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03/01/2005

Se non è Deejay è Rete A

di Ernesto De Pascale, alle 12:36

retea.jpgIn mezzo all’immane disastro del sud-est asiatico, a qualcuno non sarĂ  sfuggita una notizia che è stata inghiottita dalla tragedia. Pochi giorni fa il gruppo editoriale L’Espresso ha acquistato Rete A, la televisione di All Music un progetto editoriale tutto musicale, concorrente di MTV. Il gruppo editoriale – proprietario della testata La Repubblica, di Radio Deejay, dell’emittente radiofonica M2O, di Kataweb, di varie gazzette sparse in Italia ed altro, afferma di voler continuare la politica musicale giĂ  in corso su Rete A.

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25/10/2004

IPod story

di Ernesto De Pascale, alle 17:22

ipodFrancesca ed Isabel sono due bellissime bambine italo americane di sette anni. Sono bionde e sorridenti e amano la musica; Francesca va pazza per Joss Stone, Isabel per Avril Lavigne.
Entrambe non hanno la più pallida idea di cosa sia un cd nè un lettore.
Bensì conoscono benissimo un oggettino, tutto bianco, non più grande di un pacchetto di sigarette nel cui centro spicca un rotore che fa tutto: raccoglie la tua rubrica personale, prende appuntamenti per te ma soprattutto è un immenso archivio di canzoni che lui poi ordina secondo le tue personali richieste.

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29/09/2004

Wood-stuck in sixties?

di Ernesto De Pascale, alle 18:44

[Continuiamo a latitare, per motivi diversi. Poco male, come giĂ  detto – ci viene in soccorso Ernesto con un piccolo racconto della Woodstock di questa estate (e di tante fa). Meglio di così, difficile. Grazie a lui, come al solito. Il titolo è mio, non ho resistito – Ernesto mi perdonerĂ . :) as]

woodticket2.jpgPer celebrare i 35 anni del più celebre festival musicale degli anni sessanta, oggi a Woodstock si sostiene la nuova musica e presso il Bearsville Theatre i migliori artisti del New England si esibiscono sotto l’occhio vigile degli eroi della kermesse che si tenne dal 14 al 16 Agosto 1969 presso la proprietà di Max Yasgur.
Ritchie Havens, Country Joe, John Sebastian, Garth Hudson di The Band, il gruppo di Bob Dylan, Melanie e altri di quelli si intrattengono con i componenti delle nuove band con quella dimestichezza e quella confidenza che permise al festival di allora di non tramutarsi in una parata di egocentrici.

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16/09/2004

Celebration, citta perfetta. Tra Topolinia e il Truman Show.

di Ernesto De Pascale, alle 18:43

[Aprendo il tema giornalismi, non ci aspettavamo certo veri e propri reportage. E invece ci arriva questa meraviglia da Ernesto De Pascale. Onorati pubblichiamo e ringraziamo. Nei prossimi giorni – coincidenza? – altri racconti dall’America. as]

Celebration Avenue, foto di Ernesto De Pascale - clicca per ingrandireQuando nel tardo 1964 Walt Disney inaugurò il Walt Disney World di Orlando in Florida si impose come l’operatore finanziario più lungimirante della zona paludosa che circondava una città fino ad allora dormitorio per le centinaia di migliaia di emigrati messicani venuti a cercar fortuna in America raccogliendo le famose arance della Florida.

Disney World si risolse, e continua ancor oggi su quella scia come la gallina dalle uova d’oro della corporation, nel nome di quella land of hope and glory che gli americani amano celebrare ogni meno che non si dica. Disney, o forse è meglio dire i tipi della Disney, visto che Walter morì il 14 dicembre 1966 a soli 65 anni, vide bene avanti acquistando tutti i 27.500 acri a disposizione senza badare al risparmio visto che i 160 acri acquistati a Los Angeles, e tramutati in Disneyland, si erano dimostrati insufficienti per gli scopi prefissati e che il costo dei lotti locali – una zozza palude ben lontana da qualsiasi risorsa commerciale – era poco più di un tozzo di pane.

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14/06/2004

Ray Charles Remembered

di Ernesto De Pascale, alle 21:10

[Un time-out immediato al tema sportivo – ci arriva questo bel ricordo di Ray Charles, a firma del grande Ernesto De Pascale, che ha la precedenza su tutto. Buona lettura. as]

Ray Charles“L’unico genio dello showbusiness” così Frank Sinatra definì Ray Charles. Aretha Franklin lo chiamava “the Right Reverend”. Quincy Jones aggiunse: “è stato l’uomo che ci ha aperto a ogni genere di musica” . Andandosene improvvisamente a 73 anni l’artista non vedente di Albany, Georgia, che nella sua biografia si definì “just a country boy”, ci ha mestamente ricordato quanto si debba a lui, alla sua qualitĂ  di interprete e autore, l’abbattimento di barriere musicali (o solo mentali) tra generi, che alcuni suoi successi trascinarono definitivamente giĂą.

Quando nel 1959 dopo sette anni alla Atlantic azzeccò “I got a Woman” e “What i’d say”, due perfetti blend di Ryhtm & Blues e Gospel, Ray era giĂ  un navigato artista, nato musicalmente a Seattle nei tardi anni quaranta, sull’onda di Nat King Cole e fattosi subito notare con il brano “Confessin’ the blues”, con una vena interpretativa non piĂą derivativa bensì fortemente originale e diretta. Nel tardo 1961, Charles passò alla ABC-Paramount e infilò una dietro l’altra “Georgia on my mind” e “Hit the road, Jack”. A quel punto Ray era un uomo che poteva ciò che voleva. Eppure, invece di vivere di rendita superò se stesso; traghettò il suo passato di cantante Rhythm & Blues per eccellenza attraverso un album che tutti dovrebbero avere “Genius + Soul = Jazz”, il disco che fece debuttare il neonato marchio “Impulse” verso l’inimmaginabile.

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19/05/2004

La triste storia del commendator Gallassi

di Ernesto De Pascale, alle 12:42

Conobbi a Milano tanti anni fa un certo commendator Gallassi, dal quale ho capito tanto del music business. Il suo stile e il suo modo di trattare le cose furono per me illuminanti, e lo voglio qui ricordare per voi affinchè il suo stile di vita vi serva da lezione in questi tempi di mediocrità.

Il Gallassi era un tipo speciale, facilmente identificabile: girava in impermeabile nero, ombrello nero, cappello nero trecentosessantacinque giorni l’anno. Portava un paio di occhiali rotondi con il bordo d’oro, il commendatore, e i baffetti sottili gli davano un’aria seria e indispettita che si addiceva al suo mestiere fatto di praticità ma anche di un certo estro artistico. Gallassi era, infatti, un editore musicale.

L’editore musicale di una volta era un colosso, un Sonny Rollins dell’estro. Oggi quel personaggio è per lo più colui che tutela i tuoi diritti sulle composizioni in cambio di una fetta di essi: per lui la parola tutela è uguale ad aver svolto il proprio lavoro. Ma la differenza fra un autore e un editore è, il più delle volte, semplice e palese: se tu, autore o compositore che sia, fai circolare (la composizione che hai composto) mangi (o almeno speri) anche se comunque sarà l’editore a riscuotere per primo, mentre se tu la musica non la fai girare, lui, certamente!, non riscuoterà neanche una lira, d’accordo!, ma come te ne avrà altri mille e tu, in compenso, morirai di fame.

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02/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (II)

di Ernesto De Pascale, alle 17:02

(seconda parte – continua da qui)

clicca sulla foto per vederla piĂą grande - US Highway 87, Texas Panhandle, foto di Butch Hancock 1985Quindi, eccomi qui stasera alla casa del popolo di Quinto alto, profondo hinterland fiorentino, con il G.J., il batterista dei gruppo di cui orgogliosamente faccio parte, LightShine, fido compagno di bisboccie. G.J. è un tipo dal fiuto straordinario per la musica ed è stata la prima persona che ho visto capire davvero il rock duro in tempi non sospetti. Anche lui trasmette a Radio Luna e il suo programma si chiama, infatti, “Rock Steady”. E’ da quei microfoni che G.J, fra un “Oh Yeah”, un “Rock & Roll!” urlato a pugno alzato ed un “C’mon” quando parte un solo di chitarra ci suona della roba soda che nessuno in quegli anni di new wave sognerebbe mai di mettere in onda . E’ lui che, nell’autunno millenovecentosettantasette – aveva sedici anni – si era presentato all’appuntamento datogli in piazza San Marco per sostituire il batterista uscente (il precedente partiva per la leva) in jeans, maglietta nera “Wild Things” con lustrini e paiettes, giubbotto denim stone washed e stivali bianchi con zeppa, e nel bel mezzo di un trip (“positivo” mi confessò). G.J. mi rimase subito simpatico per la sua dolcezza agrodolce a ritmo di quattro quarti e dopo Charlie Watts e Ringo Starr ho sempre pensato che veniva nell’ordine lui al numero tre! Eccoci qui tutti e due, quindi, come tante altre sere. “No, G.J. tagliati i capelli e comprati la bicicletta…” questo era il tormentone imperante che lui subiva sorridendo certo di avere trovato un amico. Eccoci qui con i nostri grandi discorsi e tanti suoni nelle orecchie, con il nostro “never ending tour” ancora non finito, sfigati anche se fidanzati ma, sopratutto, fondamentalmente felici e con pochi problemi e le molte lamentele di chi lo deve scoprire che “la felicitĂ  costa un gettone / per i ragazzi del juke box“.
Stasera siamo arrivati fino a Quinto, tappa del nostro tour con la mia Fiat 127 verde sempre in riserva. Ci siamo perchè su indicazione di qualcuno ci hanno detto che c’era da veder suonare un tipo “strano” o forse solo per cercare una nuova sala prova ed è così ci troviamo davanti un baffuto americano simpaticone, con una giacca di velluto a coste larghe che canta canzoni per una birra in una casa del popolo senza curarsi troppo di dove e come.
Ascoltandolo nella mia testa cominciano a frullare le ipotesi e le illazioni: qui nessuno lo conosce e un tipo del posto dice che è arrivato da un quarto d’ora e ha chiesto di esibirsi interrompendo così una lunga sfilza di Cantautori Carismatici Contaminati che avevano fatto a tutti due palle così! Lui, invece, chiunque sia, è uno vero, lo si capisce subito. Forse sotto l’effetto dei consigli del su citato “Eù” mi faccio il viaggio che quello che mi trovo davanti è Butch Hancock.
Immaginate il mio stupore quando quello si presenta. G.J. non ci crede e sbraita che lo sto prendendo in giro e che magari siamo anche d’accordo io e il texano. Ci dice di girare l’Europa con i soldi vinti alla lotteria del suo paese e di non sapere dove si trovi.

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01/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (I)

di Ernesto De Pascale, alle 15:57

(Prima parte)
clicca sulla foto per vederla piĂą grande - Farm on US 84 Near Slation, foto di Butch Hancock 1985
Bevevo birra e fumavo sigarette americane, e vivevo sulla corsia di sorpasso. Mentre avevo deciso di intraprendere alcuni esami universitari in un corso della Columbia University di New York City dovevo parimenti terminare quelli dell’anno precedente qui in Italia mentre a Settembre la RAI mi offriva – dopo avermi ascoltato sul circuito privato in FM di Radio Luna – di condurre un programma sul primo canale delle onde medie, Combinazione Suono. Eccomi perciò a fare avanti e indietro alcune volte con New York City dove insieme a Dj Gregg vivo al Greenwich Village, Thompson Street, numero 10 in una casa di tre stanze che da su un muro e mi godo la città non ancora sconvolta della piaga dell’AIDS.

Ma le radici sono qui a Firenze, una città che noi ventenni viviamo come noiosa e cerchiamo di movimentare con tanti gruppi, radio, giornali underground e altro ancora. Da qualche tempo anche il circondario è un pullulare di locali, cinema d’essai e altro ed è proprio verso fuori che ci stiamo dirigendo stasera.
Firenze è collegata all’ hinterland di Sesto Fiorentino, a Nord della città, da piccoli centri abitati che ripropongono le antiche stazioni romane, ed è presso la casa del popolo di una di esse, Quinto Alto che mi apparirà, in circostanze ancora oggi a me poco chiare, Butch Hancock, un nome che gli amanti americana di quei primi ottanta conoscono poco per la musica, molto per sentito dire.

Chi è Butch Hancock si chiederà forse ancora adesso qualcuno di voi ? Butch è un grande storyteller texano, un hobo – così si introduce lui stesso – un viaggiatore di quelli di una volta.
Musicalmente parlando Butch è un cantautore di chiara matrice dylaniana che il proprietario di uno dei più importante negozio d’importazione d’Italia ha elevato al girone degli imperdibili dalle pagine di un mensile, un po’ il “ suo” giornale all’epoca, senza che molti lo avessero però ancora ascoltato una volta, colpevolizzando così centinaia di suoi acquirenti/adepti che pendono dalle sue labbra. Pratica questa di cui è un maestro.

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10/02/2004

La nota più profonda dell’universo

di Ernesto De Pascale, alle 09:18

Reverberations: The Speculative Case for the Cosmic B Flat, ovvero fluttuando nello spazio in tonalitĂ  di Si maggiore.

galassia2.jpgQualche tempo fa mi era sorto uno scrupolo che volli risolvere al più presto. Mi domandavo se i molti anni di studi radiofonici e di sale di registrazione non avessero danneggiato il mio udito e mi recai così da un audiometrista. Una strana nota bassa, infatti, ogni tanto sbucava da chissà dove e cominciava a ronzarmi per il capo. Ma lo specialista mi rassicurò che il mio udito era simile a quello di un bambino di pochi anni. Perfetto.

Però questa specie di malumore non voleva passare fino a che non conobbi John C. Rockwell, un collega, che stava compiendo delle ricerche giornalistiche sulla riverberazioni cosmiche. La cosa cominciò ad affascinarmi e mi lanciai così anche io nella ricerca.
Chi l’avrebbe mai detto? Avreste mai creduto che i filosofi, i maghi, gli scienziati e i compositori che credevano alla vecchia nozione della Musica delle Sfere avessero mai avuto ragione?
Questa musica esiste, è la nota di Si.
O per lo meno questo è quello che ci hanno detto gli scienziati pochi mesi fa quando hanno annunciato che la Galassia Perseo, 250 milioni di anni luce dal nostro pianeta, stava emettendo quella nota, o una serie di quelle note, che “ci appare come onde di pressione che sprizzano via da un super immenso buco nero” secondo Dennis Overbye, un giornalista che si occupa di scienza per il New York Times.

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05/02/2004

Everybody wants kung fu fighting

di Ernesto De Pascale, alle 09:32

Lou Reed Si dice che ognuno si ritrovi la faccia che si merita a una certa etĂ .
Se è davvero così come interpretare la faccia di Lou Reed sulla copertina di “Kung Fu Today“?
L’espressione delle sue lunghe rughe scavate nel volto è quasi cartonesca, di sfacciato compiacimento e stupore, e poi ci sono gli occhi; quegli occhi che si staccano dal cranio con terribile intensità e che non lasciano dubbio che appartengano a un uomo che ha vissuto per troppo tempo sulla linea estrema della propria esistenza, che ha visto troppo e raccontato poco, ma che non sarebbe potuto essere altrimenti.
Lou Reed a Pisa, non piĂą tardi di pochi mesi fa, nel caos di una data in cui gli uffici stampa si rincorrevano fra di loro tentando di mettere ordine alle bizzarrie del nostro, mi aveva promesso che se fossi andato a trovarlo in palestra a New York City non mi avrebbe parlato di musica ma solo del suo amore per il Kung Fu.
Ok, dico io, ed ora, preciso preciso, mi sono presentato qui come da sua promessa.
Mi trovo a Fit it up, la palestra più chic del Lower East Side di New York City, un’area che una volta era una fogna e che ultimamemente sembra pare essere stata disinfestata con un Arbre Magic. Il nome del luogo è un evidente parodia della celebre canzone che cantava Elvis, Rip it up, ma qui, diciamolo subito, tutto è una parodia della realtà. Primi coloro che frequentano il luogo e che – abbracciando le discipline marziali – paiono essere in missione per conto di qualche Maestro superiore. Ma al massimo solo il Mago Otelma può essere l’ispiratore di questi tipi. I quali, infatti, pur davanti alle mie ferme rimostranze di avere un appuntamento con l’autore di “walk on the wild side”, non mi fanno mettere piede oltre la zona lounge della palestra dove risuonano le note inconfondibili di “Quando, Quando, Quando”.
Che Tony Renis sia socio anche di Fit it Up ?

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