoderni che s’infilano negli angoli e non lasciano sporco e inesplorato nemmeno un anfratto, la democrazia si è riscoperta essere una roba fragile. Dittatura è quando il governo se ne frega di quel che scopre il popolo, democrazia esattamente il contrario.

Wikileaks

Tutti controllano tutti, è una democrazia più forte

Però c’è un però. Al contrario di un passato in cui le guerre e i totalitarismi hanno rotto violentemente questa roba fragile in mille pezzettini acuminati, la fragilità che nasce dai milioni di occhi che controllano e dalle milioni di bocche che divulgano è invece un elemento di rinnovata robustezza del sistema. La democrazia 2.0 è robusta proprio perché fragile. Resiste bene proprio perché si vedono perfettamente i meccanismi interni e le linee di rottura – dove potrebbe essere infranta. Perché è trasparente, appunto. Un panopticon in fibra ottica, policentrico e con i muri di cristallo: dove tutti controllano tutti.
La trasparenza è a ben pensarci una buffa cosa, ontologicamente tremolante. Perché se una cosa è trasparente vuol dire che ci si può vedere attraverso: la trasparenza è un apostrofo traslucido tra il dentro e il fuori. Non si può guardare direttamente, la trasparenza: è sempre il mezzo e mai il fine dello sguardo (e del controllo). Forse anche per questo non è amata dalla politica egotica di questi tempi, che ama più i riflettori puntati sul palazzo che riflettere ciò che sta altrove. Dittatura è quando il governo non riflette, appunto.
La trasparenza è infine un’arma a doppio taglio: una lama è paura (che si vedano cose che non si dovrebbero vedere), una lama è fiducia (che non c’è nulla da temere a far vedere le cose che non si dovrebbero vedere). Però non può essere mai completa, assoluta: c’è sempre qualcosa in mezzo, per quanto lindo sia. La trasparenza assoluta è solo se non c’è niente in mezzo, ma se non c’è niente in mezzo non c’è la trasparenza: ovvero qualcosa che deve trasparire (e infatti è l’assenza il vero contrario della trasparenza). Traspare solo ciò che c’è. Ecco perché a Wikileaks, la politica, dovrebbe dire grazie.

04/06/2010

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

di Antonio Sofi, alle 16:28

Carlo Sorrentino, Enrico Bianda, Antonio Sofi, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale” (a cura di C. Sorrentino), Rai-Eri, 2008

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

E’ un libro/ricerca, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e Antonio Sofi. Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani).

LEGGI: la presentazine del libro sul sito Rai-Eri

La rete sta definendo un nuovo sistema comunicativo. Attraverso lo schermo del nostro computer possiamo ascoltare la radio, leggere le notizie, vedere la tv: tutti i media vi sono contenuti. Il nuovo ambiente comunicativo modifica profondamente alcuni dei tradizionali vincoli spazio-temporali che definiscono il lavoro giornalistico (prima fra tutti, la deadline), determinando un profondo mutamento dei processi produttivi e dei criteri di notiziabilità. Il libro analizza le conseguenze già visibili – o soltanto ipotizzabili – di tali cambiamenti, attraverso un lavoro empirico che ha condotto l’equipe di ricerca a esplorare la presenza on line delle principali testate e, specificamente per il caso italiano, a visitare alcune redazioni giornalistiche, da più tempo interessate a tali informazioni. Nel volume si descrive il passaggio dalla monomedialità alla “crossmedialità convergente”: una transizione ancora in corso, e spesso soltanto accennata nelle redazioni dove, in realtà, la pratica professionale è ancora connotata dalla prevalenza di un mero “assemblaggio” e/o giustapposizione on line di formati provenienti da media differenti (multimedialità).La crossmedialità, invece, fa riferimento alla contemporaneità dell’impegno giornalistico nell’ideazione, realizzazione, promozione e distribuzione su più media e canali comunicativi di una notizia. La crossmedialità costringe dunque a ripensare:
a) l’architettura e l’organizzazione della produzione delle notizie;
b) i contenuti realizzati e diffusi dalle redazioni giornalistiche on line e le conseguenti logiche distributive e di consumo;
c) la professionalità necessaria per far fronte alle nuove domande indotte e prodotte dal mercato e dalla società.
Soprattutto grazie a uno sviluppo tecnologico intensificatosi negli ultimi anni, oggi le informazioni possono essere consumate mentre sono prodotte. Nel momento in cui i fatti accadono si realizza la produzione giornalistica che, nello stesso momento, è fruita dal pubblico. Si definisce così un superamento spaziotemporale che richiede al giornalismo nuove competenze, basate su un sapere composito. Infatti, la maggiore “densità” della società, resa più complessa dalla moltiplicazione di attori sociali che la abitano e dalla crescita delle competenze comunicative da essi possedute, necessita di un giornalismo che sia consapevole di una sua rinnovata centralità sociale. Una centralità basata sulla capacità di riflettere e di comprendere una realtà che si caratterizza per l’enorme quantità di pratiche sociali e di conseguenti flussi informativi che la innervano. Al giornalismo spetta ancora il compito di dare senso a tali flussi informativi, affinché tutti possiamo meglio muoverci all’interno di una società cosmopolita.

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

11/01/2010

I siti so’ piezz’e Core

di Antonio Sofi, alle 00:15

La vignetta di Makkox per il genetliaco di Coreingrapho
La vignetta di Makkox per il genetliaco di Coreingrapho

Il nove gennaio dello scorso anno insieme a Marco Dambrosio e altri amici abbiamo aperto Coreingrapho, che è un sito di fumetti un po’ particolare: scrollante, sperimentale, agonista.

Tra i “figlioletti” web cui sono più o meno colluso, Core è quello cui sono più affezionato.

Su Coreingrapho ho pubblicato un pezzo che prova a fare il punto sul giro di boa: tra le altre cose 25 autori, più di 100 fumetti pubblicati, 3700 commenti – che poi son la parte per molti versi più bella.

13/12/2009

Il Post sotto l’albero. L’unico vero immutabile rito del Natale in salsa blog

di Antonio Sofi, alle 22:26

Il PslA 2009. Clicca per scaricare chez Sir Squonk.
Il PslA 2009. Clicca per scaricare chez Sir Squonk.
Anche quest’anno il Sir s’è messo di buzzo buono e ha raccolto con santa pazienza i contributi eterogenei e divertiti di un centinaio di blogger di vecchia e nuova guardia: il Post sotto l’Albero (per gli amici PslA). Tra i pregi che Sergio scrive nel post di accompagnamento, ci metterei anche il brivido neoluddista della grafica immutata dal 2004. Applausi.

Il PslA è un regalo di regali, si fa il proprio e se ne ricevono molti altri in cambio: quando lo si riceve si sorride, si fa un inchino, gli si dà un’occhiata: a volte lo si legge, a volte no, a volte lo si ricicla e lo si fa avere al vicino noioso o all’amica con la quale si vuole fare bella figura. Il PslA ha una sola, vera, grande dote: è gratuito; e in tempi di crisi, buttala via.

05/10/2009

Coreingrapho, non-rivista a fumetti premiata per miglior grafica

di Antonio Sofi, alle 19:32

Lo scorso anno alla Blogfest di Riva del Garda mi era capitato la (a dire il vero piacevole) incombenza di dover salire sul palco a ritirare – per conto di terzi amici e assenti – due Macchianera Blog Awards: il premio per “Miglior post 2008” (vinto da Diego Bianchi) e “Miglior blog a fumetti” (vinto da Marco Dambrosio). Quest’anno, causa precedenti impegni, non sono riuscito ad essere presente alla festa di tre giorni organizzata da Gianluca Neri patron di Macchianera (che è anche molto altro oltre i Blog Awards: un mix di incontri, barcamp tematici e sano cazzeggio).

LEGGI: l’articolo del Corriere.it con la lista delle categorie e di tutti i premi vinti

Il blog award vinto da Coreingrapho (grazie a Susan per l'amorevole custodia)
Il Macchianera Blog Award vinto da Coreingrapho (grazie a Susan per l'amorevole custodia)

Quest’anno, tra i blog candidati, nella categoria “Blog con miglior grafica”, insieme a signori blog, c’era però anche uno dei miei “figlioletti” web: l’amatissimo Coreingrapho, non-rivista a fumetti (come ci piace chiamarla) che ha debuttato nel gennaio del 2009 da una idea di Marco Dambrosio, mia e di Flaviano Armentaro e che in appena dieci mesi ha visto finora più di 70 tra fumetti scrollanti, strip e tavole con il coinvolgimento di più di 20 eterogenei e straordinari autori.

Autori che hanno provato a giocare con il lato narrativo e digitale del fumetto, con storie spesso intime e personali, sempre con il piacere di giocare con i limiti e le potenzialità del fumetto ai tempi di internet (per esempio, appunto, con tavole che non ricalcano la pagina cartacea ma scrollano verso il basso allo scrollar di rotellina di mouse).

Sono quindi molto contento del premio, che nel merito va per il 99,9% al Marco Dambrosio di cui sopra, che ha pensato e disegnato la struttura grafica del sito (fosse stato per me l’avrei cambiato mille volte, lo ammetto). E sono contento perché mi sembra anche un bel segno per un progetto fatto di gente che ama il fumetto in tutte le sue forme, e in questo senso va a tutti quelli che hanno avuto voglia di partecipare in questi mesi con fumetti, testi, sceneggiature, commenti, pacche sulle spalle, consigli e critiche (non so nemmeno quante migliaia di commenti abbiamo nel database). E ovviamente a chi ha votato. Altre riflessioni suall’insight di Coreingrapho. Intanto, qui, grazie :)

21/07/2009

Il ritorno (o la vendetta) di Italia.it

di Antonio Sofi, alle 13:48

Qualche settimana prima della messa off line per manifesto insuccesso del primo Italia.it feci una presentazione che fu accolta da un certo interesse: Do it better. Le cose da non fare in Rete. Il caso di Italia.it.

La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
La presentazione sugli 'errori' del primo Italia.it
Il punto era quanto in Rete molto più importante del prodotto finale e finito fosse il processo, soprattutto quando si occupano territori che definiscono identità condivise – di italiani e di utenti web, in questo caso. Una possibile soluzione (comunicativa) individuata era un approccio più morbido, meno presuntuoso e strombazzante – che traesse spunto dalla logica della “versione beta”, provvisoria, con cui spesso vengono licenziati i progetti online al fine di raccogliere feedback e suggerimenti. Alcuni segnali provenienti da questo Italia.it, nel quadro generale di confusa bruttezza e sostanziale inutilità che oggi lo caratterizza e in attesa delle annunciate migliorie, sono però positivi – dall’ascolto delle discussioni, come nel caso del gruppo su Friendfeed, o il progetto diffuso sugli sviluppi futuri. Vedremo. Di seguito un pezzo più divulgativo, e qui arricchito, uscito oggi su Dnews. as

Italia.it, il ritorno. O la vendetta, come Rambo. Da qualche giorno è di nuovo online il famigerato portale del turismo italiano, dopo quasi un anno e mezzo di black-out. Il progetto precedente fece molto discutere per gli errori tecnici e le inesattezze contenutistiche, nonché per il budget completamente fuori scala rispetto al resto del web, dove spesso le nozze si fanno con i fichi secchi.

Un progetto faraonico realizzato male e comunicato peggio, calato sul web come una navicella aliena e messo off line per manifesto insuccesso dopo numerose proteste anche ufficiali. Ora la nuova versione, fortemente voluta da Michela Brambilla – terzo ministro che si passa il cerino acceso del portale che dovrebbe rilanciare il turismo italiano, dopo Lucio Stanca (cui si deve il contestato progetto iniziale e buona parte dei difetti “genetici”) e Francesco Rutelli (autore anche all’epoca di un video di saluto che ancora spopola su YouTube grazie al tormentone “plis visit auar cauntri”).

Italia.it come sito vetrina
Italia.it come sito vetrina

Il nuovo Italia.it non è granché, però, a detta di tutti – esperti e semplici visitatori. Graficamente banale (c’è chi ha notato forti “somiglianze” con l’omologo spagnolo spain.info), povero di contenuti “vetrinizzati” e ricco di problemi tecnici (dall’accessibilità alla validazione del codice al SEO – vedi l’analisi di Tom Stardust), con un’accozzaglia disordinata di link (vedi la pagina su come organizzarsi un viaggio), un motore di ricerca che funziona male (come nota Mantellini tra le altre cose) e poche concessioni a quel web fantasmagorico e social cui siamo ormai abituati.

La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata
La home page di Spain.info, cui secondo molti Italia.it si è ispirata

Disattese le promesse della vigilia, che annunciavano un sito “emozionale”: «Non vedo niente di emozionale – scrive su friendfeed il web designer Dario Agosta – a me turista norvegese non interessa sapere che a Bologna si mangiano i tortellini, mi interessa sapere cose che non so. “Tell me something I don’t know”». E poi aggiunge, facendo in fondo la descrizione esatta della natura dei contenuti generati dagli utenti che si trovano in tutti i social network di ultima o penultima generazione:

«E’ “emozionale” la luce della Val Venosta dopo un temporale di luglio, la ragazza carina che ti sorride in Piazza Plebiscito a Napoli, il cameriere che si siede a fumare una sigaretta con te fuori dal ristorante, e l’attimo di vertigine che mi prende sempre quando esco dalla stazione di venezia e vedo il canale, e sono queste le cose che ho sempre raccontato dell’Italia. Non quella razzumaglia da sussidiario».

Dalle parti del ministero mettono le mani avanti: è un sito ancora in versione “beta” e provvisoria e si nutrirà via via del contributo di tutti. Contributo che in Rete emerge quasi automaticamente (ma si disperde altrettanto facilmente se non viene “curato”):

«La cosa straordinaria infatti rimane l’interesse delle persone, un interesse che va ben oltre il diretto coinvolgimento nelle questioni turistiche e che, a mio parere, trae origine da un orgoglio ed un amore di ciascuno per la propria terra. Siamo un popolo di poeti, santi, eroi e… potenziali guide turistiche».

commenta Roberta Milano, docente di web marketing turistico.

Un interesse un po’ inferiore a quello della precedente versione – perché è stato presentato con meno squilli di tromba e sperpero di denaro, c’erano meno aspettative, e si attende la versione definitiva. Un interesse che comunque Italia.it avrà l’onore e l’onere di usare per il meglio. Internet difficilmente farà sconti: l’annuncio non seguito dai fatti serve a poco, da queste parti.

01/07/2009

Infodiversità dal cuore tragico degli eventi. Dall’Honduras a Viareggio.

di Antonio Sofi, alle 10:44

[Il post che segue, qui con qualche aggiunta, è stato pubblicato su Dnews di oggi]

I nuovi media sono spesso come il medico presente in sala prima che arrivi l’ambulanza, che senza volerlo si trova ad affrontare situazioni di emergenza. In alcuni casi tragici e terribili – come l’esplosione che due notti fa ha squassato vite umane e palazzi a Viareggio – i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a videocamere digitali o smartphone sempre connessi. E’ il cosiddetto “citizen journalism”: giornalismo da strada alimentato dalle nuove tecnologie.

L'incendio a Viareggio, dopo l'esplosione. Foto di Alberto Macaluso da Flickr
L'incendio a Viareggio, dopo l'esplosione. Foto di Alberto Macaluso da Flickr

Ma non è solo questione di tecnologie. È questione di persone. Che non fanno di mestiere i giornalisti, ma che “abitano” i luoghi che raccontano. In senso letterale e culturale. Ovvero conoscono storie e personaggi, contesti e sottotesti, tutto quello che c’è e che c’è stato. Il loro racconto è meno professionale, spesso confuso e pasticciato, ma immensamente vivido – come dovette ammettere il New York Times già nel 2004 riguardo alla copertura web dello tsunami nel sud-est asiatico.

Non un racconto dall’esterno, ma una testimonianza dal cuore degli eventi. Ad alto rischio emotività ed inesattezza, certo. Eppure i contributi che vengono “dal basso” creano una sorta di “infodiversità” utile a ricostruire il contesto generale: più occhi, più penne, più cellulari permettono una sorta di controllo incrociato che scongiura bufale, disinformazione, leggende.

Il racconto degli eventi non è più un postumo “cosa ha provato in quel momento?” (magari chiesto da un inviato piombato pochi secondi prima da altrove) ma un immediato e personale “ho provato questo”. È un cambiamento profondo di prospettiva. Forse anche un inizio di circolo virtuoso tra media diversi (tra persone diverse) alla ricerca della verità dei fatti.

Le strade adiacenti alla stazione di Viareggio, il giorno dopo. Foto di Alberto Macaluso, da Flickr
Le strade adiacenti alla stazione di Viareggio, il giorno dopo. Foto di Alberto Macaluso, da Flickr

È successo ieri a Viareggio, dove Alberto Macaluso, giovane progettista web, dopo aver passato tutta la notte a scrivere su Facebook e Friendfeed quello che vedeva e pubblicare video e interviste, in mattinata scrive: «E adesso vado a letto, stanco morto e con le lacrime agli occhi». Dove «questa estate sarà diversa» come scrive Michele Boroni, che era appena partito per Milano, ha casa a qualche centinaia di metri dalla stazione e un blog.

È successo (con alcune ovvie differenze) in queste settimane in Iran, con Twitter e il resto del social web sotto censura (purtroppo sempre più efficace come racconta Zambardino) e i blogger arrestati. E sta succedendo in Honduras: i golpisti hanno interrotto le comunicazioni, e le uniche informazioni provengono ora (anche se con difficoltà) dal web.

24/06/2009

La democrazia salvata dai gattini. Il web e la protesta in Iran /2.

di Antonio Sofi, alle 21:49

Continuo a provare a tener traccia del ruolo dei nuovi media nella protesta iraniana, dopo il post di una settimana fa. Il pezzo qui sotto ̬ uscito ieri su Dnews, e qui ̬ ampliato da abbondanza di link e risorse tra le tantissime Рper provare a fare minimo o inevitabilmente non esaustivo punto di riflessione e aggregazione. as

Internet sta in un certo senso rivoluzionando il modo di fare le rivoluzioni: il modus operandi di movimenti che si oppongono a regimi più o meno autoritari, o chiedono il rispetto dei diritti umani in contesti difficili in giro per il mondo (dal Pakistan all’Egitto, dal Kenia alla Colombia e così via, vedi intervista a Tempestini).

Screenshot da CitizenTube, il canale di YouTube che raccoglie (anche) i video delle manifestazioni
Screenshot da CitizenTube, il canale di YouTube che raccoglie (anche) i video delle manifestazioni

In Iran, fin da subito è stato chiaro a tutti l’importanza strategica dei nuovi media nei fatti delle ultime settimane: esiste un vero e proprio fronte telematico della protesta, che vede da una parte il governo iraniano con i suoi tentativi di censura, manipolazione e controllo dell’informazione e dall’altra i manifestanti appoggiati da buona parte degli “smanettoni” di tutto il mondo a cercare di raccontare quello che sta accadendo, con mezzi digitali e spesso di fortuna, tra proxy fight e contenuti mobili e 2.0 che se passano chissà.

L’Iran è ai primi posti mondiali per numero di blog attivi e per uso dei social network, nonostante i deficit infrastrutturali e i 23 milioni di utenti totali, ed è proprio grazie ad una internet sempre più partecipata e globalizzata che – ha scritto qualche giorno fa sul Telegraph Leyla Ferani – è stato di fatto abbattuto negli ultimi anni il muro (informativo, culturale) che separava l’Iran dal resto del mondo.

But they're all correspondets, di Wasserman. Via la room curata da Ezekiel su ff
But they're all correspondets, di Wasserman. Via la room curata da Ezekiel su ff

La Rete è stata in questi anni una vera e propria palestra di dialogo, come dimostrano i risultati di una ricerca sui flussi di informazione della blogosfera mediorientale pubblicata dall’Università di Berkman. Lo studio, nonostante le profonde differenze locali e le difficoltà ad impattare sul serio, dimostra come Internet negli anni non sia quasi mai stato un veicolo di radicalizzazione dei conflitti o di supporto del terrorismo e abbia arricchito la sfera politica locale di inedite opportunità di partecipazione democratica e di costruzione di una agenda pubblica dal basso.

This study supports some aspects of the view that the Internet can empower political movements in the region, since it provides an infrastructure for expressing minority points of view, breaking gatekeeper monopolies on public voice, lowering barriers to political mobilization (even if symbolic), and building capacity for bottom-up contributions to the public agenda.

Ma c’è di più. Perchè Internet non è solo uno strumento dell’attivismo politico, fa ormai profondamente parte della vita quotidiana del pezzo di società che lo usa. E’ un mix vincente, è la democrazia salvata dai gattini“, come da provocazione di Ethan Zuckerman, fondatore di Global Voices Online: il meccanismo sociale e tecnologico che permette alle persone di scambiarsi contenuti “frivoli” e banali (come le foto delle vacanze o dei gattini, appunto) è lo stesso che garantisce ai messaggi della protesta di diffondersi velocemente.

I explained to the assembled funders that, while Web 1.0 was invented so that theoretical physicists could publish research online, Web 2.0 was created so that people could publish cute photos of their cats. But this same cat dissemination technology has proved extremely helpful for activists, who’ve turned these tools to their own purposes. – Ethan Zuckerman

The connection between cute cats and web censorship, grafico di Ethan Zuckerman
The connection between cute cats and web censorship, grafico di Ethan Zuckerman

In questi giorni, qualsiasi contenuto provenga dall’Iran viene continuamente rilanciato da chi lo legge, in un vorticoso passaparola planetario (Bloggasm ha calcolato una media di 58 “repliche” per ogni contenuto originale).

Ma c’è anche un ennesimo motivo, e lo evoca Noam Cohen (con la sintesi di Paolo Ferrandi): “Quando blocchi Internet per fermare l’attivismo online dei cittadini impegnati politicamente (generalmente una minoranza) aspettati la rivolta anche del popolo dei gattini (generalmente la maggioranza) che non riesce più a raggiungere il suo blog pro-felini“.

 Stop Or I'll Tweet, by Daniel Kurtzman, About.com
Stop Or I'll Tweet, by Daniel Kurtzman, About.com

Il risultato è che forse oggi nessun paese può bloccare completamente la Rete, pena la riprovazione interna e esterna e al di là dei problemi tecnici (servizi di microblogging come Twitter non hanno un centro definito, in quanto tool spalmabile e remixabile su tutto il Web).

Twitter aspires to be something different from social-networking sites like Facebook or MySpace: rather than being a vast self-contained world centered on one Web site, Twitter dreams of being a tool that people can use to communicate with each other from a multitude of locations, like e-mail – Cohen

E laddove la censura non può, arriva il monitoraggio dei contenuti. Il Wall Street Journal ha denunciato l’uso da parte del governo iraniano di una tecnologia all’avanguardia, la Deep Packet Inspection (DPI), che permette di controllare nel giro di pochi millisecondi qualsiasi contenuto che passa online: dalle e-mail alle telefonate, fino alle singole attività sui social network o alle chat. La Rete quindi verrebbe tenuta aperta anche perché così sarebbe possibile tracciare e controllare le comunicazioni in entrata e in uscita dal paese.

Terribile scenario: taci Web, il governo ti ascolta. Quello che succederà nei prossimi giorni in Iran è anche un test utile per capire i margini potenziali delle nostre future libertà. Digitali e non.

17/06/2009

The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran.

di Antonio Sofi, alle 10:28

[Il titolo è ovviamente una citazione del libro di Trippi. Ma qui non dei prodromi d’obama si scrive, ma di ciò che sta accadendo in Iran: più sotto, e con qualche aggiunta, un breve pezzo introduttivo pubblicato oggi su Dnews, che certo non esaurisce l’argomento o i possibili link (sto lavorando ad un approfondimento). as]

«Twitter al momento è l’unico strumento che abbiamo per comunicare all’esterno, non toglietecelo». Messaggio in 140 caratteri firmato “Mousavi1388” (1388 è lanno corrente nel calendario persiano), profilo riconducibile al candidato Hossein Mousavi, sconfitto alle recenti contestate elezioni iraniane da Mahmoud Ahmadinejad. Negli ultimi giorni in Iran si comunica attraverso blog e social network: «Senza libera stampa – recita un altro update – ogni persona deve diventare mass media». One person = one broadcaster, questa la sintetica ed efficace formula usata dalla protesta iraniana sul web.

Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture
Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture

Ecco perchè il governo iraniano ha impedito l’accesso a molti servizi online: blog oscurati, Facebook e Twitter inaccessibili, Friendfeed bloccato (come ha comunicato il suo fondatore Bret Taylor con tanto di grafico esplicativo che svela anche l’intenso uso che gli iraniani facevano del social network, ottimo per organizzare le informazioni in velocissimi thread).

Yes, Friendfeed is blocked in Iran. Right now the papers and TV channels here are controlled by the government and our access to satellite channels is blocked too. Friendfeed and Twitter are quite vital for us now. Our main source of exchanging information and news is Friendfeed. Via Friendfeed we let everyone know that where people need help and where to go and how to help them and what to be careful about… (un commento di Selma, utente iraniana, circa l’uso di Friendfeed)

Ed ecco perchè poche ore fa il governo statunitense ha chiesto a Twitter di rimandare i lavori di manutenzione sul server previsti in queste ore, per non togliere questo canale di comunicazione alla protesta.

    Andrew Sullivan sta facendo opera meritoria di aggregazione e framing delle molteplici e polverizzate informazioni che arrivano, scremando e controllando i tweet provenienti da Tehran e dintorni in un post dal titolo evocativo: Livetweeting the revolution

Una censura telematica, quella delle autorità iraniane, che si somma alle altre segnalate nelle ultime ore, dall’istant messaging ai satelliti, dai giornali ai cellulari. Ma non è facile bloccare un web maturo come quello iraniano, dove il 70% della popolazione ha meno di 30 anni, ed è ai primi posti mondiali per numero dei blog attivi.

Where is my vote? Via Boston Big Picture
Where is my vote? Via Boston Big Picture

E’ una protesta globale e consapevole, giocata con tutte le opportunità  digitali a disposizione: un movimento biunivoco che permette ai singoli testimoni oculari di raccontare in diretta al mondo ciò che accade, e al mondo di contribuire rilanciando le notizie e i contenuti multimediali, ma anche diffondendo stratagemmi per superare i blocchi governativi. Come quello degli utenti di Twitter che da tutto il mondo cambiano il luogo di residenza, inserendo Tehran: «La polizia iraniana cerca di rintracciare le persone che usano twitter dall’Iran. In questo modo si rende la vita più difficile e si proteggono i veri utenti iraniani», spiega il ricercatore Fabio Giglietto.

    Vari i decaloghi e i consigli per azioni di protesta più o meno alla portata di chiunque, da dovunque sia connesso:

  • Nancy Scola su Techpresident: Engaging in Iran, from Miles and Miles Away, cinque mosse per far qualcosa, anche se lontani mille miglia dagli hashtag alle icone verdi
  • Cory Doctorow e la sua Cyberwar guide for Iran elections: cinque punti anche qui, per “partecipare costruttivamente alla protesta iraniana” (tradotto in italiano da Internazionale)

L’obiettivo dichiarato è non fare calare il silenzio sul movimento, che denuncia brogli elettorali. Ma il vero centro di gravità della protesta sono i nuovi media, che cercano la sponda di giornali e tv, ma per la prima volta quasi bastano a loro stessi sulla scena dell’opinione pubblica mondiale.

By giving a new generation of Iranians the right to protest, Web 2.0 has become a powerful reformist tool, because for the first time, the people of the Islamic Republic are being watched – and can communicate with – a worldwide audience. The government can no longer suppress a population which refuses to be silent. Leyla Ferani

Lo spiega splendidamente la ventunenne giornalista anglo-iraniana Leyla Ferani su The Telegraph; Facebook, Twitter, YouTube, la internet partecipata e globalizzata che conosciamo hanno di fatto abbattuto il muro virtuale tra Iran e occidente, e non sarà facile fermare questa gioventù connessa: «Nonostante gli sforzi censori del governo, grazie al Web 2.0 le persone hanno la possibilità  di poter comunicare con una audience globale». La prossima rivoluzione sarà prima su Internet.

16/06/2009

Political divide, Facebook e gli sposta-voti

di Antonio Sofi, alle 11:02

Il secondo estratto della ricerca sull’uso del web da parte dei parlamentari italiani (condotta da Stefano Epifani e pubblicata su Spindoc) è online.

Questa volta il focus è sulla tipologia di strumenti utilizzati: tra siti (tradizionali), blog (più o meno personali) e social network. Il dato emergente più significativo (la “fotografia” delle informazioni è stata scattata ad Aprile) è la velocità di diffusione dei social network come modalità di azione e interazione dei parlamentari – tra i quali la fa da padrone Facebook, ovviamente (quasi il 60% dei parlamentari attivi in Rete).

Strumenti web utilizzato dai parlamentari italiani. Via Spindoc
Strumenti web utilizzato dai parlamentari italiani. Via Spindoc

LEGGI: Political divide /2. Potè più Facebook che i siti o i blog.

Poi, sull’argomento sempreverde politica e internet, segnalo una intervista a Francesco Costa per Qdc sui risultati delle elezioni e su una campagna per le europee giocata anche sui nuovi media, e, sempre sulle elezioni, un approfondimento di Gianluca Diegoli dal titolo Nella Rete delle élite Internet non sposta voti – che su questo ragiona in modo problematico e costruttivo. Da leggere.

08/04/2009

Emergenza 2.0. Comunicazione e azione dal Web (ma ancora c’è molto da fare)

di Antonio Sofi, alle 11:33

[Pubblico qui sotto, con qualche aggiustamento e link, una breve nota pubblicata oggi su Dnews. L’argomento fa riferimento a quello che ho altrove chiamato giornalismo diffuso, in momenti di emergenza. Con la doppia accezione legata all’emergenza: emergenza come comunicazione (e informazione) e emergenza come azione. Soprattutto per quanto riguarda quest’ultimo punto, molto il Web potrebbe fare, e qualcosa sta facendo, tra pagine wiki e appelli che girano veloci con il passaparola – anche se ovviamente è difficile all’ultimo minuto architettare soluzioni efficienti e resilienti. Mi sovvengono le riflessioni di Jeff Jarvis dopo Katrina, quel Recovery 2.0 di cui scrivevo all’epoca: «Internet – afferma lo studioso americano – non era preparato ad affrontare le molteplici sfide che un disastro di questo tipo lancia, dal punto di vista organizzativo e comunicativo, in termini di “software, hardware, infrastructure, media, money”». Non sarebbe male se da questa tragedia venisse fuori qualcosa che ci permetta di dare una più utile mano in futuro e in situazioni analoghe. as].

Grande è la partecipazione sotto il cielo del Web a margine della tragedia che ha colpito l’Abruzzo due giorni fa.

Attraverso la Rete è passata buona parte delle cosiddette “breaking news” dei primissimi minuti (e interessante conferma si trova nel discorso che Ferruccio de Bortoli ha pronunciato davanti alla redazione del ‘Corriere della Sera’, via Primaonline – ndr): singole persone connesse che diventano insieme testimoni e fonti di un evento tragico, diffuso e notiziabile come il terremoto. I primi a segnalare la tremenda scossa che ha squassato la notte di lunedì sono stati infatti gli utenti di social network come Facebook o di microblogging come Twitter o Friendfeed – in molti hanno segnalato quasi in diretta le forti scosse, tanto più forti quanto più chi scriveva era geograficamente vicino all’epicentro del sisma.

E nella sospensione temporale in cui i media e i soccorsi si sono messi faticosamente in moto, il Web sociale è stato per molti l’unico – confuso, contraddittorio, caotico, ma unico – canale in cui “non sentirsi soli” (come ha scritto un utente), e in più provare ad informarsi e informare gli altri su ciò che stava accadendo.

Internet ha inoltre dimostrato negli ultimi anni di poter giocare un ruolo importante anche dopo, a supporto della gestione dei soccorsi – come nei giorni seguenti all’uragano Katrina a New Orleans, in cui un intreccio di siti Internet appoggiò con ottimi risultati la ricerca delle persone scomparse e il coordinamento degli aiuti sul territorio. In molti ci stanno provando anche ora e qui, dal basso: c’è chi si preoccupa di far girare il numero verde per le donazioni, e chi raccoglie tutte le informazioni disponibili in una pagina wiki.

Grande anche la confusione, ovviamente, soprattutto nelle prime concitate ore – erano molti gli appelli e i link che rimbalzavano incontrollati e ambigui dentro i social network. Dimostrazione comunque di una partecipazione che su Internet cambia di forma, e da cordoglio emotivo e spesso di prammatica vuole fortemente essere, sempre più, mobilitazione attiva – che produca dei risultati concreti e visibili. Che, nonostante le apparenze, vuole più fatti e meno parole.

28/03/2009

Ma poco. Che abbaglia.

di Antonio Sofi, alle 19:44

Un ritaglio del fumetto
Un ritaglio del fumetto 'Parlero' dei calzi miei', di Makkox su Coreingrapho

Sono passati quasi due mesi da quando, insieme a Marco “Makkox” D’Ambrosio e altri amici, abbiamo aperto Coreingrapho, rivista/non-rivista di fumetti online. Tra le altre cose, e a parte il piccolo successo che sta avendo (grazie soprattutto ai tanti straordinari autori che hanno deciso di fare con noi questo pezzo di sperimentalissima strada), mi sono accorto che c’è un sacco di gente che risponde alle mie segnalazioni con una frase del tipo “ma io i fumetti non li capisco granchè”. Di solito succede che prima mi arrabbio, e poi li capisco.

Capisco che è anche colpa di un linguaggio volutamente rovello dello stesso “fumetto d’autore”, che per tanti anni si è compiaciuto della sua stessa incomprensibilità. Una strategia di sopravvivenza, chiaro. L’unico modo, per una generazione di autori, per sopravvivere ad un mercato editoriale stitico, cartaceo e poco coraggioso che (fatte le dovute eccezioni) non è quasi mai riuscito a trovare alternative sensate al fumetto “industriale”. E che, al contrario di altre più fortunate che hanno avuto in passato molti palconoscenici sui quali esibirsi, non ha potuto godere della responsabilità di dover piacere ad un pubblico che non fosse solo quello degli addetti ai lavori, o delle micro-fanzine da fumetteria.

Con il web qualcosa è cambiato.

Non volevo però fare il mio solito pippone sul fumetto in Italia.
Volevo invece segnalarti l’ultimo fumetto di Marco. E’ frutto di una specie di gioco tra autori, di sorridente competizione intorno ad un tema, volutamente non dei più “lirici”: ovvero “parla delle tue scarpe/ciabatte“. Quando hai finito e hai ripreso fiato ti consiglio il fumetto di Flaviano e quello straordinario di Laura Scarpa, che ci ha fatto l’onore.

Poi, se vuoi, mi dici.

10/03/2009

Mandami un sms o comprami un giornale

di Antonio Sofi, alle 12:21

La crisi complice e per molti versi ispiratrice, è in corso un bel dibattito sull’evoluzione del giornalismo lungo la direttrice carta—>web. Una discussione non per forza lineare, con anse e svolazzi tra ritorno al giornalismo di qualità, pubblicità che prima c’era e ora non basta più, e miraggi di micropagamenti per risolvere il paradosso del gratuito sul Web che Walter Isaacson nell’ultimo numero di Internazionale dedicato all’argomento semplifica così e vagli a dire di no:

Il risultato è che viviamo in un mondo in cui le compagnie telefoniche fanno pagare ai ragazzi anche 20 centesimi per mandare un sms, ma sembra impossibile far pagare a qualcuno 10 centesimi per leggere un giornale o un articolo.

Dico l’apodittica mia: il futuro del giornalismo (o più verosimilmente di un certo giornalismo di qualità) sarà nell’efficacia dei sistemi di micropagamento, cioè allorché riusciremo a trasferire soldini – anche pochi, pochissimi, quindi senza intermediari troppo esosi – in modo più facile, intuitivo e sicuro di come è adesso.

(Magari proveremo a parlarne al Festival del Giornalismo che si terrà dal 1 al 5 aprile a Perugia, con un ricchissimo programma. Io sarò lì sicuramente mercoledì e giovedì, con un paio di appuntamenti su questi argomenti, varie ed eventuali – insieme a Mario Tedeschini Lalli, Paul Bradshaw, e altri giornalisti e esperti.)

03/03/2009

A che punto son le leggi di Internet

di Antonio Sofi, alle 15:36

E a proposito di leggi, ignoranza e calessi, ecco una pagina all-in-one – un filo rosso dove trovare tutto quello che non avresti mai osato chiedere sulle leggi che riguardano Internet (proposte, emendamenti, approfondimenti, link).

Una pagina per tener traccia delle leggi su Internet, su Apogeonline.com

Ottimo lavoro mai-più-senza dei tipi di Apogeo (ho sentito Sergio Maistrello e mi ha detto che è ancora in “beta” e via via verranno aggiunti altri link, risorse, approfondimenti; per chi vuole segnalare ed entrare in contatto con la redazione l’indirizzo email è apogeonline@apogeonline.com)