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03/08/2009

L’Italia sottosopra. Il nuovo viaggio estivo di Rumiz.

di Enrico Bianda, alle 18:42

Questa volta non ero preparato. Apro Repubblica, cosĂŹ, facendo colazione ieri mattina, di taglio basso, vedo il naso aguzzo, tagliente in un cielo burrascoso, apocalittico, vulcanico disegnato dal solito Altan.

E’ ufficialmente estate. Rumiz è partito. Dotato della solita mappa – questa volta geologica e ÂŤdai colori magnifici: violetto per i graniti, rosso per i vulcani, grigio per i tavolieri calcarei. Mostra spinte, scavalcamenti, fratture, derive e impressionanti collisioniÂť.

PasserĂ , moderno Verne, attraverso il centro della terra.

È chiaro: non ho davanti a me un viaggio nello spazio, ma nel tempo. Un nodo gigantesco. Il Grande Sommerso della coscienza nazionale, il sismografo delle nostre paure e delle nostre rimozioni, ab insidiis diaboli, ab omni malo libera nos Domine. Ma sono figlio di una terra che trema, le appartengo, e voglio vederci dentro. Entrarci, con la mia lampada di Aladino. La corriera va silenziosa in un mare di vigne, tra pale eoliche inspiegabilmente ferme nel vento e altri branchi di cani perduti.


Intanto che, da buoni groupie, ci acclimatiamo alla saga di quest’anno, alcune risorse online per seguire il Maestro

27/07/2009

Per favore non mordermi sul collo /4. Zora la vampira.

di Enrico Bianda, alle 09:58

[ÂŤOvunque vedo denti aguzzi dietro labbra pallide. Nei romanzi, nelle serie Tv, al cinema, nella politica, tra le pagine dei quotidiani. Ne provo a mettere insieme i segni che trovo, e la fascinazione anticaÂť: Enrico Bianda danza intorno a vampiri e dintorni, un vecchio tema che continua a rimanere incistato dentro la modernitĂ . Leggi il prologo sul Nachzeherer che non tramonta, la 2a puntata sulle coppie di vampiri che infestano le trattorie fritto mare, la terza sui sogni divoranti delle escort. as]

Estate 1996, una spiaggia. E’ pomeriggio. Tale Marco racconta di un’educazione cultural sentimentale. Anni ’80, Milano, tutto sembra ruotare attorno ad un personaggio della galassia fumettistica porno italiana. Il personaggio si chiama Zora la vampira.

Zora la Vampira
Zora la Vampira

Io e Bob, allora giovane studente di giurisprudenza a Milano, ascoltiamo rapiti. All’epoca il porno rapiva, e l’idea di trovare Zora in un angolino di un’edicola, nella sua busta slabbrata di plastica polverosa, diventa una missione.

Il problema è che siamo in Sardegna. Non che all’epoca fosse un’isola depornizzata, ma il paese è piccolo, la gente mormora e scartiamo subito l’ipotesi delle edicole della nostra zona. Poche, dal mattino sempre le stesse facce, mezze birre nel caldo, qualche calippo di sfuggita, impossibile mettersi a trafficare tra le riviste nascoste. C’erano, si capisce, ma non per noi.

Copertina di Vampirella, da Wikipedia

Rimane l’unica città della zona, Nuoro. Che è anche la città di Bob. Quindi tocca a me. La ricerca si fa difficile. I vecchi fumetti porno ormai non vendono più, o vendono poco. Il che si traduce in orribili pacchi sorpresa a 1500 lire, sempre nella loro busta di plastica rossa-rosa o blu, polverosa, che contiene fumetti a caso: Cronaca Vera, Horror, Il camionista, e altre chicche. Trovare Zora la vampira ormai è un miraggio. Resta solo un’ultima edicola, zona giardinetti, pericolosissima. Il tutto avviene in apnea. Deglutisco, simulo svizzera freddezza alpina, mi lancio in apnea con un velocissimo

– avetepercasoilfumettozoralavampira?

e mentre mi preparo ad una risposta armata dell’edicolante, mi sembra di cogliere il brillĂŹo della roncola affilata tra i peli del mantello del mamuthone, il ghigno degli occhi di sangue dietro la maschera di legno nero, la frusta dell’issohadore pronta a sfregiarmi e l’esilio perpetuo sul supramonte.

– No, quello no. Ma abbiamo Vampirella, che è sempre un fumetto, o anche qualcosa con questo nome tra i Dvd qui dietro, aspetti che cerco…

Che delusione. La voce dell’edicolante mi strappa alle mie fantasie di esilio nuragico, che in fondo preferivo a tutta questa secolarizzata esperienza.

15/07/2009

Per favore non mordermi sul collo /3. La manutenzione di un dolore artificiale.

di Enrico Bianda, alle 19:35

[Enrico Bianda danza intorno a vampiri e dintorni, variazioni su un vecchio tema che continua a rimanere incistato nei racconti della modernitĂ . Leggi il prologo sul Nachzeherer che non tramonta e il mostro intorno a noi, e la seconda puntata sulle coppie di vampiri che infestano le trattorie fritto mare. as]

Il vampiro protegge e uccide la sua vittima, il suo amante, in un abbraccio fatale. Rimango abbagliato, ipnotizzato di fronte al dipinto di Edvard Munch esposto ad Oslo nell’omonimo museo, in una sala scrigno, dove i dipinti sono nascosti dietro una teca spessa qualche centimetro, dietro una luce diafana. C’è la morte, l’amore malato, la melanconia, l’abbandono. C’è un urlo, e c’è, appunto, una vampira che abbraccia il corpo – vivo? morto? – di quello che appare un amante abbandonato al violento veleno che la passione gli infligge.

Il Vampiro di Munch
Vampire di Munch

In questo ultimo mese è apparsa quella che a me pare essere una icona – poco sacra, ma sacralmente derelitta. E’ il volto un po’ sgranato, appena dietro le spalle del nostro premier, di Patrizia D’Addario, escort barese, che si affaccia dalle pagine dei quotidiani ormai da alcune settimane con quello sguardo speranzoso deluso, afflitto e contenuto, disperato e languido. La sua vicenda mi ricorda da vicino quella solo immaginata guardando il dipinto di Munch. Un abbandono carico di fiducia mal riposta. O un desiderio di morte che supera i confini dell’eros.

Patrizia D'Addario e Clara Calamai
Patrizia D'Addario e Clara Calamai

Patrizia D’Addario incarna la speranza morbosa di vita eterna, la morte al servizio del perpetuarsi di se. Uno scambio simbolico a somma zero, e in quello sguardo si increspa la consapevolezza dell’afflizione perpetua alla ricerca di un’affermazione. Occhi carichi di trucco, un nero pieno che circonda lo sguardo languido, un accenno di determinazione, prossima alla follia di Clara Calamai dentro lo specchio di Profondo rosso, di cui quest’anno ricorre il trentennale.

E’ un contributo alla manutenzione del dolore – parafrasando Antonio Pascale: un dolore artificiale, di compassata afflizione, che succhia inesorabilmente la vita.

04/07/2009

Per favore non mordermi sul collo /2. Come un riccio di mar.

di Enrico Bianda, alle 18:53

[Leggi il prologo]

L’Italia appare, e forse lo è davvero, felice. Anzi direi spensierata. Non lo detto io. L’ho solo pensato. A scriverlo, bene, è stato Francesco Piccolo (L’Italia spensierata). L’Italia è il paese dove allegramente, vestiti in modo colorato, un figlio ed un padre, di qualsiasi parte, con ombrellone sotto il braccio e secchiello, cappellino spavaldo, asciugamano e Gazzetta, passando accanto ad un ginepro, sferzano un colpo didattico, di ombrellone, che ferisce perennemente la pianta. Siamo cosĂŹ, un po’ goffi, un po’ cialtroni, un po’ furbi, un po’ sfortunati, ma spensierati.

Ecco, ci scorre quest’Italia davanti agli occhi e non riusciamo a distinguere la realtĂ  dalla finzione, chi è chi e che cosa fa, quando lo fa? CosĂŹ come accade nel mondo dei vampiri, che dov’è la veritĂ ?

Questo continuo slittamento tra mondi che non corrono più paralleli, tra soglie che si sovrappongono, si è palesato una sera all’improvviso, di fronte a me, in un ristorante della costa toscana. Ottimo ristorante, grande fritto di calamari, mistico antipasto di crudi, annebbiato dall’ingresso di una compagnia di giro di replicanti. Ecco la cronaca, dai toni epici.

Il tavolo si compone di tre coppie, arrivano alla spicciolata, si conoscono da poco, compagnia estemporanea, dadaista.

  • In formazione “processionarie del fusillo zucchine e gamberetti”, si siede per prima la coppia “Taranta della lucchesia”. Lei, in abito nero, maniche a sbuffo, plissettate come il sipario del Teatro di Buti (che non è un teatro di tradizione giapponese), maniche ingovernabili, che per non affondare nel sugo occorre l’intervento di un macchinista. Lui, camicia bianca Robespierre, amido Nevada, quasi Tifone Guglielmina, orologio Ostrica, dentro si sente un ticchettio lontano, ombroso.
  • Seconda coppia, “Rumba dell’Ardenza” guidata da un trombettista pirotecnico orchestra Fulgor Y su Pronipotes di Guadalajara, apertura sul petto depilato, rosso tutto, anche gli occhi, iniettati di sangue. Capelli Nero lucido, tirati indietro, consistenza del bianchetto in fricassea. Lei in canottiera Kevlar tenuta stagna, contiene a stento una sesta pompata dalla simmetria imbarazzante.
  • Terza coppia, “Faccetta nera come un riccio di mar”, guidata da Donna Assunta settant’anni fa, cofana mullet biondo rossastro, tenuta su con la salamoia delle alici, che fa pendant con uno scampo, succhiato occhieggiando al compagno dell’amica.

Sono tra noi, sono tra noi. Non ho smesso di osservarli, convinto si trattasse di una puntata di Uomini e donne, sezione “Madri coraggio”. Maria de Filippi non serviva ai tavoli, ma chiamava la tombola, da dietro il bancone del pesce fresco. Uscendo, i tre SUV parcheggiati tra i cipressi erano sicuramente i loro, mezzanotte si avvicinava, i vetri anneriti, d’impulso ho pensato a Christine, la macchina infernale, ma i cofani erano freddi, d’un freddo cadaverico.

(2, continua)

30/06/2009

Per favore non mordermi sul collo. Prologo.

di Enrico Bianda, alle 12:28

[Alla fine dei conti Webgol è nato come blog monografico – qualsiasi cosa volesse questo significare. Proviamo quindi a giocare su vampiri e dintorni, maestro delle danze Enrico Bianda che ha promesso variazioni su un vecchio tema che continua a rimanere incistato nei racconti più o meno crossmediali della modernità. Questo è il prologo. as]

A Venezia stanno indagando sui resti di una donna vampira, sepolta attorno al XVI secolo nella Laguna. Di lei restano il teschio e parte del busto ed è interessante notare che il teschio ha un mattone cacciato a forza in gola, come a suggellare nella morte il destino da non viva.

E’ il mito del Nachzeherer che non tramonta, del cucciolo di vampiro che dorme sepolto sotto terra attendendo di poter emergere per condurre le sue “scorribande ematofaghe”. Ovviamente il corpo sepolto in Laguna è il segno di una paura che in passato si diffondeva ad ondate: paura di malattie e pestilenze esorcizzata spesso attraverso il sacrificio indiscriminato di donne. Una caccia alle streghe che nei secoli si è rinnovata.

Il Nosferatu di Murnau
Il Nosferatu di Murnau

E’ un tema presente anche in un romanzo di Jacques Chessex intitolato Il vampiro di Ropraz, romanzo storico che narra della necessità «che un qualche mostro esista» (come scrive Tommaso Pincio), il tutto ispirato ad un fatto di cronaca avvenuto all’inizio del secolo scorso sulle montagne romande in Svizzera. Si mescolano allora i temi di finzione letteraria e i fatti della cronaca spicciola: fattori che si rincorrono, si intrecciano, si alimentano, si offuscano fino ad essere – drammaticamente – indistinguibili.

E’ infatti da qualche tempo, complici alcuni articoli rivelatori, che il tema del vampirismo cavalca la mia fantasia, e si accende come una lampadina avvitata male, a fasi alterne, quando pare a lei, bzz bzz, un po’ di luce e via il buio. Succede che allora dalla libreria recupero un romanzo di Stephen King dedicato ai vampiri e che da adolescente mi ero divorato con il cuore in gola, Le notti di Salem.

La prima copertina di Salem's Lot, di Stephen King
La prima copertina di Salem's Lot, di Stephen King

Un romanzo che oggi possiamo rileggere, con piacere, e con una punta di consapevolezza in piÚ, cogliendo anche la dimensione di romanzo politico che in King è sempre stata presente. CosÏ come accade al Lot di King, la paura di non cogliere la portata del maleficio che si evidenzia solo la notte (ricorrente nel romanzo è la domanda quanti saranno quelli che questa notte hanno fatto entrare la creatura?) prende anche me, mi guardo intorno e scopro indizi inquietanti di una presenza diffusa di vampiri.

Deve essere la stessa paura che prende a Massimo Gramellini quando pone dieci domande ai lettori de La Stampa: sono solo io che vedo? In fondo la domanda potrebbe essere ribaltata. Ed è anche la grande inquietudine degli eroi che combattono i vampiri. Dove sta la verità, in me o negli altri? Il capolavoro del ribaltamento è forse nel romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson, che nella tragicità apre la porta al sollievo del lettore.

Attorno a questi temi vorrei provare, con la scarsa perseveranza che caratterizza i miei interventi su questo blog, ad indagare i casi, le apparizioni, i dubbi e le angosce del vivere tra i non morti: l’idea è fissa, disturbante, e proverò a darle una forma.

11/05/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (IX parte). Questo è un finale.

di Enrico Bianda, alle 18:07

Intanto si pensa a Mumbai. Ci si pensa davvero, un martelletto continuo che scava, lentamente, inconsciamente, predispone, allevia, anestetizza, e carica, spinge, incuriosisce. L’altalena di sentimenti, odio amore, attrazione repulsione, si è sciolta in un convincimento arreso: amuchina e Mumbai, si può fare, fuor di retorica – indosserò pantaloni leggeri-tecnici, niente cavigliera né braccialetti colorati, ma alla fine si partirà, presto spero. E’ certo che tutto ci sovrasterà, investiti dal dolore e dall’allegria, dallo sfruttamento e dalla furbizia, dalla meschinità e dall’indolenza inaccettabile. Ma ora, almeno, sappiamo appena quel che ci aspetta.

Ondavè finale, foto di Manuela Ladu
Ondavè finale, foto di Manuela Ladu

Quel che resta intanto di ondavé sono le scimmie, le vacche, la merda, i sapori, le mangiate, l’attrazione per il cibo di strada, il pane insaporito di spezie e burro, i sughi da impazzire, morbidi, cremosi, piccanti; la terra nei piedi, la polvere che ti prende la gola, le fogne che scorrono accanto a te, le stanze d’albergo con le lenzuola macchiate di tutto, sangue cenere escrementi insetti, il rumore tra le pareti leggere, una coppia di giapponesi assatanata di sesso la notte in un albergo vicino al Taj Mahal; un treno fermo un giorno a poche decine di chilometri da Delhi, arresosi per la nebbia; due vecchi a piedi con la bicicletta accanto nella luce chiara del mattino umido a Varanasi; la melma attorno alle gambe nel Gange, un branco di cani selvaggi nella boscaglia, un bambino che piange abbracciato a Camilla, volontaria italiana in un ashram; il caffè nero lungo caldo la mattina, un vento tiepido di pomeriggio, i menu israeliani nei caffè, la torta di mele con il gelato alla crema di nuovo a Varanasi, guardando il fiume, e ridendo di una musica estenuante.

Questo è un finale, avrebbe detto Sergio Caputo, tanti anni fa.

26/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VIII parte). Mangiare bere sognare

di Enrico Bianda, alle 10:41

Siamo scesi dall’aereo da poche ore, frastornati camminiamo lungo una via di cui non sappiamo nulla, polvere, vacche, smog, luce accecante, traffico, clacson, i primi tuk tuk, la frenesia dei rickshaw, la facce, gli occhi con lo sguardo nero di domande e indifferenza. Siamo a Delhi, avvolti in una sensazione inedita, di scoperta, di angoscia, di incertezza, di curiosità e di insofferenza: vorremmo essere ovunque e sapere già, conoscere.

Titu guida un’ape, il taxi tipico di tutto il sud est asiatico. Titu è silenzioso e pieno di riguardo. Titu è sikh, porta un turbante e lo sguardo è severo. Ci colpisce e ci convince. Partiamo in cinque, veloci nel traffico, con gli autobus vicini, che ci sfiorano, curve e rettilinei. Titu spiega tutto e racconta, e come prima cosa, vuole portarci al tempio sikh di Delhi, la sua casa.

Sikh Temple
Le cucine di un tempio Sikh a Delhi, foto di Manuela Ladu

Il primo impatto con il cibo, con la cucina indiana avviene proprio qui, tra queste costruzioni, dove una folla febbrile si muove scalza e ornata di turbanti o semplici fazzoletti a coprire il capo. Lunghi capelli mai tagliati e corpi in acqua, parlano e si lasciano andare alle offerte. Nel tempio le tablas e alcuni armonium suonano: anche questo è il primo impatto con la musica di qui.

Ci porta a visitare la cucina del tempio. Il primo impatto con l’India e le sue moltitudini avviene in questa grande cucina, dove immensi calderoni in ferro battuto, neri di fuliggine e fumanti, cuociono il cibo per centinaio, migliaia di pellegrini sikh, di membri della comunità, in visita e locali. Vengono, mangiano disciplinatamente, seduti a terra, in fila, e poi si alzano e se ne vanno. A turno c’è chi si occupa di servire, distribuire, e lavare. Pulire e rifornire, offrire soprattutto. Chiunque può sedersi qui e mangiare un piatto di riso, verdure al curry e nan, il pane senza lievito di questa terra.

Sikh Temple
La cucina di un tempio Sikh a Delhi. Si cucina e si mangia senza tregua. Foto di Manuela Ladu

Intanto alcuni cuochi si muovono tra i grandi immensi pentoloni che fumano di verdure gialle: peperoni e patate, e poi il riso e altre pietanze.

Cucinano senza tregua, tutto il giorno. Poco più in la alcune decine di donne impastano la farina con l’acqua e stendono la pasta sulla roccia: preparano il pane per tutti, una catena di montaggio comunitaria, felice, sostenibile.

Parte qui il desiderio di cibo buono che mi accompagnerà tutto il viaggio, con il naso nei padelloni dei fritti per strada, sognando cavolo e cipolle fritti nella pastella dei pakora, pani con le erbe e il burro, riso, salse, montone, pollo, tandoori. Nascerà qui, in questa cucina chiassosa e sorridente, l’illusione della dimensione comunitaria dell’India: forse i sikh sono così, fraterni e solidali. Altrove regna l’indifferenza, alleviata dalla speranza di una vita migliore, dopo la morte.

12/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VII parte). La città brucia

di Enrico Bianda, alle 15:23

“Mahaprasthan… The beginning of what wich never was… Il mahaprasthan è l’inizio di un processo ma anche la fine di qualcosa. E’ ‘il grande viaggio’. La fine che coincide con la partenza. Anche la cremazione di un corpo è mahaprasthan.” (Giuseppe Cederna, Il grande viaggio)

Varanasi. Lentamente, cullati dallo sciabordio dei remi che incontrano la resistenza dell’acqua attraversiamo il lontano echeggiare degli armonium. Nasce nello sfavillio di migliaia di lampadine e girandole infuocate la cantilena salmodiante cui si aggiungono le tablas e la voce. Seguiamo la corrente lungo questa città messa a fuoco. Sulle rive, lungo i Gath, si accendono da ore i roghi per i morti. Si riconoscono tra le fiamme, deposti su pire perfettamente calibrate nel peso, i corpi rigidi avvolti in poveri sudari ormai carbonizzati.

River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Nel rosso del fuoco da lontano si indovinano solo i piedi , immobili, innaturalmente attaccati a gambe magre. Bruciano i corpi dei morti. Brucia tutta la cittĂ .

Attracchiamo lontano da riva, ad un’imbarcazione a due piani. Le luci, la musica e le centinaia di persone trasformano i Gaht di Varanasi in un circo devoto al sole che se ne va. Un circo stancamente festoso, in contrasto con il rumore crepitante delle decine di roghi che avvolgono i morti portati qui per mettere fine alla trasmigrazione delle anime. Morire a Varanasi, sulle rive del Ganga, è per sempre.

Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Alba. L’aria umida, con tonalità di pastello, rosa, celeste chiaro, verde acqua. Osservo rapito un’operazione umile, dolente. Si raccolgono le ceneri dei roghi della notte. Ossa, terra, carboni, resti di sahari, ghirlande di fiori arancioni, vasi di terracotta: tutto riunito, raccolto in cesti di palma da operai seminudi. Sono l’ultima ruota del carro di questa industria della morte che anima i vicoli dietro l’Harischandra Ghat, il Ghatcrematorio. I cesti vengono immersi in acqua, ricolmi di umili resti.

Tutto viene sciolto nel Ganga, che li accoglie nella sua lenta putrefazione. Fiume di morti, di escrementi, di batteri, di liquami. Fiume sacro e purulento, come una lunga, inguaribile ferita.

02/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VI parte). Le quattro Indie

di Enrico Bianda, alle 13:18

Le persone che incontro da qualche tempo si dividono in diverse categorie, che vorrei provare ora riepilogare, piĂš per ordine mentale mio che per altro.

1. Il Survivor Intanto c’è naturalmente chi è tornato dall’India, e si affretta a raccontarti l’India che ha visto lui, che più che poter essere condivisa, va battagliata. La sua – di India – è di certo diversa dalla tua: più eccentrica, radicale, estrema, straziante, sporca, violenta, pericolosa, povera. Una gara a chi ha dormito negli alberghi più scalcinati, con più scarafaggi, urla, sporcizia, acqua fredda e lenzuola insanguinate. Lui è un sopravvissuto, un segnato, un eletto, un vaccinato, un eroe, un missing in action salvato dalla morte.

2. Il Mai-Tornato C’è poi chi non è mai tornato. Nel senso che dentro di lui è rimasto laggiù, la sua anima gentile ha messo le radici lungo la riva del Gange, ha trovato la pace e se può ogni anno torna a visitare una regione diversa, a piedi, in Tuk Tuk, in Rickshaw, in treno, in cammello, in bicicletta. Insomma la vita non è più la stessa e l’India è il paradiso, la quiete, la salvezza, l’orientamento e la bussola insieme, perdersi e ritrovarsi continuamente cercando se stessi.

Varanasi
Varanasi, foto di Manuela Ladu

3. Il Virtuale Incontro spesso anche chi non è mai partito, ma in realtà è già laggiÚ da tempo, anela partire e perdersi, legge e ascolta sitar elettrici, mangia in ristoranti etnici, beve lassi mango e vorrebbe tanto lasciarsi andare alla serenità ayurvedica, tra verdi palme e scorrer di fiumi meditativi. Affrontano il lungo percorso della cucina macrobiotica e si sperimentano nella riflessologia, ipotizzano check up con medici ayurveda, e vorrebbero tanto lavarsi i denti con il dentifricio Vicco.

4. L’Amuchino C’è chi non vorrebbe mai esser partito, nonostante tutto è andato, un po’ Brancaleone un po’ Mister Bean, armato come fosse un corso di sopravvivenza con bidĂŠportatile in neoprene nero (esiste). Hanno il terrore di essersi presi la malaria ceppo Plasmorium Falciparum, sono partiti con 7 flaconcini da viaggio di Amuchina che usavano per ingerire massicce dosi di Malarone.

Leggi anche: prima, seconda, terza, quarta parte e guarda l’intervista live, e quinta parte

13/02/2009

Ondavè (quinta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 11:47

Il cantilenare di Kumar ci accompagna fuori da Jaipur. Stiamo cercando il Tempio delle scimmie, il Galta.

“No good, no many people there, very dirty there, dangerous monkeys”

Lo raggiungiamo nonostante le proteste, il traffico, la follia totale delle strade, attraversiamo quartieri che sembrano appena usciti da un bombardamento, case crollate, muri anneriti, finestre e porte sfondate. Il pomeriggio allunga un po’ le ombre, l’umidità sale a poco a poco, l’aria assume quella pesantezza della sera che conosciamo bene.

Il Galta finalmente appare, raggiunto percorrendo una strada che attraversa una valle alberata, qualche gregge e poche macchine.

Jaipur Monkey temple
Jaipur Monkey temple, foto di Manuela Ladu

Ci accolgono le vestigia di quello che probabilmente era un tempio importante. Adesso assomiglia forse più ad un set cinematografico abbandonato, o alle casematte che appartengono ai miei ricordi militari. Un girello arrugginito ci introduce al tempio semi deserto. Due occidentali ci vengono incontro bianchi in volto e sussurrano passando “Good Luck”.

Questo tempio delle scimmie appare subito un luogo desolato e isolato, che sprigiona una magia infettiva: macerie con scimmie. Mi vengono in mente le parole di W.G. Sebal nella sua Storia naturale della distruzione (qui una bella recensione):

questi sono luoghi abitati da scimmie, centinaia di scimmie che si azzuffano urlando, che si fermano immobili e ti guardano con occhi penetranti.

E’ un post qualcosa questo luogo: vestigia, macerie, abbandono.

Poca vita. Qualche frammento visibile di devozione. Guardiani che, piĂš che altro, resistono. La sera con il tramonto questo luogo trasfigura, appare fluorescente per una magia della luce che unisce la nebbia, i fari gialli che illuminano il centro della valle, le piccole lampade dei templi, la luna che illumina la notte.

Ed una voce, che gracchia come un flusso di coscienza. Una lettura continua, scritture, richiamo: da qualche parte un Sadu legge ad un microfono che amplifica attraverso i palazzi sventrati, la polvere e le urla delle scimmie.

Leggi anche: prima, seconda, terza, quarta parte e guarda l’intervista live

11/02/2009

Lo sconfinamento nel corpo

di Enrico Bianda, alle 16:34

In questi guasti giorni è apparso a piĂš riprese un fantasma, uno spettro che mi angoscia, che schiaccia contro un muro, nel silenzio colpevole di molta politica, di tutta la politica. Lo spettro è quello piĂš spregevole dell’uso politico del corpo, dell’abuso ideologico del corpo, come la propaganda che parlava attraverso le caricature arroganti di nasi e labbra carnose.

L’uso sfacciato di un corpo, in presenza e in assenza.

E’ la recrudescenza della peggior biopolitica, insieme agli sconfinamenti evocati da un bell’articolo di Bruno Accarino, apparso ieri sulle pagine del Manifesto: quella che si descrive tra le righe è una vera e propria psicopatologia del potere, cangiante e pervasiva, capace di penetrare tutti i luoghi dello spazio sociale.

05/02/2009

Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 08:06

Leggi: prima, seconda, terza parte

Ondavé. Già. Il senso del viaggio, della sorpresa e della meraviglia. E dell’indignazione, certo. Tradotto vuole dire On the way.

– Riusciamo a comprare un po’ d’acqua Kumar?
– Ondavé

Un mantra, forse.
Sguardi perplessi, sfogliar di guide, con il dito a seguire quella strada per Ajmer.

– Ma dove si trova Ondavé, Kumar?
– (Ride)

Sulla strada, un flipper, destra sinistra, corsia di sorpasso, strisce, cartelli, semafori, macché. Così come l’inglese di molti indiani è riassumibile con “parole a casaccio” così la guida degli indiani può essere descritta come un continuo “fate un po’ quello che vi pare”.

Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu
Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu

Lo so è banale, tutta roba che parrà normale a chi in India c’è stato, in passato, ma non siamo riusciti ad abituarci alla sensazione di minaccia continua che si prova lungo le strade, con enormi camion che trasportano grano in sacche che sembrano schiacciare il mezzo sull’asfalto, che spuntano all’improvviso contromano, ineffabili, e ci costringono ad improvvisi scarti fuori dalla carreggiata.

OndavĂŠ. Suona profetico comunque. Ma dove sono stato?

Mi rigiro tra le mani un copricapo verde che ho comprato. Siamo ad Ajmer. Di fronte a noi la calca per entrare al Dargah, il Santuario musulmano costruito intorno il mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti, un derviscio che fondò in India l’ordine dei Sufi nel 1166.

L’islam di questa città rimanda apparentemente alla tradizione indonesiana. Questo piccolo copricapo verde, ha all’interno un’etichetta: Made in Indonesia. L’India produce tonnellate e tonnellate di tessuti.

Intorno, un fiume di persone, concitazione al limite dell’isteria, sguardi che penetrano, i colori predominanti sono il bianco delle vesti e il verde dell’Islam.

Prima di avvicinarmi all’entrata sorvegliata del Dargah ho camminato lungo le vie della città vecchia di Ajmer. L’impressione è che questa roccaforte islamica in India viva anche – non solo – dell’estremismo che si percepisce chiaramente seguendo i discorsi trasmessi dalle televisioni nelle botteghe: sono discorsi gridati, urlati con rabbia apparente, registrati e mandati in loop con le videocassette. Il gracchiare assordante riempie le strade, la devozione è forte, tutto ruota attorno al mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti. L’economia della città, le centinaia di botteghe che vendono fiori, soprattutto garofani rossi, il cui profumo acre ottura l’aria rendendola densa, le collane di cotone rosso-arancio, i dolci, oggetti devozionali da offrire presso la tomba.

01/02/2009

Ondavè (terza parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 18:51

Ma che ci faccio qui. Interrogativo retorico e consumato, alibi viaggiante, metafora consolatoria che alimenta taccuini Moleskine alla Chatwin. Eppure questa domanda me la sono fatta. Ce la siamo fatta noi che esterrefatti guardavamo l’umanità lasciarsi strapazzare dalla vita con rassegnazione orientale.
Che ci facciamo qui. Poi la domanda si trasforma in un ma chi me lo ha fatto fare?

Varanasi, foto di Manuela Ladu
Varanasi, foto di Manuela Ladu

Ma oggi, a distanza di qualche settimana giĂ  cresce in noi una sorta di nostalgia per la violenta sopraffazione esercitata dagli elementi, dal caos delle strade, dalle contraddizioni che a Varanasi, soprattutto li, cittĂ  turistica che si nega con rabbia alla bellezza, trovano il loro compimento.

Varanasi, città sacra, santa, violata, morta, decomposta, bruciata, in rovina. Calamita per drop-out occidentali, italiani e israeliani, città mantice, respiro affannoso, città di nebbia e di luce abbagliante, d’acqua e di aria rarefatta, di vita e di deserto.

Estremo pornografico, dove in mostra è la morte, nelle case, per strada, sotto lenzuola sporche in attesa, dove anche chi dorme si veste di morte, con coperte fin sopra gli occhi, immobili nel movimento affannato dei vicoli.

Città industriosa nella dissoluzione, applicata, calcolatrice, efficiente nell’organizzare scientificamente la morte e la sua rappresentazione simbolica. La morte, qui, è quanto di più efficiente si possa osservare.

30/01/2009

Ondavè (seconda parte). Diario scomodo dall’India

di Enrico Bianda, alle 16:45

Allora iniziamo dall’inizio. Passo il viaggio seguendo la piccola sagoma dell’aereo che passa sopra territori sconfinati e bellissimi, intriganti: il Mar Nero e Odessa, dove anelo di andare da tre anni, l’Afghanistan, Peshawar, e altro ancora. Tutto sotto di noi, da qualche parte oltre il buio, oltre le nuvole.

Delhi by Manuela Ladu
Delhi by Manuela Ladu

Finalmente a Delhi, preparato a tutto, seguo dettagliatamente le indicazioni di un amico, e cerco un ufficio che ha un’insegna sgangherata: Pre-paid Taxi. 310 Rupie, esco nell’aria già calda del mattino, annuso per la prima volta l’aria e la luce. Perché a qui, in India, l’aria non solo si respira, a fatica, ma la si guarda, abbagliante.

E’ il “dolce aroma impregnato di sudore della speranza, che è l’opposto dell’odio; so che è l’aroma acre e soffocante dell’avidità, che è l’opposto dell’amore. E’ l’aroma di dei, demoni, imperi e civiltà che risorgono e decadono. E’ l’odore di sangue e metallo delle macchine. Fiuti diecimila ristoranti, cinquemila templi, chiese e moschee, un centinaio di bazaar dove si vendono profumi, spezie, incenso, fiori appena colti. Il peggiore buon profumo del mondo.”

Lo scrive Gregory David Roberts in Shantaram, e non poteva essere descritto meglio.

(leggi prima parte)

27/01/2009

Ondavè (prima parte). Diario scomodo dall’India

di Enrico Bianda, alle 10:44

Io, dal viaggio di due settimane in India, sono rientrato alla vita normale con una certa fatica; per la prima volta in vita mia con il desiderio di lasciare che i ricordi e le immagini riprendessero ad essere nitide, che gli odori si placassero, che finalmente anche le mie orecchie smettessero di sibilare senza tregua, assalite dai clacson assordanti.

Old Delhi. Foto di Manuela Ladu
Old Delhi. Foto di Manuela Ladu

Tra le cose piÚ ridicole che ho visto in india, anzi forse tra le piÚ ridicole in assoluto, vi è il campionario di amenità orientaleggianti degli occidentali che spiaggiano in India per qualche mese, per poi tornare spesso con la coda tra le gambe e qualche malattia infettiva di cui si libereranno a fatica.

    TOP FIVE delle sciocchezze occidentali in India
    5. indossare sui pantaloni tecnici da viaggio globale un Sari di seta colorata che scende oltre il ginocchio;
    4. smettere di lavarsi i capelli per vedere se con i dreadlocks ci si mimetizza meglio con gli autoctoni;
    3. fare finta di non sentire i liquami che passano tra le dita dei piedi e indossare le infradito anche tra le vie di Calcutta (dove 16 milioni di esseri umani grosso modo rilasciano le deiezioni in strada, sull’asfalto);
    2. dal primo giorno portare bracciali di tela pelle pietra di luna e argento, anche cavigliere, simboli Hindu colorati, non distinguere atti devozionali dal feticismo dell’oggettistica etnica;
    1. giocare a Badmington con un Sadu su un ghat di Varanasi

(continua…)