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Post scritti nel marzo, 2009

31/03/2009

Giornalismo e (o è?) Internet. Il festival internazionale a Perugia.

di Antonio Sofi, alle 21:13

Da domani a venerdì (ma la manifestazione si conclude domenica con un barcamp) sarò a Perugia per il Festival Internazionale del Giornalismo. Il programma è ricchissimo. Mercoledì alle 18.00 parteciperò insieme ad Antonella Beccaria, Paul Bradshaw e Mario Tedeschini Lalli ad un incontro intitolato “Internet è partecipazione“. Sottotitolo: Twitter, Facebook & C.: quali strumenti usare per favorire il dialogo con il lettore? . Sempre sul tema giornalismo e (o è con l’accento) Internet, giovedì alle 19:30 c’è un incontro informale tra giornalisti online, con ospite Erik Ulken.
Se passi da quelle parti, fa’ pure un cenno che facciamo due chiacchiere :)

30/03/2009

Mo ce sta solo Berlusconi, e gli italiani. Sti stronzi.

di Antonio Sofi, alle 12:44

Prima del congresso fondativo del Popolo delle Libertà di cui molto s’è parlato (c’è anche un podcast della diretta che abbiamo fatto sabato sulla Fondazione Daje, misti annoiati da un perfetto evento mediatico senza sorprese, recintati con Diego e Paola in sala stampa alla Fiera e asserracchiati al telefono con vari ospiti), la settimana prima s’è svolto l’ultimo congresso di An prima dello scioglimento.

Messo in ombra dal congresso monolite e berluschino, il sentiment dell’ultimo congresso di An rimane nel video di Diego Bianchi, Alla destra del Padrone: «Non si sono fusi, si sono consegnati».

28/03/2009

Ma poco. Che abbaglia.

di Antonio Sofi, alle 19:44

Un ritaglio del fumetto
Un ritaglio del fumetto 'Parlero' dei calzi miei', di Makkox su Coreingrapho

Sono passati quasi due mesi da quando, insieme a Marco “Makkox” D’Ambrosio e altri amici, abbiamo aperto Coreingrapho, rivista/non-rivista di fumetti online. Tra le altre cose, e a parte il piccolo successo che sta avendo (grazie soprattutto ai tanti straordinari autori che hanno deciso di fare con noi questo pezzo di sperimentalissima strada), mi sono accorto che c’è un sacco di gente che risponde alle mie segnalazioni con una frase del tipo “ma io i fumetti non li capisco granchè”. Di solito succede che prima mi arrabbio, e poi li capisco.

Capisco che è anche colpa di un linguaggio volutamente rovello dello stesso “fumetto d’autore”, che per tanti anni si è compiaciuto della sua stessa incomprensibilità. Una strategia di sopravvivenza, chiaro. L’unico modo, per una generazione di autori, per sopravvivere ad un mercato editoriale stitico, cartaceo e poco coraggioso che (fatte le dovute eccezioni) non è quasi mai riuscito a trovare alternative sensate al fumetto “industriale”. E che, al contrario di altre più fortunate che hanno avuto in passato molti palconoscenici sui quali esibirsi, non ha potuto godere della responsabilità di dover piacere ad un pubblico che non fosse solo quello degli addetti ai lavori, o delle micro-fanzine da fumetteria.

Con il web qualcosa è cambiato.

Non volevo però fare il mio solito pippone sul fumetto in Italia.
Volevo invece segnalarti l’ultimo fumetto di Marco. E’ frutto di una specie di gioco tra autori, di sorridente competizione intorno ad un tema, volutamente non dei più “lirici”: ovvero “parla delle tue scarpe/ciabatte“. Quando hai finito e hai ripreso fiato ti consiglio il fumetto di Flaviano e quello straordinario di Laura Scarpa, che ci ha fatto l’onore.

Poi, se vuoi, mi dici.

26/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VIII parte). Mangiare bere sognare

di Enrico Bianda, alle 10:41

Siamo scesi dall’aereo da poche ore, frastornati camminiamo lungo una via di cui non sappiamo nulla, polvere, vacche, smog, luce accecante, traffico, clacson, i primi tuk tuk, la frenesia dei rickshaw, la facce, gli occhi con lo sguardo nero di domande e indifferenza. Siamo a Delhi, avvolti in una sensazione inedita, di scoperta, di angoscia, di incertezza, di curiosità e di insofferenza: vorremmo essere ovunque e sapere già, conoscere.

Titu guida un’ape, il taxi tipico di tutto il sud est asiatico. Titu è silenzioso e pieno di riguardo. Titu è sikh, porta un turbante e lo sguardo è severo. Ci colpisce e ci convince. Partiamo in cinque, veloci nel traffico, con gli autobus vicini, che ci sfiorano, curve e rettilinei. Titu spiega tutto e racconta, e come prima cosa, vuole portarci al tempio sikh di Delhi, la sua casa.

Sikh Temple
Le cucine di un tempio Sikh a Delhi, foto di Manuela Ladu

Il primo impatto con il cibo, con la cucina indiana avviene proprio qui, tra queste costruzioni, dove una folla febbrile si muove scalza e ornata di turbanti o semplici fazzoletti a coprire il capo. Lunghi capelli mai tagliati e corpi in acqua, parlano e si lasciano andare alle offerte. Nel tempio le tablas e alcuni armonium suonano: anche questo è il primo impatto con la musica di qui.

Ci porta a visitare la cucina del tempio. Il primo impatto con l’India e le sue moltitudini avviene in questa grande cucina, dove immensi calderoni in ferro battuto, neri di fuliggine e fumanti, cuociono il cibo per centinaio, migliaia di pellegrini sikh, di membri della comunità, in visita e locali. Vengono, mangiano disciplinatamente, seduti a terra, in fila, e poi si alzano e se ne vanno. A turno c’è chi si occupa di servire, distribuire, e lavare. Pulire e rifornire, offrire soprattutto. Chiunque può sedersi qui e mangiare un piatto di riso, verdure al curry e nan, il pane senza lievito di questa terra.

Sikh Temple
La cucina di un tempio Sikh a Delhi. Si cucina e si mangia senza tregua. Foto di Manuela Ladu

Intanto alcuni cuochi si muovono tra i grandi immensi pentoloni che fumano di verdure gialle: peperoni e patate, e poi il riso e altre pietanze.

Cucinano senza tregua, tutto il giorno. Poco più in la alcune decine di donne impastano la farina con l’acqua e stendono la pasta sulla roccia: preparano il pane per tutti, una catena di montaggio comunitaria, felice, sostenibile.

Parte qui il desiderio di cibo buono che mi accompagnerà tutto il viaggio, con il naso nei padelloni dei fritti per strada, sognando cavolo e cipolle fritti nella pastella dei pakora, pani con le erbe e il burro, riso, salse, montone, pollo, tandoori. Nascerà qui, in questa cucina chiassosa e sorridente, l’illusione della dimensione comunitaria dell’India: forse i sikh sono così, fraterni e solidali. Altrove regna l’indifferenza, alleviata dalla speranza di una vita migliore, dopo la morte.

26/03/2009

Non è nemmeno un paese per giovani

di Antonio Sofi, alle 10:04

Nasce una nuova leadership? è un piccolo capolavoro del Dajista 313 sul sito della Fondazione Daje: una chiosa paradossale e giocosa su una certa ansia di rinnovamento che certe volte prende – come fosse un tic, o una piccola compulsione – il Pd, e la sua base tutta (noi compresi ovviamente). Que viva Bettazzoni.

23/03/2009

Otra Mirada /4. E’ un tempio la natura

di Enza Reina, alle 19:35

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

Puerto Iguazù, nel nord est dell’Argentina, è infilato in un cuneo di foresta che confina con il Brasile e il Paraguay. Il caldo è soffocante, come il cielo che si condensa sulla massa verde della foresta. I vestiti ti si appiccicano addosso appena scendi dall’autobus, e per due giorni non ci sarà verso di staccarli.

Ci metto un po’ a sincronizzare il mio respiro con quello della foresta. L’aria ha un peso specifico differente, sembra essere la somma delle mille forme di vita che popolano questo posto. Le grida degli uccelli dalla testa turchese mi svegliano all’alba. Dalle porte vetrate della stanza con le zanzariere rotte vedo un albero dalle foglie che sembrano enormi cuori verdi. Tutto è fuori misura e io mi sento un po’ Alice, ma dai capelli un po’ più scuri.

La selva dei guaranì
La selva primaria dei guaranì

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23/03/2009

Daje, è primavera. Podcast e dirette.

di Antonio Sofi, alle 17:17

Sul sito della Fondazione Daje, in occasione di un sabato romano che vedeva in contro-programmazione politica l’assemblea dei circoli del Pd e l’ultimo congresso An, abbiamo messo su una diretta video (grazie a Vic e Leone per il marchingegno tecnico dello split screen) in cui abbiamo cercato di raccontare – attraverso le vive voci di chi lì stava (sempre sognato di scriverlo – cosa stava accadendo di politicamente rilevante, o di semplicemente divertente. Ho montato un podcast che dura circa un’ora, con interventi di Diego Bianchi, Stefano Tretta, Simone Conte, Flaminia Spadone, Marco Damilano, Luca Sofri, Pippo Civati, Vittorio Dell’Aiuto.

19/03/2009

Webgol Live. La musica smarmellata

di Antonio Sofi, alle 14:11

Un’oretta di Webgol Live con Enrico Bianda – dopo la puntata dedicata all’India di qualche settimana fa – a parlare di musica e dintorni, anzi: di “musica contemporanea da Allevi in giù”. Il tutto a partire da due post di qualche tempo fa (Ridateci Clayderman e il suo pianoforte bianco e il singulto criminale e Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale), nonché dai tanti altri che hanno attraversato nei mesi scorsi la blogosfera sull’argomento.

Ma Allevi è un pretesto per parlare di musica, colta e popolare, di kitsch e camp, new age e bevande al mango, di Clayderman di Fausto Papetti e del Rondò Veneziano, del corpo del capo e dei copricapo arancioni (o anche sciarpe, o accessori vari e appariscenti) che gli “alleviani”, ovvero i fan di Allevi, vestono ai suoi concerti per due motivi: per riconoscersi e per rassicurare del loro affetto il loro beneamato.


Webgol Live. La musica smarmellata from Antonio Sofi on Vimeo.

La qualità del video è scadente, ma questo passa il convento (e lo smarmellamento del titolo non dovrebbe essere citazione difficile da cogliere).

16/03/2009

Otra Mirada /3. Mi Buenos Aires Querido

di Enza Reina, alle 08:46

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

La Boca

Sono a la Boca, uno dei quartieri più famosi di Buenos Aires. Caminito, la via più famosa del barrio raggomitolato su Riacuelo, un fiumiciattolo quasi immobile, è un patchwork di colori, lamiere ondulate e mattoni dai colori improbabili. Ci sono arrivata a piedi una domenica mattina che più luminosa non si poteva. Attraverso strade deserte e a vecchie sedi chiuse del partito justicialista, via via le avenidas ampie si restringono. Gente di fronte alle panetterie aperte: medialunas fragranti, pane e cotolette gigantesche già impanate e fritte.

Le case che danno su Caminito, nel quartiere di La Boca a Buenos Airos
Le case che danno su Caminito, nel quartiere di La Boca a Buenos Airos

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15/03/2009

Il cuore ingenuo che ci casca ancora

di Antonio Sofi, alle 12:21

No, metti caso che vi foste persi l’ultimo di Tolleranza Zoro, in giro tra tre feste otto marzo, insieme diversissime e forse uguali, tra il Pigneto etno-chic che non interloquisce e sciala voti fino alle donne tenute sul pugno di una mano senza abbozzarle da Franco Califano nel concerto organizzato dal comune di Roma (vabbè da una associazione collegata a) – dicevo, metti caso, lo pubblico anche qui. Alla fine siamo fatti uguali, e il problema è proprio quello?

12/03/2009

Ondavè, diario scomodo dall’India (VII parte). La città brucia

di Enrico Bianda, alle 15:23

“Mahaprasthan… The beginning of what wich never was… Il mahaprasthan è l’inizio di un processo ma anche la fine di qualcosa. E’ ‘il grande viaggio’. La fine che coincide con la partenza. Anche la cremazione di un corpo è mahaprasthan.” (Giuseppe Cederna, Il grande viaggio)

Varanasi. Lentamente, cullati dallo sciabordio dei remi che incontrano la resistenza dell’acqua attraversiamo il lontano echeggiare degli armonium. Nasce nello sfavillio di migliaia di lampadine e girandole infuocate la cantilena salmodiante cui si aggiungono le tablas e la voce. Seguiamo la corrente lungo questa città messa a fuoco. Sulle rive, lungo i Gath, si accendono da ore i roghi per i morti. Si riconoscono tra le fiamme, deposti su pire perfettamente calibrate nel peso, i corpi rigidi avvolti in poveri sudari ormai carbonizzati.

River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
River ceremony in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Nel rosso del fuoco da lontano si indovinano solo i piedi , immobili, innaturalmente attaccati a gambe magre. Bruciano i corpi dei morti. Brucia tutta la città.

Attracchiamo lontano da riva, ad un’imbarcazione a due piani. Le luci, la musica e le centinaia di persone trasformano i Gaht di Varanasi in un circo devoto al sole che se ne va. Un circo stancamente festoso, in contrasto con il rumore crepitante delle decine di roghi che avvolgono i morti portati qui per mettere fine alla trasmigrazione delle anime. Morire a Varanasi, sulle rive del Ganga, è per sempre.

Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu
Apocalypse in Varanasi. Photo by Manuela Ladu

Alba. L’aria umida, con tonalità di pastello, rosa, celeste chiaro, verde acqua. Osservo rapito un’operazione umile, dolente. Si raccolgono le ceneri dei roghi della notte. Ossa, terra, carboni, resti di sahari, ghirlande di fiori arancioni, vasi di terracotta: tutto riunito, raccolto in cesti di palma da operai seminudi. Sono l’ultima ruota del carro di questa industria della morte che anima i vicoli dietro l’Harischandra Ghat, il Ghatcrematorio. I cesti vengono immersi in acqua, ricolmi di umili resti.

Tutto viene sciolto nel Ganga, che li accoglie nella sua lenta putrefazione. Fiume di morti, di escrementi, di batteri, di liquami. Fiume sacro e purulento, come una lunga, inguaribile ferita.

10/03/2009

Mandami un sms o comprami un giornale

di Antonio Sofi, alle 12:21

La crisi complice e per molti versi ispiratrice, è in corso un bel dibattito sull’evoluzione del giornalismo lungo la direttrice carta—>web. Una discussione non per forza lineare, con anse e svolazzi tra ritorno al giornalismo di qualità, pubblicità che prima c’era e ora non basta più, e miraggi di micropagamenti per risolvere il paradosso del gratuito sul Web che Walter Isaacson nell’ultimo numero di Internazionale dedicato all’argomento semplifica così e vagli a dire di no:

Il risultato è che viviamo in un mondo in cui le compagnie telefoniche fanno pagare ai ragazzi anche 20 centesimi per mandare un sms, ma sembra impossibile far pagare a qualcuno 10 centesimi per leggere un giornale o un articolo.

Dico l’apodittica mia: il futuro del giornalismo (o più verosimilmente di un certo giornalismo di qualità) sarà nell’efficacia dei sistemi di micropagamento, cioè allorché riusciremo a trasferire soldini – anche pochi, pochissimi, quindi senza intermediari troppo esosi – in modo più facile, intuitivo e sicuro di come è adesso.

(Magari proveremo a parlarne al Festival del Giornalismo che si terrà dal 1 al 5 aprile a Perugia, con un ricchissimo programma. Io sarò lì sicuramente mercoledì e giovedì, con un paio di appuntamenti su questi argomenti, varie ed eventuali – insieme a Mario Tedeschini Lalli, Paul Bradshaw, e altri giornalisti e esperti.)

09/03/2009

Buttare il bambino dei social network?

di Antonio Sofi, alle 12:46

Venerdì scorso, nel settimanale appuntamento con Quinta di Copertina, ho intervistato Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd e blogger che ha passato giorni di fuoco dopo le dimissioni di Walter Veltroni e prima dell’elezione di Franceschini – era finito a contrastare un fantomatico Uomo Nuovo come leader del Pd in alcuni sondaggi on line. Ne approfitto per parlare con lui, e più in generale, del rapporto tra politica e nuove tecnologie – a fronte ad una specie di neoluddismo che vorrebbe buttare il bambino dei social network insieme ai politici panni sporchi, e che viene anche da sinistra.

  • Ascolta l’intervista (mp3 (ca. 10 mega, 20 minuti)
  • Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Rifletto da tempo sul modo in cui l’esperienza quotidiana della vita in Rete cambia – più o meno sensibilmente – le nostre routine comunicative, il modo in cui facciamo le cose minime e personalissime o pubbliche e sociali, i pattern cognitivi attraverso cui leggiamo il mondo. Da queste nuove esperienze parte, inevitabilmente, un nuovo modo di intendere la politica e la rappresentanza politica – se pure ha senso vi sia un modo nuovo (e io penso di sì). Ho trovato molto interessante questo passaggio, che riporto qui

La cosa più importante [del confronto quotidiano attraverso i blog, ndr] sono i commenti, o comunque la necessità di presentarsi sapendo che immediatamente dopo, qualche secondo o qualche minuto, qualcuno può dire il contrario. Devi essere sempre pronto a motivare quello che dici – a scanso di equivoci, o di fraintendimenti: è anche una palestra contro l’abitudine dei politici a pontificare, o a dichiarare su qualsiasi cosa. Bisogna in un certo senso imparare ad essere più duri ma anche più accorti – uscire con una posizione netta e poi precisarla strada facendo, via via che la conversazione ti permette di chiarire meglio.

Mi piacerebbe, per la prossima puntata, sentire un politico/blogger del centro destra, e fargli più o meno le stesse domande – qualche nome da sentire, suggerimento?

07/03/2009

Otra Mirada /2. La strada d’acqua (senza musica latina).

di Enza Reina, alle 12:45

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città  decadente, la Località  Turistica. In mezzo, la Strada. Anzi le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

Per andare dall’Argentina in Uruguay c’è un traghetto. Nella stessa area del terminal degli omnibus a Retiro, Buenos Aires. Tutto, di là, diparte.

Salgo sul traghetto, e a causa della mancanza di posti in classe turistica, finisco stropicciata nella “prima classe special” nel bel mezzo di un gruppo di elegantoni argentini. Sono diretti a Punta de l’Este, la Saint Tropez del Sud America – centro nevralgico della vita estiva sulla costa nord orientale, buen ritiro di modelle e imprenditori, a tutti gli effetti enclave argentina in terra uruguayana (ma non va detto). Ci sono anche molti vip italiani, da queste parti. Almeno così dicono.

Barche sul Rio de La Plata
Barche sul Rio de La Plata

A contorno, una serie di catafalchi anglofoni affollano il duty free all’interno del traghetto facendo incetta di ammennicoli esentasse.

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05/03/2009

Otra Mirada /1. La strada rossa per Puert Iguazù

di Enza Reina, alle 12:34

clicca per ingrandireUna regione a cavallo di più stati: l’area nord orientale tra Argentina e Uruguay. Da Buenos Aires a Puert Iguazù, al confine con il Brasile, e quindi in Uruguay attraverso il Rio de la Plata. Ovvero: la Capitale, la Foresta, la Città decadente, la Località Turistica. In mezzo, la Strada. Anzi le strade: di terra e d’acqua, a piedi o da dietro il finestrino del pullman. Otra mirada, un altro sguardo. Buona lettura.

3500 km in 12 giorni. Pullman, traghetti, bus, taxi, metropolitane e gambe. Le distanze, fuori dalle ristrettezze europee diventano pura convenzione, spalmate sulle migliaia di km di un paese che dall’Equatore tocca il Polo Sud.

Per strada, c’è di tutto: famiglie, persone sole, ragazzi giovani, anziani. La mancanza di una rete ferroviaria capillare ha decretato la supremazia numerica dei mezzi su ruote che attraversano questo pezzo di Sud America tra Argentina e Uruguay. E quindi viaggiano in tanti. Anzi, viaggiano tutti.

Il terminal degli Omnibus della stazione di Retiro a Buenos Aires è un edificio su tre piani che ospita uffici e sportelli di più di cento compagnie di trasporti. Punto nevralgico, di passaggio e smistamento di una buona parte di coloro che attraversano il Sud America.

In alto i grandi schermi appesi che alternano le previsioni meteo alle domande con risposta multipla modello “Chi vuol esser miliardario”. Il flusso umano è continuo, straniante.

Gente in attesa in uno dei terminal sulla strada che da Buenos Aires porta a Puert Iguazù
Gente in attesa in uno dei terminal sulla strada che da Buenos Aires porta a Puert Iguazù

Fuori, le piazzole numerate. Almeno sessanta.

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