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01/12/2009

est Berlin /3. Fotoricordo

di Urri, alle 02:21

[Dopo le ostalgie di Enrico Bianda, le riflessioni di Urri, berlinese dell’Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno (tra tg stupiti e penne rosse), e le differenze di un unico popolo (ma diverso), un gioco di specchi di foto. Storie di chi lì c’era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

«Perché non aggiungi qualche foto al post? Una foto di Berlino Est, qualcosa che ricordi il passato?». Infatti, perché no. Sfoglio le pagine degli album fotografici dell’epoca. Strano, però. Berlino Est non si vede. Non c’è. Nel senso che non c’è neanche una foto che mostri uno scorcio della città, un panorama architettonico o semplicemente gente in strada. Solo foto della famiglia e degli amici; in casa o in giardino; e poi feste, vacanze, mare. Il solito. Ma Berlino non c’è. E’ invisibile.

No, non era vietato fotografare la città – a parte proprio davanti al muro, ovviamente – ma andare in giro a scattare foto a Berlino Est non era neanche una cosa normalissima. Nel peggiore dei casi poteva essere visto come un atto sospetto, una critica o addirittura spionaggio.

Perché fotografa questo negozio?
Per mandare la foto a un quotidiano dell’Ovest e illustrare la pochezza della scelta possibile e gli scaffali mezzo vuoti?
E questa triste facciata grigia? Per caso vuole criticare la situazione economica del Paese?
Come mai una foto a questa piazza? Non starà mica elaborando un piano di fuga tramite un tunnel da scavare?

E così via. Sembra esagerato. E forse la scelta di non fotografare la città non era neanche una scelta consapevole. Ma una regola non detta che istintivamente tutti seguivano. Poi c’erano le storie. Storie in cui la realtà superava la fantasia – e diventava quasi un film.

Come per esempio quel giorno a metà degli anni ’60 quando nell’ufficio di mio nonno si presentarono alcuni agenti della Stasi. Erano convinti che lui lavorasse per il Bundesnachrichtendienst: insomma che fosse una spia dei servizi segreti della Germania Ovest. Da quel giorno mio nonno è stato sotto controllo: per anni, di fronte alla casa, c’era una macchina con due agenti (che ogni tanto cambiavano). Mia madre se la ricorda bene. Lo seguivano ovunque, anche a piedi o sul treno. E sicuramente controllavano anche lettere e telefonate. Un giorno la macchina non c’era più. Forse smisero di controllare, probabilmente no. Ora mio nonno ne ride, prima non so.

Nelle foto di me bambina, ci sono io che gioco sulla spiaggia.

1981, Mar Baltico
1981, Mar Baltico

23/11/2009

est Berlin /2. Nessuno è davvero un altro popolo.

di Urri, alle 23:38

[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, le riflessioni di Urri, berlinese dell’Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno, tra tg stupiti e penne improvvisamente rosse, le differenze tra Est e Ovest – a partire dal giorno dopo. In 20 anni abbiamo un po’ dimenticato le storie dalle esse minuscole – eppure dannatamente importanti – di chi lì c’era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

Insomma, come sono quelli dell’Est? Sono diversi da quelli dell’Ovest?
E quindi si capisce da dove uno viene? Beh, spesso sì. Un indizio facile è il dialetto, ovviamente. Si sente se uno viene dalla Sassonia o dalla Baviera. E dicono anche che quelli di Berlino Est parlano con un accento diverso da quelli di Berlino Ovest. Eppure non è questo il punto. Molti tedeschi sia dell’Est che dell’Ovest – e spesso anche quelli nati dopo il 1989 – sono convinti che ci siano differenze che vanno molto oltre.

Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri
Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri

Per il ventennale della caduta del muro qualcuno ha creato questo poster che cita la famosa frase delle manifestazioni dell’autunno del 1989: Wir sind ein Volk. Ma è stata aggiunta una seconda frase con la quale il senso diventa il contrario: Noi siamo un popolo. Und ihr seid ein anderes. E voi siete un altro.

Nei primi anni dopo la caduta del muro, quando mi chiedevano da dove venivo, non era mai sufficiente rispondere “da Berlino” perché seguiva automaticamente la domanda “Est o Ovest?”. Una domanda a cui ho sempre risposto senza farmi problemi, senza alcun motivo né di esserne fiera né di vergognarmene. Naturalmente con gli anni la domanda si sentiva sempre meno. E non è che se uno mi diceva “Ciao, sono di Amburgo, e tu?” mi mettevo a puntualizzare “Ciao, sono di Berlino, però di quella parte lì, che 15 anni fa si chiamava Berlino Est, e ora sta ancora all’est ma forse si direbbe nordest, se parliamo dei punti cardinali”.

Fishes in Berlin, foto di Urri
Fishes in Berlin, foto di Urri

E però. Mi è successo tante volte – sia con amici tedeschi della Germania Ovest che con stranieri, spesso italiani – di menzionare casualmente di essere nata a Berlino Est, e di sentirmi rispondere “Ma dai, davvero? Non l’avrei mai detto, pensavo fossi dell’Ovest”. E io ci rimanevo sempre un po’ così, senza sapere bene cosa rispondere. Da una parte ero contenta perché era una specie di complimento, che voleva esprimere la sensazione che non ero diversa e che sembravo una di loro. Ma dall’altra parte quella reazione mi ha sempre un po’ offesa, proprio per il retropensiero che quelli dell’Est – insomma noialtri – saremmo diversi.

Superfluo dire che se poi chiedevo “Ma dai, davvero? E come mai?” nessuno riusciva mai a darmi una spiegazione soddisfacente. E che nessuno dei miei amici dell’Est mi ha mai detto “Ma tu sembri una dell’Ovest”. Ero e sono anche una di loro. E forse qualcuno, molto più straniero di me, mi potrebbe prendere per italiana. Forse è che nessuno è davvero un altro popolo.

09/11/2009

Venti anni fa, Berlino Est. “Unglaubliche Ereignisse!”

di Urri, alle 12:18

[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, un ricordo di Urri, berlinese che scrive uno splendido italiano e che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Giorno che Fukuyama ha raccontato pomposamente come “fine della Storia”. Definizione che porta con sé un doppio fallimento: nel cono d’ombra della Storia con la “s” maiuscola che è andata avanti impassibile abbiamo un po’ dimenticato (voluto dimenticare) le storie – minuscole eppure dannatamente importanti – di chi lì c’era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire, insomma: noi. Buona lettura. as]

Me lo ricordo bene. È il 10 novembre. In tv passano le immagini della notte precedente. Mia madre scoppia a piangere. Un pianto di gioia e commozione. La folla davanti ai checkpoint vibra di un’energia insopprimibile. Il momento in cui le guardie della frontiera aprono i cancelli. Le grida incredule, gli abbracci spontanei, i pianti sfrenati di felicità. Brividi di emozione, anche oggi. Anche vent’anni dopo.

Chissà cosa avremmo fatto se la sera del 9 novembre avessimo visto la conferenza stampa con Günter Schabowski. Abitavamo proprio vicino al checkpoint Bornholmer Straße, il primo che fu aperto. E invece non sapevamo niente dell’annuncio sulle nuove norme per i viaggi all’estero, le quali – così diceva il segretario del SED – sarebbero diventati efficaci “immediatamente”. Sofort, unverzüglich. Per farla breve: quella notte fra il 9 e il 10 novembre, quando è caduto il muro di Berlino, io dormivo.

Nel novembre 1989 ero una bambina di dieci anni, nata e cresciuta a Berlino Est. Quest’anno posso dire di aver vissuto il primo terzo dei miei anni dietro quel muro e due terzi nella Germania riunita. Finora non ho mai scritto dei miei ricordi di quei tempi passati – né in tedesco, figurarsi in italiano.

9 novembre 1989, Berlin (Ost). Bornholmer Straße. (© Andreas Schoelzel)
9 novembre 1989, Berlin (Ost). Bornholmer Straße. (© Andreas Schoelzel)

Ma ho cominciato a pensarci dopo aver letto su Webgol gli articoli sull’Ostalgie canaglia di Enrico Bianda, soprattutto la riflessione dopo l’intervista alla scrittrice tedesca Jana Hensel, nata nel 1976 a Lipsia: «Con lei ho capito davvero che cosa deve essere stato il trauma del passaggio, per una generazione che all’improvviso si è ritrovata in un mondo che non conosceva». Visto che si parla della generazione a cui appartengo dovrei forse riconoscermi in questa interpretazione. Però per me quel passaggio non è stato un trauma ma un’esperienza fantastica. L’ostalgie, la nostalgia dell’Est, non l’ho mai provata. Magari provo nostalgia per i tempi della gioventù in generale, come tutti o quasi tutti, indipendentemente da Est o Ovest.

Quella notte sono accaduti “avvenimenti incredibili” – così scriveva mia madre nella sua agenda dell’89. Una piccola agenda che fino al 9 novembre di venti anni fa era scritta con penna blu. Poi, all’improvviso, una penna rossa. E grandi lettere sottolineate. E punti esclamativi. “Unglaubliche Ereignisse!“.