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14/02/2011

Rock & Roll

di Enrico Bianda, alle 14:18

E’ morto come avrebbe voluto morire. O almeno è morto il giorno in cui avrebbe voluto morire. Il giorno del suo compleanno, a 53 anni. Tutti vissuti per la musica. Generosamente.

Ernesto De Pascale davanti ai suoi dischi
Ernesto De Pascale davanti ai suoi dischi

Ernest – come lo chiamavo io – De Pascale, l’avevo visto l’ultima volta un anno fa: era venuto a cena a casa, e se c’era una cosa che amava forse quanto la musica era la cucina. Gli brillavano gli occhi come ad un concerto degli Steely Dan, faceva una smorfia goduriosa, e se nel mentre lo stereo suonava qualcosa che amava, o che lo incuriosiva, beh, l’avevi conquistato.

L’ho frequentato per qualche anno, e per un periodo sono stato spesso a casa sua, di fronte ad un’immensa parete di vinili, e si ascoltava musica, bevendo un caffè, sopratutto la mattina. Lui parlava sempre, mille progetti, recensioni, presentazioni, articoli, riviste, fotografie.
Ieri un comune conoscente, mentre si vegliava il suo corpo, ha detto semplicemente che Ernesto era un professionista, come pochi ce ne sono nel mondo della musica in Italia oggi.

Per lui la musica era una missione, e sopratutto lo era aiutare e promuovere i giovani talenti, o anche coloro che forse talenti non erano, ma amavano la musica e ci volevano provare. Per loro aveva un sacro rispetto. La passione giovanile per lui non si era mai sopita, e se la scorgeva in qualcuno, anche il piĂą scapestrato dei musicisti, lo rispettava. Era una cosa molto bella e commovente.

E poi amava alla follia incontrare musicisti: vedere la musica. E se si trattava di farsi anche un’ora di palestra a New York, che per lui non era proprio agevole, lo faceva: beh, lo faceva perchè era quello il modo di incontrare Lou Reed. E rubargli un’intervista. Negli anni ha regalato a Webgol altre storie: la nota piĂą profonda dell’universo, un reportage da Celebration, la cittĂ  perfetta, un ricordo di Ray Charles e un post doppio (prima e seconda parte) sul 1980 – a pretty wild year.

Ecco, credo che Ernesto abbia incontrato tutti, ma davvero tutti quelli che valeva la pena incontrare – e tutte le storie che valeva la pena raccontare ci ha raccontato. Grazie.

30/07/2010

Mondo cane. Per fortuna

di Enrico Bianda, alle 13:19

La canzone italiana degli anni sessanta, te l’aspetteresti ricantata in qualche show estivo in diretta da Milano Marittima, da Portofino. Con le facce raggrinzite dei soliti ospiti, i capelli tinti e il cerone in viso.

Ma c’è anche chi quelle canzoni ha deciso di cantarle, appunto, con leggerezza. Uno che non ti aspetti: Mike Patton, la voce dei Faith No More, e la testa di tanti progetti (Tomahawk, Mr. Bungle, Fantomas e altro). Musica fuori limite di velocitĂ , per orecchie ardite, ma con un tasso di divertimento assoluto. E con perizia musicale, che non guasta. E poi le collaborazioni con alcune avanguardie – Zorn in primo luogo – con la produzione, tanti anni fa, di dischi come Pranzo Oltranzista dove Patton si cimentava insieme a un nucleo di musicisti dell’area newyorkese con un ricettario futurista.

Poi le lunghe frequentazioni italiane. E alla fine, complice la compagna, forse non poteva andare diversamente. Mondo Cane, annunciatissima operazione discografica preceduta da anni di prove dal vivo, mette in fila canzoni come Il cielo in una stanza, 20 km al giorno, L’uomo che non sapeva amare e Senza fine. Una manciata di canzoni in confezione regalo: musicisti fidati, italiani, Roy Paci, un’orchestra al completo.

Qualche giorno fa Patton suonava a Firenze. Mondo Cane dal vivo è notevole. Forse ancora meglio che su disco, che pure è la documentazione di alcune prove registrate in concerto, opportunamente ripulite. Patton e compagni si divertono. Apparentemente quella musica, quelle canzoni suscitano in loro un vero piacere: nel suonare, nell’ascoltare quanto fanno e nel toccare con mano la resa che queste canzoni hanno sul pubblico.

Francamente mai avrei pensato di provare piacere nell’ascoltare il classico estivo di Vianello, Con le pinne fucile ed occhiali. Patton ne da una versione quasi filologica: con lo stesso ritmo dal sapore sudamericano, tra una Rumba e un Calypso lento. Il trucco forse sta proprio qui. Patton non stravolge canzoni che sono belle. Che erano belle nei loro arrangiamenti un po’ stralunati – perchĂ© il divertimento all’epoca era reale e forse perchĂ© quelli erano anni in cui c’era davvero bisogno di divertirsi. Quella musica contiene una dose di futilitĂ  che basta a sè – e che Mondo Cane saggiamente preserva.

Di alcune canzoni, Patton fa un esercizio di bravura vocale, con un break rumoristico che ai devoti ricorderà il lavoro con Zorn, o con Bjork: spingere il suono dei vocalizzi ai limiti imposti dalla fisiologia. Così come accade in Urlo Negro, un Beat quasi punk dei Blackman, gruppo romagnolo di cui non si sa nulla. Canzone che permette a Patton, nella versione dal vivo, di esprimersi in un’incursione in puro stile Faith No More. Per poi tornare ironicamente a far spallucce nel refrain. Ancora una volta puro piacere.

“La musica non è soltanto costruzione di melodie, di armonie, di strutture formali. A un livello più profondo, essa è una trasfigurazione dell’esperienza acustica e delle sue connotazioni emotive: una trasfigurazione che si realizza anche attraverso l’invenzione di timbri e di mondi sonori inauditi.” (Gianni Zanarini, “Il suono”, in Enciclopedia della musica, II. Il sapere musicale, Einaudi, 2002).

Patton canta perfettamente in italiano (tranne le doppie “t”, che sanno d’americano, inevitabilmente). E’ un buffo cortocircuito: se tra i ’50 e i ’70 i nostri, nel cantar le canzonette, spingevano molto su una pronuncia americaneggiante, oggi Patton non si libera di quella calata. Insomma anche qui l’ironia (in giacca bianca).

Quei mondi sonori contenevano, per l’epoca, invenzioni acustiche oggi strabilianti: le voci dei cori da avanguardia accademica novecentesca, le tastiere che si animavano di suoni che andavano dalla cetra alla spinetta passando per il theremin, i giri di basso con plettro in un singhiozzo beat inesorabile. I mondi (cane) sonori Patton li recupera intelligentemente, facendoli riscoprire al suo pubblico e rendendo loro giustizia.

11/06/2010

Un infinito che resta in bilico sul nulla

di Enrico Bianda, alle 10:14

Allora, che cosa faccio quando disegno? E quando guardo disegnare? Beh, questo è facile: sono invidioso. Molto.

Anzi mi consumo dall’invidia e desidero immediatamente avere un foglio davanti a me, per poter replicare quanto visto. Il tratto della penna nera sul foglio bianco mi attrae moltissimo.
Purtroppo non sono in grado di essere originale.
Al contrario me la cavo quando mi metto a rifare qualcosa che mi ha colpito.

Disegno di Margherita Morgantin
Disegno di Margherita Morgantin

La cosa che più mi colpisce negli artisti che amo, e che disegnano bene, è la loro forza primitiva, l’idea che quando si è veramente bravi ed originali, non si capisce quanto si padroneggi la tecnica.
Mi spiego.

Copertina di Titolo Variabile, di Margherita Morgantin per Quod LibetMargherita Morgantin è un’artista. Famosa. Insomma espone nelle gallerie. Le pubblicano i libri, come Titolo variabile, per Quodlibet. Il suo è un disegno primordiale, che ricama dentro il percepire di un bambino, ma corregge con la continuità di tratto dell’adulto consapevole. Il suo è un lavoro curioso, fatto di continui richiami all’esperienza, che si traduce in brevi e folgoranti aforismi, che possono essere di questo tipo:

Non so parlare, non trovo le parole, quando le dico significano altro da quello che pensavo.

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02/06/2010

Fenomenologia del carrello delle carni

di Enrico Bianda, alle 01:01

[Sono andato a controllare, chĂ© mi divertiva l’idea di questo pezzo lento, anzi lentissimo: risolto in due movimenti blog distanti quasi due anni. Il pezzo è di settembre 2008. Mai pubblicato. PerchĂ© a Enrico dicevo – inforcando un simbolico monocolo in punta di puntiglio – essere fallante di necessaria documentazione fotografica (sapendo bene di colpirlo nel debole di una attitudine reflex che per molto non s’è piegata a macchinette piĂą portatili). Poi, qualche giorno fa, mi arrivano le foto – Enrico era tornato in quel ristorante di Bologna, e il cerchio foto-carnivoro si è infine chiuso. Bòn (apetìt e letĂąr). as]

Devi riuscirgli simpatico. All’inizio, subito. Se sei li, tra le righe, è perché ci stanno i carrelli. Poi lui, il cameriere, alto, anzi allungato, incuneato, capelli all’indietro, gel e sguardo nervoso, blocchetto in mano, scattante nei gesti; lui viene e ti chiede lo stesso che vuoi.

(Mettendomi alla prova) Di primo prende qualcosa? Glielo chiedo ma sappia che ci vuole un po’ di tempo…
– No, pensavo a un secondo.
(Ancora un po’ dubbioso) Hocapitomoltobene.
(Intimorito) Ehm, gli arrosti?
(Annuisce compiaciuto) Il carrello… Ottima scelta. Lei non è nuovo, mi pareva, conosce il postomoltobene.
(Impetuoso, esiste solo una risposta) Da bere?
– Un bicchiere di vino rosso?
– E’ a consumo le porto la bottiglia e lei beve poi paga quanto ha bevuto.
– E una bottiglia d’acqua.

Carrello dei bolliti. La prima apparizione. Foto di Enrico Bianda
Carrello dei bolliti. La prima apparizione. Foto di Enrico Bianda

Fa per scomparire dietro una tenda di trucioli ma si ferma a metĂ .

– L’acqua fredda o a temperatura ambiente? E’ importante!

Resta in ascolto una frazione di secondo, con la testa protesa verso la cucina. Con la coda dell’occhio mi tiene bloccato nella decisione.

– Temperatura ambiente.
– Bene. E comunque è fresca anche lei.

Non ero nuovo, è vero. Mi ci aveva portato lo scorso anno Franco Farinelli, un professore di geografia che insegna a Bologna. “Bianda ti porto in un vero ristorante bolognese, da Bertino”. Lo avevo incontrato per una intervista – e mi aveva raccontato di quando la geografia era il sapere del mondo: da Kant (che era prima un geografo) a nomi che strepitano solo a pronunciarli, Anassimandro per esempio.

Il ristorante si rivela uno di quei posti magici fatti solo per mangiare. Il resto chissene. I tavoli sono messi un po’ a caso, ci sono tovaglie bianche spesse, tovaglioli bianchi, sedie impagliate con gambe cilindriche solide e pesanti, pareti piene di fotografie e ritagli di giornale. L’odore è pesante, di brodo arrosto lesso sugo e fritto. I camerieri danzano un po’ pesantemente tra i tavoli trascinandosi dietro due carrelli, supervisionati da un’anziana signora con gli occhi tristi, e l’abito sgargiante.

Il carrello dei bolliti. Doppio come il tandem. Foto di Enrico Bianda
Il carrello dei bolliti. Doppio come il tandem. Foto di Enrico Bianda

Ho scelto gli arrosti misti. Mi piace guardare il carrello, e il cameriere che traffica con coltello e cucchiaio tra le carni. Quella del carrello è una fenomenologia complessa. C’è un preludio di sottointesi e di accordi informali: di non detto e sottaciuto. C’è un rapporto strano che si instaura tra cliente e cameriere. Si parla, ci si orienta, ma non è proprio una negoziazione: i coltelli in mano ce li ha lui, e sporziona lui.

E’ una sintassi complessa che impone rispetto e passa attraverso un rapido apprendistato. Una sintassi che si fonda su un’ipotesi gastronomica spogliata della sua funzione scenografica, che non vuole piatti quadrati e bave di aceto balsamico, e nemmeno mousse tortini sformati lettini.

Il carrello dei bolliti. Il taglio. Foto di Enrico Bianda
Il carrello dei bolliti. Il taglio. Foto di Enrico Bianda

Il carrello è senza sovrastrutture. Risponde ad un’organizzazione del lavoro industriale, manufatto e lavoratore e consumatore. Il carrello è una fabbrica fordista in miniatura. Acciaio e carne.

Nella vasca di sugo del carrello degli arrosti sguazzano: capocollo di maiale, galantina di coniglio, arista, vitella, prosciutto di Praga arrosto, faraona. Nel sugo uniti, umidi. E poi i contorni, patate, frittelle di zucca e mele, sformato di patate e piselli e pomodori con cipolla. E sugo. Alla fine con il cucchiaio sul vassoietto.

Il risultato finale. Foto di Enrico Bianda
Il risultato finale. Foto di Enrico Bianda

Una delizia, pensi, guardando il cameriere fermarsi con il carrello in mezzo – tra la cucina e te.

26/05/2010

John Berger e l’urgenza della vita nel disegno

di Enrico Bianda, alle 11:16

Disegnare chi è morto implica un senso di urgenza molto forte. Nell’intero corso del tempo, passato e a venire, è un momento unico: l’ultima occasione di disegnare quel che non sarĂ  mai piĂą visibile, nĂ© da te nĂ© da nessun altro – che si è manifestato un tempo e non si manifesterĂ  mai piĂą.

Ho un po’ parafrasato, ma in sostanza queste sono le parole di John Berger, critico d’arte, disegnatore e storyteller – come a lui piace definirsi. Racconta questa cosa in un libro tutto dedicato al disegno che si intitola Sul disegnare (edito dai tipi della Scheiweller). E lo fa ricordando una serie di disegni che aveva fatto ritraendo il volto del padre, morto, nella bara. C’è, nel ricordo di questo volto, l’urgenza di fermare i lineamenti in un ricordo persistente.

Il disegno – l’atto stesso del disegnare – manca di quella sfumatura macabra che avrebbe avuto invece un ritratto fotografico. A fare la differenza è il tempo trascorso. Trascorso ritraendo. Guardando intensamente la forma e la vuota espressione del viso. Berger infatti dice di aver fatto vari disegni. C’è evidentemente uno sforzo per fissare quell’immagine fissa di per se. Quel corpo è fisso, lo è per sempre. Ma ancora per poco nella sua visibilitĂ . Ecco l’urgenza, evidente, e la sfida, del riuscire a ritrarre quel viso nel tempo concesso.

Alla fine il disegno è un atto che da macabro diviene coraggioso. Sfida il tempo e il mutamento. Il tratto della matita fissa su carta i lineamenti per l’ultima volta. E’ l’ultimo istante di forma umana, ancorché svuotata di vita. Ma la vita sta nello sforzo del disegno.

Quello di Berger mi sembra un supremo gesto d’amore, commovente.

15/05/2010

Mattotti, Jullien e proprio quel mentre che a molti sfugge

di Enrico Bianda, alle 11:43

L’altro giorno sono andato a casa di Lorenzo Mattotti. A casa o nello studio non ho capito. Potrebbe essere tutte e due le cose, o solo una delle due. Comunque lui ci passa molto tempo. E’ accanto al Marais, a Parigi. Bella zona.

Lorenzo Mattotti è poliedrico narratore col pennello, cresciuto artisticamente in Italia negli anni 70-80. Viene da una generazione di disegnatori e fumettisti leggendaria, che non è il caso di ripercorrere qui.
A differenza di molti altri, però, Mattotti ha sempre avuto una vocazione al disegno che travalica la dimensione del fumetto. Il suo disegno ha sempre faticato a stare dentro una pagina. Oppure dalle pagine aveva la tendenza a esplodere in cielo. Un vulcano di colore, anche quando era in b/n tendeva a fare dei neri un mare e dei bianchi un cielo – con tutte le sfumature del caso.

Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda
Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda

Disegno cinetico quello di Mattotti la cui pittura, coltivata a lungo in segreto, è ora esplosa in grandi formati che ricordano il Matisse di mezzo: quello dei rossi a squarciagola, dei blu profondi. Il passaggio dalla pagina alla tela grande è continuo, tant’è che Mattotti appoggia alle pareti i grandi quadri che guardano tutti verso il muro, e sui tavoli da lavoro appaiono e spariscono piccole figure, bozzetti e scene provino per cartoni, fumetti, illustrazioni e altro ancora.

Abbiamo parlato di molto, e poco di disegno, in fondo: di Lou Reed e di quanto possa essere disorientante il suo umorale stato d’animo, di musica certo, di immaginazione e di quaderni, di Parigi e di Italia, di gallerie e di altri artisti, di modelli e di editoria.

Tavolo di lavoro di Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda
Tavolo di lavoro di Lorenzo Mattotti, foto di Enrico Bianda

A me è servito per fare il punto su una cosa che mi accompagna fin da quando ero bambino. Ho ricordi intimi e segreti che restano ancorati al gesto del disegno. Al significato profondo del ritrarre qualcuno, del fissare un volto su di un foglio, traducendo in fissità quello che è trasformazione, perchè un volto lo si disegna nel tempo.
Può passare un’ora, due, più giorni a disegnare la figura di un uomo. E lui si trasforma, invecchia, perfino muore, mentre tu disegni. E’ forse questo un modo per dare forma alle trasformazioni silenziose di cui parla Francois Jullien in una lunga intervista che gli ho fatto qualche settimana fa (e che andrà in onda a giugno sulla Rete 2 della Rsi)

Personaggio singolare, quanto meno, Francois Jullien, incontrato presso il suo Institut de la pensĂ©e contemporaine, che ha fondato all’UniversitĂ© Paris VII, dove insegna.

Partito idealmente dalla Grecia, dalla filosofia classica, ha viaggiato fisicamente e filosoficamente in Cina e in Oriente a partire dagli anni ’70 – alla ricerca di quelle che lui chiama feconditĂ  dell’incontro tra i due sistemi di pensiero: lavorando sugli scarti tra i due per riuscire a pensare l’impensato.

Un frammento dalla conversazione a proposito – segnalando, tra l’altro, il recente, non ancora tradotto, Le Pont des singes (esce per GalilĂ©e), che porta come sottotitolo FĂ©conditĂ© culturelle face Ă  l’identitĂ© nationale. Una risposta dura al dibattito promosso dal Governo Sarkozy appunto sull’identitĂ  nazionale.

ASCOLTA un pezzo dell’intervista a Jullien, che andrĂ  in onda integrale sul sito della Rtsi ai primi di giugno

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Ne ha scritto in un bel librino intitolato proprio così, Le trasformazioni silenziose. Una lettura entusiasmante. Indaga, Jullien, su quei piccolissimi spostamenti dell’animo che fanno sì, ad esempio, che a un certo punto una coppia di innamorati deflagri. D’improvviso, pare a noi. Invece no. I segni, a saperli cogliere, c’erano da tempo: frugavano, scalfivano, consumavano. E’ che noi non sappiano dare un senso al mentre, alla trasformazione. Vediamo il prima e il poi, in mezzo il casino, ma il durante?

Pensavo a questo, mentre guardavo i disegni di Mattotti: la pazienza, la dote nel tratto. Va a finire che il disegno è proprio quando sta – coglie – proprio quel mentre che a molti sfugge.

12/05/2010

Musica per una festa in cui non ti fanno entrare

di Enrico Bianda, alle 11:12

Musica per una festa in cui non ti fanno entrare.

Ho molto riso per questa frase apparsa sul New Yorker e citata dal ilpost.it (complimenti al bel lavoro che fanno) dentro una recensione del nuovo, intimo pare, disco di Tracey Thorn, Love and his opposite.

Certe volte riappaiono nomi che pensavi di non poter piĂą sentir pronunciare o scrivere da nessuna parte. Rimossi dalla contemporaneitĂ , per così dire. E invece zacchete ecco che si ripresentano dal nulla apparente che siamo noi – e per una volta accade perchè ci sono delle cose da dire.

(Insomma non solo come accadeva in quel buffo film “Scrivimi una canzone” dove un reduce degli ’80 stile Wham veniva riciclato in un programma di lotta tra ex divi).

Qui Tracey Thorn, ex voce del duo Everything But The Girl, pubblica un lavoro di canzoni, registrato a Berlino. La voce è sempre la sua, la vena è buona, stando a quello che si è potuto ascoltare fino ad ora.

Poi. Il risentir parlare di Tracey Thorn mi ha fatto venir voglia di andar di la in salotto e mettere sul piatto del giradischi il primo disco solista della Horn, datato 1982, solo voce e chitarra. Non un capolavoro, ma quello che non può la musica, può la nostalgia.

21/01/2010

Sandwich digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica.

di Enrico Bianda, alle 19:29

Sandwich Digitale. La vita segreta dell'immagine fotograficaFino ad oggi non mi era capitato di leggere qualcosa di convincente sull’avvento e sulla diffusione universale delle fotocamere digitali. Adesso c’è, semplicemente. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di impressioni personali, e insieme tentativo di sintesi di una pratica piĂą che decennale, da parte di un fotografo che si chiama Paolo Rosselli. Ha pubblicato un libro intitolato “Sandwich Digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica” con l’editore Quodlibet. La cosa mi ha incuriosito, per molti motivi, tra questi, ammetto, l’autorevolezza della casa editrice, che ha fatto si che partissi con il piede giusto.

Tokyo. Foto di Paolo Rosselli
Tokyo. Foto di Paolo Rosselli

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22/10/2009

Ostalgie canaglia. Dai, è finita, tschüss.

di Enrico Bianda, alle 20:11

Ho visto una cosa straordinaria oggi. Un lungo documentario datato 1989, in bianco e nero girato da 12 registi appartenenti alla DEFA, operatori e giornalisti dell’audio-video che realizzavano materiali televisivi a sostegno del regime della DDR. All’indomani del famoso lunedì 9 ottobre di quell’anno – all’indomani della grande manifestazione che portò 90000 persone in corteo attraverso la città di Lipsia – questi operatori vennero mandati a filmare e a intervistare un po’ tutti i protagonisti di quella storica giornata.

La cosa straordinaria (se vogliamo grottesca con un bel po’ di senno di poi) è che questi se ne andavano in giro come degli entomologi per caso, a intervistare le persone. Operai nei cantieri, disoccupati in fila all’ufficio collocamento, giovani studenti: dentro le sezioni del partito (l’unico ammesso), le caserme, le sedi della polizia, gli uffici amministrativi, e così via. Per alcune ore, è come un flusso che slitta ai confini della storia: persone che non hanno capito che cosa è accaduto. Magari sanno che in città qualcosa è cambiato, ma di fronte alle interviste a caldo non sanno come interpretare il cambiamento. Sanno peraltro che non si possono sbilanciare più di tanto. Alcuni mantengono una rigidità da interrogatorio che mette paura.

Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio.
Le candele di Lipsia. In una foto storica di archivio.

In quel momento, nonostante le 90000 persone e le candele ancora accese davanti alla sede della STASI, si sentono di fronte ad un bivio. Dire la verità o recitare la manfrina che la DDR voleva sentirsi raccontare. Ancora più dissonante è la faccia del capo della polizia, che continua a scuotere la testa: si sente sotto esame, non sa che dire, ma deve parlare e mantenere un certo rigore. Quei documenti li vedranno a Berlino, la macchina della propaganda è in marcia. Ogni tanto, però, il capo della polizia viene percorso da uno spasimo che lo rende umano. Come a dire: ragazzi, dai è finita, lo sappiamo tutti.

I materiali delle interviste sono stati girati tra il 16 ottobre e il 7 novembre. Due giorni dopo il muro viene giĂą.

Jana Hensel, la ostalgie della DDR

Mi è rimasta però ancora una cosa da riprendere. Ne ho riparlato anche con Jana Hensel, autrice del romanzo Zonenkinder, l’altro giorno a Berlino. La ostalgie. Lei è porta su di se l’accusa di essere una nostalgica della DDR. Sicchè insomma ho chiesto a lei di raccontarmi un po’ che cosa ne pensasse. E lei l’ha presa da lontano. Ecco più o meno cosa mi ha raccontato:

Conoscerai il palazzo della Repubblica a Berlino, no? E’ stato appena abbattuto. Nella mia infanzia quel palazzo era il simbolo dell’oppressione e della repressione. Li dentro si tenevano le manifestazioni della SED, ed era tutto però così lontano dalla mia vita. Io non volevo averci a che fare. Per altri era un luogo ridicolo.

Ma nel momento esatto in cui questo palazzo scompare, ecco esso diviene il simbolo della mia vita. Anche se non ho avuto nulla a che fare con lui! Avviene una riunificazione retrospettiva con questa cosa, e per me è davvero difficile da spiegare.

Jana Hensel
Jana Hensel

Ora il fatto che io mi senta in qualche modo legata a questo palazzo mi proietta in una dimensione di nostalgia. Addirittura parrebbe che io desideri un ritorno alla DDR.

Ostalgie non è il desiderio di un ritorno al passato, alla dittatura, ad uno stato repressivo come era la DDR. In realtà l’ostalgie è il desiderio di ricollegarsi alla propria vita, come in un flusso che è stato in passato interrotto. E’ un tentativo, fatto con una certa consapevolezza, di ricordarsi di film, di libri, di musica. Ricordare attraverso le espressioni della cultura pop della DDR.

Ascolta un pezzetto dell’audio dell’intervista

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I tedeschi dell’EST sono stati molto criticati per questo loro tentativo di ricordare. Personalmente non ho mai potuto capire queste critiche. Nella DDR noi abbiamo vissuto, abbiamo condotto una vita che aveva anche dei tratti di normalità. Avevamo una vita quotidiana che vogliamo ricordare senza per questo immaginare un ritorno alla DDR.

Concludo, per sottolineare come questa questione del Palazzo della Repubblica sia sentita in Germania. Oggi, il quotidiano Die Welt, nella prima della cultura, pubblica un piccolo articolo molto significativo: “Koalition will sich zum Schloss-Wiederaufbau bekennen”: come a dire che la coalizione di governo appena insediatasi verrà ricordata come quella che ha ricostruito il Castello. (originariamente, prima che la DDR costruisse il suo Palazzo della Repubblica, il sito, accanto alla Humboldt Universität e all’Opera, accoglieva un importante Castello imperiale, e questo verrà ricostruito in modo filologico). Come dicono qui: Tschüss.

    ASCOLTA:

  • Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio, comodamente on demand. Ci sono otto puntate: metĂ  da Lipsia e metĂ  da Danzica, tutte raccolte nella pagina di Laser, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.

21/10/2009

Ostalgie canaglia. Kinderzone: nessuna colpa, nessuna gloria.

di Enrico Bianda, alle 14:26

In questi giorni di lavoro, mentre provo a ricostruire la Lipsia degli anni 80, fino a pochi mesi prima della Friedliche Revolution, e la guardo perdersi in questi venti anni, annebbiarsi in una guazza immobiliarista, di frenetico rinnovo e distruzione, mi è stato abbastanza difficile mettere a fuoco davvero il passato, ma soprattutto il passaggio.

Che cosa è successo alle persone che davvero da un giorno all’altro hanno visto i supermercati riempirsi di tutto quello che a Ovest si poteva comprare? In questa città nel 1989 non c’erano telefoni, privati intendo. Non c’erano le linee telefoniche. Mi hanno mostrato, con un certo orgoglio direi, che cosa usavano per comunicare tra amici e conoscenti. Cartoline mandate per posta.

“Domani passo da te alle 2”.
“Ceniamo insieme mercoledì?”.
“All’emporio questa settimana arriva il bagnoschiuma Vidal”.

Oppure fuori dalla porta di casa si lasciava una blocchetto di carta, chi passava lasciava un messaggio.
O direttamente si suonava alla porta.

Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda
Steffen Schleienmacher. Photo by Enrico Bianda

Allo stesso tempo Lipsia era una cittĂ  aperta. Proprio come la pensiamo noi una cittĂ  aperta. Per molti motivi, alcuni oscuri, qui si poteva andare alla Gewandhaus, la principale sala da concerto della cittĂ , tra le piĂą celebri sale di tutta Europa (oggi ne dirige l’orchestra Riccardo Chailly, in passato Kurt Masur), e si assisteva ad un programma che prevedeva musiche di Stockhausen, Holliger, Nono. Quanto di meno istituzionale si potesse immaginare. Altro che marce e inni di regime.

Ne ho parlato diffusamente l’altro giorno con un compositore contemporaneo, Steffen Schleienmacher, che a Lipsia è arrivato nel 1980 per studiare al conservatorio. Ha conosciuto la cultura di questa cittĂ  e le libertĂ  che qui si potevano sperimentare. Poche confrontate a quelle occidentali certo, ma preziose in una cittĂ  che – come mi ha detto una donna – era “nera e odorava di torba”.

    (Mi ricorda l’odore dei cetrioli e dei calzini nelle campagne lituane, di un vecchio viaggio webgolliano di qualche anno fa: questo è il link, con tutti i materiali sbalestrati dai passaggi in troppe piattaforme)

Tutto questo per dire che poi, alla fine, ieri sono andato a Berlino. Dove ho incontrato una giovane scrittrice, Jana Hensel. Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione (la sua: classe 1976), che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva. Che parlava una lingua diversa. Senza aver fatto a tempo ad essere davvero una cittadina dell’Est. Nessuna colpa in un paese di colpevoli. Nessuna gloria in un paese di eroi.

Qui sotto un momento dell’intervista con Jana, in tedesco, ancora non montato. Clicca per ascoltare

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Una generazione a metà, ibrida, i kinderzone, come li ha chiamati lei. Una zona nella quale loro, ma in fondo tutti i cittadini dell’est, continuano a vivere. La DDR è sicuramente scomparsa dalle strade, negli arredi, nei sapori, negli odori, ma resta sempre viva dentro le persone, come un’ombra, una paura, un’incomprensione, una colpa.

    ASCOLTA:

  • Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio – fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono giĂ  le prime sei puntate audio: tre da Lipsia e tre da Danzica, tutte raccolte nella pagina di Laser, con vari materiali. A cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.

20/10/2009

Ostalgie, ostalgie canaglia

di Enrico Bianda, alle 07:48

Ma allora la ostalgie esiste. Se ne parla spesso, se ne legge pure, me la sono ritrovata un po’ ovunque preparando questa gita a Est. E poi, da dietro un palazzo in questa Lipsia piovosa maledetta, è spuntata, bella cartocciara appiccicata dietro un portone di ferro, quasi non si vede, non fosse per la pioggiaventopioggia non mi sarei nemmeno voltato a guardarla.

Ostalgie
Ostalgie, Lipsia. Foto di Enrico Bianda

Allora, coordinate. Lipsia, ma anche Berlino. A vent’anni, quasi, dalla caduta del muro, a raccogliere storie in questa città di Sassonia, dove tutto iniziò, un anno prima quasi, silenziosamente. Poi il 9 ottobre la gente si incamminò e pacificamente andò a metter candele – in 90.000 – sotto il portone della sede cittadina della Stasi.

Lipsia, 9 ottobre 1989
Lipsia, 9 ottobre 1989

Una raccolta di testimonianze soprattutto su quello che è accaduto in questi venti anni, tra adolescenti inquieti, compositori d’avanguardia e frange di estremisti di destra.
Che ne è stato di una generazione di mezzo?
Che cosa resta della DDR?

Qui qualche appunto, qualche foto. Di seguito una introduzione non disponibile sul sito:

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(Clicca per ascoltare)

Sulla Rete Due della Rsi, i documentari audio – fino a venerdì, alle 9.00 in diretta, e poi anche comodamente on demand. Ci sono giĂ  le prime due puntate, dai cantieri navali di Danzica, e dal centro di Lipsia.

    ASCOLTA:

  • Danzica e Lipsia, vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, a cura di Enrico Bianda e Cristina Foglia.

19/09/2009

Scrittura con luce, che prevede. Cinque film sui fotografi italiani.

di Enrico Bianda, alle 11:33

E va bene. Visto e considerato che Antonio mi solletica con le parole dedicate a Berengo Gardin, colgo l’occasione per segnalare una fantastica iniziativa di un pugno di coraggiosi autori. Cinque dico cinque notevolissimi documentari dedicati ai cinque grandi della fotografia italiana. Si intitola semplicemente Fotografia Italiana.
Qui sotto, il video-trailer di presentazione.

Nell’ordine, senza voler fare classifiche, ne sono protagonisti il nostro Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Ferdinando Scianna, Franco Fontana e Mimmo Jodice. Insomma a ben vedere ci sono tutti, quelli storici. Portatori di estetiche non sovrapponibili, amanti di luoghi e momenti diversi, fotografi che hanno percorso strade diverse, usato strumenti distinti. Li si vede in queste belle storie scritte e condotte da Alice Maxìa e dirette da Giampiero D’Angeli, raccontarsi seduti ad un tavolo, scorrere le immagini di una vita, camminare incontro alla luce, tra le ombre e il movimento – farsi insomma narrazione sul filo della memoria. Arte e storia della fotografia.

Per chi ama la fotografia è semplicemente meraviglioso vedere Jodice aggirarsi per gli scavi romani di Ercolano, alla ricerca di un cono di luce giusto, con in mano una delle sue Hasselblad. Oppure osservare il reticolo che spezzetta l’immagine in un banco ottico prima dello scatto di Gabriele Basilico.

I documentari durano tutti e cinque quasi un’ora, molto ben girati, avvicinano lo spettatore e l’appassionato al cuore della pratica fotografica dei protagonisti. E’ un’indagine intima nelle scelte e nelle motivazioni, un raro esempio di documentazione su un patrimonio umano straordinario che in Italia, come spesso accade, viene naturalmente sottovalutato.

30/08/2009

Il listone di fine estate (mi rifiuto di usare «staycation»)

di Enrico Bianda, alle 18:57

Ora così a memoria non mi sembra che su queste pagine si sia mai fatto una cosa tipo “ho letto questo libro ve lo consiglio, ho viaggiato qui andateci, uso questo cellulare” eccetera eccetera. Ma quando hai passato tutto agosto a lavorare e qualche giorno tra un turno e l’altro l’hai trascorso a casa a fare quello che i giornali oggi chiamano «staycation» spuntano come foruncoli sul viso di un adolescente le voglie di dir finalmente qualcosa (e ogni tanto mi appoggio, da buon adolescente, ai video di YouTube).

Ho guardato spesso su Youtube il corto Hotel Chevalier, prologo al film The Darjeeling Limited, che è un cortometraggio ambientato in una stanza d’albergo in Francia, dove si consuma la fine di un amore. C’è Natalie Portman e questo basterebbe. Spassoso e tenero, perfetto. Anche per l’estate, ma andrebbe meglio d’autunno. E secondo me, che sono un ottimista, non si consuma la fine di un amore, ma al contrario, si accetta il fatto di non poter stare lontani.

Se c’è una cosa che ho capito è che l’America si capisce bene, o meglio, se si ascoltano i Wilco. E’ una band che ascolto ormai dal lontano 2001, o 2002, a partire da un album trovato per caso e ascoltato molto, intitolato Yankee Hotel Foxtrot. In Italia sono passati a suonare nel 2007 a Torino per il festival Traffic. Sono molto bravi, fanno rock con qualche venatura folk, sono completamente americani, hanno nel DNA la storia della musica popolare, non sono country, anzi, non mancano incursioni rumoristiche, dovute probabilmente a Nels Cline (chitarrista sperimentale notevole) o a Jim O’Rourke, che con loro ha suonato per due dischi. Da poco si trova in giro anche Ashes of American Flags, DVD di una lunga tournée nel cuore degli USA. Anche questo ha fatto l’estate, e con lui l’ultimo CD intitolato semplicemente WILCO.


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21/08/2009

Per favore non mordermi sul collo V. Il gonzo della politica.

di Enrico Bianda, alle 12:57

[«Ovunque vedo denti aguzzi dietro labbra pallide. Nei romanzi, nelle serie Tv, al cinema, nella politica, tra le pagine dei quotidiani. Ne provo a mettere insieme i segni che trovo, e la fascinazione antica»: Enrico Bianda danza intorno a vampiri e dintorni, un vecchio tema che continua a rimanere incistato dentro la modernità. Leggi il prologo sul Nachzeherer che non tramonta, la 2a puntata sulle coppie di vampiri che infestano le trattorie fritto mare, la terza sui sogni divoranti delle escort, la quarta su Zora la vampira. as]

Continuano a pubblicare quella fotografia sgranata della D’Addario, di cui già ho scritto. Il sentimento permane, con l’aggiunta di qualche dettaglio. Restano quegli occhi segnati dal nero, tragici. Anche se di tragico tutta questa storia non ha nulla. Salvo il destino di chi in questo paese ci vive.

Ma restiamo ai nostri temi. Le chiacchiere da porno-salotto, o porno-piscina, o ancora da porno-colazione, post coitali, post surreali, rimandano in modo macchiettistico, senza una briciola di umorismo, per l’appunto, alle chiacchiere senza senso ai margini di un set porno, mentre qualcuno si trastulla per mantenere un’erezione – come nel bellissimo Boogie Nights. Una chiacchiera qui – oggi mi hai fatto male; una chiacchiera lì – non venire in fretta la prossima volta.

“Del resto la mancanza di senso dell’umorismo, universale e istituzionalizzata, è la linfa vitale del porno” – Mertin Amis, Uno sporco lavoro.

Gore Vidal diceva che la cosa peggiore del porno è che potrebbe piacerti. Lo guardi con l’ansia che possa rapirti: in un misto di curiosità e bramosia. Una sorta di vampirismo delle emozioni: vampirizzati i consumatori finali e quelli che il porno lo fanno: uno sporco lavoro come scrive Martin Amis in un suo reportage pubblicato qualche anno fa in un libro di Stefano De Luigi intitolato Pornoland.

Pornoland, di Stefano De Luigi
Pornoland, di Stefano De Luigi

Il gonzo della politica allora, o gonzo politik, dove nulla è scritto, dove tutti fanno tutto, senza copione, senza montaggio.
E’ definitivamente la pornografizzazione della realtà e della politica: il non senso, o il super senso.

11/08/2009

Cosa c’è sotto l’Italia? Intervista a Paolo Rumiz.

di Enrico Bianda, alle 13:35

Dagli abissi emerge a tratti, in sintonia con la sua anima triestina, carsicamente, e si espone al dialogo.

Paolo Rumiz è stato al gioco imbastito da Gianni Delli Ponti, già in passato sodale complice di incursioni rumiziane (resta intatto il ricordo di una cena di braciole e vino con il sommo maestro in quel di Arogno, sulle colline che guardano il Lago di Lugano).

La sismica è forse il pilastro fondamentale, il pilastro tellurico della conoscenza dei territori. Tutta la storia italiana è intrisa di eventi che segnano il prima e il dopo di una comunitĂ  – un po’ come l’11 settembre. Eppure oggi accade che chi ricorda eventi come questi, magari ricordando la necessitĂ  della prevenzione, è automaticamente un catastrofista, invece che lungimiranza: è un ribaltamento dei valori che si mangia un pezzo di societĂ .

Il tutto andato in onda un paio di settimane fa, dopo la pubblicazione del prologo su Repubblica, sulle onde della Rete Due della Radio Televisione Svizzera.

Al di lĂ  delle condanne morali siamo figli di una terra che balla e io voglio sapere cosa c’è sotto: cosa c’è sotto l’Italia – un posto dove il bello e il terribile si intersecano in modo non scomponibile. Questo è un viaggio che ho fatto in parte giĂ , su carta. Un viaggio che è impossibile da fare improvvisandolo sul terreno, giorno per giorno. E’ un viaggio che ha delle scadenze micidiali, spostamenti quotidiani e appuntamenti con persone che mi devono spiegare come il paesaggio parla, che cosa c’è dietro il paesaggio – quella valle, quella frana, quel vulcano. E’ un viaggio difficile anche perchĂ©, al di lĂ  dei presagi, il terremoto si svela solo dopo, quando è giĂ  catastrofe.

La riproponiamo, occasione ghiotta per comprendere, o scoprire, le ragioni di una scelta, di un viaggio, di un’indignazione.

  • Paolo Rumiz intervistato da Gianni Delli Ponti per la Rsi, 16′ 32”
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  • L’indice de L’Italia Sottosopra su Repubblica
  • La categoria Rumizzeide, con altri interventi su Webgol