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01/02/2009

Ondavè (terza parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 18:51

Ma che ci faccio qui. Interrogativo retorico e consumato, alibi viaggiante, metafora consolatoria che alimenta taccuini Moleskine alla Chatwin. Eppure questa domanda me la sono fatta. Ce la siamo fatta noi che esterrefatti guardavamo l’umanità lasciarsi strapazzare dalla vita con rassegnazione orientale.
Che ci facciamo qui. Poi la domanda si trasforma in un ma chi me lo ha fatto fare?

Varanasi, foto di Manuela Ladu
Varanasi, foto di Manuela Ladu

Ma oggi, a distanza di qualche settimana giĂ  cresce in noi una sorta di nostalgia per la violenta sopraffazione esercitata dagli elementi, dal caos delle strade, dalle contraddizioni che a Varanasi, soprattutto li, cittĂ  turistica che si nega con rabbia alla bellezza, trovano il loro compimento.

Varanasi, città sacra, santa, violata, morta, decomposta, bruciata, in rovina. Calamita per drop-out occidentali, italiani e israeliani, città mantice, respiro affannoso, città di nebbia e di luce abbagliante, d’acqua e di aria rarefatta, di vita e di deserto.

Estremo pornografico, dove in mostra è la morte, nelle case, per strada, sotto lenzuola sporche in attesa, dove anche chi dorme si veste di morte, con coperte fin sopra gli occhi, immobili nel movimento affannato dei vicoli.

Città industriosa nella dissoluzione, applicata, calcolatrice, efficiente nell’organizzare scientificamente la morte e la sua rappresentazione simbolica. La morte, qui, è quanto di più efficiente si possa osservare.


  • Ondavè, diario scomodo dall’India (VI parte). Le quattro Indie
  • Ondavè (quinta parte). Diario scomodo dall’India.
  • Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.
  • Ondavè (seconda parte). Diario scomodo dall’India

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