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17/06/2009

The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran.

di Antonio Sofi, alle 10:28

[Il titolo è ovviamente una citazione del libro di Trippi. Ma qui non dei prodromi d’obama si scrive, ma di ciò che sta accadendo in Iran: più sotto, e con qualche aggiunta, un breve pezzo introduttivo pubblicato oggi su Dnews, che certo non esaurisce l’argomento o i possibili link (sto lavorando ad un approfondimento). as]

«Twitter al momento è l’unico strumento che abbiamo per comunicare all’esterno, non toglietecelo». Messaggio in 140 caratteri firmato “Mousavi1388” (1388 è lanno corrente nel calendario persiano), profilo riconducibile al candidato Hossein Mousavi, sconfitto alle recenti contestate elezioni iraniane da Mahmoud Ahmadinejad. Negli ultimi giorni in Iran si comunica attraverso blog e social network: «Senza libera stampa – recita un altro update – ogni persona deve diventare mass media». One person = one broadcaster, questa la sintetica ed efficace formula usata dalla protesta iraniana sul web.

Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture
Un manifestante pro Mousavi aiuta un poliziotto ferito. Via Boston Big Picture

Ecco perchè il governo iraniano ha impedito l’accesso a molti servizi online: blog oscurati, Facebook e Twitter inaccessibili, Friendfeed bloccato (come ha comunicato il suo fondatore Bret Taylor con tanto di grafico esplicativo che svela anche l’intenso uso che gli iraniani facevano del social network, ottimo per organizzare le informazioni in velocissimi thread).

Yes, Friendfeed is blocked in Iran. Right now the papers and TV channels here are controlled by the government and our access to satellite channels is blocked too. Friendfeed and Twitter are quite vital for us now. Our main source of exchanging information and news is Friendfeed. Via Friendfeed we let everyone know that where people need help and where to go and how to help them and what to be careful about… (un commento di Selma, utente iraniana, circa l’uso di Friendfeed)

Ed ecco perchè poche ore fa il governo statunitense ha chiesto a Twitter di rimandare i lavori di manutenzione sul server previsti in queste ore, per non togliere questo canale di comunicazione alla protesta.

    Andrew Sullivan sta facendo opera meritoria di aggregazione e framing delle molteplici e polverizzate informazioni che arrivano, scremando e controllando i tweet provenienti da Tehran e dintorni in un post dal titolo evocativo: Livetweeting the revolution

Una censura telematica, quella delle autorità iraniane, che si somma alle altre segnalate nelle ultime ore, dall’istant messaging ai satelliti, dai giornali ai cellulari. Ma non è facile bloccare un web maturo come quello iraniano, dove il 70% della popolazione ha meno di 30 anni, ed è ai primi posti mondiali per numero dei blog attivi.

Where is my vote? Via Boston Big Picture
Where is my vote? Via Boston Big Picture

E’ una protesta globale e consapevole, giocata con tutte le opportunità  digitali a disposizione: un movimento biunivoco che permette ai singoli testimoni oculari di raccontare in diretta al mondo ciò che accade, e al mondo di contribuire rilanciando le notizie e i contenuti multimediali, ma anche diffondendo stratagemmi per superare i blocchi governativi. Come quello degli utenti di Twitter che da tutto il mondo cambiano il luogo di residenza, inserendo Tehran: «La polizia iraniana cerca di rintracciare le persone che usano twitter dall’Iran. In questo modo si rende la vita più difficile e si proteggono i veri utenti iraniani», spiega il ricercatore Fabio Giglietto.

    Vari i decaloghi e i consigli per azioni di protesta più o meno alla portata di chiunque, da dovunque sia connesso:

  • Nancy Scola su Techpresident: Engaging in Iran, from Miles and Miles Away, cinque mosse per far qualcosa, anche se lontani mille miglia dagli hashtag alle icone verdi
  • Cory Doctorow e la sua Cyberwar guide for Iran elections: cinque punti anche qui, per “partecipare costruttivamente alla protesta iraniana” (tradotto in italiano da Internazionale)

L’obiettivo dichiarato è non fare calare il silenzio sul movimento, che denuncia brogli elettorali. Ma il vero centro di gravità della protesta sono i nuovi media, che cercano la sponda di giornali e tv, ma per la prima volta quasi bastano a loro stessi sulla scena dell’opinione pubblica mondiale.

By giving a new generation of Iranians the right to protest, Web 2.0 has become a powerful reformist tool, because for the first time, the people of the Islamic Republic are being watched – and can communicate with – a worldwide audience. The government can no longer suppress a population which refuses to be silent. Leyla Ferani

Lo spiega splendidamente la ventunenne giornalista anglo-iraniana Leyla Ferani su The Telegraph; Facebook, Twitter, YouTube, la internet partecipata e globalizzata che conosciamo hanno di fatto abbattuto il muro virtuale tra Iran e occidente, e non sarà facile fermare questa gioventù connessa: «Nonostante gli sforzi censori del governo, grazie al Web 2.0 le persone hanno la possibilità  di poter comunicare con una audience globale». La prossima rivoluzione sarà prima su Internet.


  • La democrazia salvata dai gattini. Il web e la protesta in Iran /2.
  • Infodiversità dal cuore tragico degli eventi. Dall’Honduras a Viareggio.
  • NeU Web: Weblog e giornalismo personale
  • NeU Web: Giovani, idee, tendenze emergenti

  • 18 Commenti al post “The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran.”

    1. Smeerch
      giugno 17th, 2009 11:31
      1

      Ottimo post-collettore.
      Ahinoi, credo che nemmeno un milione di tweet servirebbe a rovesciare il regime di Ahmadinejad. Lo dico molto amareggiato. Io sono un pessimista, si sa. Temo che anche queste proteste finiranno nel sangue.
      Spero tanto di essere in errore.
      Tuttavia queste piccoli tentativi di rivoluzione sono un segno, una speranza – seppur modesta. Le nuove generazioni in questi paesi si stanno svegliando, è un dato di fatto. Questi giovani stanno accedendo a nuove fonti non di regime, si stanno facendo una cultura più aperta ed internazionale. E tutto ciò è un bene, qualcosa di impareggiabile.

    2. cicciolo
      giugno 17th, 2009 13:47
      2

      the revolution will not be televised
      Gill Scott Heron ,1970
      Grandissimo pezzo!
      saluti

    3. Giorgio Jannis
      giugno 17th, 2009 13:54
      3

      Altre crepe negli edifici secolari delle forme di governo. Verrà giù tutto, non vedo l’ora. E queste sono solo le prime scosse del terremoto. Hasta la mediarevoluciòn, siempre :)

    4. Smeerch
      giugno 17th, 2009 16:08
      4

      Comunque il libro di Trippi, a sua volta fa riferimento ad un bel brano di Gil Scott Heron.
      http://www.imeem.com/letfreedomsing/music/x7E5TsUM/gil-scott-heron-the-revolution-will-not-be-televised/
      http://en.wikipedia.org/wiki/The_Revolution_Will_Not_Be_Televised
      Se mi posso permettere. :)

    5. Antonio Sofi
      giugno 17th, 2009 16:24
      5

      Ovviamente, ovviamente: ma avete fatto bene a ricordarlo :)

    6. Suzukimaruti
      giugno 18th, 2009 02:18
      6

      E chiamatelo “bel brano”! :-) E’ uno dei pezzi più importanti della storia della musica nera americana: politica, rime, parlato su base funk, riferimenti alla cultura pop dell’epoca, indignazione e classe.

      Gil Scott-Heron ha di fatto inventato il rap americano, quello vero, quello di strada. E non solo perché “parlava ritmato” sulle canzoni, ma perché trasformava in arte musicale la black poetry da club off, quella che i neri (sostanzialmente esclusi dal fenomeno beat, che era bianchissimo) facevano nei loro club, con scarne basi di bonghi.

      The Revolution Will Not Be Televised andrebbe studiata per come prende i cliché, i temi, i personaggi, gli slogan della televisione e della conversazione pubblica dell’epoca e li mescola in modo parolibero, trasformando il tutto in un brano tra i più rivoluzionari ed ispirati di sempre.

      Molti equivocano il testo: “to televise” in inglese vuol dire “mandare in replica”. Alla luce di questo il testo, soprattutto nella sua frase finale, è emblematico: “la rivoluzione non sarà mandata in replica, fratelli; la rivoluzione sarà ‘live’.”

      Per gli appassionati: esiste una omologa femminile di Gil Scott-Heron. si chiama Nikki Giovanni http://www.nikki-giovanni.com . Anche lei è partita dalla black poetry per arrivare alla musica impegnata http://www.youtube.com/watch?v=BeIjJvMQiVU .

      Ora è professore alla Virginia Tech University e, dopo la strage nella sua università, ha fatto un mourning closing speech che è rimasto nella storia per intensità, intima poesia e forza. http://www.youtube.com/watch?v=0cSuidxE8os Bellissimo.

      Un giorno con comodo ci faccio un post, eh.

    7. Rachele
      giugno 18th, 2009 10:15
      7

      L’avvento del web 2.0 ha portato le autorità ad esercitare un vero e proprio controllo sull’uso della rete. I paesi caratterizzati da regimi autoritari(IRAN, CINA) ne stanno pagango le conseguenze; allora cosa si puà fare contro la censura e la sorveglianza del web? bisogna fare una protesta globale attraverso i nuovi media. Grazie agli strumenti messi a disposizione dal web 2.0 (Facebook, Twitter, Youtube) la barriera tra Occidente e Iran stava per essere abbattuta; allora è giusto continuare a lottare……

    8. davy_8620
      giugno 18th, 2009 11:48
      8

      Beh, il web 2.0 ha sempre garantito in qualche modo l’accesso alle risorse in modo equo e imparziale, e nei paesi autoritari quest’atteggiamento non piace ai governanti. Ai tempi del web 1.0 questi problemi non esistevano, ma adesso, con la corrente informativa creata dal 2.0 le cose sono cambiate notevolmente. A mio avviso i governi autoritari non riusciranno nel loro tentativo di isolare il territorio, proprio perchè in questi paesi arretrati culturalmente le cose stanno cambiando giorno dopo giorno. Grazie all’informazione che è riuscita a passare si rendono conto che c’è gente nel pianeta che non vive sotto certe restrizioni, e quindi, cominciano a protestare. Mi dispiace dirlo ma, è ovvio che nessuna rivoluzione si vince se non si sparge sangue. La storia insegna.

    9. Hamlet
      giugno 18th, 2009 13:31
      9

      Suzukimaruti, sei sicuro che to televise voglia dire “mandare in replica”? In tutti i dizionari che ho consultato (compreso Oxford dictionary) c’è scritto che to televise vuol dire semplicemente mandare in onda attraverso la televisione.

    10. Suzukimaruti
      giugno 18th, 2009 15:10
      10

      E’ il gergo televisivo americano degli anni Sessanta, quando le trasmissioni televisive erano quasi totalmente in differita (ecco perché “to televise” coincide). Oltre ad averlo spiegato più volte l’autore stesso, è il senso del brano (e dell’ultima strofa) a confermarlo, visto che il “televised” è contrapposto al “live”, la diretta.

    11. L’Iran e il web che cambia il mondo | Apogeonline
      giugno 18th, 2009 15:45
      11

      […] di sintesi: Il futuro parte dall’Iran (Miraloswallabies); The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran (Webgol): Iran la protesta corre veloce sul web […]

    12. alberto d'ottavi
      giugno 19th, 2009 11:11
      12

      pezzo straordinario. grazie anto’

    13. Regolo
      giugno 19th, 2009 21:41
      13

      Anche io non credo che si riuscirà a bloccare l’accesso alla partecipazione online, dato il proliferare di guide al blogging anonimo e how-to per l’uso dei proxy, al massimo possono riuscire a rendere l’accesso più complesso e limitarne in alcuni casi la diffusione.

      Ma sono d’accordo con Rachele sull’importanza di un movimento comune per attirare l’attenzione sull’importanza del web come strumento di lotta contro gli autoritarismi; quantomento l’Iran insegna che un movimento di massa generato dal basso è possibile.

    14. Spindoc | La protesta in Iran tra piazza e web
      giugno 20th, 2009 13:24
      14

      […] Un post su Webgol dal titolo “The revolution will not be televised (but twittered). Il web e la protesta in Iran“ […]

    15. Marco C. | emiliano
      giugno 21st, 2009 12:05
      15

      clap clap. Mi sembra di sentire molto Shirky in questo post… mi associo al D’Ottavi, grazie

    16. Anteprima Punto Informatico - manteblog
      giugno 21st, 2009 12:44
      16

      […] contenuti informativi da dietro la cortina censoria iraniana è spiegata all’interno di un bel post che Antonio Sofi ha scritto qualche giorno fa sul suo blog. Fra gli altri emerge un aspetto […]

    17. salpetti
      giugno 24th, 2009 16:57
      17

      Quello che sta dimostrando Twitter, secondo me, è che le reti sociali impongono una ridefinizione del giornalismo.

      Nei momenti in cui i professionisti dell’informazione sono imbavagliati, censurati, asserviti, bloccati, sono i cittadini auto-organizzati che riescono a fare informazione attraverso il Web e la capacità che esso ha di mettere in comunicazione la gente.

      Appena limitato il potere dei blog e chiuso Facebook, ecco che in Iran c’è stato il boom di Twitter. Ci sarà sempre un canale sul Web attraverso cui far passare l’informazione…

      Saluti!
      salpetti

    18. La democrazia salvata dai gattini. Il web e la protesta in Iran /2.
      giugno 24th, 2009 21:49
      18

      […] a provare a tener traccia del ruolo dei nuovi media nella protesta iraniana, dopo il post di una settimana fa. Il pezzo qui sotto è uscito ieri su Dnews, e qui è ampliato da abbondanza di link e risorse tra le […]

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