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Post scritti nel giugno, 2010

25/06/2010

Internet better life? Il 28 e il 29 a Firenze

di Antonio Sofi, alle 13:32

Lunedì e martedì prossimo sarò ospite di ToscanaLab. La seconda edizione si svolgerà il 28 e il 29 giugno presso la Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, a Firenze, ha un ricco programma (primo e secondo giorno) e ha come tema “Internet Better Life”, ovvero: “come internet e il web 2.0 contribuiscono a migliorare la vita degli individui, veicolando in modo diverso e più ricco la conoscenza, modificando le relazioni tra le persone e trasformando di fatto l’azione sociale, con un approccio allargato e partecipativo”.

Toscana Lab

Oltre all’intervento di lunedì in plenaria – su una idea di politica integrata, che fa e farà sempre più fatica a distinguere tra on e off line – martedì mattina mi farà piacere moderare il workshop su politica, pubblica amministrazione e giornalismo: con gli interventi qualificati di Sergio Maistrello, Ernesto Belisario, Livia Iacolare, Dino Amenduni e Antonella Napolitano. Da quello che ho avuto modo di sapere in anticipo, credo che usciranno fuori cose molto interessanti: tra iperlocalità e territorio, trasparenza dei dati e delle passioni politiche, dentro una Europa sincronizzata e un approfondimento grassroots.

Per chi non proverò a farne sintesi postuma – qui sotto qualche riga di presentazione.

La domanda di partenza è quale sia il modo migliore (più etico, più democratico, più efficace) di usare le nuove tecnologie in politica: quale comunicazione, quale informazione, quale relazione con i cittadini/elettori. Internet sta certamente cambiando il modo di fare politica. La rende più aperta, trasparente e partecipata (forse anche un po’ più populistica). Oggi fare politica senza Internet è come uscire di casa senza pantaloni: non si va lontano, la gente ti ride dietro e comunque tutti notano la mancanza. Ma la questione è soprattutto in che modo la Rete riesce a cambiare le regole del gioco politico: le strategie del confronto elettorale, le logiche del racconto giornalistico, le priorità dell’agenda pubblica – per finire all’azione di governo, alla pubblica amministrazione e a un confronto/interazione continuo con i cittadini che sul web non può più interrompersi il giorno dopo del voto.

UPDATE del 30 giugno: alcune considerazioni/idee emerse dal workshop – con materiali e presentazioni

14/06/2010

La Toscana che voglio, chi la vuole diversa o così. Un ebook da scaricare.

di Antonio Sofi, alle 15:03

Il terzo ebook di Webgol Network Edizioni ̬ una selezione ragionata e divertita da un progetto web realizzato per la campagna online di Enrico Rossi alla presidenza della Toscana Рche ho coordinato fino allo scorso aprile.

Il sito in questione è La Toscana che Voglio, e avevo voglia di mettere un punto fermo e pubblico a questa esperienza, che è stata utile, divertente e credo con punti di originalità. L’ebook si può scaricare gratuitamente in pdf. Per maggiori informazioni, in basso la mia introduzione – ma il libretto credo sia piacevole a leggersi anche senza troppi giri di parole.

Grazie a Dario Agosta per grafica e impaginazione e ad Antonio Rettura, Cristiana Fanti e Carlo Benucci per redazione coviana e entusiasmo.

L’introduzione

“Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che voglio prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie” – scriveva il mio amico Sergio Maistrello qualche mese fa, in un post dal titolo “La politica che vorrei, ora“. La Toscana che voglio nasce come un pezzo del puzzle della campagna online di Enrico Rossi alla
presidenza della Toscana. L’idea è quella di sperimentare un metodo: di allenare le orecchie al politico ascolto e al confronto online con le idee di chi (dal basso – ma è un termine che ha una eccezione valutativa che
mi piace sempre meno) ha voglia di esprimerle.

La Toscana che voglio è un esperimento collaborativo di costruzione dell’agenda politica. E’ immaginazione politica messa in circolo e condivisa , senza intenti propagandistici o auto-consolatori: è la Toscana che si ha nel cuore, nella memoria, davanti agli occhi tutti i giorni. Tutti possono pubblicare un proprio post, e votando i post degli altri far emergere le frasi più interessanti.

Frasi tenute insieme da uno spirito toscanissimo che, al di là dei numeri assoluti (ma decina di migliaia sono stati voti e contatti), racconta di una voglia di esserci e partecipare. Il progetto, durante la campagna, prevedeva anche una serie di video-interviste a personaggi più o meno famosi e un profilo Facebook usato a mo’ di rastrello, come collettore di contributi “esterni”. Una parte dei post pubblicati sono entrati in dentro le maglie del programma di Enrico Rossi: nel magazine distribuito in 500 mila copie in tutto il territorio toscano e, con un’eco avvertibile, dentro il programma di governo.

Le pagine che seguono raccolgono parte dei post pubblicati nel sito da febbraio 2010: 272 frasi divise in 42 categorie, dagli “Aulici” ai “Turisti” passando per i “Figli dei fiori” e gli “Strilloni” (questi ultimi, lo ammetto, i miei preferiti). 272 interventi diversi colorati arrabbiati incasinati divertenti e poetici: un mondo intero racchiuso tra 350 caratteri (è il limite massimo previsto: per dar più evidenza e per amor di sintesi).

Le pagine che seguono dicono anche due cose minime: una alla Toscana e una alla politica. La Toscana che esce fuori da questo parzialissimo ritratto è una regione bloccata a metà. Ferma a guardarsi l’ombelico, indecisa tra l’ottimismo più commovente e il pessimismo più cupo – che sembra aver bisogno di credere davvero in un’idea di futuro, quale che sia. Alla politica, questo piccolo pezzo di Toscana che si è accorta del “giochino” e vi ha generosamente partecipato, ha voluto dire che se gli spazi ci sono e l’intenzione è sincera il confronto può essere davvero produttivo (e anche un po’ divertente).

Con le parole di Sergio Maistrello: “[La Toscana che voglio] tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le
banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità  e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?”

Appunto. Non mi resta che augurarvi buona lettura.
Antonio Sofi

11/06/2010

Un infinito che resta in bilico sul nulla

di Enrico Bianda, alle 10:14

Allora, che cosa faccio quando disegno? E quando guardo disegnare? Beh, questo è facile: sono invidioso. Molto.

Anzi mi consumo dall’invidia e desidero immediatamente avere un foglio davanti a me, per poter replicare quanto visto. Il tratto della penna nera sul foglio bianco mi attrae moltissimo.
Purtroppo non sono in grado di essere originale.
Al contrario me la cavo quando mi metto a rifare qualcosa che mi ha colpito.

Disegno di Margherita Morgantin
Disegno di Margherita Morgantin

La cosa che più mi colpisce negli artisti che amo, e che disegnano bene, è la loro forza primitiva, l’idea che quando si è veramente bravi ed originali, non si capisce quanto si padroneggi la tecnica.
Mi spiego.

Copertina di Titolo Variabile, di Margherita Morgantin per Quod LibetMargherita Morgantin è un’artista. Famosa. Insomma espone nelle gallerie. Le pubblicano i libri, come Titolo variabile, per Quodlibet. Il suo è un disegno primordiale, che ricama dentro il percepire di un bambino, ma corregge con la continuità di tratto dell’adulto consapevole. Il suo è un lavoro curioso, fatto di continui richiami all’esperienza, che si traduce in brevi e folgoranti aforismi, che possono essere di questo tipo:

Non so parlare, non trovo le parole, quando le dico significano altro da quello che pensavo.

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09/06/2010

Canemucco 2. Di rosso quantobbàsta e mezzanino

di Antonio Sofi, alle 13:21

Il Canemucco, dopo la sbornia emozionante dell’esordio, bobfossianamente continua con un secondo numero di fantasmagorico e fantasmatico show a forma di fumetto (e viceversa).

E’ buffo come ogni numero stia uscendo con una sua personalità – addirittura un suo colore dominante.
Il bello (non c’è brutto, mica ci deve essere per forza anche un brutto) delle cose fatte a mano, dei pezzi unici: non vengono mai tutti uguali, si ribellano alle formule azzeccate e alle ricette troppo precise e puntigline – impazziscono come maionese passata al frullatore, quand’è orfana del ritmo speziato qb e della frusta affettuosa.

Copertina del secondo numero del Canemucco

Il primo numero era una vasca translucida, con l’acqua di un blu ciano e profondo: un’animàlia circense di purpesse e aragoste, insetti scavanti e gabbiani distratti, cani pneumatici e armadilli di coscienza, bestie umane e morente cafarnao.

Questo secondo, fin dalla storia di Marco, è più rosso e sanguigno: è passione e carnazza, tradimento bullo e svanimenti fetali (o con la “c”), vecchi arzilli e invasòr- con il contrappunto a mezzanino del blu lentissimo e carrellato di QuasiMai (che con Recchioni, Escorial e Armentaro sono i “nuovi” della banda).

Nelle migliori edicole e fumetterie (ma se sei culo di piombo come noi puoi acquistarlo dal sito a prezzo ridotto e ti arriva a casa senza spese di spedizione, oppure abbonarti comodamente per tutti i sei numeri della prima stagione).

04/06/2010

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

di Antonio Sofi, alle 16:28

Carlo Sorrentino, Enrico Bianda, Antonio Sofi, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale” (a cura di C. Sorrentino), Rai-Eri, 2008

Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale

E’ un libro/ricerca, scritto a sei mani, con interventi di Carlo Sorrentino, Enrico Bianda e Antonio Sofi. Il titolo è “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“, edito (e molto ben curato) dai tipi di Rai-Eri per la collana di studi massmediologici “Zone”. Il (macro)tema è sempre quello: come sta cambiando la professione giornalistica dentro (e appunto attraverso) la rete.

Con un focus – sia teorico che empirico – sulla professionalità giornalistica e i cambiamenti più o meno strutturali delle redazioni giornalistiche che si affacciano su internet (con alcuni modelli abbozzati dei casi italiani).

LEGGI: la presentazine del libro sul sito Rai-Eri

La rete sta definendo un nuovo sistema comunicativo. Attraverso lo schermo del nostro computer possiamo ascoltare la radio, leggere le notizie, vedere la tv: tutti i media vi sono contenuti. Il nuovo ambiente comunicativo modifica profondamente alcuni dei tradizionali vincoli spazio-temporali che definiscono il lavoro giornalistico (prima fra tutti, la deadline), determinando un profondo mutamento dei processi produttivi e dei criteri di notiziabilità. Il libro analizza le conseguenze già visibili – o soltanto ipotizzabili – di tali cambiamenti, attraverso un lavoro empirico che ha condotto l’equipe di ricerca a esplorare la presenza on line delle principali testate e, specificamente per il caso italiano, a visitare alcune redazioni giornalistiche, da più tempo interessate a tali informazioni. Nel volume si descrive il passaggio dalla monomedialità alla “crossmedialità convergente”: una transizione ancora in corso, e spesso soltanto accennata nelle redazioni dove, in realtà, la pratica professionale è ancora connotata dalla prevalenza di un mero “assemblaggio” e/o giustapposizione on line di formati provenienti da media differenti (multimedialità).La crossmedialità, invece, fa riferimento alla contemporaneità dell’impegno giornalistico nell’ideazione, realizzazione, promozione e distribuzione su più media e canali comunicativi di una notizia. La crossmedialità costringe dunque a ripensare:
a) l’architettura e l’organizzazione della produzione delle notizie;
b) i contenuti realizzati e diffusi dalle redazioni giornalistiche on line e le conseguenti logiche distributive e di consumo;
c) la professionalità necessaria per far fronte alle nuove domande indotte e prodotte dal mercato e dalla società.
Soprattutto grazie a uno sviluppo tecnologico intensificatosi negli ultimi anni, oggi le informazioni possono essere consumate mentre sono prodotte. Nel momento in cui i fatti accadono si realizza la produzione giornalistica che, nello stesso momento, è fruita dal pubblico. Si definisce così un superamento spaziotemporale che richiede al giornalismo nuove competenze, basate su un sapere composito. Infatti, la maggiore “densità” della società, resa più complessa dalla moltiplicazione di attori sociali che la abitano e dalla crescita delle competenze comunicative da essi possedute, necessita di un giornalismo che sia consapevole di una sua rinnovata centralità sociale. Una centralità basata sulla capacità di riflettere e di comprendere una realtà che si caratterizza per l’enorme quantità di pratiche sociali e di conseguenti flussi informativi che la innervano. Al giornalismo spetta ancora il compito di dare senso a tali flussi informativi, affinché tutti possiamo meglio muoverci all’interno di una società cosmopolita.

04/06/2010

Due, tre, otto, dieci cose da fare (o non fare) sui media sociali

di Antonio Sofi, alle 12:07

Giornalismo e Nuovi Media, copertina del libro di Sergio MaistrelloAnche io sono in attesa di metter le cartacee mani sul nuovo libro di Sergio Maistrello, che ho già letto in altre forme, che esce il nove giugno, che si intitola Giornalismo e Nuovi Media, e che è davvero il punto fermo e a capo sullo stato dell’arte: un libro che ci voleva, scritto con la solita maistrellica implacabile gentile precisione – che racconta quello che è stato e insieme traccia le direttrici verso cui si sta allargando il “campo” giornalistico, argomento che da tempo mi appassiona (vedi ma giusto per la cronaca “Un nuovo giornalismo s’intreccia nella Rete: l’informazione nell’era dei blog” e un libro/ricerca a sei mani di un paio di anni fa, “Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale al giornalismo crossmediale“).

Nell’attesa di, segnalo un post che Sergio ha appena scritto: un decalogo su come stare in Rete. Specie su Facebook, che ha avuto l’indubbio merito di popolarizzare l’uso della rete sociale ma spesso al costo di una banalizzazione dei modi (o di una cattiva comprensione dei processi). Per esempio:

1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così. […]
7. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

Ma va letto tutto. E’ venuto fuori un post da stampare formato a3 e distribuire, per esempio, in tutte le scuole del regno.

02/06/2010

Fenomenologia del carrello delle carni

di Enrico Bianda, alle 01:01

[Sono andato a controllare, ché mi divertiva l’idea di questo pezzo lento, anzi lentissimo: risolto in due movimenti blog distanti quasi due anni. Il pezzo è di settembre 2008. Mai pubblicato. Perché a Enrico dicevo – inforcando un simbolico monocolo in punta di puntiglio – essere fallante di necessaria documentazione fotografica (sapendo bene di colpirlo nel debole di una attitudine reflex che per molto non s’è piegata a macchinette più portatili). Poi, qualche giorno fa, mi arrivano le foto – Enrico era tornato in quel ristorante di Bologna, e il cerchio foto-carnivoro si è infine chiuso. Bòn (apetìt e letùr). as]

Devi riuscirgli simpatico. All’inizio, subito. Se sei li, tra le righe, è perché ci stanno i carrelli. Poi lui, il cameriere, alto, anzi allungato, incuneato, capelli all’indietro, gel e sguardo nervoso, blocchetto in mano, scattante nei gesti; lui viene e ti chiede lo stesso che vuoi.

(Mettendomi alla prova) Di primo prende qualcosa? Glielo chiedo ma sappia che ci vuole un po’ di tempo…
– No, pensavo a un secondo.
(Ancora un po’ dubbioso) Hocapitomoltobene.
(Intimorito) Ehm, gli arrosti?
(Annuisce compiaciuto) Il carrello… Ottima scelta. Lei non è nuovo, mi pareva, conosce il postomoltobene.
(Impetuoso, esiste solo una risposta) Da bere?
– Un bicchiere di vino rosso?
– E’ a consumo le porto la bottiglia e lei beve poi paga quanto ha bevuto.
– E una bottiglia d’acqua.

Carrello dei bolliti. La prima apparizione. Foto di Enrico Bianda
Carrello dei bolliti. La prima apparizione. Foto di Enrico Bianda

Fa per scomparire dietro una tenda di trucioli ma si ferma a metà.

– L’acqua fredda o a temperatura ambiente? E’ importante!

Resta in ascolto una frazione di secondo, con la testa protesa verso la cucina. Con la coda dell’occhio mi tiene bloccato nella decisione.

– Temperatura ambiente.
РBene. E comunque ̬ fresca anche lei.

Non ero nuovo, è vero. Mi ci aveva portato lo scorso anno Franco Farinelli, un professore di geografia che insegna a Bologna. “Bianda ti porto in un vero ristorante bolognese, da Bertino”. Lo avevo incontrato per una intervista – e mi aveva raccontato di quando la geografia era il sapere del mondo: da Kant (che era prima un geografo) a nomi che strepitano solo a pronunciarli, Anassimandro per esempio.

Il ristorante si rivela uno di quei posti magici fatti solo per mangiare. Il resto chissene. I tavoli sono messi un po’ a caso, ci sono tovaglie bianche spesse, tovaglioli bianchi, sedie impagliate con gambe cilindriche solide e pesanti, pareti piene di fotografie e ritagli di giornale. L’odore è pesante, di brodo arrosto lesso sugo e fritto. I camerieri danzano un po’ pesantemente tra i tavoli trascinandosi dietro due carrelli, supervisionati da un’anziana signora con gli occhi tristi, e l’abito sgargiante.

Il carrello dei bolliti. Doppio come il tandem. Foto di Enrico Bianda
Il carrello dei bolliti. Doppio come il tandem. Foto di Enrico Bianda

Ho scelto gli arrosti misti. Mi piace guardare il carrello, e il cameriere che traffica con coltello e cucchiaio tra le carni. Quella del carrello è una fenomenologia complessa. C’è un preludio di sottointesi e di accordi informali: di non detto e sottaciuto. C’è un rapporto strano che si instaura tra cliente e cameriere. Si parla, ci si orienta, ma non è proprio una negoziazione: i coltelli in mano ce li ha lui, e sporziona lui.

E’ una sintassi complessa che impone rispetto e passa attraverso un rapido apprendistato. Una sintassi che si fonda su un’ipotesi gastronomica spogliata della sua funzione scenografica, che non vuole piatti quadrati e bave di aceto balsamico, e nemmeno mousse tortini sformati lettini.

Il carrello dei bolliti. Il taglio. Foto di Enrico Bianda
Il carrello dei bolliti. Il taglio. Foto di Enrico Bianda

Il carrello è senza sovrastrutture. Risponde ad un’organizzazione del lavoro industriale, manufatto e lavoratore e consumatore. Il carrello è una fabbrica fordista in miniatura. Acciaio e carne.

Nella vasca di sugo del carrello degli arrosti sguazzano: capocollo di maiale, galantina di coniglio, arista, vitella, prosciutto di Praga arrosto, faraona. Nel sugo uniti, umidi. E poi i contorni, patate, frittelle di zucca e mele, sformato di patate e piselli e pomodori con cipolla. E sugo. Alla fine con il cucchiaio sul vassoietto.

Il risultato finale. Foto di Enrico Bianda
Il risultato finale. Foto di Enrico Bianda

Una delizia, pensi, guardando il cameriere fermarsi con il carrello in mezzo – tra la cucina e te.