12/03/2009
Ondavè, diario scomodo dall’India (VII parte). La città brucia
di Enrico Bianda, alle 15:23
“Mahaprasthan… The beginning of what wich never was… Il mahaprasthan è l’inizio di un processo ma anche la fine di qualcosa. E’ ‘il grande viaggio’. La fine che coincide con la partenza. Anche la cremazione di un corpo è mahaprasthan.” (Giuseppe Cederna, Il grande viaggio)
Varanasi. Lentamente, cullati dallo sciabordio dei remi che incontrano la resistenza dell’acqua attraversiamo il lontano echeggiare degli armonium. Nasce nello sfavillio di migliaia di lampadine e girandole infuocate la cantilena salmodiante cui si aggiungono le tablas e la voce. Seguiamo la corrente lungo questa città messa a fuoco. Sulle rive, lungo i Gath, si accendono da ore i roghi per i morti. Si riconoscono tra le fiamme, deposti su pire perfettamente calibrate nel peso, i corpi rigidi avvolti in poveri sudari ormai carbonizzati.
Nel rosso del fuoco da lontano si indovinano solo i piedi , immobili, innaturalmente attaccati a gambe magre. Bruciano i corpi dei morti. Brucia tutta la città.
Attracchiamo lontano da riva, ad un’imbarcazione a due piani. Le luci, la musica e le centinaia di persone trasformano i Gaht di Varanasi in un circo devoto al sole che se ne va. Un circo stancamente festoso, in contrasto con il rumore crepitante delle decine di roghi che avvolgono i morti portati qui per mettere fine alla trasmigrazione delle anime. Morire a Varanasi, sulle rive del Ganga, è per sempre.
Alba. L’aria umida, con tonalità di pastello, rosa, celeste chiaro, verde acqua. Osservo rapito un’operazione umile, dolente. Si raccolgono le ceneri dei roghi della notte. Ossa, terra, carboni, resti di sahari, ghirlande di fiori arancioni, vasi di terracotta: tutto riunito, raccolto in cesti di palma da operai seminudi. Sono l’ultima ruota del carro di questa industria della morte che anima i vicoli dietro l’Harischandra Ghat, il Ghatcrematorio. I cesti vengono immersi in acqua, ricolmi di umili resti.
Tutto viene sciolto nel Ganga, che li accoglie nella sua lenta putrefazione. Fiume di morti, di escrementi, di batteri, di liquami. Fiume sacro e purulento, come una lunga, inguaribile ferita.






