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22/07/2010

«La prima cosa bella in nove anni di vita». Laura Boldrini a Cult Wave.

di Antonio Sofi, alle 23:38

Ci stiamo anche divertendo, insieme a una eterogenea squadretta videocamera-munita (Cristiana, Matteo e Antonio), e per conto di Webgol Network, a raccontare il pezzo di incontri e discussioni (Cult Wave) che si svolge dentro a una splendida Fortezza Vecchia che affaccia sul porto levatoio, all’interno del festival Italia Wave (per i quali avevamo già prodotto una serie di video della festa milanese di inaugurazione). Il festival si svolge a Livorno fino a domenica 25.

Divertendo e commuovendo, come nel caso di Laura Boldrini, da oltre vent’anni nelle agenzie ONU e dal 1998 portavoce UNHCR: una che non si capisce come non sia ancora presidente del mondo e che ha un talento a raccontar le cose. Per la presentazione del suo ultimo libro “Tutti indietro” ha raccontato la storia del piccolo Sayed, costretto a fuggire dall’Afghanistan, che arriva dopo anni a Benevento, e alla “prima cosa bella in nove anni di vita”.

15/07/2010

Eyjafjallajökull. Eruzioni di buona politica

di Antonio Sofi, alle 14:41

Si chiamano come il vulcano islandese che qualche mese fa ha bloccato – con un semplice naturalissimo sbuffo annoiato – mezza Europa, regalando insieme una marea di disagi e un bagno di umiltà alle improcrastinabili frenesie della società di oggidì. Sono gli stati generali delle Fabbriche di Nichi (Vendola, ovviamente) e si terranno a Bari da venerdì 16 a domenica 18 presso il villaggio turistico Baia San Giorgio: tutte le informazioni nella pagina apposita.

LEGGI il programma completo dei tre giorni.

Mi hanno invitato sabato mattina, insieme a Dino Amenduni e Stefano Cristante, a curare un seminario dal (bello ma complicato) titolo “Aggiornamento di Stato. La politica ai tempi dello “user generated content”. L’idea è di riflettere intorno ai pregi e ai difetti dell’impatto (anch’esso eruttivo) dei social network nella politica italiana (io, un po’ di mesi fa, ne parlavo come di un “salto dello squalo” dei blog).

Riflettere del modo in cui un pezzetto di politica (soprattutto locale) sta provando a comunicare e raccontarsi attraverso i media digitali, aprendosi così a nuovi publici e riattivando territori negli anni lasciati sempre più disabitati. Parleremo dei successi di coinvolgimento e partecipazione, nonché di completezza della informazione sull’azione politica (anche in momenti di amministrazione e bypassando un sistema dei media sempre più trincerato dentro le sue regole anguste di notiziabilità classica). E anche dei rischi (che da un po’ di tempo sto notando) di una sorta di appiattimento sul presente politico, di monodimensionalità temporale legata all’aggiornamento continuo e al meccanismo di social network costruiti sull’idea di “status” e “cosa stai facendo”. Una logica che può lasciare scoperta la costruzione di una identità politica più articolata e densa: un racconto di più ampio respiro che tenga insieme anche il futuro e la memoria/rintracciabilità delle cose fatte.

Mappa delle Fabbriche di Nichi

Poi sono molto curioso di vedere (anzi: sentire) da vicino l’atmosfera del “movimento” delle Fabbriche – che ho seguito fin dall’inizio e che continua a sembrarmi un esperimento politico unico e forse un po’ sottovalutato, che racconta di energie esplosive, di vivacità generazionale, di potenzialità creative esibite in barba alla cupezza della crisi e dei tagli: un mix esplosivo di idee e fiducia, visione e centralità del territorio con i media digitali a fare da facilitatori e punto di incontro.

Proverò a dirne, poi, se ce la faccio.

12/07/2010

L’Aquila a Roma. Fallimenti e conseguenze di una politica che non c’è.

di Antonio Sofi, alle 17:10

Una delegazione di migliaia di cittadini aquilani ha manifestato il 7 luglio a Roma chiedendo di avviare la ricostruzione del centro storico, e di mantenere la promessa di sospensione e/o rateizzazione del pagamento delle tasse come forma di aiuto, già applicato in altri casi simili, per un territorio che (ovviamente ed è un eufemismo) fatica a riprendere la sua vita normale: dal punto di vista sociale, culturale e anche economico.

Una manifestazione che aveva anche – come molte altre: segno cupo di tempi in cui la spirale del silenzio diventa un buco nero che annichilisce molta informazione possibile – il comprensibile obiettivo di farsi vedere. Di far vedere la rabbia e la disillusione di chi è stato, in questi mesi, raccontato in un certo modo (“tutto va bene”, “tutto è a posto”) e non riconoscendosi in questo racconto eterodiretto prova a raccontarsi da solo.

Retornemo. Prima parte.

A raccontarsi da solo, o a farsi raccontare, certo.
In molti in questi mesi hanno raccontato l’Aquila – un flusso di contenuti che ha quasi completamente bypassato (è un dato di fatto) gli ostacoli dei media di massa: la televisione in primo luogo.

Molto ha trovato la strada del web, grazie a videomaker aquilani e video di catartica ironia (come quelli di Francesco Paolucci e Luca Cococcetta); ci sono stati libri e ebook (anche noi, nel nostro piccolo); qualcosa è diventato musica e qualcosa cinema (Draquila di Guzzanti, ma anche Comando e Controllo di Puliafito, che ancora non ho visto ma di cui mi hanno detto un gran bene).

In tv a dire il vero qualcosa è andato, seppure in versione ridotta: un video lungo di Diego Bianchi che sul web è in versione lunga e integrale (prima parte e seconda parte: in questo post raccontavo l’emozione di vederlo proiettato all’interno di un tendone stracolmo in piazza Duomo a L’Aquila).

Anche lo scorso 7 luglio erano in molti a documentare con telecamere e macchine fotografiche un pomeriggio che è diventato notizia per scontri e feriti. C’è anche un Tolleranza Zoro unplugged e estivo: senza muro giallo o commento, senza musica o montaggio aggressivo, con un filo cronologico quasi intoccato. Un racconto che è anche di suoni e voci, di clangore e sirene, di tric-trac e chitarre – con la base ritmica dei passi dei manifestanti e dei clic a mitraglia degli otturatori.

Retornemo. Seconda parte.

Guardandoli uno dopo l’altro ho pensato che sono quasi due “film” distinti, che uno è causa e effetto dell’altro. Che il secondo inizia laddove fallisce il primo e che visti così sono una chiave di lettura che racconta del fallimento della politica – e dell’ineluttabilità del processo degenerativo di questo fallimento quando la politica non riesce a farsi mediazione.

Nel primo video infatti c’è la politica. Evocata, più che altro. C’è il tentativo dei manifestanti di incontrare, in qualche modo, le autorità. C’è una gestione dell’evento da parte delle autorità stesse quantomeno discutibile. C’è la ricerca di un luogo dove manifestare tra strettoie e impalcature che i gonfaloni devono simbolicamente chinarsi. C’è una politica miraggia e fantasmatica, che è sempre nella piazza accanto o in quella negata e prescritta – che quando si presenta lo fa in assetto da guerriglia urbana. C’è una rabbia che monta per chi decide rimanendo lontano – i cui spruzzi arrivano anche all’opposizione, specie quando parla alle telecamere invece che a chi sta lì, per esempio al microfono del camioncino (come alla fine fa, buon per lui, Bersani). C’è insomma e comunque un fallimento della politica.

Ciò che accade nel secondo video è appunto la diretta e inevitabile (non importa se non strettamente cronologica) conseguenza di questo fallimento – che nasce ovviamente molto prima del 7 luglio. Gli scontri, i tafferugli, la contrapposizione sono il segno di un sistema politico che non sa più stare in mezzo al conflitto, e anzi rinnegandolo lo alimenta – diventando muro contro muro, scudo contro braccia, testa contro manganello. Che non sa leggere nemmeno le esigenze pratiche e organizzative di una manifestazione pacifica, che voleva solo un luogo e un interlocutore da cui e con cui parlare.

Un fallimento che è conseguenza di una assenza della politica, più che di una sua malevola e violenta presenza (che pure c’è ovviamente). Una politica che non c’è e non si trova, che si chiama ad alta voce e spesso non risponde, che non si sa più dove sta di casa: in quale piazza, in quale palazzo, dietro quale porta chiusa. Dovrebbe essere musica per le orecchie di chi vuole ascoltare.

05/07/2010

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Un ebook d’intorto e agratisse.

di Antonio Sofi, alle 18:25

Dagli 883 a Frank Zappa, il rock compresso in una frase d’intorto. Una intera discografia sintetizza in 385 battute che precedono, accompagnano o seguono (spesso da lontano) l’approccio amoroso.

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Clicca per scaricare
Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso).
CLICCA per scaricare il PDF

Spesso su friendfeed (o altrove: basta che ci siano un po’ di gente in circolo e connessione) spuntano piccole grandi idee che sono come fuochi d’artificio: brillano d’umorismo e divertita intelligenza, scoppiano tra gli ohhh di chi legge e poi finiscono nel giro di qualche giorno. Quando ho letto il thread sulla musica per chi ha fretta, iniziato da Ermanno aka Numero 6 (e nell’introduzione lui spiega meglio tutt’e cose), con gli interventi di molti altri utenti del socialcoso, mi è venuta subito voglia di raccogliere quelle frasi, ordinarle per bene emancipandole dall flusso sequenziale del social network e metterle in un ebook dal formato tradizionale – per salvarle e conservarle e diffonderle.

Ci abbiamo messo un po’, tra l’ordinamento stile winamp ’99 e un editing che ha privilegiato solo quelle frasi dalla sfumatura “sessuale”. Ma (grazie a Ermanno, a Emanuela che ha fatto le copertine, a Dario che ha curato la grafica, a Marta, Antonio e Cristiana che hanno dato mano e consigli) è venuto fuori un librino divertente, credo, con tutte le sue cosine al posto giusto – che se siete proprio fighi si lascia ben leggere anche su Kindle e analoghi ebook reader o addirittura (non abbiamo provato) su iPad.

SCARICA IL PDF (416 kb): La musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso), da un thread di Numero 6 su friendfeed

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

L’introduzione di Numero 6

Le cose migliori vengono sempre fuori in pausa pranzo, quella cosa da impiegati, quella che è ben più di un’ora dedicata al nutrimento sancita da un contratto nazionale.
È rigida, ricorsiva, e diventa parte della vita, come lavarsi i denti o pagare le bollette.
Un pezzo di vita che viene quasi sempre dedicato a ironizzare su qualche superiore, a parlare di campionato o di colleghe nuove, o talvolta a restare soli con un pezzo di pizza.

E proprio durante una pausa pranzo, forse a causa di un collega che parlava di progetti o business plan, comincia a girarmi in testa una frase: “plans that either come to naught, or half a page of scribbled lines”

Non dovreste neanche cercare con Google, è un pezzo di una canzone strafamosa di un gruppo strafamoso, Time dei Pink Floyd.
Time parla del tempo come implacabile giudice che emette sempre la stessa sentenza, che rende del tutto vani i tentativi di dare una parvenza di senso alla vita.
Non fosse scritta in inglese potrebbe essere di Leopardi, fatica e sudore che tanto alla fine vengono ricompensati con la morte, e allora chi te lo fa fare?

Diversamente da come potrebbe sembrare non passo la pausa pranzo al dipartimento di filologia romanza, e questa cosa di Leopardi mi è venuta in mente ora.
Lì per lì ho solo pensato che i Floyd erano veramente pessimisti; in tutta la loro opera non c’è via di scampo, se va male sei un fallito, se va bene diventi un pazzo nazista.
Di fronte a un intervistatore che dicesse “Ma insomma, alla fine voi chi siete?” loro direbbero “Lasci perdere, è tutto inutile”.

Nel viaggio di ritorno dalla tavola calda mi viene in mente di sintetizzare tutto così, una carriera artistica in una sola frase, una risposta secca alla domanda dell’intervistatore, possibilmente con roba che conosco a memoria.

“Ma insomma, voi Radiohead chi siete?” “No, tanto non te la dà”.
Non sarebbe giusto per i nostri oxfordiani, forse più adeguato un “lei è troppo bella per me”, che però sarebbe troppo lagnoso, qui ci vuole sostanza, e la sostanza è che alla fine non si rimedia.

“Ma insomma, voi Smiths chi siete?” “Hai sentito i Radiohead? Ecco, e sei pure disoccupato”.
E sì, perché gli Smiths non stavano lì a parlare di sfortune sentimentali, ma di emigrazione dal nord povero, di sussidio di disoccupazione, di ricchi che fanno quel che vogliono.
Stai sempre a pensare all’amato bene? Per quello ti bastava Carmen Consoli. Caro mio, qui non sai manco se domani metti qualcosa sotto i denti.

A questo punto ho la tripletta, perché una tripletta è sempre necessaria, la metto su Friendfeed e resto lì a vedere cosa si inventano i miei lettori.

Sarebbe poco dire che tutto quello che è avvenuto dopo non me lo sarei immaginato neanche se avessi ingerito quattro etti di LSD.
Decine e decine di persone cominciano a replicare ma, siccome la loro testa è diversa dalla mia, interpretano tutto non come sintesi estrema dell’opera degli artisti che citano, ma come il loro approccio immaginario a una ben specifica risorsa.

Quale risorsa? È facile, diciamo la parte introduttiva dell’apparato che serve a fare i bambini, quella cosa che è soggetto anche se è solo complemento: “la”, e altro non serve specificare.

Cosa leggerete qui?
Che il rock alla fine è sentito da quasi tutti come inno a una certa conquista, come quando i cavernicoli dipingevano il bisonte sperando di acchiapparlo.
Meglio ancora, tutta l’arte è un po’ un inno a quella cosa là.
Anzi, facciamo tutta la storia del mondo.

Numero 6

P.s.: il thread incriminato è a questo indirizzo http://friendfeed.com/numero6/68c415fe/rock-per-chi-ha-fretta-radiohead-tanto-non-te-la. Di seguito ci sono quasi tutte le frasi, tranne quelle che siamo scemi noi e non le abbiamo capite (o non erano legate direttamente al sesso). L’elenco con tanto di virgole e cognome-nome è stato volutamente formattato con effetto Winamp ’99.

25/06/2010

Internet better life? Il 28 e il 29 a Firenze

di Antonio Sofi, alle 13:32

Lunedì e martedì prossimo sarò ospite di ToscanaLab. La seconda edizione si svolgerà il 28 e il 29 giugno presso la Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, a Firenze, ha un ricco programma (primo e secondo giorno) e ha come tema “Internet Better Life”, ovvero: “come internet e il web 2.0 contribuiscono a migliorare la vita degli individui, veicolando in modo diverso e più ricco la conoscenza, modificando le relazioni tra le persone e trasformando di fatto l’azione sociale, con un approccio allargato e partecipativo”.

Toscana Lab

Oltre all’intervento di lunedì in plenaria – su una idea di politica integrata, che fa e farà sempre più fatica a distinguere tra on e off line – martedì mattina mi farà piacere moderare il workshop su politica, pubblica amministrazione e giornalismo: con gli interventi qualificati di Sergio Maistrello, Ernesto Belisario, Livia Iacolare, Dino Amenduni e Antonella Napolitano. Da quello che ho avuto modo di sapere in anticipo, credo che usciranno fuori cose molto interessanti: tra iperlocalità e territorio, trasparenza dei dati e delle passioni politiche, dentro una Europa sincronizzata e un approfondimento grassroots.

Per chi non proverò a farne sintesi postuma – qui sotto qualche riga di presentazione.

La domanda di partenza è quale sia il modo migliore (più etico, più democratico, più efficace) di usare le nuove tecnologie in politica: quale comunicazione, quale informazione, quale relazione con i cittadini/elettori. Internet sta certamente cambiando il modo di fare politica. La rende più aperta, trasparente e partecipata (forse anche un po’ più populistica). Oggi fare politica senza Internet è come uscire di casa senza pantaloni: non si va lontano, la gente ti ride dietro e comunque tutti notano la mancanza. Ma la questione è soprattutto in che modo la Rete riesce a cambiare le regole del gioco politico: le strategie del confronto elettorale, le logiche del racconto giornalistico, le priorità dell’agenda pubblica – per finire all’azione di governo, alla pubblica amministrazione e a un confronto/interazione continuo con i cittadini che sul web non può più interrompersi il giorno dopo del voto.

UPDATE del 30 giugno: alcune considerazioni/idee emerse dal workshop – con materiali e presentazioni

14/06/2010

La Toscana che voglio, chi la vuole diversa o così. Un ebook da scaricare.

di Antonio Sofi, alle 15:03

Il terzo ebook di Webgol Network Edizioni ̬ una selezione ragionata e divertita da un progetto web realizzato per la campagna online di Enrico Rossi alla presidenza della Toscana Рche ho coordinato fino allo scorso aprile.

Il sito in questione è La Toscana che Voglio, e avevo voglia di mettere un punto fermo e pubblico a questa esperienza, che è stata utile, divertente e credo con punti di originalità. L’ebook si può scaricare gratuitamente in pdf. Per maggiori informazioni, in basso la mia introduzione – ma il libretto credo sia piacevole a leggersi anche senza troppi giri di parole.

Grazie a Dario Agosta per grafica e impaginazione e ad Antonio Rettura, Cristiana Fanti e Carlo Benucci per redazione coviana e entusiasmo.

L’introduzione

“Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che voglio prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie” – scriveva il mio amico Sergio Maistrello qualche mese fa, in un post dal titolo “La politica che vorrei, ora“. La Toscana che voglio nasce come un pezzo del puzzle della campagna online di Enrico Rossi alla
presidenza della Toscana. L’idea è quella di sperimentare un metodo: di allenare le orecchie al politico ascolto e al confronto online con le idee di chi (dal basso – ma è un termine che ha una eccezione valutativa che
mi piace sempre meno) ha voglia di esprimerle.

La Toscana che voglio è un esperimento collaborativo di costruzione dell’agenda politica. E’ immaginazione politica messa in circolo e condivisa , senza intenti propagandistici o auto-consolatori: è la Toscana che si ha nel cuore, nella memoria, davanti agli occhi tutti i giorni. Tutti possono pubblicare un proprio post, e votando i post degli altri far emergere le frasi più interessanti.

Frasi tenute insieme da uno spirito toscanissimo che, al di là dei numeri assoluti (ma decina di migliaia sono stati voti e contatti), racconta di una voglia di esserci e partecipare. Il progetto, durante la campagna, prevedeva anche una serie di video-interviste a personaggi più o meno famosi e un profilo Facebook usato a mo’ di rastrello, come collettore di contributi “esterni”. Una parte dei post pubblicati sono entrati in dentro le maglie del programma di Enrico Rossi: nel magazine distribuito in 500 mila copie in tutto il territorio toscano e, con un’eco avvertibile, dentro il programma di governo.

Le pagine che seguono raccolgono parte dei post pubblicati nel sito da febbraio 2010: 272 frasi divise in 42 categorie, dagli “Aulici” ai “Turisti” passando per i “Figli dei fiori” e gli “Strilloni” (questi ultimi, lo ammetto, i miei preferiti). 272 interventi diversi colorati arrabbiati incasinati divertenti e poetici: un mondo intero racchiuso tra 350 caratteri (è il limite massimo previsto: per dar più evidenza e per amor di sintesi).

Le pagine che seguono dicono anche due cose minime: una alla Toscana e una alla politica. La Toscana che esce fuori da questo parzialissimo ritratto è una regione bloccata a metà. Ferma a guardarsi l’ombelico, indecisa tra l’ottimismo più commovente e il pessimismo più cupo – che sembra aver bisogno di credere davvero in un’idea di futuro, quale che sia. Alla politica, questo piccolo pezzo di Toscana che si è accorta del “giochino” e vi ha generosamente partecipato, ha voluto dire che se gli spazi ci sono e l’intenzione è sincera il confronto può essere davvero produttivo (e anche un po’ divertente).

Con le parole di Sergio Maistrello: “[La Toscana che voglio] tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le
banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità  e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?”

Appunto. Non mi resta che augurarvi buona lettura.
Antonio Sofi

09/06/2010

Canemucco 2. Di rosso quantobbàsta e mezzanino

di Antonio Sofi, alle 13:21

Il Canemucco, dopo la sbornia emozionante dell’esordio, bobfossianamente continua con un secondo numero di fantasmagorico e fantasmatico show a forma di fumetto (e viceversa).

E’ buffo come ogni numero stia uscendo con una sua personalità – addirittura un suo colore dominante.
Il bello (non c’è brutto, mica ci deve essere per forza anche un brutto) delle cose fatte a mano, dei pezzi unici: non vengono mai tutti uguali, si ribellano alle formule azzeccate e alle ricette troppo precise e puntigline – impazziscono come maionese passata al frullatore, quand’è orfana del ritmo speziato qb e della frusta affettuosa.

Copertina del secondo numero del Canemucco

Il primo numero era una vasca translucida, con l’acqua di un blu ciano e profondo: un’animàlia circense di purpesse e aragoste, insetti scavanti e gabbiani distratti, cani pneumatici e armadilli di coscienza, bestie umane e morente cafarnao.

Questo secondo, fin dalla storia di Marco, è più rosso e sanguigno: è passione e carnazza, tradimento bullo e svanimenti fetali (o con la “c”), vecchi arzilli e invasòr- con il contrappunto a mezzanino del blu lentissimo e carrellato di QuasiMai (che con Recchioni, Escorial e Armentaro sono i “nuovi” della banda).

Nelle migliori edicole e fumetterie (ma se sei culo di piombo come noi puoi acquistarlo dal sito a prezzo ridotto e ti arriva a casa senza spese di spedizione, oppure abbonarti comodamente per tutti i sei numeri della prima stagione).

04/06/2010

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

di Antonio Sofi, alle 16:28

Carlo Sorrentino, Enrico Bianda, Antonio Sofi, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale” (a cura di C. Sorrentino), Rai-Eri, 2008

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

E’ un libro/ricerca, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e Antonio Sofi. Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani).

LEGGI: la presentazine del libro sul sito Rai-Eri

La rete sta definendo un nuovo sistema comunicativo. Attraverso lo schermo del nostro computer possiamo ascoltare la radio, leggere le notizie, vedere la tv: tutti i media vi sono contenuti. Il nuovo ambiente comunicativo modifica profondamente alcuni dei tradizionali vincoli spazio-temporali che definiscono il lavoro giornalistico (prima fra tutti, la deadline), determinando un profondo mutamento dei processi produttivi e dei criteri di notiziabilità. Il libro analizza le conseguenze già visibili – o soltanto ipotizzabili – di tali cambiamenti, attraverso un lavoro empirico che ha condotto l’equipe di ricerca a esplorare la presenza on line delle principali testate e, specificamente per il caso italiano, a visitare alcune redazioni giornalistiche, da più tempo interessate a tali informazioni. Nel volume si descrive il passaggio dalla monomedialità alla “crossmedialità convergente”: una transizione ancora in corso, e spesso soltanto accennata nelle redazioni dove, in realtà, la pratica professionale è ancora connotata dalla prevalenza di un mero “assemblaggio” e/o giustapposizione on line di formati provenienti da media differenti (multimedialità).La crossmedialità, invece, fa riferimento alla contemporaneità dell’impegno giornalistico nell’ideazione, realizzazione, promozione e distribuzione su più media e canali comunicativi di una notizia. La crossmedialità costringe dunque a ripensare:
a) l’architettura e l’organizzazione della produzione delle notizie;
b) i contenuti realizzati e diffusi dalle redazioni giornalistiche on line e le conseguenti logiche distributive e di consumo;
c) la professionalità necessaria per far fronte alle nuove domande indotte e prodotte dal mercato e dalla società.
Soprattutto grazie a uno sviluppo tecnologico intensificatosi negli ultimi anni, oggi le informazioni possono essere consumate mentre sono prodotte. Nel momento in cui i fatti accadono si realizza la produzione giornalistica che, nello stesso momento, è fruita dal pubblico. Si definisce così un superamento spaziotemporale che richiede al giornalismo nuove competenze, basate su un sapere composito. Infatti, la maggiore “densità” della società, resa più complessa dalla moltiplicazione di attori sociali che la abitano e dalla crescita delle competenze comunicative da essi possedute, necessita di un giornalismo che sia consapevole di una sua rinnovata centralità sociale. Una centralità basata sulla capacità di riflettere e di comprendere una realtà che si caratterizza per l’enorme quantità di pratiche sociali e di conseguenti flussi informativi che la innervano. Al giornalismo spetta ancora il compito di dare senso a tali flussi informativi, affinché tutti possiamo meglio muoverci all’interno di una società cosmopolita.

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

29/05/2010

Sesso, bugie e videomucchi. Intervista a Catalano (e Makkox e HM e altri).

di Antonio Sofi, alle 11:41

Per il sito del Canemucco (ne ho scritto paterno su Webgol qualche settimana fa – però se vuoi sapere cosa è, clicca qui) ci stiamo divertendo a produrre dei videini di interviste agli autori.

L’ultima in ordine di tempo – ma anche come pretesto per segnalar le altre: c’è quella a Makkox in persona che spiega le storie e gli spiegoni, quella doppia a Roberto Recchioni e Laura Scarpa e quella suppelletta a Hotel Messico e Manlio3 – è un’intervista a Guido Catalano, amatissimo poeta e anch’esso autore canemucco. Risciacquando il tramonto sull’Arno ci son poesie interrotte e proprio perché tali d’amòr, e il senso dell’invasiòn dei personaggi indigesti, una partita a scopone con Dio e il Cocciantone (di cui è tutta la colpa di tutto).

L’albetto mensile (che ha una storia lunga di Makkox, e poi eterogenei penne e pennelli a completare lo show, e che forse, il primo numero, ancora per qualche giorno trovate in edicola) è anche acquistabile direttamente dal sito e senza spese di spedizioni – come abbonamento o singolo numero.

04/05/2010

Storie di oro e di fango. Un ebook a un anno e un mese dal terremoto

di Antonio Sofi, alle 10:09

Sono stato la prima volta a L’Aquila solo qualche settimana fa, a poco più di un anno da quella notte – da quelle 3.32 am. Tra le chiese mozzicate e le impalcature che solleticano i muri, in mezzo a un nero profondo, ho visto un popolo intero scivolare dentro a un tendone bianco, in mezzo al centro ferito dell’Abruzzo. Gente dei “comitati”, delle carriole che escono la domenica a raccattare cocci e delle assemblee che non stanno mai nei tempi: un popolo intero che respirava e pensava e reagiva all’unisono. Quella sera proiettavano un documentario di Diego Bianchi (parte 1 e parte 2) e presentavano una canzone collettiva in dialetto cantata da più di 40 artisti aquilani, Domà (spettacolare parodia di quella di Jovanotti & Friends imposta dall’alto delle stelle gentili). Non c’era niente da ridere, eppure anche quello è stato. Ci si è guardati insieme dentro, e allo specchio. In quel tendone bianco al centro scuro di Piazza Duomo c’è uno striscione che recita: “Riprendiamoci la città“.
Glielo auguro di cuore.

Storie d’oro e di fango. Valeria Gentile tra l’Abruzzo e il Vaticano

Questo ebook (scaricabile in pdf, 16 mega), della giovane reporter Valeria Gentile è il nostro piccolo piccolissimo faro retrospettivo su quel popolo e quei fatti (insieme ai molti che lo stanno facendo meglio e con merito in queste settimane). Su un territorio rotto da un terremoto violentissimo e infido, abbracciato nei momenti della condoglianza e poi un po’ dimenticato, perché spesso si dimenticano le cose che fanno male e perché raccontata all’esterno come cosa risolta o in via di: quindi con doppia colpa. E’ un racconto militante e fotografico, che si svolge un mese dopo il terremoto, alla ricerca tortuosa e comparativa della fede…

SCARICA: Storie d’oro e di fango (pdf, 16 mega ca)

SFOGLIA e ingrandisci cliccando sul flash qui in basso

L’introduzione

Di seguito la mia perdibile introduzione

Dopo mesi che volevo, alla fine il tempo giusto per pubblicare questo ebook è arrivato: esattamente un anno dopo i fatti che racconta e fotografa: un anno e un mese dopo il terremoto che ha scosso L’Aquila e molte coscienze, lasciando ancora oggi detriti e perplessità.

Perché più o meno un mese dopo il terremoto Valeria Gentile è andata a Roma e a L’Aquila, inviata da nessuno se non dalla sua curiosità. Da una domanda motore di azione: dove si trova la fede, quando accadono cose del genere? Tra gli ori dello Stato Pontificio o tra il fango delle tendopoli?

Domanda oziosa? Forse. Ma Valeria è armata (oltre che di tastiera e macchina fotografica) di un punto di vista forte e “militante”, esibito alla luce del sole e delle critiche come un tatuaggio: c’è una spiritualità vera, modellata dal dolore e dallo sconcerto, e una sua pantomima, che non riesce a entrare in contatto con le cose terribili che accadono – e diventa inevitabilmente predica.

Zigzagando tra il Vaticano e l’Abruzzo, le pagine che seguono precedono (e in fondo annunciano: ma di sbieco, come contemporaneamente in avanscoperta e in incognito) la visita contestata di Papa Ratzinger in Abruzzo. Un anno fa, appunto.

“Storie di oro e di fango” racconta di settimane imbambolate, in cui il dolore allo zenith non produce ombre. In cui le contrapposizioni si fanno nette e le storie hanno un ruggito profondo e senza compromessi, con ancora dentro l’eco della terra che smotta.

In cui tutto è doppio, messo a paragone, passato impietosamente a confronto. Le persone sono volti o sono maschere. I silenzi sono quelli delle case distrutte o di uno Stato sussiegoso – incastonato nel bel mezzo della capitale d’Italia.
Tutto è doppio, riflesso nel suo opposto: le risate, le parole, le risposte, i dolori.

Ho deciso di pubblicare questo ebook senza troppo metterci le mani – foto e testi così come sono stati pubblicati da Valeria sul suo blog dedicato al reportage giornalistico, “Altri Occhi” (vincitrice anche di una edizione di Bloglab, esperimento didattico ideato insieme a Stefano Epifani che ha vissuto due divertenti stagioni).

Ho conosciuto Valeria da studentessa: curiosa, velocissima, con gli occhi che sembrano obiettivi fotografici e la sensazione che niente resterà impunito delle cose che dici, degli sbagli che fai.

Valeria vuole fare la vecchia reporter alla nuova maniera. Con un approccio crossmediale che usa i nuovi media per innovare un format antico (e meraviglioso): quello grazie al quale si raccontano cose mai o mal raccontate. (E in questo approccio mi prendo un piccolissimo merito, insieme al socio di blog e di quegli anni formativi: Enrico Bianda).

Questo ebook digitale e gratuito (in formato “libresco” che merita e cui dona) è insomma un omaggio alla bravura e alla volontà di Valeria Gentile, e alla possibilità che il web ha dato a persone come lei.

Buona lettura.
Antonio Sofi

29/04/2010

Canemucco, il turbinìo pop e arcitaliano di uno show a fumetti

di Antonio Sofi, alle 23:47

E’ stato avvistato nelle (migliori, come si dice) edicole, e quindi la furba strategia di marketing 2.0 consistente nello scriverne il meno possibile sui propri blog (condivisa anche da Marco Makkox Dambrosio, ‘o diretur, di cui mi onoro di essere amico e complice da anni ormai e cui vanno tutti gli applausi e pure qualcosa in più), va a farsi benedire.

La copertina del primo numero del Canemucco
La copertina del primo numero del Canemucco

Ma l’uscita nelle edicole del Canemucco (per chi s’è portato per tempo ‘sta criatura nel grembo dei progetti che-sarebbe-bello-ma-chissà-se-vanno-in-porto e poi l’ha coccolata, con pazienza e abbondanti risvegli notturni, nella culla di quelli che ora-ci-sono-poche-scuse-e-si-devono-fa) deve essere simile, come mi scriveva Valeria Wallyci proprio oggi (una forza della natura, una delle “mamme” insieme a Santa, e ovviamente Laura Scarpa e i tipi della Coniglio Editore) al primo giorno di scuola del pupo: un cumulo poco ponderato di emozioni contrastanti che alla fine ti vien da dire in giro a tutti. C’è orgoglio, soddisfazione, un po’ di timore, contentezza nel vedere che, toh!, con quel grembiulino copertina carta opaca e vellutata sta proprio bene – in mezzo alla cartaccia degli albetti che c’è. Occhi un po’ lucidi. Poi passa, ma oggi è così.

Il canemucco avvistato e fotograto in edicola, accocchiato tra gli altri albetti
Il canemucco avvistato e fotograto in edicola, accocchiato tra gli altri albetti

C’è molto da dire su un fumetto che vuole essere anche un piccolo show (e sicuramente diremo al Comicon di Napoli il primo maggio, presso lo stand della Coniglio editore). Ma prima che parli l’albetto, voglio dire la qualità che Marco ha voluto per la carta e per i colori e per la bustina e l’impacchettamento e per tutti dettagli analogici (e gli devo dare tutta la ragione del mondo); le sue storie lunghe, che sono un turbinìo arcitaliano di maschi e di femmine, di buoni e di malamente, fiction pop che fanno scintille di rimandi a ogni pagina, s’accocolano nel sud e che devo trattenere la tastiera per non esagerare a ogni battuta; gli amici che hanno scritto e disegnato meraviglie e meraviglie scriveranno e disegneranno nei prossimi numeri; il sito che insieme a Facebook – e come anche l’altro luogo gemello e fratello e sperimentale che abbiamo aperto poco più di un anno fa: Coreingrapho – è informazione, comunità ma anche palestra di feedback e generatore di specchi (come ben dice Makkox in una intervista disegnata al Post); e soprattutto le centinaia di persone che nelle ultime settimane hanno sottoscritto quasi a scatola chiusa l’abbonamento ai primi sei numeri, dando forza e credibilità al progetto.

Magari a paccheri, ma credo che ‘sto guaglione crescerà bene e farà un po’ parlare di sè.

19/04/2010

Festival internazionale del giornalismo. A Perugia.

di Antonio Sofi, alle 12:33

Lo scorso anno andai a Perugia un po’ diffidente. Non verso il festival in generale, che non conoscevo se non di racconto altrui – ma verso questi eventi in generale, avendone negli anni frequentati diversi dai format disparati e eterogenee ambizioni. Ebbene, niente è comparabile con quello che accade a Perugia nei 5 giorni del Festival Internazionale di Giornalismo: una città che si lascia invadere e che apre i suoi spazi e i suoi luoghi, un programma pieno zeppo che si sdoppia e si triplica con plurimi eventi ogni ora, decine e decine di giovani volontari che animano una redazione pienamente crossmediale, una propensione a ragionare della professione giornalistica che va oltre gli angusti confini della riflessione accademica e si apre alle nuove tecnologie, alle sperimentazioni, alle nuove pratiche.

Avevo promesso ad Arianna Ciccone, che è il motore instancabile e sorridente del Festival, che sarei tornato l’anno dopo per fare qualsiasi cosa: e insieme a Diego faremo a colazione, il giovedì e il venerdi mattina alle 10.30, una specie di rassegna stampa politica e dajista, con la logica partecipata e dell’ammuina e con qualche video di Diego.

Se potete, fateci un salto (al festival, al festival).

22/03/2010

Toccami Ciccio (che l’iPhone non c’è)

di Antonio Sofi, alle 23:44

[Visto che è stato molto e da più parti apprezzato, dico l’articolo qui sotto, e anche, con la scusa, per segnalare, come più o meno tutti i mesi, il numero di ANIMAls che l’articolo contiene e di cui vedete la copertina qui a fianco, qui sotto, appunto, e già mi accortoccio sintattico, pubblico il pezzo per la rubrica che ivi scrivo, ivi inteso ancora appunto la rivista ANIMAls che in questo numero accoglie tra le sue pagine Gipi, Bacilieri, Martin, Trillo e tanti altri – e che è ancora per qualche giorno nelle edicole: ancora e per un altro mese non accompagnato… Nei prossimi giorni spiego meglio, ok – intanto, buona lettura, as]

“Mamma, Ciccio mi tocca!”
E poi, subito dopo: “Toccami Ciccio che mamma non c’è”.

Questa filastrocca, io bimbo, non l’ho mai davvero capita. Misteriosa e affascinante come sono solo le cose fuori dalla nostra portata, fisica o intellettuale. Sullo scaffale lì in alto, dove non s’arriva nemmeno in punta di piedi. Ciccio mi tocca. Toccami Ciccio. Ma perché prima sì e poi no? Non è chiaro. E poi ero incuriosito dal ruolo di Ciccio. Maschio binario alla mercè di donna lunatica, lo immaginavo toccare e smettere di farlo con lo stesso automatismo legnoso di Totò nel teatro dei burattini. (Ma forse Totò avrebbe fatto il ritocco.)

Toccare, quindi, mi dicevo, è una cosa che non si fa. Toccare è vietato se c’è vernice fresca, per esempio. O se il gioco è di un altro bambino. Certo: puoi toccare il cielo con un dito ma è difficile e dura poco. E se cerchi rifugio nella religione, c’è San Tommaso che tutti spernacchiano perché – guarda caso – per credere, giusto qualcosa (un costato, cosa vuoi che sia), pretende di toccare. Come Ciccio, sa bene che la verità è toccata e fuga. Ma non si può, toccare. Bisogna aver fede. E non è nemmeno questione che nel privato s’accartoccia, ché infatti a toccarsi riflessivi s’arrischia cecità. Insomma non si fa.

E poi dice perché per decenni tutti i progettisti di marchingegni digitali hanno separato l’esperienza tecnologica dal vero godurioso diretto toccamento. Nemmeno qui tocca toccare. Ogni volta c’infilavano in mezzo il gusto buffo di mille interfacce: vecchi joystick sgangherati, trackpad a lettura ottica, tutti alla fine evoluti surrogati di manubri, volanti, cloche. La tecnologia è separata da te – la puoi guidare, manovrare, controllare ma poi avviene altrove: questo dice il mouse che fai scivolare ogni giorno sul tappetino dei Simpson. Quando clicchi il pulsante, le cose succedono da un’altra parte. Tiè.

(Un giorno, dire che usavamo un mouse per muovere una icona sullo schermo suonerà babbione almeno quanto parlare di penna d’oca e calamaio – il giorno che i file potremo scartarli direttamente sul desktop come moncherì.)

Toccare le cose è gesto insieme antico e modernissimo: è un ritorno a un passato foresto, a un giocar con la fanga dei pixel: è come tornare a se stessi. Toccare è plasmare le cose, è possederle davvero. Se le tocchi – ecco il punto – le cose, accidenti a loro, rispondono.

E forse ora ho capito perché quella filastrocca mi intrigava tanto. La morosa di Ciccio, in fondo, era una specie di touch screen – rispondeva ai toccamenti. Forse era un touch screen di ultima generazione, responsivo e multitocco come l’iPhone e l’iPad, suo parente recente e ipertrofico. Forse era frigido e lento come un qualsiasi bancomat. L’importante – credo anche per Ciccio stesso – era che si facesse, fino a un certo punto, manipolare.

Ormai è comunque chiaro: gli ambienti “toccabili” hanno vinto. Tutto sarà sempre più istintivo, immediato, naturale. Le interfacce si invisibilizzeranno dentro hardware più ergonomici. Ci sono, ma non le vedi. Uno tocca e puf!, sesamo si apre senza parola d’ordine.

I bimbi, per esempio, capiscono subito come funziona uno schermo che si tocca. Lo toccano e funziona. Facile. Eppure poi lo chiamano “dito magico”, perché per loro la magia non è nell’oggetto. È nella persona. E a pensarci bene, in effetti, la magia è sempre – sempre – nelle dita di chi guarda.

22/02/2010

Sanremo sui socialcosi. Su DNnews di oggi

di Antonio Sofi, alle 17:52

Perché Sanremo è Sanremo pure sui socialcosi”. Così recita il sottotitolo di “Sanremolo”, uno dei molti gruppi di discussione online nati intorno al festival canoro. Perché Sanremo non è solo un festival. È innanzitutto un evento mediale come pochi ne sono rimasti nell’epoca dei video (e della musica) on-demand. Televisione allo stato puro – il cui successo è stato amplificato, in questa edizione, dalla conduzione nazionalpopolare della Clerici: un pizzico di paillettes e tagliatelle, una spruzzatina di polemica e il successo è servito. La natura intrinsecamente televisiva del festival ha da sempre stimolato la nascita di gruppi d’ascolto “popolari”: gruppi di amici che si riuniscono a casa di uno di loro e commentano la diretta.

Da alcuni anni questo fenomeno si è spostato sul web. Sui social network. Con una differenza importante. Se le cose dette nei gruppi d’ascolto vecchia maniera rimangono nel privato, le cose scritte su internet possono essere lette da tutti. E tutti possono commentare e partecipare. È un fenomeno parallelo alla crescita dei social network. Migliaia di persone hanno di fatto commentato online le serate in diretta dall’Ariston con status di tutti i generi: dai vestiti alle acconciature, dalle canzoni alle scelte registiche.

Internet è di fatto diventato un enorme divano a migliaia di piazze, in cui tutti hanno potuto sedersi accanto a tutti: al vicino di blog o all’amico dell’amico di Facebook che faceva lo spiritoso e qualcuna l’azzeccava. Alla fine le canzoni diventano un pretesto per scambiarsi opinioni sul mondo. E lo show ipercommentato perde un po’ la sua sacralità. Colpa di internet. E forse anche colpa di anni di televisione in cui l’audience parla ed è parte integrante dello spettacolo: partecipa, polemizza, fa voci dal loggione, interviene, tifa. Il pubblico di “Amici”, vociante e televotante, si ibrida con la logica dell’utente dei social network, che in fondo non fa altro che rispondere a tutti quegli strumenti che si affannano ogni volta a chiedere “Cosa stai pensando?”, “Cosa stai facendo?”.

E loro, se stanno vedendo il Festival e non gli piace, lo dicono. Con un effetto domino di ritorno: perché c’è chi magari accende il computer, si incuriosisce e poi accende la televisione – un po’ per partecipare alla chiacchierata collettiva e un po’ nel timore di perdersi qualcosa di cui i colleghi parleranno l’indomani davanti alla macchinetta del caffé.

Il risultato è un vocìo continuo e rumoroso intorno all’Ariston e a chiunque passasse dal palco: forche caudine digitali e implacabili. Dall’autore Luca Bottura, la cui battuta rimbalza veloce di profilo in profilo: “Dopo 64 anni, i Savoia traditi nuovamente dalle giurie popolari” alle battute sui laghi della canzone vincitrice, che vanno da “Every lake you take”, ogni lago che hai preso (con buona pace dei doppi sensi e della canzone dei Police) ad una fan page su Facebook dal titolo “Bonifichiamo i laghi in cui Valerio Scanu ha fatto l’amore”, con più di 3000 fan che si propongono volontari.

Sanremo è infine un simbolo. Della canzone italiana, ma non solo. Un simbolo inattaccabile e inavvicinabile. Ed ecco che il web, come in casi analoghi, funziona anche come canale per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Per fare una pernacchia liberatoria, e dire che il re è nudo. Tra le canzoni più bersagliate, quella di Pupo, Filiberto e Canonici. Da segnalare per creatività il generatore automatico di Metilparaben, dove basta ricaricare la pagina per avere una nuova versione del testo: “Io credo nella mia mistura / e nella mia balneazione / per questo io non ho paura / di far merenda col torrone”.

[da Dnews, 22 febbraio 2010]