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25/11/2005

Il salto della bestia

di Mauro Gasparini, alle 11:04

Help! photo di A. SofiLa scala vista dal basso sembrava conficcata nel cielo, una scheggia d’acciaio incastrata in una lastra di ematite. In lontananza, qualche divinità poco propensa ad occuparsi dei suoi figli digeriva con tuoni rabbiosi che davano l’annuncio di un tremendo castigo, non certo la semplice retroguardia del vento che si andava rinforzando un istante dopo l’altro.

Fabrizio cominciò a salire mosso da due forze opposte; c’era slancio nelle braccia che afferravano il piolo più in alto, c’era lentezza nelle gambe che trattenevano nei loro punti mediani gli organi preposti alla paura e alla prudenza: le ginocchia e le palle. Fabrizio riuscì però almeno a dominare la prudenza e ci riuscì tornando a ripetersi le motivazioni che lo avevano portato fin lì.

Le motivazioni, le parole d’ordine del suo io sghembo avevano ancora un potere sedativo e sapevano creare quello stato di alterazione della coscienza che riusciva a far salire su di una scala quasi infinita un uomo che soffriva di vertigini più di James Stewart ne La donna che visse due volte.

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22/04/2005

Non so rinunciare ad un pasto gratis

di Mauro Gasparini, alle 01:51

[Posso dire che quest’uomo ha un grande talento e che meriterebbe altro che webgol? Posso dirlo? Come dici? L’ho detto? Ah. Buona lettura. as]

[Madame, shut up, by drjoanne]
Madame, shut up, photo by drjoanneS’inarca, è lì lì per venire, ma non riesce a dare sfogo alla voce che le rimbalza violenta nel petto. Ho la bocca stanca, le spalle indolenzite, già da qualche minuto è diventata una questione tecnica. Un piccolo sforzo e ci siamo, eccola, sguish! Il medio nel culo, su, fin dove arriva, lei ricade sul letto da dove era volata, ansima, ho bisogno d’aria, rotolo via cercando di non soffocare, un pelo incastrato tra le tonsille.

Sul comodino ci sono le sigarette che fanno ciao ciao con la manina, ma si aspetta che fumi solo quando vengo, così adesso sarà lei ad occuparsi di me. Ripiego sulla mezza Guinness sopravvissuta ai ripetuti attentati subiti nell’impeto del primo approccio; scivola densa nella gola e si porta via anche il pelo. Come ho fatto a pensarla un ripiego?

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30/06/2004

Fabrizio M.

di Mauro Gasparini, alle 11:04

Che oggi lavora come giornalista sportivo in un quotidiano locale. Storia vera.

Cross, foto di Antonio Sofi, Malta, Marzo 2004 - particolareEra maggio. Fabrizio M. aveva ventitré anni e la squadra che allenava stava per disputare (in casa) la finale di un torneo non ufficiale organizzato nell’ambito dei festeggiamenti per i sette secoli della frazione di Paù, una pieve menzionata per ben due volte in atti ufficiali della Repubblica Serenissima.
Come molti altri piccoli centri Paù si era trasformato in un quartiere dormitorio per un migliaio di persone che calcisticamente professavano fedi più elevate, cosicché solo grazie alla passione di pochi artigiani del paese si era riusciti a costituire un’associazione sportiva che si occupava esclusivamente delle giovanili: in tutto tre squadre. Gli allievi rappresentavano il punto d’arrivo di qualunque carriera calcistica a Paù, poi o si smetteva o ci si trovava una squadra altrove.
L’occasione della finale era per quasi tutti i giocatori in campo l’ultima e la più ambita: non solo per la finale, ma per la finale in casa propria davanti ad almeno un centinaio di persone; probabilmente più della somma di tutte quelle che avevano avuto come spettatori durante i sette anni della loro militanza Pauellese.

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27/04/2004

Il mare dolce che abbiamo sotto i piedi

di Mauro Gasparini, alle 00:16

Alba a Ferrara, Aprile 2004, foto di Enrico BiandaDopo la terza settimana di appunti mi sono deciso a farla finita con questo post. Tanto lo so che non lo reggo un pezzo intero sul rapporto dei veneti con il loro territorio. Ho bisogno di buttarla sul personale, sulla fiction, la sociologia è materia che serve solo a vendere il chinò. E poi mica li frequento tutti i veneti. Quelli di montagna li conosco poco, ancora oggi scendono a valle solo quando ne va della loro stessa vita. Se devono fare due carte in un ufficio partono da casa alle cinque, aspettano due ore che apra lo sportello e alle otto e mezza sono già – stressati e incolonnati – a maledire i pianurosi sulla strada del ritorno. Non parliamo poi di quelli sotto il Brenta che non lo dicono, ma guardano a Ferrara, a Mantova, ovunque tranne che in direzione di Venezia. E gli altri? Mugugnano. Non che Venezia in passato ci sia andata con la mano leggera, anzi. Prima ha fatto della pianura terra di conquista e in montagna ha rapato a zero il Cansilio per via del legname, poi ha azzerato le lingue locali, infine ha spostato il corso di sette – non uno – di sette fiumi per proteggere la laguna. E se non arrivava Napoleone durava più degli Asburgo e magari adesso saremmo un’altra San Marino e comprerei i CD senza l’IVA. Tant’è…
Avete ragione, anche senza studiarci tanto su basta andare ad uno spettacolo di Marco Paolini per venire a sapere le due acche che vi ho appena spiattellato, non solo, ma è proprio dai suoi spettacoli che ho imparato quasi tutto quello che so sull’argomento, tanto che dopo un po’ mi sono spacciato per un esperto e sono riuscito pure a lavorarci. Non contento, ho aspettato al varco Paolo Rumiz e gli ho estorto quante più informazioni potevo. Drammaturgia da un lato, chiacchiere dall’altro, ma con lo stesso identico risultato: a non essere deferenti ci si sbatte i denti. Non vi stupisce che siano anni che non rivedo nessuno dei due vero? Nemmeno a me, anche se la versione ufficiale è che ho un sacco da lavorare.
Ma torniamo a noi: se dove vivete abitualmente il terreno s’increspa in qualche collina e sulle vostre strade ci sono salite diverse dai cavalcavia, non vi posso chiedere né di credermi né di continuare; se invece dove siete ora tutto ciò che potete vedere è all’altezza dei vostri occhi, mettetevi comodi, questo post è per voi ed è composto da circa venticinque cartelle.
Il fatto è che ha ragione Paolini quando dice che la pianura padana è una sterminata periferia senza un centro, ma c’è di più, o di meno, a piacere. È la terra stessa su cui poggiamo i piedi tutti i giorni che è un non luogo, una piazzola di sosta presa a prestito, una sicurezza più effimera della nostra stessa esistenza. Qui non c’è terra, abbiamo solo tolto l’acqua!
Provo a spiegarmi meglio.

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