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22/03/2010

Toccami Ciccio (che l’iPhone non c’è)

di Antonio Sofi, alle 23:44

[Visto che è stato molto e da più parti apprezzato, dico l'articolo qui sotto, e anche, con la scusa, per segnalare, come più o meno tutti i mesi, il numero di ANIMAls che l'articolo contiene e di cui vedete la copertina qui a fianco, qui sotto, appunto, e già mi accortoccio sintattico, pubblico il pezzo per la rubrica che ivi scrivo, ivi inteso ancora appunto la rivista ANIMAls che in questo numero accoglie tra le sue pagine Gipi, Bacilieri, Martin, Trillo e tanti altri - e che è ancora per qualche giorno nelle edicole: ancora e per un altro mese non accompagnato... Nei prossimi giorni spiego meglio, ok - intanto, buona lettura, as]

Mamma, Ciccio mi tocca!
E poi, subito dopo: “Toccami Ciccio che mamma non c’è”.

Questa filastrocca, io bimbo, non l’ho mai davvero capita. Misteriosa e affascinante come sono solo le cose fuori dalla nostra portata, fisica o intellettuale. Sullo scaffale lì in alto, dove non s’arriva nemmeno in punta di piedi. Ciccio mi tocca. Toccami Ciccio. Ma perché prima sì e poi no? Non è chiaro. E poi ero incuriosito dal ruolo di Ciccio. Maschio binario alla mercè di donna lunatica, lo immaginavo toccare e smettere di farlo con lo stesso automatismo legnoso di Totò nel teatro dei burattini. (Ma forse Totò avrebbe fatto il ritocco.)

Toccare, quindi, mi dicevo, è una cosa che non si fa. Toccare è vietato se c’è vernice fresca, per esempio. O se il gioco è di un altro bambino. Certo: puoi toccare il cielo con un dito ma è difficile e dura poco. E se cerchi rifugio nella religione, c’è San Tommaso che tutti spernacchiano perché – guarda caso – per credere, giusto qualcosa (un costato, cosa vuoi che sia), pretende di toccare. Come Ciccio, sa bene che la verità è toccata e fuga. Ma non si può, toccare. Bisogna aver fede. E non è nemmeno questione che nel privato s’accartoccia, ché infatti a toccarsi riflessivi s’arrischia cecità. Insomma non si fa.

E poi dice perché per decenni tutti i progettisti di marchingegni digitali hanno separato l’esperienza tecnologica dal vero godurioso diretto toccamento. Nemmeno qui tocca toccare. Ogni volta c’infilavano in mezzo il gusto buffo di mille interfacce: vecchi joystick sgangherati, trackpad a lettura ottica, tutti alla fine evoluti surrogati di manubri, volanti, cloche. La tecnologia è separata da te – la puoi guidare, manovrare, controllare ma poi avviene altrove: questo dice il mouse che fai scivolare ogni giorno sul tappetino dei Simpson. Quando clicchi il pulsante, le cose succedono da un’altra parte. Tiè.

(Un giorno, dire che usavamo un mouse per muovere una icona sullo schermo suonerà babbione almeno quanto parlare di penna d’oca e calamaio – il giorno che i file potremo scartarli direttamente sul desktop come moncherì.)

Toccare le cose è gesto insieme antico e modernissimo: è un ritorno a un passato foresto, a un giocar con la fanga dei pixel: è come tornare a se stessi. Toccare è plasmare le cose, è possederle davvero. Se le tocchi – ecco il punto – le cose, accidenti a loro, rispondono.

E forse ora ho capito perché quella filastrocca mi intrigava tanto. La morosa di Ciccio, in fondo, era una specie di touch screen – rispondeva ai toccamenti. Forse era un touch screen di ultima generazione, responsivo e multitocco come l’iPhone e l’iPad, suo parente recente e ipertrofico. Forse era frigido e lento come un qualsiasi bancomat. L’importante – credo anche per Ciccio stesso – era che si facesse, fino a un certo punto, manipolare.

Ormai è comunque chiaro: gli ambienti “toccabili” hanno vinto. Tutto sarà sempre più istintivo, immediato, naturale. Le interfacce si invisibilizzeranno dentro hardware più ergonomici. Ci sono, ma non le vedi. Uno tocca e puf!, sesamo si apre senza parola d’ordine.

I bimbi, per esempio, capiscono subito come funziona uno schermo che si tocca. Lo toccano e funziona. Facile. Eppure poi lo chiamano “dito magico”, perché per loro la magia non è nell’oggetto. È nella persona. E a pensarci bene, in effetti, la magia è sempre – sempre – nelle dita di chi guarda.


  • iPhone didattico
  • Calcio d’addio
  • Da cosa vuoi farti impressionare?
  • Da cosa vuoi farti impressionare / 2

  • 3 Commenti al post “Toccami Ciccio (che l’iPhone non c’è)”

    1. Pank
      marzo 23rd, 2010 01:26
      1

      Da noi si diceva: Peppe me tocca. Toccare significa esercitare i sensi, c’è niente di più primordiale? Quanta soddisfazione dà creare qualcosa con le proprie mani? Come può non conquistarci chi ci mette in condizioni di toccare?

    2. Ivo Quartiroli
      marzo 23rd, 2010 07:09
      2

      L’uso delle mani da parte di questa unica caratteristica umana del pollice opponibile ha formato nientemento che il nostro sistema nervoso e i primi strumenti che a loro volta hanno rimodellato il cervello tramite l’uso. Non può esserci tecnologia quindi senza uso delle mani e dei relativi gesti.

      Questa magia del tocco ci riporta ad atavici gesti simbolici ed energetici (pensiamo ai mudra indiani), ma è proprio questa magia ad ingannarci. Veniamo affascinati ed ipnotizzati da “ciò che succede” quando tocchiamo, dimenticandoci di ciò che ci succede al nostro interno.

      Come Ciccio, ci facciamo manipolare e continuiamo a toccare i nostri gadget in un loop infinito ma non ci rendiamo conto che lei si farà anche toccare qui e là ma in realtà non si darà veramente fino in fondo. Gioca con noi rendendoci servomeccanismi del suo potere di seduzione.

    3. Silvia
      marzo 23rd, 2010 13:25
      3

      Da noi si dice “Cecco toccami che la mamma non vede”…non vede… quindi a maggior ragione toccata e fuga!
      In effetti con le mani facciamo tutto ciò che è passionale, istintivo e primordiale: una pittura istintiva o una ricetta, un gesto di estrema rabbia come uno schiaffo o tutte le espressioni di amore e passione quando desideriamo qualcuno.
      Talvolta è cercare di possedere qualcosa che non è “in me”, che non sono io e l’unico modo è toccarlo per sentire ed avere la certezza che esista.
      Altre volte invece toccare è capire,o cercare di farlo è un atto che ne impegna l’essere.
      …ma tutto questo non lo faceva anche la coda di Avatar?

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