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05/02/2009

Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 08:06

Leggi: prima, seconda, terza parte

Ondavé. Già. Il senso del viaggio, della sorpresa e della meraviglia. E dell’indignazione, certo. Tradotto vuole dire On the way.

– Riusciamo a comprare un po’ d’acqua Kumar?
– Ondavé

Un mantra, forse.
Sguardi perplessi, sfogliar di guide, con il dito a seguire quella strada per Ajmer.

– Ma dove si trova Ondavé, Kumar?
– (Ride)

Sulla strada, un flipper, destra sinistra, corsia di sorpasso, strisce, cartelli, semafori, macché. Così come l’inglese di molti indiani è riassumibile con “parole a casaccio” così la guida degli indiani può essere descritta come un continuo “fate un po’ quello che vi pare”.

Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu
Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu

Lo so è banale, tutta roba che parrà normale a chi in India c’è stato, in passato, ma non siamo riusciti ad abituarci alla sensazione di minaccia continua che si prova lungo le strade, con enormi camion che trasportano grano in sacche che sembrano schiacciare il mezzo sull’asfalto, che spuntano all’improvviso contromano, ineffabili, e ci costringono ad improvvisi scarti fuori dalla carreggiata.

Ondavé. Suona profetico comunque. Ma dove sono stato?

Mi rigiro tra le mani un copricapo verde che ho comprato. Siamo ad Ajmer. Di fronte a noi la calca per entrare al Dargah, il Santuario musulmano costruito intorno il mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti, un derviscio che fondò in India l’ordine dei Sufi nel 1166.

L’islam di questa città rimanda apparentemente alla tradizione indonesiana. Questo piccolo copricapo verde, ha all’interno un’etichetta: Made in Indonesia. L’India produce tonnellate e tonnellate di tessuti.

Intorno, un fiume di persone, concitazione al limite dell’isteria, sguardi che penetrano, i colori predominanti sono il bianco delle vesti e il verde dell’Islam.

Prima di avvicinarmi all’entrata sorvegliata del Dargah ho camminato lungo le vie della città vecchia di Ajmer. L’impressione è che questa roccaforte islamica in India viva anche – non solo – dell’estremismo che si percepisce chiaramente seguendo i discorsi trasmessi dalle televisioni nelle botteghe: sono discorsi gridati, urlati con rabbia apparente, registrati e mandati in loop con le videocassette. Il gracchiare assordante riempie le strade, la devozione è forte, tutto ruota attorno al mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti. L’economia della città, le centinaia di botteghe che vendono fiori, soprattutto garofani rossi, il cui profumo acre ottura l’aria rendendola densa, le collane di cotone rosso-arancio, i dolci, oggetti devozionali da offrire presso la tomba.


  • Ondavè, diario scomodo dall’India (VI parte). Le quattro Indie
  • Ondavè (quinta parte). Diario scomodo dall’India.
  • Ondavè (seconda parte). Diario scomodo dall’India
  • Ondavè, diario scomodo dall’India (IX parte). Questo è un finale.

  • Un commento al post “Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.”

    1. sid
      febbraio 5th, 2009 12:21
      1

      l’India è il mio sogno
      un sogno di quelli veri.

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