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26/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VIII parte). Mangiare bere sognare

di Enrico Bianda, alle 10:41

Siamo scesi dall’aereo da poche ore, frastornati camminiamo lungo una via di cui non sappiamo nulla, polvere, vacche, smog, luce accecante, traffico, clacson, i primi tuk tuk, la frenesia dei rickshaw, la facce, gli occhi con lo sguardo nero di domande e indifferenza. Siamo a Delhi, avvolti in una sensazione inedita, di scoperta, di angoscia, di incertezza, di curiosità e di insofferenza: vorremmo essere ovunque e sapere già, conoscere.

Titu guida un’ape, il taxi tipico di tutto il sud est asiatico. Titu è silenzioso e pieno di riguardo. Titu è sikh, porta un turbante e lo sguardo è severo. Ci colpisce e ci convince. Partiamo in cinque, veloci nel traffico, con gli autobus vicini, che ci sfiorano, curve e rettilinei. Titu spiega tutto e racconta, e come prima cosa, vuole portarci al tempio sikh di Delhi, la sua casa.

Sikh Temple
Le cucine di un tempio Sikh a Delhi, foto di Manuela Ladu

Il primo impatto con il cibo, con la cucina indiana avviene proprio qui, tra queste costruzioni, dove una folla febbrile si muove scalza e ornata di turbanti o semplici fazzoletti a coprire il capo. Lunghi capelli mai tagliati e corpi in acqua, parlano e si lasciano andare alle offerte. Nel tempio le tablas e alcuni armonium suonano: anche questo è il primo impatto con la musica di qui.

Ci porta a visitare la cucina del tempio. Il primo impatto con l’India e le sue moltitudini avviene in questa grande cucina, dove immensi calderoni in ferro battuto, neri di fuliggine e fumanti, cuociono il cibo per centinaio, migliaia di pellegrini sikh, di membri della comunità, in visita e locali. Vengono, mangiano disciplinatamente, seduti a terra, in fila, e poi si alzano e se ne vanno. A turno c’è chi si occupa di servire, distribuire, e lavare. Pulire e rifornire, offrire soprattutto. Chiunque può sedersi qui e mangiare un piatto di riso, verdure al curry e nan, il pane senza lievito di questa terra.

Sikh Temple
La cucina di un tempio Sikh a Delhi. Si cucina e si mangia senza tregua. Foto di Manuela Ladu

Intanto alcuni cuochi si muovono tra i grandi immensi pentoloni che fumano di verdure gialle: peperoni e patate, e poi il riso e altre pietanze.

Cucinano senza tregua, tutto il giorno. Poco più in la alcune decine di donne impastano la farina con l’acqua e stendono la pasta sulla roccia: preparano il pane per tutti, una catena di montaggio comunitaria, felice, sostenibile.

Parte qui il desiderio di cibo buono che mi accompagnerà tutto il viaggio, con il naso nei padelloni dei fritti per strada, sognando cavolo e cipolle fritti nella pastella dei pakora, pani con le erbe e il burro, riso, salse, montone, pollo, tandoori. Nascerà qui, in questa cucina chiassosa e sorridente, l’illusione della dimensione comunitaria dell’India: forse i sikh sono così, fraterni e solidali. Altrove regna l’indifferenza, alleviata dalla speranza di una vita migliore, dopo la morte.


  • Ondavè, diario scomodo dall’India (VI parte). Le quattro Indie
  • Ondavè (quinta parte). Diario scomodo dall’India.
  • Ondavè (seconda parte). Diario scomodo dall’India
  • Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.

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