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16/06/2005

Dolore che vieni dolore che vai

di Proserpina, alle 12:48

[foto di Proserpina]
Corpiabbracci, foto di Proserpina– Disturbo?
– No, tranquillo, sto solo cercando di suicidarmi.

Quando Air mi si avvicina sono con il polso sinistro vicino alla lampada, armeggiando con l’altra mano.
No. Non mi sto suicidando sul serio, quello che tento di fare questa sera è fotografare le mie vene. Il mio sangue. Sto, ovvero, tentando di fotografare il dolore.

Air l’ho conosciuto un paio d’anni fa. Evito di raccontarvi i particolari, vi sia chiaro comunque che è la persona imprescindibile della mia vita. Quella che il giorno in cui sparirà mi avrà sulla coscienza per sempre. E’ la mia minaccia. Io lo chiamo Air, anche se un nome ce l’ha, ma non complichiamo le cose.

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21/12/2004

De Chirico e le piazze senza tempo

di Proserpina, alle 09:45

piazze d'Italia di De ChiricoPiazze d’Italia. Dove si decide la vita della città, incrocio di politica e società, dove si aggregano i pensieri per poi – immagine metafisica percepibile a pochi – riversarsi sulla gente e sullo spazio circostante.

Piazza come il foro romano, come l’agorà ateniese, come le piazze (profondamente legate agli esempi greco-romani) di Giorgio De Chirico, personaggio del nostro tempo capace di rappresentare la realtà in una visione nuova, deformata dall’animo e posta in un ambiente illogico, di cui continua a mostrarne i tratti.

Un’andata e ritorno della realtà, dal fisico al metafisico, e dal metafisico ancora al fisico.

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27/07/2004

Guardia sinistra. Gancio. Montante. Diretto, K.o.

di Proserpina, alle 08:01

Foto di Proserpina - precisazione: sono fasce di allenamento non guantoni - clicca per ingrandireGuardia sinistra.
Il sacco rosso all’inizio sta fermo. Non si muove, è lì, a volte dondola leggermente, ma è fermo ad aspettare. Ad aspettarmi.
Ho le mani inguainate. Di solito preferisco il rosso, ma c’è anche il blu, il nero, il giallo. Preferisco il rosso perché si confondono con il sacco e non le vedo più. Le mani. Quelle che almeno una volta ti si spaccano e lasciano colare rivoli di sangue, anch’esso rosso. Rosso come la rabbia, come la passione.
La boxe è un colore, il rosso.

Gancio.
Ho provati tutti gli sport. Il mio primo amore è stato il tennis, fino a quando non sono caduta in ginocchio, con un legamento danneggiato, sul campo ocra. Ho cercato consolazione nella danza, nella pallavolo, nel calcio, nella mountain bike, nel nuoto, nel funky, nulla. Fino a quando non ho scoperto il fascino della fatica, del dolore, della forza e quell’estasi del contatto con il sacco.

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28/04/2004

In lontananza vedo una cittĂ 

di Proserpina, alle 19:56

[Luoghi di carta, quando l’immaginazione si proietta sul reale quasi a volerne prendere il posto, e ci sono cittĂ  – invisibili – abitate da persone, percorse da strade, divise da mura e piazze che nascono sulla carta, che gocciolano inchiostro. Alcune note a margine di Proserpina su Kafka e Praga. Altri luoghi di carta qui, e – forse – ce ne saranno altre. as]

kafka_praga.gifL’atteggiamento di Kafka verso Praga fu sempre ambiguo. La amò e la odiò, parlò di lei con tenerezza e anche con sferzante ironia, la vide come la sua casa e la sua prigione, come un rifugio e come una insidia, come una madre e come una suocera. Un’ambivalenza che rispecchia l’umano desiderio di liberare se stessi da cosa ci attira di piĂą. E Kafka, la sua Praga la usò spesso nelle sue opere, per esorcizzarla, confondendo i rifugi fisici che la cittĂ  gli offriva con quelli metafisici che invece gli offriva la scrittura.
Scrive Kafka in una lettera a Oskar Pollak il 20 dicembre 1902.

“Praga non molla. Non molla noi due. Questa mammina ha gli artigli. Bisogna adattarsi o… In due punti dovremmo appiccarle il fuoco, al Vyserhard e al Hardschin, e così sarebbe possibile liberarci. Pensaci un po’ fino a carnevale”

Altre cittĂ  dividono lo spazio interiore e quello esteriore. Separano case, strade, vie, piazze e così via. Ma Praga combina spazio pubblico e privato creando invisibili collegamenti per mezzo di innumerevoli corridoi che corrono lungo le case da una parte all’altra della cittĂ . Uno spazio ambiguo, insieme reale e irreale, scavato dall’immaginazione, distorto dalle emozioni, ridisegnato con intime geografie del cuore.

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03/02/2004

Raffaella CarrĂ , mammĂ  di follie placentari

di Proserpina, alle 21:02

com'è bello far l'amore da trieste in giù Ho letto, confermato da esperti, che il neonato riconosce la musica che ha ascoltato quando era ancora feto, e nel riconoscimento ritrova l’appagamento dell’ambiente placentare, e quindi la serenità.
SarĂ  per questo motivo che mi rifugio ancora nell’improbabile musicalitĂ  della biondissima della Tv.
Esiste questa musica d’infanzia che non ci abbandona mai e che non riusciamo nemmeno a dimenticare.
Esiste questa musica quasi inconscia, una musica fetale, che vive di vita propria nella nostra testa, piantata lì da quando siam nati, e all’occorrenza viene estratta dal sacchetto e perfettamente inserita nel contesto.
Si tratta di musiche che ci porteremo per sempre attaccate al collo, involontariamente.
Penso alle sigle di Domenica In, di Fantastico, di Love Boat. E soprattutto, ribadisco, della biondissima Signora Tv, Raffaella CarrĂ .
Questa musica non potrò mai rinnegarla. Come si rinnega qualcosa che ho lì nella testa da prima che nascessi?

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