01/07/2009
Infodiversità dal cuore tragico degli eventi. Dall’Honduras a Viareggio.
di Antonio Sofi, alle 10:44
[Il post che segue, qui con qualche aggiunta, è stato pubblicato su Dnews di oggi]
I nuovi media sono spesso come il medico presente in sala prima che arrivi l’ambulanza, che senza volerlo si trova ad affrontare situazioni di emergenza. In alcuni casi tragici e terribili – come l’esplosione che due notti fa ha squassato vite umane e palazzi a Viareggio – i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a videocamere digitali o smartphone sempre connessi. E’ il cosiddetto “citizen journalism”: giornalismo da strada alimentato dalle nuove tecnologie.
Ma non è solo questione di tecnologie. È questione di persone. Che non fanno di mestiere i giornalisti, ma che “abitano” i luoghi che raccontano. In senso letterale e culturale. Ovvero conoscono storie e personaggi, contesti e sottotesti, tutto quello che c’è e che c’è stato. Il loro racconto è meno professionale, spesso confuso e pasticciato, ma immensamente vivido – come dovette ammettere il New York Times già nel 2004 riguardo alla copertura web dello tsunami nel sud-est asiatico.
Non un racconto dall’esterno, ma una testimonianza dal cuore degli eventi. Ad alto rischio emotività ed inesattezza, certo. Eppure i contributi che vengono “dal basso” creano una sorta di “infodiversità” utile a ricostruire il contesto generale: più occhi, più penne, più cellulari permettono una sorta di controllo incrociato che scongiura bufale, disinformazione, leggende.
Il racconto degli eventi non è più un postumo “cosa ha provato in quel momento?” (magari chiesto da un inviato piombato pochi secondi prima da altrove) ma un immediato e personale “ho provato questo”. È un cambiamento profondo di prospettiva. Forse anche un inizio di circolo virtuoso tra media diversi (tra persone diverse) alla ricerca della verità dei fatti.
È successo ieri a Viareggio, dove Alberto Macaluso, giovane progettista web, dopo aver passato tutta la notte a scrivere su Facebook e Friendfeed quello che vedeva e pubblicare video e interviste, in mattinata scrive: «E adesso vado a letto, stanco morto e con le lacrime agli occhi». Dove «questa estate sarà diversa» come scrive Michele Boroni, che era appena partito per Milano, ha casa a qualche centinaia di metri dalla stazione e un blog.
È successo (con alcune ovvie differenze) in queste settimane in Iran, con Twitter e il resto del social web sotto censura (purtroppo sempre più efficace come racconta Zambardino) e i blogger arrestati. E sta succedendo in Honduras: i golpisti hanno interrotto le comunicazioni, e le uniche informazioni provengono ora (anche se con difficoltà) dal web.






luglio 1st, 2009 11:36
mi soffermo su un punto dell’analisi che fai, dici: ‘ad alto rischio emotività e inesattezza’.
Vero, concordo, è inevitabile, ma preerisco l’emotività che possono mettere Alberto o emmebi a quella che comunque *costruiranno* i giornali, esempio a caso una foto vista ieri su repubblica.it, con un pelouche abbandonato in primo piano, perfettamente a fuoco, su sfondo di macerie e soccorritori.
E’ una foto che mi ha toccato? Sì.
E’ una foto fatta con quello scopo preciso? Altrettanto sì.
E allora preferisco l’emotività e la commozione che mi trasmettono le immagini di Alberto e le sue parole.
luglio 1st, 2009 18:37
antonio è una soddisfazione leggerti :=)
luglio 1st, 2009 21:49
ti dico solo grazie per l’analisi