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21/01/2010

Sandwich digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica.

di Enrico Bianda, alle 19:29

Sandwich Digitale. La vita segreta dell'immagine fotograficaFino ad oggi non mi era capitato di leggere qualcosa di convincente sull’avvento e sulla diffusione universale delle fotocamere digitali. Adesso c’è, semplicemente. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di impressioni personali, e insieme tentativo di sintesi di una pratica più che decennale, da parte di un fotografo che si chiama Paolo Rosselli. Ha pubblicato un libro intitolato “Sandwich Digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica” con l’editore Quodlibet. La cosa mi ha incuriosito, per molti motivi, tra questi, ammetto, l’autorevolezza della casa editrice, che ha fatto si che partissi con il piede giusto.

Tokyo. Foto di Paolo Rosselli
Tokyo. Foto di Paolo Rosselli


A questo punto devo però fare una premessa. Ho spesso scritto, e con me Antonio, di fotografia. Ed in più di un’occasione ho sottolineato quanto tenga alla forma analogica del fotografare: un po’ per piacere un po’ per pigrizia, ammetto. La mia macchina non ha le batterie, si basa solo su quello che decido io, tempi e apertura del diaframma, due ottiche, 50 e 35 mm, pellicola a colori, solo diapositive, 400 ASA. Fine. Faccio tutto, ovunque, con qualsiasi condizione di luce. Inoltre sono quasi invisibile. In realtà non ho mai avuto bisogno del digitale, non ne sento l’esigenza. Fotografo, faccio sviluppare e poi seleziono gli scatti che mi piacciono e mando a stampare su CIBACHROME nell’ultimo laboratorio italiano che fa questi lavori. C’è tutto: la tensione dello scatto, l’attesa, la selezione e poi di nuovo l’attesa. Alla fine ho in mano ogni volta una trentina di fogli lucidi, metallici quasi, con le mie immagini a colori che non hanno (al momento) nessun confronto.

Mexico City, foto di Paolo Rosselli
Mexico City, foto di Paolo Rosselli

Eppure leggendo Paolo Rosselli mi sono accorto che in primo luogo ponevo le cose nella prospettiva sbagliata. Mi domandavo cioè se io avessi bisogno del digitale, senza capire forse che era la realtà ad averne bisogno per essere fotografata. Mi spiego: la realtà che ci poniamo di riprodurre (anche se questo termine forse non è corretto), ha bisogno di uno strumento molto duttile e manipolabile per essere fotografata. Le nostre città in modo particolare, ne hanno bisogno, con i loro strati, con la loro infinita profondità, con la stratificazione dei piani e il moltiplicarsi delle prospettive e delle relazioni. La fotografia digitale, sia professionale che amatoriale, offre la possibilità di intervenire su tutti questi piani, realizzando cioè sull’immagine, o nell’immagine, quella densità di piani e strutture che si rendono oggi necessari. In altre parole l’analogico è oggi inadeguato per raccontare il superamento dell’estetica ottocentesca (oggetto in primo piano e sfondo) che caratterizza il paesaggio contemporaneo.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

[“Guardare il mondo guardare il mirino…”, uno stralcio dell’intervista a Paolo Rosselli per Rsi]

Nel testo di Rosselli ci sono molte altre occasioni di riflessione. Tra queste la nota dolente della necessità di archiviazione e gestione delle immagini digitali che tanto mi spaventa. O meglio che trovo inutile al fine dell’eventuale riutilizzo. Sono ancora tenacemente attaccato ad un’idea artistica della fotografia. E trovo fantastico riuscire a riprodurre su grande formato un mio scatto. Certo è che se utilizzassi il digitale, la fotografia della città si arricchirebbe di una serie di interventi capaci di immettere nell’immagine quella pluralità di stratificazioni che lo sguardo analogico mi preclude. Vedremo.


  • Le parole che non vi ho detto
  • Dobbiamo sapere
  • La realtà è remixabile. Ovvero per chi suona la batteria?
  • Editoria digitale a Pula

  • 5 Commenti al post “Sandwich digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica.”

    1. marco baleani
      gennaio 22nd, 2010 12:52
      1

      bel post, l’ho linkato qua: https://twitter.com/quodlibet_

    2. boccaccino
      gennaio 23rd, 2010 00:43
      2

      buongiorno enrico. non ci conosciamo personalmente, ma bazzico questo blog con piacere. credo di aver capito il punto di vista di Rosselli nell’audio. è una cosa che effettivamente propone molti spunti di riflessione. e mi sa che il libro me lo compro. quello che non capisco chiaramente in questo post è la nuova necessità del digitale… premettendo che io per primo scatto in digitale, ormai da un pò, lo trovo solo un metodo più veloce, più versatile, più economico di fare in linea di massima le stesse cose. cioè le città e la modernità, bene o male, le puoi pure raccontare con la pellicola. evviva la pellicola. anche. magari sei un pò più lento, magari spendi di più, ma sono convinto che il risultato non è poi così vincolato al mezzo.
      evidentemente mi sono perso qualcosa.

    3. enrico
      gennaio 25th, 2010 11:29
      3

      mah, in sintesi potremmo dire che il digitale permette di elaborare ed entrare nell’immagine, scoperchiandola, alterandola, selezionando frammenti o sovrapponendo documenti… cose che facilmente si possono fare in post produzione. in questo senso tenuto conto della complessità della realtà da documentare, il digitale permette una maggiore aderenza o corrispondenza.
      poi certo, ognuno trova una sua maggiore disponibilità-accondiscendenza nel mezzo che usa. io personalmente uso DIA 120 400 ASA della FUJI professionali per una pentax 6X7 e come detto le fuji DIA 400 per una Leica M vecchia… figurati quanto mi piacciono le pellicole!

    4. Talento Carla
      marzo 22nd, 2010 19:19
      4

      Mi hai incuriosito. Mi sa che dovro cercare questo libro.

    5. gippi52
      marzo 28th, 2011 13:49
      5

      Salve,
      intanto un eleogio allo stile di Paolo Rosselli.
      Sembrano foto scattate a caso da uno qualsiasi, o magari girando con la macchina a tracolla ed ogni tanto premendo sul pulsante di scatto.
      Il risultato è gradevole e “ragionato”.
      Cioè mi induce ad evitare di fare solo foto belle o ben inquadrate, togliendo dall’ inquadratura elementi estranei (o poi con photoshop), ma invece, li includendo nello sguardo.
      Cioè, giustamente, la realtà, le situazioni, sono + complesse e variegate del semplice sguardo attraverso il mirino della reflex.

      x quanto riguarda il discorso analogico / digitale, sono un vecchio appassionato del kodachrome.
      Oramai, satto al 99% in digitale, ma non disdegno i vecchi sistemi.
      E’ come girare sempre in macchia Euro5 e poi, ogni tanto uscire a piedi.
      Sono 2 realtà diverse.
      Ciao.

      gippi52

      p.s.: x chi volesse vedere le mie foto e fare dei commenti, mi trovate sul web

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