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20/07/2004

Why soccer is just child’s play in America

di Kerry Crawford, alle 15:51

[Traduzione di Daneel. L'originale in inglese è qui]

child's soccerArriva un momento, appena prima dell’età adulta, in cui gli americani tendono a dire addio al pallone.
Quasi ogni ragazzino americano cresce giocando a calcio con gli altri della sua età nel vicinato, con una squadra scolastica, con i fratelli nei vicoli o con un circolo ricreativo nei fine settimana. Ma, attorno agli ultimi anni dell’adolescenza, gli scarpini vengono messi via e la palla da calcio viene scambiata con una vita frenetica nel mondo degli affari.

Comunque, considerando che gli Stati Uniti si sforzano di marciare sempre più di pari passo con la globalizzazione, è forse un neo importante che il più popolare gioco al mondo non abbia trovato un posto nei cuori degli americani.
Se l’America è considerata “il gigante dormiente del mondo del calcio ancora da risvegliare“, come Weinberger scrive, il tentativo di creare una squadra di calcio nazionale e unificata è nelle mani di quei bambini ed immigrati che non hanno ancora abbandonato tale sport.

In America, il calcio è tenuto in vita, sebbene debolmente, nei cortili delle scuole e in fondo ai vicoli da coloro che non sono ancora stati assorbiti da quella natura irrequieta che appartiene alla cultura americana.
È in questi posti dimenticati che al vero spirito e all’amore per il gioco è consentito di fiorire, e viene da pensare che si potrebbe essere poco lontani dal momento in cui l’attenzione degli stadi affollati si rivolgerà al calcio.
Eppure, l’attenzione di coloro che si trovano negli stadi è davvero completamente rivolta al gioco?
Non negli Stati Uniti.

Nel tentare di vincere le limitazioni del tempo, la cultura americana ha imparato a vivere in multi-tasking, ovvero a dedicarsi a perfino troppe cose allo stesso tempo, tutte insieme. Chi negli Stati Uniti può permettersi l’entrata ad eventi sportivi professionistici raramente concede la sua intera attenzione alle squadre che giù in basso lottano nel campo.
Gli uomini d’affari trascinano i clienti alle partite di baseball nello sforzo di apparire disinvolti e poco minacciosi, mentre negoziano un accordo nel mezzo di esplosioni di disapprovazione verso le decisioni dell’arbitro.
I genitori con la coscienza sporca portano i loro bambini alle partite di football, sperando di compensare tutto il tempo che non possono passare a casa durante la settimana comprando cappellini della squadra e maglie, hot-dog e pop-corn, e lasciando costantemente i propri posti per correre in bagno o al chiosco dei gelati. Perfino i sostenitori più devoti si concedono delle pause per fare e ricevere telefonate al cellulare, o per alzarsi e comprare noccioline o un’altra birra.
In ogni dato istante durante la partita è una stima cauta supporre che solo una metà degli spettatori stia effettivamente seguendo il gioco.

E quegli americani che guardano la squadra di casa alla televisione trovano difficile rimanere seduti per l’intera partita: in effetti, il flusso costante di interruzioni pubblicitarie tra quarter e inning, replay e sostituzioni di giocatori è già abbastanza da impedire a chiunque di offrire la giusta attenzione.
In ogni caso, è perfettamente possibile guardare la partita, controllare l’email, portare il cane a fare una passeggiata, portare fuori l’immondizia e perfino chiamare un amico nello stesso momento senza addirittura perdere granché dell’azione. Dopotutto, se succede di perdere lo slam dunk, l’home run o il field goal che cambia il risultato della partita, ci saranno sedici replay solo nelle ore successive, l’azione sarà posta in evidenza nei notiziari pomeridiani e comparirà nei giornali del giorno dopo. Davvero poche cose sono in grado di catturare del tutto l’attenzione dell’americano medio, e forse è questa la ragione per cui il calcio è scivolato attraverso una sorta di lacuna culturale.

Forse l’assenza degli Stati Uniti dal mondo del calcio deve essere attribuita al fatto che agli americani non piace mai perdere.
Sia la mancanza di un supporto nazionale che l’incapacità di riunire e mantenere un’unica squadra hanno portato gli americani a restare attaccati ai loro sport tradizionali.
Il baseball è il “Grande Passatempo Americano”, e non c’è alcun timore che qui perda il suo dominio; l’NBA si è diffusa a livello internazionale, ma è ancora lontana dall’ottenere quella stessa attrattiva a livello mondiale che il calcio possiede; e sembra che solo negli Stati Uniti possa mai divenire popolarissimo un gioco come il football, in cui dei giocatori superimbottiti e sudati si placcano l’uno con l’altro per far arrivare una palla all’altro lato del campo.

Il calcio professionistico è qualcosa di completamente sconosciuto a molti americani: è una cosa oltre i confini sia del paese che della loro comprensione.
In effetti, coloro che giocano ed esemplificano la passione per il calcio in America non hanno i mezzi per portare gli Stati Uniti nel reame del calcio planetario. Le loro ginocchia sbucciate, le dita dei piedi rotte, i loro lividi potrebbero stare a dimostrare la loro devozione al gioco, ma passeranno completamente inosservati alle masse che accorrono agli stadi per i motivi più vari.
Nessuno vende birra, pop-corn, noccioline e berretti da baseball negli erbosi cortili scolastici e nelle vie laterali malridotte dei quartieri poveri del centro città, ma sono questi luoghi la casa del calcio americano. Quegli americani che davvero amano il calcio sono di rado vecchi abbastanza da avere un diploma, e molti di loro non parlano inglese: ma sono proprio loro a mantenere vivo il gioco. E, in un certo senso, l’assenza dello spirito commerciale americano nel calcio ha aiutato il gioco a rimanere puro.
Il Superbowl viene sfruttato dalle corporation al punto che la maggior parte della gente segue la partita per vedere gli stravaganti, multimilionari spot pubblicitari. Le celebrità dello sport americano lottano con i proprietari dei team per ottenere contratti da 80 milioni di dollari, ma i bambini giocano per la pura gioia di prendere a calci un pallone insieme agli amici. È innocente e limpido, nella sua forma attuale.

La mancanza di devozione degli americani nei confronti del mondo del calcio è molto probabilmente un isolamento inconscio, causato da un orgoglio intrinseco e dalla paura dell’inferiorità in ogni campo, così come dall’abusata e comoda condizione offerta dagli sport tradizionalmente “americani” come il baseball e il football.
Forse il gigante addormentato sarà svegliato entro pochi anni e porterà un team americano in ambito internazionale ma, al momento, il gioco è confinato nei cortili scolastici e nelle strade tranquille.

  • Why soccer is just child’s play in America
  • Do iù spik english?
  • Why don’t American like soccer?
  • World Wide Soccer

  • 9 Commenti al post “Why soccer is just child’s play in America”

    1. polenta
      luglio 21st, 2004 01:33
      1

      punto di vista interessante, poco calcisticamente competente, ma interessante. e maschilista di brutto, visto che il calcio conta più donne praticanti in club ufficiali che bambini in fondo a cortili dove la lingua di stato non arriva. tuttavia nello sport la purezza è meno rilevante che in un bordello tahilandese: soprattutto per chi lo guarda. è non si può convertire ad uno sport qualsiasi un popolo intero se non a condizione di fargli vedere che c’è chi lo fa meglio e che chi lo fa meglio ha la stima e la considerazione del suo ambiente sociale. soldi compresi. cose che possono lasciare indifferente un singolo, ma fanno di sicuro presa in un consorzio umano allargato. forse dovevo scrivere dei secondo me qui e là, ma ho la vena predicatoria stanotte. amen

    2. djOlona
      luglio 21st, 2004 13:56
      2

      I HATE SOCCER! :)

    3. Antonio
      luglio 21st, 2004 14:39
      3

      Mi ha colpito, in questa lunga e densa riflessione della nostra amica americana, il fatto che, in fondo, non è che i nostri sguardi oltreoceano avessero così completamente sbagliato la messa a fuoco.
      Ci sono entrambe le cose che avevamo intuito.

      Una differenza ontologica tra i due sport, che rende il calcio poco compatibile con le consuetudini di fruizione sportiva (e commerciale) americana. Mi ha incuriosito molto la stima del 50% degli spettatori che in un dato momento della partita davvero seguono il gioco. Sempre rimanendo nell’ambito delle stime soggettive, sia allo stadio che a casa, direi che un 90% sia un dato probabile. La fruizione olistica è davvero l’unico modo per apprezzare una partita di pallone. Questo spiega la sorpresa degli europei nel vedere il comportamento degli spettatori americani ad una partita (mia esperienza: football universitario), e, a ben pensarci, anche il fenomeno delle cheerleaders, che fungono da interruzione pubblicitaria vivente e danzante.
      Seppur piacevoli a vedersi, a dire il vero – e spesso molto più dei ragazzoni in armatura :)

      E poi, una sorta di un isolazionismo culturale, dice Kerry “causato da un orgoglio intrinseco e dalla paura dell’inferiorità in ogni campo”. Una tendenza autarchica che poi, a ben vedere, non è certo solo americana, ma di tutte le culture più o meno (con)chiuse. Anche in Italia è così, riguardo a molti sport. Stupisce solo un po’ di più che sia l’America, tutto qui; che non riesce a tirar fuori soldi, attenzione, privilegi, “primacy” da uno sport così diffuso nel resto del mondo.

    4. Antonio
      luglio 21st, 2004 14:49
      4

      Mauro, penso che tu abbia centrato un punto fondamentale con “non si può convertire ad uno sport qualsiasi un popolo intero se non a condizione di fargli vedere che c’è chi lo fa meglio e che chi lo fa meglio ha la stima e la considerazione del suo ambiente sociale”.
      Fammi capire se ho capito cosa vuoi dire. (e ritorniamo dallo sport alla politica – anche se dal basso). Proprio il fatto che al calcio ci giocano o i bambini, o gli immigrati, o comunque i ceti sociali più bassi se da una parte lo mantiene puro (ma tu chiosi: e chi se ne frega – e ho capitola provocatorietà della chiosa, ma forse non è poi così ininfluente, questo dato “qualitativo”), dall’altra impedisce che questo sport si diffonda. Non mi viene l’esempio italiano.

      Ma, per esempio. L’altra domenica sono andato a fare un giro al Parco delle Cascine. Lì c’è tanto spazio verde (l’unico a Firenze, sigh), e si formano presto gruppetti di persone giocanti. chi con il pallone e le porte fatte di zaini o magliette, chi a pallavolo. Poi ci sono gruppi di immigrati asiatici che giocano a cricket (me l’ha fatto ricordare livefast in un altro commento), con tanto di spettatori plaudenti. Ora, fatte le debite differenze (e sono molte), non potrebbe sussistere, come scrive Livefast “agli americani non piace il calcio per lo stesso motivo per cui agli italiani non piace il cricket che invece i pakistani adorano.”
      Cioè, tradotto in rapporto a quello che scriveva Mauro, perchè sono sport giocati da 1) minoranze e 2) immigrati e/o ceti bassi?
      è inevitabile? è normale? è una forma di razzismo? o una normale forma di tradizionalismo culturale?

    5. polenta
      luglio 21st, 2004 19:32
      5

      sì Antonio, è esattamente così, salvo il riferimento ai ceti umili. se nel mio gruppo sociale ho come modello di riferimento un calciatore, posso desiderare di emularlo anche se sono di famiglia agiata. vialli non è povero, non lo è mai stato e riesce perfino a parlare un italiano decoroso.
      per un pakistano che cosa rappresentava il cricket? lo sport della classe dominante in loco, non semplicemente dei loro padroni commerciali. al periodo ante castro corrisponde il radicamento del baseball a cuba, per esempio.
      un rafforzamento del concetto, secondo me (stavolta l’ho messo), può venire dall’osservazione che la massima esportabilità dei modelli si ottiene con gli sport di squadra.

    6. Red Apple
      luglio 21st, 2004 19:42
      6

      Un commento che non ha nè testa nè piedi ma solo un valore di suggestione. Un mesetto fa sono stata a Lipsia e l’unico dettaglio che mi ha fatto sentire in Europa (euro a parte) è stato un grosso pallone istallato nel bel mezzo della piazza principale proprio per gli Europei di calcio, accanto al pallone uno schermo gigante per vedersi le partite. Mi sono ricordata di questa cosa quando ho letto quello che Kerry Crawford dice sulla difficoltà da parte degli Stati Uniti ad avere una squadra di calcio unificata che li rappresenti. Nessuna difficoltà, invece, ad unificare l’Europa attraverso la passione per questo sport…fosse così semplice per tutti gli altri settori… La domanda, tuttavia, rimane, perchè da noi il calcio ha questo potere e da loro no?
      Anche a volerlo, non riesco proprio a trovare mezza risposta; come qualcuno sa già la mia assenza di pathos per questo sport mi ha già portato a varie figuraccie e vorrei evitarne altre. Una tra tutte è successa proprio durante gli ultimi Europei, alla domanda chi tiferesti se l’Italia uscisse ho risposto serena e convinta…. Brasile!
      ;-)

    7. raquel
      luglio 21st, 2004 20:06
      7

      Il calcio ancora non è molto difuso negli Stati Uniti WASP, ma sicuramente lo è negli Stati Uniti hispano-brasiliani della costa ovest.
      Non so se il calcio è solo un gioco per bambini, ma il bello è che spesso ci rende bambini. Non imaturi: bambini.
      Quanto agli americani ancora non mi interessano dal punto di vista calcistico.

    8. Damiano
      luglio 23rd, 2004 19:11
      8

      Quello che posso dire, a favore degli sport americani, che e’ paraticamente impossibile stare dietro a tutta la partita (hockey, baseball, basket, football americano), perche’ queste durano , minimo , due ore e mezza.
      Inoltre questi sport sono radicati nella cultura americana come il calcio in AMerica LAtina e in Europa (in alcuni paesi, tipo Inghilterra e Francia, sono cricket e rugby, rispettivamente, sport nazionali, non il calcio, anche se quest’ultimo rimane molto famoso).
      Parlando dell’Italia, il calcio e’ come il baseball o football americano negli USA: i giocatori sono considerati divi e vengono pagati ” l’ira di dio”, quindi per me non c’e’ da sorprendersi se il calcio non e’ famoso negli USA ; solo perche’ non e’ nella cultura nazionale.
      Come lo sport fa parte di qualsiasi cultura nazionale, e’ ovvio, come ogni nazione ha la propria cultura, ha anche il proprio tipo di sport.

    9. Jane
      febbraio 16th, 2006 02:26
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