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Post scritti nel luglio, 2010

30/07/2010

Mondo cane. Per fortuna

di Enrico Bianda, alle 13:19

La canzone italiana degli anni sessanta, te l’aspetteresti ricantata in qualche show estivo in diretta da Milano Marittima, da Portofino. Con le facce raggrinzite dei soliti ospiti, i capelli tinti e il cerone in viso.

Ma c’è anche chi quelle canzoni ha deciso di cantarle, appunto, con leggerezza. Uno che non ti aspetti: Mike Patton, la voce dei Faith No More, e la testa di tanti progetti (Tomahawk, Mr. Bungle, Fantomas e altro). Musica fuori limite di velocità, per orecchie ardite, ma con un tasso di divertimento assoluto. E con perizia musicale, che non guasta. E poi le collaborazioni con alcune avanguardie – Zorn in primo luogo – con la produzione, tanti anni fa, di dischi come Pranzo Oltranzista dove Patton si cimentava insieme a un nucleo di musicisti dell’area newyorkese con un ricettario futurista.

Poi le lunghe frequentazioni italiane. E alla fine, complice la compagna, forse non poteva andare diversamente. Mondo Cane, annunciatissima operazione discografica preceduta da anni di prove dal vivo, mette in fila canzoni come Il cielo in una stanza, 20 km al giorno, L’uomo che non sapeva amare e Senza fine. Una manciata di canzoni in confezione regalo: musicisti fidati, italiani, Roy Paci, un’orchestra al completo.

Qualche giorno fa Patton suonava a Firenze. Mondo Cane dal vivo è notevole. Forse ancora meglio che su disco, che pure è la documentazione di alcune prove registrate in concerto, opportunamente ripulite. Patton e compagni si divertono. Apparentemente quella musica, quelle canzoni suscitano in loro un vero piacere: nel suonare, nell’ascoltare quanto fanno e nel toccare con mano la resa che queste canzoni hanno sul pubblico.

Francamente mai avrei pensato di provare piacere nell’ascoltare il classico estivo di Vianello, Con le pinne fucile ed occhiali. Patton ne da una versione quasi filologica: con lo stesso ritmo dal sapore sudamericano, tra una Rumba e un Calypso lento. Il trucco forse sta proprio qui. Patton non stravolge canzoni che sono belle. Che erano belle nei loro arrangiamenti un po’ stralunati – perché il divertimento all’epoca era reale e forse perché quelli erano anni in cui c’era davvero bisogno di divertirsi. Quella musica contiene una dose di futilità che basta a sè – e che Mondo Cane saggiamente preserva.

Di alcune canzoni, Patton fa un esercizio di bravura vocale, con un break rumoristico che ai devoti ricorderà il lavoro con Zorn, o con Bjork: spingere il suono dei vocalizzi ai limiti imposti dalla fisiologia. Così come accade in Urlo Negro, un Beat quasi punk dei Blackman, gruppo romagnolo di cui non si sa nulla. Canzone che permette a Patton, nella versione dal vivo, di esprimersi in un’incursione in puro stile Faith No More. Per poi tornare ironicamente a far spallucce nel refrain. Ancora una volta puro piacere.

“La musica non è soltanto costruzione di melodie, di armonie, di strutture formali. A un livello più profondo, essa è una trasfigurazione dell’esperienza acustica e delle sue connotazioni emotive: una trasfigurazione che si realizza anche attraverso l’invenzione di timbri e di mondi sonori inauditi.” (Gianni Zanarini, “Il suono”, in Enciclopedia della musica, II. Il sapere musicale, Einaudi, 2002).

Patton canta perfettamente in italiano (tranne le doppie “t”, che sanno d’americano, inevitabilmente). E’ un buffo cortocircuito: se tra i ’50 e i ’70 i nostri, nel cantar le canzonette, spingevano molto su una pronuncia americaneggiante, oggi Patton non si libera di quella calata. Insomma anche qui l’ironia (in giacca bianca).

Quei mondi sonori contenevano, per l’epoca, invenzioni acustiche oggi strabilianti: le voci dei cori da avanguardia accademica novecentesca, le tastiere che si animavano di suoni che andavano dalla cetra alla spinetta passando per il theremin, i giri di basso con plettro in un singhiozzo beat inesorabile. I mondi (cane) sonori Patton li recupera intelligentemente, facendoli riscoprire al suo pubblico e rendendo loro giustizia.

27/07/2010

L’onda video di Italia Wave

di Antonio Sofi, alle 14:28

Stiamo completando di mettere online su youtube gli ultimi video girati e montati a Italia Wave (insieme ai bravissimi componenti della squadretta eclettica e multimediale che abbiamo messo su: Cristiana, Matteo, Antonio). In tutto saranno una ventina, tutti disponibili sul canale youtube di Italia Wave.

Ho già segnalato il racconto, emozionante, del migrante Sayed raccontato da Laura Boldrini durante un incontro in Fortezza Vecchia, sede di Cult Wave – sezione musical/culturale del festival di Livorno.

Mi fa piacere segnalare anche, per esempio, il video dell’incontro del 22 luglio 2010 con Giancarlo Caselli per la presentazione del libro “Di sana e robusta costituzione” – in cui il procuratore capo della Procura di Torino legge alcuni passaggi del libro (e discorsi di Calamandrei) con in sottofondo l’accompagnamento al pianoforte di Boosta (e accanto, dal punto di vista sonoro: i tuuuu insistente delle macchine motori delle navi del porto di Livorno, e i gabbiani che passano in alto).

Ma abbiamo anche raccontato la musica, per esempio il concerto notturno di Brunori, iniziato alle una di notte in una Fortezza che via via si riempie degli spettatori del Main Stage appena concluso in cerca di altra musica, fresco e qualcosa da bere. Brunori parla della sua “azienda” musicale, tra target eterogenei, marketing d’impresa e management all’italica (che trova sempre il modo di fregare i poveri risparmiatori) (e riproducendo la stanchezza post concerto e la luce e il cuore che c’era, senza filtri)

Oppure un video corale di una bella iniziativa trasversale agli eventi, Facedraw – con un bell’esercito di disegnatori e illustratori (Diavù, AlePOP, Massimo Giacon, Alberto Corradi, Ale Giorgini, Alberto Ponticelli tra gli altri, introdotti da Luca Valtorta, direttore di Repubblica XL) a disegnare live un racconto su Elvis…

Tra gli altri video, tutti disponibili su YouTube: il concerto di Mannarino e quello dei My Awesome Mixtape al Psycho Stage; l’intervista a Boosta e Michele Dalai sulla nuova casa editrice e quella a Toldo, Flutti e Prasic sul progetto Intercampus; l’intervista “solo” a Giancarlo Caselli e quella a Roberto Calabrò, autore di un bel libro sugli anni ’80 alla ricerca di vent’anni prima.

Lunga vita insomma al festival di Italia Wave. A parte la musica e il personale divertimento (per esempio nella mitologica ormai redazione web), c’è cuore, persone, contenuti, qualità, allegria – che abbiamo voluto raccontare e portare dentro i nostri video in modo visibile grazie a escamotage creativi che hanno coinvolto anche i partecipanti agli eventi (la ormai famosa lavagnetta più gessetti colorati). E Livorno poi: una città spettacolare, incredibile, libeccia e motorinata, accogliente e indifferente allo stesso tempo: salata e libera, non so dirla meglio…

22/07/2010

«La prima cosa bella in nove anni di vita». Laura Boldrini a Cult Wave.

di Antonio Sofi, alle 23:38

Ci stiamo anche divertendo, insieme a una eterogenea squadretta videocamera-munita (Cristiana, Matteo e Antonio), e per conto di Webgol Network, a raccontare il pezzo di incontri e discussioni (Cult Wave) che si svolge dentro a una splendida Fortezza Vecchia che affaccia sul porto levatoio, all’interno del festival Italia Wave (per i quali avevamo già prodotto una serie di video della festa milanese di inaugurazione). Il festival si svolge a Livorno fino a domenica 25.

Divertendo e commuovendo, come nel caso di Laura Boldrini, da oltre vent’anni nelle agenzie ONU e dal 1998 portavoce UNHCR: una che non si capisce come non sia ancora presidente del mondo e che ha un talento a raccontar le cose. Per la presentazione del suo ultimo libro “Tutti indietro” ha raccontato la storia del piccolo Sayed, costretto a fuggire dall’Afghanistan, che arriva dopo anni a Benevento, e alla “prima cosa bella in nove anni di vita”.

15/07/2010

Eyjafjallajökull. Eruzioni di buona politica

di Antonio Sofi, alle 14:41

Si chiamano come il vulcano islandese che qualche mese fa ha bloccato – con un semplice naturalissimo sbuffo annoiato – mezza Europa, regalando insieme una marea di disagi e un bagno di umiltà alle improcrastinabili frenesie della società di oggidì. Sono gli stati generali delle Fabbriche di Nichi (Vendola, ovviamente) e si terranno a Bari da venerdì 16 a domenica 18 presso il villaggio turistico Baia San Giorgio: tutte le informazioni nella pagina apposita.

LEGGI il programma completo dei tre giorni.

Mi hanno invitato sabato mattina, insieme a Dino Amenduni e Stefano Cristante, a curare un seminario dal (bello ma complicato) titolo “Aggiornamento di Stato. La politica ai tempi dello “user generated content”. L’idea è di riflettere intorno ai pregi e ai difetti dell’impatto (anch’esso eruttivo) dei social network nella politica italiana (io, un po’ di mesi fa, ne parlavo come di un “salto dello squalo” dei blog).

Riflettere del modo in cui un pezzetto di politica (soprattutto locale) sta provando a comunicare e raccontarsi attraverso i media digitali, aprendosi così a nuovi publici e riattivando territori negli anni lasciati sempre più disabitati. Parleremo dei successi di coinvolgimento e partecipazione, nonché di completezza della informazione sull’azione politica (anche in momenti di amministrazione e bypassando un sistema dei media sempre più trincerato dentro le sue regole anguste di notiziabilità classica). E anche dei rischi (che da un po’ di tempo sto notando) di una sorta di appiattimento sul presente politico, di monodimensionalità temporale legata all’aggiornamento continuo e al meccanismo di social network costruiti sull’idea di “status” e “cosa stai facendo”. Una logica che può lasciare scoperta la costruzione di una identità politica più articolata e densa: un racconto di più ampio respiro che tenga insieme anche il futuro e la memoria/rintracciabilità delle cose fatte.

Mappa delle Fabbriche di Nichi

Poi sono molto curioso di vedere (anzi: sentire) da vicino l’atmosfera del “movimento” delle Fabbriche – che ho seguito fin dall’inizio e che continua a sembrarmi un esperimento politico unico e forse un po’ sottovalutato, che racconta di energie esplosive, di vivacità generazionale, di potenzialità creative esibite in barba alla cupezza della crisi e dei tagli: un mix esplosivo di idee e fiducia, visione e centralità del territorio con i media digitali a fare da facilitatori e punto di incontro.

Proverò a dirne, poi, se ce la faccio.

12/07/2010

L’Aquila a Roma. Fallimenti e conseguenze di una politica che non c’è.

di Antonio Sofi, alle 17:10

Una delegazione di migliaia di cittadini aquilani ha manifestato il 7 luglio a Roma chiedendo di avviare la ricostruzione del centro storico, e di mantenere la promessa di sospensione e/o rateizzazione del pagamento delle tasse come forma di aiuto, già applicato in altri casi simili, per un territorio che (ovviamente ed è un eufemismo) fatica a riprendere la sua vita normale: dal punto di vista sociale, culturale e anche economico.

Una manifestazione che aveva anche – come molte altre: segno cupo di tempi in cui la spirale del silenzio diventa un buco nero che annichilisce molta informazione possibile – il comprensibile obiettivo di farsi vedere. Di far vedere la rabbia e la disillusione di chi è stato, in questi mesi, raccontato in un certo modo (“tutto va bene”, “tutto è a posto”) e non riconoscendosi in questo racconto eterodiretto prova a raccontarsi da solo.

Retornemo. Prima parte.

A raccontarsi da solo, o a farsi raccontare, certo.
In molti in questi mesi hanno raccontato l’Aquila – un flusso di contenuti che ha quasi completamente bypassato (è un dato di fatto) gli ostacoli dei media di massa: la televisione in primo luogo.

Molto ha trovato la strada del web, grazie a videomaker aquilani e video di catartica ironia (come quelli di Francesco Paolucci e Luca Cococcetta); ci sono stati libri e ebook (anche noi, nel nostro piccolo); qualcosa è diventato musica e qualcosa cinema (Draquila di Guzzanti, ma anche Comando e Controllo di Puliafito, che ancora non ho visto ma di cui mi hanno detto un gran bene).

In tv a dire il vero qualcosa è andato, seppure in versione ridotta: un video lungo di Diego Bianchi che sul web è in versione lunga e integrale (prima parte e seconda parte: in questo post raccontavo l’emozione di vederlo proiettato all’interno di un tendone stracolmo in piazza Duomo a L’Aquila).

Anche lo scorso 7 luglio erano in molti a documentare con telecamere e macchine fotografiche un pomeriggio che è diventato notizia per scontri e feriti. C’è anche un Tolleranza Zoro unplugged e estivo: senza muro giallo o commento, senza musica o montaggio aggressivo, con un filo cronologico quasi intoccato. Un racconto che è anche di suoni e voci, di clangore e sirene, di tric-trac e chitarre – con la base ritmica dei passi dei manifestanti e dei clic a mitraglia degli otturatori.

Retornemo. Seconda parte.

Guardandoli uno dopo l’altro ho pensato che sono quasi due “film” distinti, che uno è causa e effetto dell’altro. Che il secondo inizia laddove fallisce il primo e che visti così sono una chiave di lettura che racconta del fallimento della politica – e dell’ineluttabilità del processo degenerativo di questo fallimento quando la politica non riesce a farsi mediazione.

Nel primo video infatti c’è la politica. Evocata, più che altro. C’è il tentativo dei manifestanti di incontrare, in qualche modo, le autorità. C’è una gestione dell’evento da parte delle autorità stesse quantomeno discutibile. C’è la ricerca di un luogo dove manifestare tra strettoie e impalcature che i gonfaloni devono simbolicamente chinarsi. C’è una politica miraggia e fantasmatica, che è sempre nella piazza accanto o in quella negata e prescritta – che quando si presenta lo fa in assetto da guerriglia urbana. C’è una rabbia che monta per chi decide rimanendo lontano – i cui spruzzi arrivano anche all’opposizione, specie quando parla alle telecamere invece che a chi sta lì, per esempio al microfono del camioncino (come alla fine fa, buon per lui, Bersani). C’è insomma e comunque un fallimento della politica.

Ciò che accade nel secondo video è appunto la diretta e inevitabile (non importa se non strettamente cronologica) conseguenza di questo fallimento – che nasce ovviamente molto prima del 7 luglio. Gli scontri, i tafferugli, la contrapposizione sono il segno di un sistema politico che non sa più stare in mezzo al conflitto, e anzi rinnegandolo lo alimenta – diventando muro contro muro, scudo contro braccia, testa contro manganello. Che non sa leggere nemmeno le esigenze pratiche e organizzative di una manifestazione pacifica, che voleva solo un luogo e un interlocutore da cui e con cui parlare.

Un fallimento che è conseguenza di una assenza della politica, più che di una sua malevola e violenta presenza (che pure c’è ovviamente). Una politica che non c’è e non si trova, che si chiama ad alta voce e spesso non risponde, che non si sa più dove sta di casa: in quale piazza, in quale palazzo, dietro quale porta chiusa. Dovrebbe essere musica per le orecchie di chi vuole ascoltare.

05/07/2010

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Un ebook d’intorto e agratisse.

di Antonio Sofi, alle 18:25

Dagli 883 a Frank Zappa, il rock compresso in una frase d’intorto. Una intera discografia sintetizza in 385 battute che precedono, accompagnano o seguono (spesso da lontano) l’approccio amoroso.

Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso). Clicca per scaricare
Musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso).
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Spesso su friendfeed (o altrove: basta che ci siano un po’ di gente in circolo e connessione) spuntano piccole grandi idee che sono come fuochi d’artificio: brillano d’umorismo e divertita intelligenza, scoppiano tra gli ohhh di chi legge e poi finiscono nel giro di qualche giorno. Quando ho letto il thread sulla musica per chi ha fretta, iniziato da Ermanno aka Numero 6 (e nell’introduzione lui spiega meglio tutt’e cose), con gli interventi di molti altri utenti del socialcoso, mi è venuta subito voglia di raccogliere quelle frasi, ordinarle per bene emancipandole dall flusso sequenziale del social network e metterle in un ebook dal formato tradizionale – per salvarle e conservarle e diffonderle.

Ci abbiamo messo un po’, tra l’ordinamento stile winamp ’99 e un editing che ha privilegiato solo quelle frasi dalla sfumatura “sessuale”. Ma (grazie a Ermanno, a Emanuela che ha fatto le copertine, a Dario che ha curato la grafica, a Marta, Antonio e Cristiana che hanno dato mano e consigli) è venuto fuori un librino divertente, credo, con tutte le sue cosine al posto giusto – che se siete proprio fighi si lascia ben leggere anche su Kindle e analoghi ebook reader o addirittura (non abbiamo provato) su iPad.

SCARICA IL PDF (416 kb): La musica per chi ha fretta (e vuole fare sesso), da un thread di Numero 6 su friendfeed

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

L’introduzione di Numero 6

Le cose migliori vengono sempre fuori in pausa pranzo, quella cosa da impiegati, quella che è ben più di un’ora dedicata al nutrimento sancita da un contratto nazionale.
È rigida, ricorsiva, e diventa parte della vita, come lavarsi i denti o pagare le bollette.
Un pezzo di vita che viene quasi sempre dedicato a ironizzare su qualche superiore, a parlare di campionato o di colleghe nuove, o talvolta a restare soli con un pezzo di pizza.

E proprio durante una pausa pranzo, forse a causa di un collega che parlava di progetti o business plan, comincia a girarmi in testa una frase: “plans that either come to naught, or half a page of scribbled lines”

Non dovreste neanche cercare con Google, è un pezzo di una canzone strafamosa di un gruppo strafamoso, Time dei Pink Floyd.
Time parla del tempo come implacabile giudice che emette sempre la stessa sentenza, che rende del tutto vani i tentativi di dare una parvenza di senso alla vita.
Non fosse scritta in inglese potrebbe essere di Leopardi, fatica e sudore che tanto alla fine vengono ricompensati con la morte, e allora chi te lo fa fare?

Diversamente da come potrebbe sembrare non passo la pausa pranzo al dipartimento di filologia romanza, e questa cosa di Leopardi mi è venuta in mente ora.
Lì per lì ho solo pensato che i Floyd erano veramente pessimisti; in tutta la loro opera non c’è via di scampo, se va male sei un fallito, se va bene diventi un pazzo nazista.
Di fronte a un intervistatore che dicesse “Ma insomma, alla fine voi chi siete?” loro direbbero “Lasci perdere, è tutto inutile”.

Nel viaggio di ritorno dalla tavola calda mi viene in mente di sintetizzare tutto così, una carriera artistica in una sola frase, una risposta secca alla domanda dell’intervistatore, possibilmente con roba che conosco a memoria.

“Ma insomma, voi Radiohead chi siete?” “No, tanto non te la dà”.
Non sarebbe giusto per i nostri oxfordiani, forse più adeguato un “lei è troppo bella per me”, che però sarebbe troppo lagnoso, qui ci vuole sostanza, e la sostanza è che alla fine non si rimedia.

“Ma insomma, voi Smiths chi siete?” “Hai sentito i Radiohead? Ecco, e sei pure disoccupato”.
E sì, perché gli Smiths non stavano lì a parlare di sfortune sentimentali, ma di emigrazione dal nord povero, di sussidio di disoccupazione, di ricchi che fanno quel che vogliono.
Stai sempre a pensare all’amato bene? Per quello ti bastava Carmen Consoli. Caro mio, qui non sai manco se domani metti qualcosa sotto i denti.

A questo punto ho la tripletta, perché una tripletta è sempre necessaria, la metto su Friendfeed e resto lì a vedere cosa si inventano i miei lettori.

Sarebbe poco dire che tutto quello che è avvenuto dopo non me lo sarei immaginato neanche se avessi ingerito quattro etti di LSD.
Decine e decine di persone cominciano a replicare ma, siccome la loro testa è diversa dalla mia, interpretano tutto non come sintesi estrema dell’opera degli artisti che citano, ma come il loro approccio immaginario a una ben specifica risorsa.

Quale risorsa? È facile, diciamo la parte introduttiva dell’apparato che serve a fare i bambini, quella cosa che è soggetto anche se è solo complemento: “la”, e altro non serve specificare.

Cosa leggerete qui?
Che il rock alla fine è sentito da quasi tutti come inno a una certa conquista, come quando i cavernicoli dipingevano il bisonte sperando di acchiapparlo.
Meglio ancora, tutta l’arte è un po’ un inno a quella cosa là.
Anzi, facciamo tutta la storia del mondo.

Numero 6

P.s.: il thread incriminato è a questo indirizzo http://friendfeed.com/numero6/68c415fe/rock-per-chi-ha-fretta-radiohead-tanto-non-te-la. Di seguito ci sono quasi tutte le frasi, tranne quelle che siamo scemi noi e non le abbiamo capite (o non erano legate direttamente al sesso). L’elenco con tanto di virgole e cognome-nome è stato volutamente formattato con effetto Winamp ’99.